Il ponte delle spie, di Steven Spielberg | Claudio Latini

Quando si va a vedere un film diretto da Spielberg, con lo zampino dei fratelli Coen nella sceneggiatura e con Tom Hanks come protagonista, l’aspettativa è davvero alta. E Il ponte delle spie non la tradisce: è un racconto per immagini che resta piacevolmente impresso nella memoria.

Siamo in America, nel 1957. La guerra fredda tra U.S.A. ed U.R.S.S. incombe; ogni fazione ha i suoi uomini in territorio nemico. Entrambi gli schieramenti sono coinvolti in una complessa partita a scacchi. Si ha paura del rivale a tal punto, da ricercare nel sangue avversario la conferma della propria superiorità. Accecati dal conflitto, la Giustizia si relativizza e solo gli uomini più determinati hanno la forza di perseguire gli ideali più nobili, che per gli statunitensi sono quelli scritti nel «libro delle regole», nella Costituzione.

L’avvocato di Brooklyn John B. Donovan, interpretato da Tom Hanks, è uno di questi uomini: accorgendosi che la spia russa che si trova a difendere in tribunale (un perfetto Mark Rylance) è un essere umano, prima che un prigioniero da punire esemplarmente, riesce ad avere il coraggio di lottare contro i suoi colleghi, i suoi concittadini e la sua stessa famiglia, pur di rimanere fedele alla propria umanità nei confronti del nemico. La sua ostinata resistenza lo premia e diventa il punto di riferimento del governo statunitense per uno scambio di spie, peraltro da lui preconizzato: l’anziano agente segreto russo per una giovane spia a stelle e strisce.

Lo svolgimento del film è insaporito da un velo di funzionale ironia (che ha l’inconfondibile profumo dei Coen Brothers, sebbene trattenuto), riuscendo a delineare al meglio sia i personaggi con le loro sfaccettature, sia l’ambientazione della vicenda, una cupissima e rigida Berlino in fase di scissione, che, al momento delle trattative per lo scambio di prigionieri, nel 1961, si vede sfregiata dalla costruzione del famoso, maledetto muro e, la zona est, imbrigliata nella militarizzazione.

Non è questo un film dedicato strettamente allo spionaggio, ma al ritratto di un uomo giusto, tipicamente spielberghiano. Prendendo coscienza del cinismo, messo in pratica dagli uomini nell’esercizio del proprio potere (in entrambe le fazioni), Donovan ne può minimizzare l’efficacia utilizzando l’unica arma che talvolta si ha a disposizione nelle circostanze più buie, ovvero l’intelligenza. Grazie ad essa si possono ottenere anche i risultati più insperati.

Uscendo dalla sala ho pensato alla domanda che qualche volta mi faccio da solo, marzullianamente: “perché andiamo al cinema?” Mi sono risposto: anche per vedere film come questo, che ci pongono, con una sapiente regia, domande sul senso delle nostre vite, sulle scelte etiche e su quali azioni compiere per attuarle. Parafrasando il mantra della spia russa Rudolf Abel: tutte le preoccupazioni e le ingiustizie che ci capitano nella vita potrebbero portarci alla disperazione, ma, anche se ci disperassimo, «servirebbe a qualcosa»?

Oltre a confortarmi il livello dell’opera, soprattutto nel periodo natalizio, ho potuto apprezzare, infine, il lavoro del giovane sceneggiatore Matt Charman, che ha scritto il film insieme ai fratelli Coen.

Claudio Latini




Irrational Man (film) di Woody Allen | Enrico Carli

Regia: Woody Allen
Genere: delitto e castigo alla Woody
Durata: 96
Con: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Meredith Hagner, Jamie Blackley, Parker Posey
Paese: USA
Anno: 2015

Gli affezionati di Woody Allen ormai lo sanno: dopo qualche commedia il regista ci regala un thriller sui generis, di quelli dove la dicotomia buoni e cattivi, giusto e sbagliato è parte integrante dell’esperienza cinematografica, e lo spettatore è coinvolto a porsi delle domande nel tentativo di rimanere aggrappato alle proprie certezze (lui che era così certo di avere una bussola morale tutta per sé). Non per niente Abe Lucas è un professore di filosofia abituato ai quesiti esistenziali. È appena arrivato all’università di Newport, nel Rhode Island – un luogo che è un paradiso di verde, spiaggia e confortevoli dimore – e la sua fama di intellettuale impegnato e stravagante (la pancia da alcolista di Joaquin Phoenix è così prominente da prendersi tutta la scena anche in presenza di Emma Stone) gli accattiva le simpatie di una tra le sue studentesse più brillanti, Jill Pollard, e della collega Rita Richards, insegnante di chimica. Ma lui è un disperato, e le relazioni sembrano interessarlo poco come tutto il resto.

Senza svelare altro della trama, possiamo dire che la storia disattende abilmente le aspettative del triangolo amoroso. Ogni personaggio del film sa già più o meno come andranno le cose (tranne forse in un solo caso, e per motivi interni al meccanismo giallo), e questo non perché Woody Allen faccia interagire delle menti iperconsapevoli, ma perché costoro verbalizzano i timori fondati sulla comprensione degli atteggiamenti altrui e conoscono il canovaccio (prima ancora che Abe Lucas giunga nell’ateneo, il ragazzo di Jill le dice che sa già come andrà a finire: che lei s’innamorerà del professore – Jill naturalmente lo solleva dal dubbio dicendogli che è impossibile, perché ama lui), e quindi in un certo senso ognuno deve nascondere all’altro ciò che è evidente che farà. Non c’è scampo, le cose stanno così in questo universo narrativo: anche se si è abbastanza avveduti da anticipare e comprendere le circostanze in atto. Tuttavia non si tratta di una tragedia, dove gli eventi sono sì implacabili, ma al di là dell’intelligibilità umana.

C’è un vecchio quesito filosofico ripreso da certo cinema americano in cui è posta la domanda “esiziale”: se potessi tornare indietro nel tempo e incontrare Adolf Hitler quando ancora era solo uno studente d’arte senza un testicolo, lo uccideresti? Non a caso Abe Lucas sta tentando di scrivere un saggio su Heidegger e il fascismo, e l’altro suo libro già pubblicato a cui qualcuno accenna è sull’etica situazionale del sociologo canadese Erving Goffman, autore de La vita quotidiana come rappresentazione. Goffman sostiene che la vita sociale è incentrata sull’interazione, e l’attore (ognuno di noi) è sempre intento a porre se stesso in scena sul palco della società. Per sottolineare il riferimento a questo tipo di “metafora drammaturgica” del sociologo, Woody Allen fa assumere al suo professore – nel momento in cui egli racconta a un party dello scalpore che ha fatto quel suo vecchio libro nell’università da cui proviene – la faccia di chi, preso in contropiede dalla propria vanità, cerca di camuffarla aggrottando le sopracciglia e guardando altrove. Anche se la disperazione di Lucas è un modo per tirarsi fuori dal gioco delle parti (pur entrando così in un altro ruolo, che è quello dell’intellettuale tormentato), gli altri della “compagnia” continuano a volerlo trascinare sul palcoscenico. E quanto più lui proverà a resistere alle molte proposte, soprattutto da parte delle donne, tanto più sia loro che noi spettatori sappiamo come andrà a finire. In questa messinscena dove tutti sanno tutto o credono di saperlo (siamo anche in provincia, oltre che tra professori e studenti), non gli consentiranno di esimersi dalle implicazioni del suo ruolo. Anche per questo Abe Lucas se ne inventerà un altro solo per sé, e sarà quello del riscatto tramite l’azione radicale.

Chi invece, tra i personaggi, non esprime la propria lettura degli accadimenti futuri, intuisce però lo svolgimento dell’azione delittuosa con tale perspicacia da far pensare che non voglia vedere chi ne sia l’artefice. E allora, come mostrava Edgar Allan Poe nel racconto Il cuore rivelatore, l’omicida può gongolarsi del suo scaltro gesto perché qualcosa nasconde all’occhio lì il cadavere, qui il movente. Lo stesso fa uno dei due assassini di Nodo alla gola di Hitchcock, nel cui film di Allen ci sono lontani echi così come di altri capolavori del maestro del brivido, da L’altro uomo a Il delitto perfetto. Ma il movente di Woody Allen, non dimentichiamolo, è più dalle parti del grande cineasta svedese Ingmar Bergman, per la rappresentazione cruda delle umane vicende, dove la luce (Jill vince al circo una piccola torcia) sa sempre cosa rivelare, ma non è sufficiente a scandagliare il buio che ci portiamo dentro, i cosiddetti bassi istinti e tutto ciò che possono condurci a fare nello spettacolo in corso d’opera della vita.




Il mago – l’incredibile vita di Orson Welles | di Chuck Workman | recensione di Enrico Carli

Regia: Chuck Workman

Genere: documentario

Durata: 91 min.

Con: Peter Bogdanovich, Richard Linklater, Peter Brook

Paese: USA

Anno: 2014

Enfant prodige prima e genio acclamato poi, con nulla in mezzo se non l’escursione con l’asino che lo scarrozzò per le isole Aran prima di essere venduto all’asta a Dublino, la vita di Orson Welles è la parabola dell’eterna lotta contro il tempo del perfezionista che si misura con la sua opera, più che con la smania di soldi dello star system in cui è stato accolto come gallina dalle uova d’oro. Competizione che gli farà bruciare le tappe di un percorso artistico che comincia all’insegna del capolavoro, quando nel ’41, a soli ventiquattro anni, dirigerà uno dei film più belli della storia del cinema (Quarto potere) – dopo essersi già speso come attore e regista nei teatri di Dublino e di Broadway – e cercherà per il tempo restante (muore a 70 anni, alla scrivania mentre lavora) di dirigere e montare altre pellicole senza gli interventi nefasti dei produttori Hollywoodiani, poiché dopo il primo colpo di fulmine le major si stancarono presto del loro indocile pupillo. Nel frattempo farà molte altre cose, compreso tornare a dedicarsi sporadicamente al teatro e avere tre figlie da altrettante mogli (tra cui l’icona sexy dell’epoca Rita Hayworth); ma ciò che Welles voleva più di tutto era poter lavorare a un progetto in santa pace, il tempo che riteneva appropriato perché le cose venissero fatte come diceva lui (cosa complessa dato che scriveva, dirigeva e recitava nei suoi film). “Chiedono forse a uno scrittore quanto ci metterà a finire il suo libro?”.

Uscito in Italia con un anno di ritardo, il film documentario di Chuck Workman Il mago – l’incredibile vita di Orson Welles è un omaggio al grande regista in occasione della doppia ricorrenza che lo riguarda: cent’anni dalla nascita e trenta dalla morte. Uomo dotato di enorme carisma, ironia e arguzia, Welles (come soluzione a un’agenda fitta di impegni prese a muoversi per il traffico di Manhattan in ambulanza: aveva scoperto che non era illegale servirsene anche se si era in perfetta salute) tornò in Europa per lavorare indipendentemente ai suoi progetti, usufruendo dei compensi che otteneva come attore nelle pellicole dei colleghi, e che tuttavia non erano sufficienti a sostenere gli alti costi di produzione. Di nuovo la corsa contro il tempo: che non bastava, che bisognava ingannare con qualsiasi espediente per poter lavorare un altro po’ ai film che voleva fare (l’ambulanza corre per salvarci la vita). Un impegno creativo totalizzante, esteso a ogni ambito della sua carriera, prima ancora che venisse cooptato dagli studios RKO perché la sua fama di genio lo precedeva. Perché se Orson Welles era un mago lo era della persuasione: strumento espressivo che utilizzò a soli sedici anni per essere assunto al Gate Theatre di Dublino (dopo aver venduto l’asino), affermando di essere un famoso attore newyorkese; o quando a ventitre anni adattò il romanzo fantascientifico La guerra dei mondi di H.G.Wells per la radio, convincendo gli statunitensi di una effettiva invasione aliena e portando così l’evento all’attenzione della cronaca nazionale. Citizen Kane (Quarto potere) infiammò l’ulcera all’allora magnate dell’editoria statunitense William Randolph Hearst, che si era riconosciuto nel Charles Foster Kane da Welles interpretato e ostacolò il film limitandone la distribuzione.

Farcito di aneddoti più o meno noti, il film di Workman – qualcuno ha già sottolineato il cognome del regista del documentario in riferimento all’infaticabile lavoratore che era Welles – è costruito con interviste e materiale d’archivio; montato forse troppo velocemente per chi scrive, a volte si ha la sensazione che si sarebbe potuto soffermare di più su alcuni passaggi (ma il tempo fugge, come sa bene Orson Welles); tuttavia il documentario è rivolto a chi conosce poco il leggendario regista, e le intenzioni sembrano proprio quelle di preservarlo come tale. A riprova personale, durante la mia visione ero vicino a una donna che per il primo quarto d’ora del film non faceva che chiedere al compagno “dove l’aveva portata” e “che roba era quella” (ma era evidente che nemmeno lui lo sapeva). Per poi, verso la fine dello spettacolo, declamare ammaliata: “Ma che faccia aveva! Ora dobbiamo vedere i suoi film!”. Il mago della persuasione convince ancora.




Perfidia (film) di Bonifacio Angius | Claudio Latini

L’asocialità di Taxi drive incontra l’apatia grigia della rassegnazione

Il mitico De Niro di Taxi Driver sorrideva, seppur solo per conformarsi alla società, ed aveva un lavoro che almeno lo rendeva autonomo; Angelino no. Il protagonista di Perfidia, opera prima di Bonifacio Angius, è apatico, indifferente, privo del sorriso e del pianto, mancante delle caratteristiche minime utili per potersi integrare con la gente che lo circonda, quella gente che di lavoro «sta in ufficio e fa delle telefonate», o quelli che vengono schiavizzati in situazioni lavorative psicologicamente ancor più brutalizzanti, ma comunque necessarie per portare uno stipendio a casa e sopravvivere. Angelino non fa nulla per sopravvivere, se non starsene al bar ad ascoltare discorsi vuoti.

Angelo non ha disfunzioni mentali particolari, è semplicemente vittima delle circostanze, dei suoi genitori, del suo territorio (simbolo di tutti i territori con medesime caratteristiche) e della mancanza di curiosità. Non aver coltivato la curiosità gli ha impedito di affrontare un percorso di crescita capace di renderlo autonomo ed abbastanza “perfido” per potersi confrontare con la durezza di una società reale, assai più cruda e ruvida di quella fantastica. Una realtà verso la quale anche Dio è indifferente, ma al contempo ossessivamente spettatore e cattivo maestro.

Era Freud (non me ne vogliano gli psicoterapeuti per questa citazione fatta col forcone) a conferire al lavoro e all’amore la prerogativa per definire la normalità dell’individuo, ebbene, così come in Taxi Driver, anche il protagonista italiano di questo lucido, drammatico racconto dell’orrore sociale dei nostri tempi, non è in grado di relazionarsi con gli altri, tantomeno rendere possibile l’amore. Rispetto all’appuntamento in cui De Niro, mentalmente deviato, portava la sua potenziale ragazza in un cinema porno, in Perfidia Angius costruisce una situazione ancor più grottesca, nella quale il suo protagonista invita a casa la ragazza di cui è innamorato, offrendole una frittata e del whisky di fronte alla tavola con i resti della cena della sera prima, mentre il padre, lasciato a vegetare ormai da ore alla finestra, è puro corredo scenografico di un deragliamento emotivo e psicologico senza scampo.

Angelino è un trentacinquenne figlio dei nostri tempi, in cui, dagli anni ’80 del secolo scorso, un’intera generazione di ragazzi sta perdendo il proprio futuro senza rendersene conto. Le cause sono molte e complesse, ma al di là di ogni analisi vale la pena venire a conoscenza della storia di questo ragazzo (interpretato da un ottimo Stefano Deffenu, perfetto e credibile fino alla fine), e della sua vita che non riesce ad andare al galoppo, ma che non può più nemmeno provare ad andare al passo, essendo stata privata di quei punti di riferimento che fondano la maturità di un individuo. Angelo non è solo vittima, ha anche delle responsabilità. Ma in un mondo tanto cinico ed imbruttito da illuminarlo il meno possibile (come dice in un dialogo il padre del ragazzo, alias un grande Mario Olivieri), le colpe per la deriva umana e per la mancanza di voglia di riemergere dalla propria condizione sfavorevole non possono assolutamente essergli imputate.

Insomma, questo quadro a tinte cupe, dipinto da Bonifacio Angius, è un corretto stimolo alla riflessione, su quanto la solitudine sociale e la sciatteria dei rapporti familiari possano veicolare virus aggressivi e fatali, come quello della rassegnazione e della disperazione cieca che spinge all’irreparabile.

Un film da vedere e consigliare.

Claudio Latini

La recensione si riferisce alla proiezione di Perfidia avvenuta al Cinema Azzurro di Ancona, domenica 6 dicembre, nella sezione Salto in lungo del Film Festival Corto Dorico 2015.