Ultime 48 ore per sostenere la pubblicazione di After Lorca

Sabato 30 giugno prossimo scade il crowdfunding per produrre After Lorca, traduzione del capolavoro di Jack Spicer, nuova uscita della collana Argo.

Grazie ai 1.178 euro donati finora siamo riusciti a stampare le prime copie e finanziare le prime presentazioni. Se ci aiuterete a raggiungere i 1.800 euro riusciremo a stampare altre copie, diffondere come merita questa straordinaria opera e remunerare chi ha lavorato al progetto.

Per saperne di più sul libro e sul modo in cui impiegheremo i fondi, cliccare qui.




After Lorca di Jack Spicer | prima traduzione italiana

 

After Lorca (1957) di Jack Spicer
Edizioni Gwynplaine, collana Argo, 2018

Con una introduzione di Federico Garcia Lorca
Traduzione e Nota di Andrea Franzoni
Post-fazione di Peter Gizzi
A cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini – Rivista ARGO

PRENOTA LA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA DI “AFTER LORCA” SU PRODUZIONI DAL BASSO! 

 

Chi è Jack Spicer

Jack Spicer (Los Angeles, 1925 – San Francisco, 1965) è la figura più geniale e dibattuta del Modernismo americano. Omosessuale e libertario, Spicer fondò assieme a Robert Duncan e Robin Blaser il movimento della San Francisco Renaissance e la leggendaria “6 Gallery”, il bar-galleria che lanciò il movimento artistico beat della costa occidentale, dove Ginsberg, per la prima volta, recitò il suo Howl, grido di protesta che segnò un’epoca civile e letteraria.

 

Perché tradurre After Lorca?

L’interesse per i versi di Spicer e per i suoi studi di linguistica è andato crescendo in  tutto l’universo letterario, non solo americano, dopo la vittoria nel 2009 del prestigioso American Book Award per il suo My Vocabulary did this to me: Collected poetry of Jack Spicer, pubblicato postumo a cura di Peter Gizzi.

La casa editrice Gwynplaine, la rivista Argo, nella figura del curatore Fabio Orecchini, e l’impresa creativa non-profit Nie Wiem hanno il piacere di presentare in anteprima nazionale la traduzione della prima importante pubblicazione del poeta americano, tuttora inedita in Italia.

La traduzione italiana del poeta Andrea Franzoni, la prima integrale dal 1957 a oggi, si aggiunge alle moltissime nelle altre lingue europee.

After Lorca

After Lorca (1957) è un testo dialogico e intersoggettivo per eccellenza, quindi iper-contemporaneo, in cui Spicer sceglie come interlocutore privilegiato un poeta simbolo di libertà quale Federico Garcia Lorca.

Spicer elargisce una vera e propria lezione-dichiarazione di poetica in un susseguirsi raffinato di poesia e prosa, alternando scientemente traduzioni e riscritture di testi lorchiani a poesie proprie, mascherandole da false traduzioni, e lettere programmatiche di rara bellezza, rivolte allo stesso poeta spagnolo.

A Lorca, seppur martirizzato circa venti anni prima, nel 1936, dai miliziani franchisti, Spicer affida l’introduzione al suo libro e oltrepassa così il limite dell’io, esponendosi costantemente all’equivoco del linguaggio.

La poetica di Jack Spicer: una ricetrasmittente per marziani

Schierandosi apertamente per una poetica intesa come pratica, egli delinea la sua originale idea di poesia come un dialogo continuo con la tradizione, rappresentata in Spicer dai classici greci e latini fino a Whitman, Eliot e tutta la “queer genealogy” (Rimbaud e Lorca su tutti), insieme alle voci, sempre più assordanti e invasive, della nascente era della comunicazione e della distrazione di massa.

Nelle sue leggendarie Vancouver Lectures, Spicer si riferisce all’attività del poeta paragonandola a quella di una ricetrasmittente, una radio in grado di recepire i messaggi provenienti dall’etere, dallo spazio immenso popolato di marziani.

Scrive nella post-fazione Peter Gizzi, poeta e critico, studioso dell’opera di Spicer : «J.S. si diverte con combinazioni provocatorie e incongrue. Le sue affermazioni sono mercuriali, e i suoi versi si rifiutano di lasciarsi etichettare in un unico registro. Le sue poesie interrompono ripetutamente i loro stessi procedimenti, intasando le frequenze del significato che creano. Si avvalgono della sua costante attrazione per giochi e sistemi: bridge, baseball, scacchi, flipper, computer, magia, religione, politica, gli alieni».

Fra ironia caustica e approccio punk, Spicer consegna a una narrazione mitica, satiro-lirica, orfica per l’abisso morale della vita sociale d’un poeta, il suo perpetuo interrogarsi sul senso ultimo della parola poetica e sulla sua efficacia nella modernità.

«Le parole sono ciò che si afferra al reale. Le usiamo per spingere il reale, per tirare il reale nella poesia. Sono ciò con cui ci teniamo, nient’altro. Di per sé, sono preziose quanto una corda a cui non abbiamo niente da legare.
Lo ripeto ― la poesia perfetta ha un vocabolario infinitamente piccolo»

Estratti da After Lorca, traduzione di Andrea Franzoni

[Per leggere il testo originale clicca qui.]

«Caro Lorca,

queste lettere saranno provvisorie tanto quanto la nostra poesia sarà duratura. Esse stabiliranno la massa, lo sperpero che i miei stomacati contemporanei domandano, per aiutarli a deglutire e digerire la parola pura. Esauriremo la nostra retorica qui, di modo che non appaia nelle nostre poesie. Lasciamola consumare, di paragrafo in paragrafo, giorno dopo giorno, fino a quando non ne rimanga nulla nella nostra poesia, fino a quando nulla della nostra poesia rimanga in essa. È proprio perché non sono necessarie, che queste lettere devono essere scritte.
Nella mia ultima parlavo della tradizione. Gli idioti che leggono queste lettere penseranno che per tradizione intendiamo ciò che essa sembra aver significato di recente ― un’accozzaglia storica (che siano citazioni elisabettiane, guide della città natale del poeta, o oscuri frammenti di magia pubblicati da Pantheon) usata per coprire la nudità della semplice parola. Tradizione significa molto più di questo. Significa generazioni di poeti differenti in paesi differenti, che raccontano pazientemente la stessa storia, che scrivono la stessa poesia, guadagnando o perdendo qualcosa ad ogni trasformazione ― ma, ovviamente, non perdendo mai nulla veramente. Tutto ciò non ha niente a che vedere con la calma, il classicismo, il temperamento o qualcos’altro. Semplicemente, l’invenzione è nemica della poesia.
Guardate quanto è debole la prosa. Invento una parola come invenzione. Questi paragrafi potrebbero essere tradotti, trasformati da una catena di cinquanta poeti in cinquanta lingue, e ancora rimarrebbero provvisori, infedeli, incapaci di produrre la sostanza di una singola immagine. La prosa inventa ― la poesia rivela.
Un matto nella stanza accanto sta parlando a se stesso. Parla in prosa. Fra poco andrò in un bar e lì un poeta o due mi parleranno e io parlerò a loro e insieme proveremo a distruggerci o ad attirarci o perfino ad ascoltarci l’un l’altro e non succederà niente, perché staremo parlando in prosa. Rientrerò a casa, ubriaco e insoddisfatto, e dormirò ― e i miei sogni saranno prosa. Persino il subconscio non è abbastanza paziente per la poesia.
Voi siete morto e i morti sono molto pazienti.

Con affetto,
Jack»

*

Ballata Dei Sette Passaggi

Una Traduzione per Ebbe Borregaard

Rimbaud si scrive con sette lettere dell’alfabeto
Il tuo cuore non si spezzerà mai per ciò che stai ascoltando
Rimbaud era più vecchio di te quando era morto
Il tuo cuore non si spezzerà mai per ciò che stai ascoltando.
Ti dico, caro, la bellezza non era mai così vecchia come lo era lui
E il tuo cuore non si spezzerà mai per ciò che stai ascoltando.
Chiudi la bocca.
Rimbaud si scrive con sette passaggi
A E I O U Y
E quella vocale di pietra chiamata morte.
Oh,
Maledetto Rimbaud,
La bellezza si scrive con tutte le vocali di sette passaggi.
Chiudi quella maledetta bocca.
Quando Rimbaud morì divenne più vecchio del tuo alfabeto
E il tuo cuore non si spezzerà mai per ciò che stai ascoltando.

*

La Ballata del Pianto

Una Traduzione per Bob Connor

Ho chiuso la mia finestra
Perché non voglio sentire il pianto
Ma dietro le mura grigie
Si sente soltanto pianto.

Alcuni cani potrebbero abbaiare.
Alcuni angeli potrebbero cantare.
Potrebbe esserci spazio per mille violini sul palmo della mia
mano.

Ma il pianto è un cane grande.
Il pianto è un angelo grande.
Il pianto è un violino grande.
Le lacrime mettono una museruola all’aria
E si sente soltanto pianto.

*

Acquapark

Una Traduzione per Jack Spicer

Una barca verde
Pescando nell’acqua blu

I gabbiani cerchiano il molo
Chiamando la loro fame

S’alza un vento a ponente
Passando come desiderio

Due ragazzi giocano in spiaggia
Ridendo

Le loro gambe smunte gettano ombre
Sulla sabbia bagnata.

Allora,
Sdraiato nella barca

Un bel pesce nero.

***

Caro Lorca,

vorrei poter fare poesie di oggetti reali. Che il limone fosse un limone che il lettore possa aprire o spremere o assaggiare ― un limone reale, come un giornale in un collage è un giornale reale. Vorrei che la luna nelle mie poesie fosse una luna reale, che all’improvviso possa essere coperta da una nuvola che non ha niente a che fare con la poesia ― una luna completamente indipendente dalle immagini. L’immaginazione dipinge il reale. Mi piacerebbe indicare il reale, rivelarlo, per fare una poesia che non abbia suoni al suo interno se non l’indicare di un dito.
Abbiamo entrambi provato ad essere indipendenti dalle immagini (tu sin dall’inizio e io solo quando sono diventato abbastanza vecchio da stancarmi di provare a far sì che le cose si connettano), a rendere le cose visibili piuttosto che a farne delle immagini (phantasia non imaginari). Com’è facile, in una rimuginazione erotica o nella più vera immaginazione onirica, inventare un bel ragazzo. Com’è difficile prendere un ragazzo in un costume da bagno blu, visto non meno casualmente di un albero, e renderlo visibile in una poesia tanto quanto un albero è visibile, non come un’immagine o un dipinto ma come qualcosa di vivo ― catturato per sempre nella struttura delle parole. Lune vive, limoni vivi, ragazzi vivi in costume da bagno. La poesia è un collage di reale.
Ma le cose decadono, ribatte la ragione. Le cose reali diventano spazzatura. Il pezzo di limone laccato sulla tela comincia a sviluppare muffa, il giornale racconta di fatti incredibilmente antichi in uno slang dimenticato, il ragazzo diventa un nonno. Sì. Ma la spazzatura del reale continua a penetrare il mondo attuale, rendendo i suoi oggetti, a sua volta, visibili ― il limone chiama il limone, il giornale il giornale, il ragazzo il ragazzo. Ciò che decade riporta il proprio equivalente all’essere.
Le cose non si connettono; corrispondono. È questo che rende possibile ad un poeta di trasportare oggetti reali, di portarli attraverso il linguaggio con la stessa facilità con cui li può portare attraverso il tempo. Quell’albero che avete visto in Spagna è un albero che non avrei mai potuto vedere in California, questo limone ha un odore diverso e un diverso sapore, MA la risposta è questa ― ogni posto e ogni tempo ha un oggetto reale per corrispondere al vostro oggetto reale ― quel limone può diventare questo limone, o può persino diventare questo pezzo d’alga, o questo particolare tono di grigio in questo oceano. Uno non deve immaginare quel limone; deve scoprirlo.
Perfino queste lettere. Esse corrispondono a qualcosa (non so cosa) che avete scritto (forse così poco chiaramente quanto quel limone corrisponde a questo pezzo d’alga) e, a sua volta, qualche futuro poeta scriverà qualcosa che corrisponde ad esse. Questo è il modo in cui noi morti ci scriviamo l’un l’altro.

Con affetto,
Jack»

Jack Spicer nasce a Los Angeles nel 1925. Si trasferisce a nord, Berkeley, dove studia e in seguito insegna all’University of California. Qui stringe amicizia con Robin Blaser e Robert Duncan, oltre ai numerosi poeti, artisti e studenti che fecero parte del movimento chiamato San Francisco Renaissance. Frequenta e collabora con musicisti jazz della west coast, tra cui il quartetto di Dave Brubeck, con cui inciderà alcune letture. Nel 1955 apre insieme ad altri artisti la “6 Gallery”, luogo che diventerà centrale per la Beat Generation. Rapporti conflittuali dovuti all’alcolismo con amici come Allen Ginsberg, Frank O’Hara, e lo stesso Robert Ducan. Muore nel 1965, pronunciando la frase che ora fa da titolo all’edizione integrale dei suoi scritti: “il mio vocabolario mi ha fatto questo”. Durante la sua breve ma prolifica vita, ha pubblicato diversi libri di poesia attraverso piccole case editrici regionali, tra cui After Lorca (1957), Billy The Kid (1958), Lament for the Makers (1961) e The Holy Graal (1962). A partire d’After Lorca, Spicer sviluppa l’idea che la sua poesia si crei sotto dettatura. Dopo Garcia Lorca, altri fantasmi accompagneranno la sua produzione, tra cui Rimbaud e Billy the Kid. Nel 2009 il libro contenente le sue opere complete, pubblicato postumo a cura di Peter Gizzi, ” My Vocabulary did this to me: Collected poetry of Jack Spicer” riceve il prestigioso American Book Award.




Argo Confini

Argo in collaborazione con l’editore Istos invita a una nuova avventura.

Salite a bordo per un viaggio ai Confini del mondo conosciuto, ai quattro angoli del mondo e per i sette mari, guidati nel viaggio da oltre 30 poeti, inserti fotografici e voci in QR code.

Confini è un libro a più voci, alcune delle quali migranti: Violeta Medina (Cile), Azam Bahrami (Iran), El Rass (Libano), Mohammed Amraoui (Marocco), Mario Bojorquez (Messico), Nataša Sardžoska (Macedonia), Christopher Whyte (Scozia), Lukman Derky (Siria), Selahattin Yolgiden (Turchia). Una ricognizione unica nel suo genere, capace di farti vivere in prima persona i luoghi in cui questi autori operano.

Per acquistare Argo Confini cliccare qui.

La copertina di Argo, Confini

Confini è la prima uscita della collana Poesia del nostro tempo di Argo (Bologna), creata da Istos Edizioni (Pisa), in co-edizione con l’impresa creativa non-profit Nie Wiem (Ancona). Poesia del nostro tempo è uno spazio di riflessione per favorire l’incontro tra scritture, popoli, orizzonti di pensiero e di vita.

Confini è un viaggio nella poesia dell’Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente, fino a Messico, Argentina e Cile: paesi che vivono forme diverse di crisi e di conflitto, dove i poeti raccontano la vita. Lotte, migrazioni, distopie della globalizzazione, libertà che mancano, muri e confini che si vogliono superare fisicamente ma anche mentalmente, in primo luogo attraverso l’arte della parola.

Confini invita a esplorare il mondo, attraverso il prisma della poesia non solo straniera ma anche italiana, in lingua e in dialetto, con versi editi e inediti, saggi, interviste e recensioni sulle opere di Luca Ariano, Domenico Brancale, Alessandro Brusa, Billy Collins, Azzurra D’Agostino, Evelina De Signoribus e Elena Frontaloni, Daniele Gaggianesi, John Giorno, Barbara Grubissa, Petr Hruška, Mark Kravos, Andrea Mazzanti, Jaume Munar, Renato Pennisi, Anselmo Roveda, Tiziano Scarpa, Fabrizio Sinisi, Patrizia Vicinelli, Gian Mario Villalta .

Andrea Luporini, 2015, "Mondi #0" Isola di Skye/Edimburgo.

Andrea Luporini, 2015, “Mondi #0” Isola di Skye/Edimburgo.


Anticipazioni

Azam Bahrami

معاهده ي اتوبوسها و مترو ها و قطارها را تكذيب كن
بالهاي فولادي و ريلهايي
كه تو را ذره ذره از تو دور ميكنند
بازيافت ميشوند و
در گوشه اي از سرزمين من
تانك ميشوند، كلاشينكوف و دكلهاي بلند .
هي
من هي از تو گفتم
از فراموشي اضطراب ، در اقيانوس هند
و جايي ميان زمين ِمن و  تو ،
كه
ريل و جاده اي به ان نميرسد
شيشه هارا باز كن
فرياد بكش خيابان ولي عصر را
مناسبات پر ترافيك هفته را .
ما
بااخرين قوطي حلبي
گريستن را افطار ميكنيم
و تاريخ مشروطه را سينه ميزنيم.
من ملغمه اي از خون و فولادم
چيزي شبيه سنج روي سنج
چيزي ميان زخمه روي دمام
شبيه عناب ، شبيه انار،
دوچرخه ي بي بازگشت پدر بزرگ،
تو ام من ،
اي بلوار بلند ابديده .

Traduzione di Silvia De Rosa

rifiuta
gli accordi di autobus e treni
rifiuta
le ali di acciaio e i binari
che
ti portano lontano da te
piano piano,
che riciclano
in un angolo del mio paese
per carri armati
kalashnikov e
alti tralicci.
ehi signora!
io ho parlato di te sempre,
di abbandonare le ansie nel Pacifico,
in un luogo tra la mia e la tua terra
dove non arriva nessun binario e nessuna strada.
Apri il finestrino,
urla lungo Vali Asr
e anima il solito intenso traffico.
Abbiamo battuto sull’ultimo barattolo di latta,
ascolta,
arriva solo la voce di una vuota grancassa di libertà.
Sono lega di acciaio e di sangue,
simile al suono del piatto su un piatto,
come una giuggiola,
come un melograno,
come la bici di mio nonno che non ritorna mai.
come te…
ehi!
strada sofferta,
come te Vali Asr.

Gian Mario Villalta

da Telepatia

Non la sopporto a volte, tutta questa fiducia.
Non ricordo di essere stato
mai così sprovveduto
nell’affidarmi a qualcuno
o crederci così tanto.
Così tanto che io provo vergogna
per il tuo spudorato amore.
 
Io sono uno che sposta la testa
se gli fai una carezza. Ho mille ragioni
per spiegarlo, ma nessuna che valga un millesimo
della tua delusione, perciò chiedo subito scusa
e offro il collo.
 
Resto quello che sono, nonostante la commozione
e lo spavento. Eppure (me ne vergogno,
a volte, sì, anche di questo) non sono preoccupato,
non penso al tuo futuro.
Sto con te, più che posso, sto bene,
se pure resto quello di sempre: mi fai più fondo il tempo,
più presente il presente.
 

Francesco Terzago, "Confini", 2016/2017.

Francesco Terzago, “Confini”, 2016/2017.


Crowdfunding

Confini è stato prodotto grazie a una campagna di crowdfunding su Produzioni dal basso.


Come abbiamo usato i fondi


Andrea Luporini, 2015, "Mondi #1" Isola di Skye/Edimburgo.

Andrea Luporini, 2015, “Mondi #0” Isola di Skye/Edimburgo.




Argo al Festival internazionale di poesia di Genova

Giovedì 15 giugno 2017

Festival Internazionale della Poesia

Palazzo Ducale (Paxo), Genova

ore 19 – Sala Spazio Aperto

ARGO – ANNUARIO DI POESIA

Presentazione con reading del gruppo di poesia dei Mitilanti (Andrea Bonomi, Andrea Fabiani, Filippo Lubrano, Alfonso Pierro e Francesco Terzago).

Interventi musicali di Massimo Zamboni

ore 21 – Cortile maggiore

ITALIA A PEZZI – POESIA CONTEMPORANEA ITALIANA IN DIALETTO

Reading con Biagio Guerrera (Sicilia), Nadia Cavalera (Puglia), Francesco Di Stefano (Lazio), Anselmo Roveda (Genova), Alessandro Guasoni (Genova)

Ospite: Aurelia Lassaque (Occitano- Francia)

A cura di Christian Sinicco

Introduce Lorenzo Coveri

ore 21 – Cortile maggiore

Concerto di Massimo Zamboni




La formula magica | Mauro Meggiolaro – racconto

Chi l’avrebbe detto che sarebbe andata a finire così? pensava forse tra sé e sé, per quanto potesse veramente pensare in quello stato. Meda e Viganò, Paroliti e Rinaldini e quasi tutti gli altri in qualche modo si erano riciclati. C’è chi con la liquidazione aveva aperto un centro fitness, chi si era messo a fare l’insegnante a contratto in qualche università privata per somari ricchi. In tanti avevano anticipato di un paio di anni la pensione e si erano ritirati su una delle cinquantamila colline dell’Appennino o in riva al lago o al mare. Ma lui aveva 36 anni e non sapeva da che parte ricominciare. Nel dubbio spendeva tutto in tramezzini e caffè corretti, cordiali e aperitivi, prosecchini e digestivi, genzianelle e rosoli, amari, acquaviti e camparini e in questo, il Bar Lenotti era un porto sicuro, nascosto alla vista del mondo giudicante, piantato ormai “dal 1890” all’angolo tra via del Martirio e vicolo Santa Valeria, nel centro pulsante della metropoli della finanza, dove l’Italia era
Italietta, la Borsa era una borsetta e i bancari, banchieri, analisti,
correntisti, trader, broker, consulenti, revisori, sindaci, notai,
avvocati e commercialisti si conoscevano tutti, uno per uno e di tutti sapevano vita, morte, miracoli ma soprattutto piccolezze, sconcezze, rigurgiti, corna e cambiali e tutto il peggio che la natura umana nella sua debolezza intrinseca sa dare al mondo. Un tempo ai tavoli del Lenotti sedevano poeti del calibro di Borlotti e Bavaglini, premi Nobel per la Fisica, artisti ed equilibristi, giornalisti come il pluripremiato Mondelli, il temuto Del Brusco “dalla penna tagliente” e si dice che ci fossero passati anche Ernest Hemingway ed Allen Ginsberg e ci avesse dormito – non si sa dove di preciso né quando – nientemeno che Giuseppe Garibaldi. Ma erano altri tempi. Nel 2005 l’allora settantottenne Evaristo Lenotti, ultimo rappresentante della terza generazione di una stirpe di osti e locandieri, aveva alzato le braccia e venduto licenza e avviamento ai cinesi per “250.000 euro in contanti”, si mormorava nell’ambiente. In pochi mesi la sala biliardo fu evacuata e diventò una specie di magazzino conto terzi dove iniziò a passare di tutto e la storica “saletta dei poeti” fu subito riempita di macchinette di videopoker a cui, giorno dopo giorno, si aggrapparono file di disperati di tutte le razze, i sessi, le età e i colori.

In quel covo di diseredati Frigerio si trovava perlomeno a suo agio. Nessuno gli chiedeva chi fosse o cosa fosse stato né cosa se ne facesse ora del suo prestigioso CFA, quel titolo da analista finanziario che gli era costato almeno 50 fine-settimana a casa a studiare e la bellezza di due fidanzate che, nel frattempo, l’avevano mandato a quel paese. «Costi più che ripagati», rispondeva ai bei tempi a chi glielo chiedesse. «Un aumento secco del 25% della retribuzione lorda da su-bi-to!», diceva alzando il tono della voce e scandendo le sillabe davanti ai vecchi amici dell’oratorio quando si ritrovavano per le “cene del campetto”. Ora non rispondeva neanche più agli inviti. Chi glielo spiegava a quelli che era finita, che ora era lui il principe degli sfigati? Da quando la Nadir Società per Azioni di Gestione del Risparmio era stata comprata dagli americani il mondo gli era crollato addosso. E pensare che l’acquirente, Two Beta Investments Llc., fino a due anni prima non la conosceva nessuno, se non un gruppetto di nerd scacciafighe con le lenti spesse e il pizzetto a capretta che potrebbero scassarti la minchia per ore parlando di codici di programmazione. Appena perfezionato il contratto di acquisizione, Frigerio, Meda, Viganò e tutti gli altri analisti e analiste del terzo piano della palazzina Adriatica, piccolo monumento al neorazionalismo degli anni ’50, erano stati invitati a mettere i loro effetti personali in un piccolo scatolone, gentilmente offerto dai nuovi proprietari, e a togliere il disturbo. Erano rimasti solo i due commerciali, amiconi dalle narici d’oro e i denti affilati. Del resto qualcuno i fondi e le gestioni patrimoniali doveva pure continuare a venderli. Ma gli ordini di acquisto e vendita dei titoli, l’analisi dei dati di bilancio, il price to book value, l’impairment, la p/e ratio, la divinazione delle curve flattening e steepening, dei cigni neri e delle tempeste perfette, delle posizioni long e short in tutte le loro possibili combinazioni erano funzioni che poteva agevolmente svolgere una singola macchina, istruita a dovere. Un supercomputer, capace non solo di interpretare i dati, confrontandoli con una serie sterminata di casi simili ma anche di anticipare gli eventi con un margine di errore trascurabile. «L’idea al centro di tutto è che si possa rappresentare la realtà usando una funzione matematica che l’algoritmo ancora non conosce ma può intuire dopo aver processato un certo numero di dati» scriveva la Two Beta sul  proprio sito internet, che Frigerio non smetteva di perlustrare in lungo e in largo in cerca di risposte. Machine learning: macchine che imparano a fare cose che prima facevano gli umani e grazie alla capacità di digerire miliardi di dati alla fine le riescono a fare anche meglio. Gregor Szymborski e Robert Stielike, i due fondatori e direttori esecutivi della Two Beta erano diventati miliardari così, grazie a una funzione matematica prodigiosa, ormai conosciuta nel mondo finanziario internazionale come “la formula magica”: una serie di sgorbietti neri su un foglio di calcolo che i due, ora trentenni, avevano iniziato a mettere insieme quando ancora non gli cresceva barba a sufficienza per coprire le gote devastate dall’acne. Negli ultimi anni avevano rilevato decine di società di gestione in tutto il mondo a prezzi stracciati, mandato a casa centinaia di analisti e broker e sgomberato uffici su uffici che erano stati prontamente affittati o venduti ad altre ditte. I computer liberati erano stati regalati alle scuole con un atto di magnanimità debitamente pubblicizzato all’interno del bilancio di sostenibilità della Beta con la formula finance for education.

Alla fine serviva una sola macchina che usava un’estensione di memoria virtuale pressoché inesauribile nella grande nuvola informatica che avvolge l’universo. Luca Frigerio detestava la Two Beta e odiava Szymborski e Stielike di un odio mortale. Si sentiva solo, abbandonato da tutti. Aveva anche cercato di mettere in mezzo gli odiati sindacati. Ma che ne sapevano loro di intelligenza artificiale? Ormai erano buoni solo a ingrassare le pensioni di chi ce l’aveva già fatta.  O a nascondersi, come Frigerio, dal pensiero e dalla vita, in un posto ancora al riparo dal mondo, dai broker e dalle holding, dai supercomputer e dalla formula magica, ma certo non dai cinesi che lo avevano rilevato: il glorioso Bar Lenotti.

 

Fotografie scelte digitando ‘Merkel Robot’ su Google immagini.