Chiara Portesine recensisce l’ultimo pamphlet di Walter Siti, Contro l’impegno (Rizzoli, 2021)

 

Il romanzo è scritto in prima persona, è Walter che dice “io”; molti libri che cercano di accattivarsi il lettore usano questo artificio dell’eroe che dice “io”, una lingua-per-letteratura, a sottolineare l’intimità e favorire il coinvolgimento […]. È una lingua che non teme punte di lirismo (“Gli occhi di Valeria Golino sono meravigliosi: grigi con un’ombra di verde, o forse di viola – certo non azzurri, la purezza dell’azzurro non fa per lei; sono occhi di terra, non di cielo o di mare”) o di raffinata analisi psicologica (“la voce roca e sexy aveva dato forza allo sguardo e m’aveva convinto, non con la sincerità ma con l’ansia in cui gli anni, stavolta sì, avevano scavato luttuosi cunicoli”); è una lingua colta (“sono così succube dello Zeitgeist contemporaneo?”; “non è bene, diceva Freud, che una stranezza rimanga isolata”) che si piega a didascalie di tipo giornalistico (“era quasi mezzanotte, o forse le undici, di una banale serata primaverile”) (p. 159).

 

La recensione a un pamphlet che istiga al dibattito[1] non poteva che iniziare con una provocazione. La citazione che precede è ritagliata fedelmente dall’argomentazione che Siti costruisce contro Giuseppe Catozzella; soltanto che, ai frammenti tratti da Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, 2014), ho sostituito le prime pagine dell’ultimo romanzo di Siti, La natura è innocente. Questa dimostrazione per assurdo non pretende di collocare sullo stesso piano i due libri, ma di mostrare come, a livello metodologico, la retorica denigratoria sapientemente esibita da Siti non funzioni. O meglio, che funzioni troppo bene, un po’ come il nero che, proverbialmente, sta con tutto.

Procedo con ordine, dichiarando subito che ho provato un sincero fastidio nel leggere Contro l’impegno, una raccolta di saggi usciti tra il 2018 e il 2021 prevalentemente sull’«Età del ferro» – la rivista fondata e diretta da Siti stesso, assieme a Giorgio Manacorda e Alfonso Berardinelli.

Eppure appartengo alla filter bubble ideale di Siti – un pubblico universitario, di cultura buona (o presunta tale), che ha letto i suoi libri sperimentando tutte le ‘cinquanta sfumature’ del piacere barthesiano; sono, decisamente, una sua follower. Anche le analisi specifiche mi trovano d’accordo. Del resto, è prevedibile che gli ammiratori di Scuola di nudo non si affrettino a difendere (e, ancor prima, a leggere) i romanzi di Murgia e Carofiglio. A questo punto, sento la necessità di correggermi: non si è trattato semplicemente di fastidio ma di mortificazione delle aspettative. In parte perché pregustavo un discorso sull’impegno degli scrittori (di cui si avverte da anni la necessità) e mi sono ritrovata immersa in un’analisi socio-formale del Midcult. In parte perché mi sarei aspettata di condividere lo stesso piedistallo, sopra al quale ogni scontro dialettico è possibile (possiamo essere in disaccordo finché ci muoviamo tra pari), e invece Siti mi ha costretto a guardare sotto la panca, tra le riviste che si buttano via senza averle neppure sfogliate. In questi anni Siti mi ha fidelizzato alla qualità (romanzesca ed ermeneutica), e forse anche a un certo ‘snobismo’ auto-confermativo da addetti ai lavori, e poi mi ha abbandonata alle periferie del letterario. Il libro mi ha scossa anche perché, lo confesso, mi ha obbligato a qualche ora di autoanalisi; sono una lettrice colta, che accetta di veder menzionato il best-seller in una pubblicazione ‘alta’ soltanto a) con intenti dichiaratamente ironico-paternalistici b) nell’ambito di dissertazioni statistiche (classifiche di vendita, discorsi sul mercato librario, ecc.). Insomma, come un discorso che riguarda il ‘lettore comune’ e non lo specialista, e dunque non me. Siti mi fa vedere (anzi: ci fa vedere, perché il pubblico di una recensione a Siti appartiene, tendenzialmente, alla stessa bolla, se non a una nicchia ancor più ristretta) di aderire a un clan sordo nei confronti di quello che si vende oggi, di fatto, in tutte le librerie. E di non avere scuse sufficienti per poterlo fare senza periodiche analisi di coscienza. Potremmo dire che, come Michela Murgia ha inserito il «Fascistometro» nelle sue Istruzioni per diventare fascisti, così il saggio di Siti può essere letto anche come uno «Snobistometro» da auto-somministrarsi comodamente sul divano di casa.

Il malessere non si risolve, però, nel sentimento di un’amante della Letteratura di Serie A ‘tradita’, che scopre il suo scrittore-di-punta a letto con l’attricetta. Il fastidio è, piuttosto, metodologico. Perché, se si pretende di trovare impegno (e qualità) nella letteratura di consumo, bisogna poi prenderla maledettamente sul serio. Proverò a spiegarmi articolando l’analisi in una serie di punti sistematici, e utilizzando volutamente un tono provocatorio che renda esplicite le contraddizioni del pamphlet di Siti.

 

contro l'impegno

 

Il pamphlet di Schrödinger: l’argomentazione è viva o morta?

 

L’aspetto più problematico di Contro l’impegno riguarda la selezione dei case studies. Siti critica le basi del neo-impegno prendendosela essenzialmente con due tipi di avversari: da un lato, i romanzieri da salotto (televisivo), che il pubblico conosce per i siparietti autopromozionali in coda a Otto e mezzo, e, dall’altro, una pletora (mi perdoneranno) di perfetti sconosciuti. Per quanto riguarda il primo gruppo, il pamphlet di Siti si rivela sostanzialmente inutile: l’acquirente medio di Contro l’impegno è preventivamente d’accordo con l’autore, non ha bisogno di assistere alla sua performance decostruttiva per convincersi che i Breviari di Carofiglio meritino di essere esclusi dal canone scolastico. Altra scoperta dell’acqua calda: le analisi sul fascismo di Michela Murgia non sono paragonabili alla complessità della bibliografia scritta dai ‘veri’ storici; ohibò! Il lettore di Siti, poi, ha tutte le carte in regola per essere già consapevole del fatto che l’impegno etico non sia mai stato una condizione sufficiente a decretare la “qualità” di un libro – altrimenti, si studierebbe il realismo socialista e non Majakovskij. Se è vero che la letteratura non è lastricata di buone intenzioni, tuttavia, questo assunto didascalico non basta ad affermare il contrario. Che un’idea nasca come risposta e potenziale antidoto nei confronti del presente non costituisce, in sé, una patente aprioristica di disvalore. Diversamente, i Sepolcri di Foscolo, inserendosi colpevolmente nel dibattito sull’editto di Saint Cloud, dovrebbero essere considerati un pericoloso commercio con l’Avversario (ossia, per Siti, la possibilità stessa di coniugare forma e prassi).

Da un punto di vista formale, l’argomentazione sitiana si serve di armi affilate ma decisamente poco eleganti; per sbaragliare i ‘rivali’, l’autore si diverte a estrapolare singoli sintagmi, decontestualizzarli e restituirli al lettore in forme parcellizzate e ridicolizzanti. In fondo, mi si perdoni il paragone iperbolico, non è una tecnica troppo dissimile dalle strategie propagandistiche nell’epoca dei meme: ritagliare poche frasi dal discorso del nemico, colorarle e darle in pasto al pubblico accompagnate da una fotografia possibilmente grottesca del soggetto. La comunità interpretativa riscopre la propria coesione di classe attraverso una risata, ma è una satira troppo facile e fiacca. In primo luogo, perché il lettore ideale di Siti, non avendo probabilmente letto i libri di Carofiglio (e non essendo intenzionato a farlo), dovrà affidarsi all’arbitrio di Siti e ai suoi sforbiciamenti d’autore. In secondo luogo, perché a questo meccanismo banalizzante resisterebbero ben pochi romanzi, anche quelli dotati di un pedigree culturale di tutto rispetto. Per fare una prova, divertiamoci ad aprire a caso La natura è innocente: «Una vera femmina, non come le carusidde sceme che pensano solo a pittarsi, a ballare e a prenderti per il culo»; «l’importante è scavalcare il pomeriggio, le sei sono l’ora della malinconia»; «io e lei. Di colpo capisco che è quello che voglio anch’io: restare qualche momento da solo con quella camicetta bianca». È evidente a qualsiasi lettore la scorrettezza non tanto etica quanto piuttosto ‘tecnica’ di un simile pressapochismo ermeneutico, che non distingue, ad esempio, tra mimesi del parlato basso dei protagonisti e cornice ragionativa dell’autore. Il risultato è un centone confusivo che non dimostra, in realtà, nulla se non la propria inconsistenza metodologica.

Il critico come bricoleur del politicamente scorretto si limita a promuovere, in fondo, una versione colta del bullismo da corridoio. Si veda a questo proposito il capitolo contro Michele Cometa e Alberto Casadei, in cui i Visual Studies, da un lato, e il cognitivismo, dall’altro, vengono chiamati al banco degli imputati come rappresentanti dell’«ultimo grido della critica letteraria» (p. 57) – anche se qualsiasi studente potrebbe testimoniare che, nei dipartimenti di Italianistica nostrani, la filologia sembra ancora saldamente «tener lo campo». Siti fa la voce grossa, anche in questo caso, consapevole di avere le spalle coperte e il plauso di un pubblico universitario terrorizzato dall’orda barbarica delle teorie anglosassoni che incombono alle porte. Si potrebbe qui imputare a Siti lo stesso difetto che l’autore attribuirà ai talk show, vale a dire che «la maggior parte delle energie dialettiche viene spesa nella schermaglia immediata, nell’affermazione della presenza» (p. 229) nonché nella «reductio ad absurdum delle ragioni dell’avversario» (p. 228). Oltre alle facili battute da cabaret della critica letteraria («chiamare blending la metafora, o “kit di compressione” la vecchia cara condensazione freudiana, o mind reading la dialogicità di Bachtin non ci fa fare molti passi in avanti», p. 59), per Siti il problema centrale di queste proposte critiche è il rischio di «amputare la letteratura di ogni suo potere disgregatore e distruttivo, di aumento dell’ansia e della disperazione in chi la scrive o la legge» (p. 60). Insomma, come vedremo, il difetto principale risiede nel fatto che Cometa e Casadei non siano d’accordo con quell’Idea di Vera Letteratura che coincide con il Vangelo-secondo-Siti – che l’autore, per tutto l’arco del pamphlet, non fa che spacciare arbitrariamente per la Letteratura tout court.

La fallacia del metodo argomentativo di Siti emerge anche dalla scelta infelice di eleggere La cura dello sguardo di Franco Arminio come unico ‘campione’ di poesia, in un omaggio alla scrittura in versi imbarazzante quanto superfluo – soprattutto se cadenzato da frasi oracolari quanto generaliste, come si vede a partire dall’incipit: «Le parole della poesia si scavano da sole la propria tana o alzano il proprio ostensorio, si sistemano fino a sentirsi ben piantate nel testo, che il poeta lo voglia o no – per questo ai poeti è più difficile trovarsi in falsa coscienza» (p. 213). Ammesso e non concesso che fosse necessario inserire in questo contesto un’appendice frettolosamente risarcitiva nei confronti dei poeti, quantomeno sarebbe stato interessante verificare in che modo il neo-impegno si eserciti concretamente in poesia (esiste uno scarto differenziale rispetto alla situazione della prosa? Come e dove si registra?). Se i libri di poesia, statistiche di vendita alla mano, hanno un mercato e un’audience nettamente inferiore rispetto ai romanzi, e se i poeti non ricevono inviti in carta bollata da Lilli Gruber per presentare le ultime plaquette (pubblicate, perlopiù, da case editrici indipendenti), tuttavia non sono certo esenti dalle derive dell’engagement della domenica. Anzi, se Siti avesse voglia di leggere qualche poeta contemporaneo all’infuori di Arminio, si divertirebbe a scoprire che anche lockdown e covid vi si trovano generosamente rappresentati – mentre, secondo l’autore, «ecologia e pandemia sembrano meno capaci di generare romanzi, forse perché il nemico è troppo generico» (p. 25) rispetto alla questione umanitaria dei migranti o all’omofobia di ritorno.

 

Carneade contro Golia

 

Per quanto riguarda la seconda categoria di scrittori, i Carneadi del panorama editoriale, in alcuni casi è lo stesso Siti a inserire una nota esplicativa a piè di pagina («la Melazzini, valtellinese, è morta nel 2009: il libro è stato curato […] da Cesare Moreno, suo marito e compagno di tutta la vita, che lei aveva seguito a Napoli», p. 207), anticipando di pochi secondi la ricerca su Wikipedia da parte di qualsiasi lettore comune. Siti sembra non rendersi conto del fatto che pubblicare con una grande casa editrice (come Feltrinelli o Mondadori) non si traduca automaticamente nel fatto che quei libri appartengano di default al repertorio condiviso da tutte le persone di buona volontà culturale. L’orizzonte di attesa di Siti sembra arrugginito e legato ancora agli schemi della paleo-editoria (c’era una volta la certezza che pubblicare con Einaudi significasse bourdieusianamente occupare uno specifico campo culturale e sociale). Questa fastidiosa (falsa) ingenuità nei confronti della gestione dei mezzi di produzione letterari emerge anche in un’intervista pubblicata sull’«Huffington Post» il 2 maggio 2021, in cui Siti sentenzia: «Mi dispiace che un libro così abbia dovuto scriverlo io, a quasi settantaquattro anni. Avrei preferito lo facesse uno di trent’anni» – come se qualsiasi giovane critico avesse la possibilità di alzarsi la mattina, telefonare a Rizzoli e pubblicare il proprio ‘pamphlet nel cassetto’, acquisendo istantaneamente il carisma e l’auctoritas necessari a renderlo un caso nazionale.

Da un punto di vista retorico, Siti veste i panni del portavoce di un controdiscorso minoritario e alternativo alla (presunta) Egemonia del Bene. L’analisi letteraria cede il posto alla carboneria del populismo, come se esistesse una Casta dei Buoni, un Complotto dei Poteri Forti Per Il Lieto Fine – senza accorgersi del peso commerciale che anche il Male scandalistico dei suoi romanzi esercita nello stesso libero mercato dei libri. L’avanguardia almeno si rendeva lucidamente conto del fatto che il museo aspettava da un momento all’altro di incollare il tagliandino sul retro di ciascuna provocazione sperimentale. Siti, invece, gioca a fare la vittima sacrificale, il martire della Letteratura Alta schiacciato dallo strapotere del Politicamente Corretto – salvo poi ritirare giovialmente premi letterari e gettoni di presenza da quello stesso sistema di distribuzione. Piccola parentesi: Siti se la prende con i giovani critici[2] eppure, se avesse letto i saggi di qualche promettente trentenne – da Lorenzo Marchese a Paolo Gervasi –, forse avrebbe evitato tanti cliché sempliciotti nelle sue Divagazioni sul rapporto tra letteratura e giornalismo, eliminando qualche sentenza aforistica pericolosamente vicina al senso comune («la letteratura impara dal giornalismo la velocità e la sobrietà del ritmo e del lessico; il giornalismo impara dalla letteratura a strutturare il racconto, a non accontentarsi della prima frase che capita», p. 137).

 

Il critico come bricoleur del politicamente scorretto
si limita a promuovere, in fondo, una versione colta
del bullismo da corridoio.

 

Per tornare alla retorica dei Carneadi, un ulteriore problema si aggira per il metodo sitiano. L’autore, infatti, imposta un discorso che sarebbe stato convincente se si fosse limitato al perimetro della sociologia letteraria: come ha fatto alcuni anni fa Simonetti nel saggio dedicato alla Letteratura circostante, Siti compila un inventario di esempi tratti dalla produzione ‘minore’ di un’epoca, funzionali a illuminare alcune tendenze storiche più generali. Il gesto è lecito e storiograficamente utilissimo, salvo poi sorprendersi della scarsa qualità letteraria del bottino accumulato. Nell’economia di un ragionamento che pretende (anche aggressivamente) di identificare una Letteratura-più-Vera-del-Vero, l’accostamento, nello stesso paragrafo, di un libro sconosciuto di Francesca Mannocchi a Sottomissione di Houellebecq farebbe avere un calo di pressione a qualunque lettore in cerca di una coerenza metodologica anche minima e residuale. Peraltro, il volume di Houellebecq («romanziere di qualità», come riconosce fortunatamente lo stesso Siti) non viene mai criticato dal punto di vista formale. Se il problema di questo pamphlet è che il contenuto del neo-impegno non si sposi a un’adeguata forma stilistica, allora perché, di fronte all’unico vero scrittore menzionato da Siti, l’analisi si concentra soltanto su questioni tematiche? Peraltro, gli affondi, neanche a dirlo, conservano il consueto carattere denigratorio-teppistico («quanto alla concezione islamica del ruolo femminile, be’, certo si incontra non senza umorismo con la ben nota misoginia di Houellebecq; l’idea della poligamia lo stuzzica, lo diverte immaginarsi con una moglie anziana per la cucina e una giovane per il letto», p. 178). Eppure, proprio nelle tre paginette su Houellebecq (a fronte delle quattordici dedicate a Carofiglio) emerge la contraddizione fondativa dell’intero sistema di Siti. Al di là delle dichiarazioni programmatiche, infatti, il pamphlet dimostra di riuscire soltanto a constatare che la qualità non si trova nella letteratura di serie B, in cui i sintomi di un’epoca si trovano espressi in forme manichee, l’impegno tagliato con l’accetta, la cronaca spiattellata senza la grazia dello stile. Di fronte alla Letteratura Alta, Siti ripone il coltello dello ‘stilista’ in tasca e si limita a qualche battutaccia sull’ideologia reazionaria di Houellebecq.

Erano davvero necessarie duecentosessantacinque pagine per dimostrarlo? Perché Siti non se la prende con gli autori veri? Perché, come esempio di libro che «cede provocatoriamente la parola ai carnefici» (p. 165), parla di Francesca Mannocchi e non di Littell?

La sproporzione tra l’argomentazione generale e gli esempi locali diventa decisamente paradossale se si legge il contravveleno al neo-impegno proposto nelle Conclusioni finali. Qui, oltre all’accenno iniziale (e tutto sommato sconclusionato) a Carrère, Siti assolda nella propria squadra due talentuose ‘promesse’ della letteratura: Brecht e Dante. E, in generale, nell’intero libro gli exempla positivi provengono dal canone più codificato che ci si potrebbe aspettare, da Dostoevskij a Tolstoj, passando per Flaubert e Omero – in una tendenza più generale degli scrittori contemporanei (penso, ad esempio, anche ad Antonio Moresco) a confrontarsi unicamente con i Grandissimi del passato. Una propensione alla rimozione dell’angoscia dell’influenza che forse un giorno meriterebbe di essere indagata come costante antropologica del nostro tempo.

Se la fazione del neo-impegno è rappresentata da Saviano, Carofiglio e Murgia, insomma, i modelli di un engagement sano e profondo vengono identificati in Santa Giovanna dei Macelli e nella Commedia: una lotta decisamente impari tra Carneade e Golia. Sarebbe come se un cronista sportivo commentasse i limiti di gioco del Pontedera comparandolo al Bayern Monaco: un resoconto che non servirebbe strategicamente a nessuna delle due squadre (e forse nemmeno allo stesso cronista).

 

Il disimpegno del boomer

 

Più volte Siti cerca di allontanare (con scarsi risultati) l’impressione di essere un nostalgico laudator temporis acti – nel gergo degli Anni Duemila, un boomer della critica militante. Ed effettivamente i tentativi di stare al passo con i tempi (e di saperli interpretare categorialmente) si rivelano del tutto scollati dalla realtà digitale e sociologica dei nuovi Media. Vediamo ad esempio il seguente passaggio: «Parole, parole, un’alluvione di parole: oggi è questo il problema. Negli anni Novanta c’era il mito dell’immagine che avrebbe soppiantato la verbalità, un’immagine vale più di mille parole eccetera; ora la verbalità è ritornata al centro coi social, i podcast, i radiodrammi, Clubhouse – persino su Instagram ormai si trovano più discorsi che foto» (pp. 259-260). In realtà, si assiste da anni alla migrazione di utenti (soprattutto giovani e giovanissimi) da una piattaforma mista come Facebook ai canali iper-visivi di Instagram e TikTok,[3] in cui la possibilità di condividere link ad articoli giornalistici è quasi completamente inibita – a favore di uno scrolling in cui la parola resiste soltanto in forma di hashtag (funzionale a incrementare le visualizzazioni piuttosto che a definire o, quantomeno, a ‘illustrare’ l’immagine). Temo che il pubblico dei «radiodrammi» (?) non rappresenti neppure lontanamente la maggioranza della popolazione, ma l’ennesima bolla elitaria in cui si muove lo scrittore scambiandola per la presunta realtà. Ma non basta inserire qualche riferimento ammiccante e ‘frizzantissimo’ ai social network e al lessico dei giovani per impostare un discorso critico sulla realtà che elimini il paraocchi della propria provenienza socio-culturale, nonché generazionale e di classe. Peraltro, la fiducia accordata ai giovani si rivela una fiacca mossa retorica se, dopo un capitolo in cui si insiste sulle incolmabili mancanze della prosa di Saviano, Siti chiosa retoricamente che «forse soltanto un giovane, uno che abbia un lungo futuro da riempire di progetti, può capire la forza di questo libro» (p. 101).

A questa (perdonabile) difficoltà generazionale nel rapportarsi con il mondo del «webbabile» corrisponde, però, una (meno perdonabile) volontà di produrre comunque sentenze e massime sapienziali valide per l’oggi. Per quanto, come dice Siti, lo stile «non si preoccupi dei like» (p. 249), all’autore non dispiace cercare un facile consenso cavalcando l’onda dei temi caldi del momento. Non sarà casuale, infatti, che le prime pagine dell’Introduzione ospitino una risposta diretta al dibattito sulla cancel culture che ha infuocato gli animi di intellettuali e giornalisti negli ultimi mesi. Il topic si è aggiudicato un posto d’onore nella classifica di Google Trends, dove aspira al podio virtuale delle parole più cliccate sui motori di ricerca internazionali. Siti inaugura il libro con una provocazione, senza dubbio, ma decisamente alla moda. Lo scrittore, infatti, afferma di riportare «l’onesta parafrasi» dell’Aspasia leopardiana – sintetizzandola in un incipit troppo accattivante per essere vero: «Non bisogna incolpare le donne se non sono all’altezza dell’immagine che ci facciamo di loro; non possono capirlo, perché nelle loro teste limitate un concetto così vasto non ci entra» (p. 9). Facile ridurre il dibattito sulla cancel caulture al tentativo di epurare la letteratura del passato dai suoi «presupposti non condivisibili» (p. 10), sparando sulla croce rossa della misoginia leopardiana o sul razzismo della Capanna dello zio Tom. Siti ha bisogno di avere il pubblico dalla sua parte prima di avviare la macchina calunniosa di un pamphlet che dovrebbe intitolarsi più propriamente Contro tutti. Per farlo, è disposto a sfruttare l’onda demagogica fino all’ultima goccia. Quale intellettuale libero potrebbe essere d’accordo sulla necessità di censurare Peter Pan perché «i membri della tribù di Giglio Tigrato vengono chiamati ‘pellirosse’» (p. 13)? Tuttavia, caro Siti, come la vera letteratura deve differenziarsi, nei metodi e negli obiettivi, dalla cronaca locale, anche la critica dovrebbe dimostrare una «profondità» (per adoperare una parola chiave ricorrente nel pamphlet) maggiore rispetto a quelle banalizzazioni del dibattito internazionale divulgate maldestramente da quotidiani del calibro dell’«Huffington Post». Che il problema di censurare La bella addormentata nel bosco non sia, in realtà, la vera questione al centro della macroscopica discussione sul canone occidentale, credo che i lettori ideali di Siti possano capirlo agevolmente. Tuttavia, andare contro un politicamente corretto percepito a priori come perbenistico è un guilty pleasure comune (molto più trendy rispetto al noioso galateo dialettico che prevede di affrontare seriamente la questione). Quello che non perdono a Siti, insomma, è il fatto di utilizzare metodologicamente due pesi e due misure, concedendosi – dietro lo schermo deresponsabilizzante del ‘genere-pamphlet’ – quella stessa superficialità e quell’innamoramento nei confronti della posizione discorsiva più comoda che costituisce l’accusa mossa parallelamente, e senza possibilità d’appello, al neo-impegno. Cosa resterebbe del saggio di Siti se richiedessimo al suo pamphlet gli stessi rigidi standard qualitativi applicati a Carofiglio e Murgia? Il discrimine del genere non può valere, in sé, come giustificazione da accogliere con un’alzata di spalle – “ci accontentiamo poi che nei romanzi l’autore sia profondo; in un saggio è ovvio che non si conceda grandi sottigliezze teoretiche”. In fondo, è Siti stesso a incentivare un possibile allargamento del proprio discorso annettendovi, ad esempio, il territorio della poesia; perché la critica e il pamphlet dovrebbero godere di un ‘passaporto immunitario’ preventivo?

 

Per Fare Un Romanzo Ci Voglion Le Maiuscole

 

Il corollario implicito nel pamphlet di Siti è che, neutralizzando come moralistica la letteratura del Bene, il ‘bene’ della letteratura debba paradossalmente coincidere con una letteratura del Male. L’excusatio non petita incastrata maldestramente nel finale («nemmeno il nichilismo e l’adorazione del negativo, ovviamente, bastano a fare letteratura», p. 262) non è sufficiente a evitare il dubbio che si tratti proprio di questo. L’intero pamphlet è affollato da un brusio ininterrotto sulla necessità che la buona letteratura faccia del male (fisico e conoscitivo) al lettore. L’enumerazione conclusiva, in questo senso, può essere vista come un’efficace lista degli ingredienti che, secondo Siti, formeranno magicamente un romanzo gourmet – se mescolati per qualche anno nel mixer dello scrittoio e lasciati pazientemente sedimentare (possibilmente con la tranquillità economica di un contratto siglato da qualche prestigiosa casa editrice). Nell’ordine, la Vera Letteratura deve accogliere «la depressione, la noia, la convinzione che nulla abbia un senso, il lasciar perdere, il desiderio di schiavitù, il rancore, l’inconcludenza, la stupidera – il basso continuo della miseria umana da cui ogni volta le ideologie si dichiarano offese e sorprese» (p. 263).

 

Se è vero che la letteratura non è lastricata di buone intenzioni, tuttavia, questo assunto didascalico non basta ad affermare il contrario. Che un’idea nasca come risposta e potenziale antidoto nei confronti del presente non costituisce, in sé, una patente aprioristica di disvalore.

 

Nel concreto, il modello di scrittura ideale promosso da Siti, stando a questi presupposti, si esaurirebbe in una letteratura della forma, crociana e tardo-idealistica. Il dibattito in sé è polveroso e vecchio quanto la storia della letteratura – l’eterna dialettica tra stile e tema, apocalittici e integrati, labirinto e sfida al labirinto, complessità e chiarezza. Se sia nato prima l’uovo della Forma o la gallina del Contenuto (e, soprattutto, verso quale delle due polarità la letteratura debba tendere) non conta; i partigiani delle rispettive fazioni continueranno nei secoli dei secoli ad accapigliarsi sul verdetto finale. Se Siti volesse soltanto dirci di aver occupato il posto del Manierismo, visto che tutte le altre sedie erano occupate da un Realismo neo-impegnato, non ci sarebbe nulla di nuovo sotto il sole della critica. In realtà, il suo lettore (ipocrita ma fedele) sa bene che la questione dello stile, nei suoi romanzi, non si lascia ingabbiare nella rassicurante prigione dorata dei manierismi, ma rappresenta forse l’unica vera lotta in cui l’autore abbia deciso di gettare pasolinianamente il proprio corpo. Lo stile, per Siti, non coincide con l’estetica del bellettrismo, ma con il fiat linguistico che dà forma al mondo. Sarebbe bastato, perciò, che Siti sostituisse ad ogni riferimento alla «letteratura» (e alla forma) la più onesta dicitura della «letteratura-secondo-me» (e della «forma-secondo-me»). Se avere uno stile significa ricercare «una parola (o una struttura o una figura) profonda, plurivalente, nemica di se stessa» (p. 150), quello che manca, nel saggio di Siti, è l’umiltà di accettare l’esistenza materiale di una pluralità degli stili, di una forma che non coincida con quella equivalenza tra «verità letteraria» e «verità del desiderio» che è l’utopia della Forma secondo Siti. In fondo, spero che continuino a esserci scrittori che, come scriveva Brecht in una celebre poesia, «pensino al passeggero» mentre guidano la macchina della letteratura,[4] accanto ad altri che approfittino del primo burrone per aprire la portiera. Perché lo Stile dovrebbe rinnegare Gli Stili (o meglio, Lo Stile dell’Altro)? La sezione più efficace del pamphlet, in fondo, è quella dedicata alle “Storie” secondo la tivù generalista, proprio perché qui Siti accetta e certifica l’esistenza di un’altra forma di narrazione – che conosce molto bene e che prende terribilmente sul serio, a differenza dei capitoli sul neo-impegno. In buona sostanza, a Barbara D’Urso Siti riconosce l’onore delle armi, a Carofiglio no.

Nel resto del libro, l’idea di una letteratura “finalizzata a”, cacciata dal portone padronale del Bene, rientra dalla porta di servizio del Bello inteso univocamente come Lo Stile in grado di rivoltarti le viscere come un calzino e lasciarti sanguinante in un angolo della cameretta. Per accedere al tempio del Vero, o lettore, devi essere disposto a subire tutte le angherie sadomasochiste dell’autore – e ti garantisco che, in fondo, ti piacerà, perché l’avventura extraconiugale con il Male elettrizza più del grigio matrimonio con il Bene. Chi ci salverà dai troppi Inferni di Siti? L’inferno elevato a Paradiso del Valore Letterario condivide con il suo opposto speculare l’ambizione ad esaurire il campo dei possibili. Inoltre, la corrispondenza tra Vera Letteratura e Questioni Trascendentali viene elargita a piene mani come un Dogma (indimostrabile e, per questo, autentico). Il pamphlet di Siti è una passerella di Entità Maiuscole,[5] una sorta di cosmogonia da camera in cui il Bene e il Male combattono per accaparrarsi l’anima di una letteratura in agonia. Chiunque vinca, avrà comunque perso la sfida di riportare i testi (minuscoli e il più possibile plurali) sul terreno della società e dei programmi scolastici (l’unico luogo in cui, forse, si possa ancora spendere qualche spicciolo del mandato sociale per sperare che non sia proprio la sparizione dei lettori a staccare la spina al letterario).

Nelle conclusioni di Siti, si coglie (finalmente) la paura ancestrale che muove l’intero saggio: il rischio che gli scrittori neo-impegnati possano «allontanare la letteratura dall’elitarismo» (p. 263). A Siti non va giù, in buona sostanza, che un libro come Gomorra si sia guadagnato contemporaneamente un posto nelle classifiche dei best-seller e nel dibattito universitario. La pletora dei Carneadi, in fondo, è funzionale soltanto all’agone irrisolto con Saviano. Se la posterità (e la sua incarnazione vivente, ossia l’Accademia) hanno il dovere di valutare la forma e non i contenuti, cosa ci fa un parvenu della letteratura nei programmi di critica letteraria? Siti ancora non si spiega (o meglio, ha paura di spiegarsi) il fenomeno-Gomorra e ha bisogno di un intero pamphlet per esorcizzarne lo spettro – e per rassicurare i propri fedeli lettori che la letteratura dello Stile, un giorno, riuscirà a trionfare. Siti si assicura un posto nell’Inferno paradisiaco della posterità e della Vera Letteratura, ma forse i suoi intelligenti peccati letterari sarebbero stati un passaporto sufficiente di per sé per essere accolto nell’oltretomba dei classici.

Un’ultima considerazione: nel finale, Siti asserisce che il neo-impegno è soltanto (pasolinianamente) il «sintomo di una mutazione genetica» nel nostro rapporto con le parole, dal momento che «non c’è più il silenzio necessario per essere parlati» (p. 261) (dal Logos? dalla Musa?). Mi è sembrato di ascoltare un podcast della conferenza per il Nobel di Montale, in particolare per quanto riguarda l’idea di una presunta inconciliabilità tra la poesia (la più discreta delle arti, frutto di solitudine e accumulazione) e la ‘cattiva infinità’ di un mondo sempre più rumoroso e affollato da messaggi effimeri. Sarebbe forse istruttivo stabilire una corrispondenza biunivoca tra le conclusioni di Siti e alcuni assunti di Montale (proponendo, ad esempio, una Sarabanda letteraria per indovinare a quale dei due scrittori sia corretto attribuire frasi come «le arti stanno democratizzandosi nel senso peggiore della parola» o «sta finendo la critica come la intendo io, fatta di competenza tecnica e dunque elitaria»). L’unica (sostanziale) differenza risiede nel fatto che per Montale le poesie rimangono un prodotto «assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo», mentre per Siti, al contrario, l’inutilità civile della poesia è accompagnata da una contro- o anti-utilità che si identifica proprio nella tossicità della scrittura («come se si scrivesse per esser chiamati scrittori e non per la passione di esporsi a un trauma», p. 261). Forse Siti è intrappolato nella stesura di un personalissimo Diario del ‘21 e del ’22, e ci auguriamo che, anche nel suo caso, «la gioia del farnetico» sia «affare d’altri», e meno nobili, avversari.

(Chiara Portesine)


Note

[1] Il libro si conclude significativamente con un guanto di sfida: «Non mi sento né in grado né in vena di lanciare grida d’allarme: ma discuterne un poco, magari sì» (p. 264).

[2] Sottotesto: bamboccioni sfaccendati per definizione (come gli impiegati pubblici) oppure scalatori dell’accademia impegnati a macinare curriculum per il MIUR piuttosto che dispensare pamphlet interventisti «rannicchiati e inerti» nel proprio cantuccio come si auto-descrive lo stesso Siti (p. 264)?

[3] Per quanto Siti ritenga che Snapchat stia diventando l’«app preferita» dai consumatori di «messaggi brevissimi» (p. 48), se facessi un rapido sondaggio tra gli studenti universitari e liceali con cui ho a che fare ben pochi (quantomeno in Italia) avrebbero questa app scaricata sullo smartphone.

[4] «Quando anni fa imparai | a guidare la macchina, il mio istruttore mi imponeva | di fumare un sigaro; e se | nel groviglio del traffico o in curve strette | si spegneva, lui mi spingeva via dalla guida. Durante | la corsa raccontava anche barzellette e se io, troppo intento alla guida, non ridevo, mi strappava | il volante di mano. Mi sento insicuro, diceva. | Io, passeggero, mi spavento se vedo | che il guidatore dell’auto è troppo intento | alla guida. | Da allora quando lavoro | mi guardo bene dallo sprofondarmi troppo in quello che faccio. | Mi impongo più d’una volta di guardarmi in giro, | talora interrompo il lavoro per conversare con qualcuno. | Mi sono disabituato ad andare così forte | da non poter fumare. Penso | al passeggero» (Bertold Brecht, Il passeggero, in Poesie, Einaudi, Torino 2014, p. 125).

[5] Faccio soltanto alcuni rapidi esempi: «Data l’immensità del tema (il Bene e il Male in letteratura), fin dall’inizio mi è stato chiaro che non avrei potuto affrontarlo in maniera organica e sistematica» (p. 29); «la tecnologia ci potrà forse dare il Tutto, ma l’Infinito mai» (p. 45); «le tecniche di propaganda di Goebbels, da un punto di vista astrattamente formale, sono ambidestre e valgono sia per il Bene che per il Male» (p. 97); «tutto questo [la verità letteraria] si ottiene con la Forma, ovverosia con la Bellezza […]. Il Bello non ha a che fare col Vero, e nemmeno col Bene» (p. 150), e così via. Si vedano anche i riferimenti formalmente minuscoli ma contenutisticamente maiuscoli e trascendentali che costellano l’argomentazione, ad esempio (i corsivi sono miei): «C’è un lettore ideale (o eterno) che è capace di giudicare e stabilire gerarchie nel tempo» (p. 18); «l’arte è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato» (p. 28); «quel che si perde soprattutto […] è appunto l’individuazione di una spina dorsale: che nasca, attenzione, dall’interno dei testi» (p. 50) ecc. Del resto, è lo stesso Siti, nel deplorarne l’inattualità, a rivelare gli ‘ingredienti’ necessari a fabbricare un classico: «L’intero, la struttura, la durata, la coerenza interna (cioè i valori che quelli della mia generazione attribuivano ai classici) sembrano ormai vecchiumi da mettere in soffitta» (p. 49). L’abuso delle maiuscole, che riveste una precisa funzione all’interno dei romanzi, nello stile argomentativo di un pamphlet rischia di trasformarsi in una pericolosa assolutizzazione.

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