Individuazione o identificazione? | Il politico nel magma della contemporaneità

Viviamo al tempo dei tweet di Salvini su pane e nutella e pizzoccheri, al tempo in cui Rousseau, uno dei critici più risoluti della corruzione insita nella struttura stessa del sociale, si trova suo malgrado eponimo di una piattaforma in cui il furor populi si stempera nell’illusione di una democrazia diretta. Ogni motivo ideologico s’è rovesciato in demagogico, espulso dalla res publica come un inutile retaggio di un passato caratterizzante e imbarazzante, e recuperato soltanto come contenitore da riempire a piacere, modello cuki gelo, svuotato di qualsiasi funzione politica. Della πολιτική τέχνη aristotelica rimane purtroppo solo un pallido ricordo: lasciati per sempre la scienza di governare e ogni suo aspetto teoretico, si è finiti per svilire anche la prassi, limitata, povero cane alla catena, al mero inseguimento del consenso. Nel tentativo di intercettare la caduta – perché di caduta, inevitabilmente, si tratta – vorrei tornare agli anni Settanta o, meglio, agli anni Settanta visti attraverso la prospettiva di un romanzo contemporaneo. Il tempo materiale di Giorgio Vasta è ambientato nel 1978, al tempo del rapimento Moro e, proprio da un passo su Moro, vorrei trarre una suggestione:

Da un momento all’altro il corpo di Aldo Moro cadrà nel buco, tra l’uovo frullato e i filamenti di manzo, scivolerà dentro le tubature, nel reticolo sommerso, e ancora più sotto sprofonderà nella memoria di pietra del mondo, nel basalto magmatico che sta sul fondo degli oceani, nel granito rappreso intorno al quarzo, nel gesso che è stato mare e vapore e sedimento, nelle rocce di fuoco e di cielo, fino a un bozzolo di vetro duro al centro perfetto della terra. 1

Alla televisione hanno appena detto che le Brigate Rosse hanno ucciso Moro, che il corpo è stato gettato in un lago vicino a Rieti, e Nimbo, un ragazzino di undici anni e mezzo di Palermo, fantastica sulle immagini dei sommozzatori che tentano di immergersi nel lago gelato. Eppure nella visione di Nimbo c’è molto di più: c’è lo stigma dei successivi quarant’anni della politica italiana. Sì, perché i 55 giorni del sequestro Moro, tra il marzo e il maggio 1978, appaiono oggi come l’ultimo evento capace di coinvolgere per intero la nazione sul piano politico e, soprattutto, ideologico. Il corpo di Aldo Moro, come il politico, è scivolato nel «reticolo sommerso», è sprofondato «nella memoria di pietra del mondo», «nel basalto magmatico che sta sul fondo degli oceani». Il politico giace, sotto il magma della contemporaneità demagogica, come un relitto, una reliquia, un feticcio svuotato del suo potere attivo e rivoluzionario. Che ne è stato dell’ideologia? Dove sono finiti la partecipazione e l’interesse per tutto ciò che risponde alle teorie e alle prassi del governare? Una risposta univoca a questi interrogativi sul piano politico, oltre ad apparire parziale, rischierebbe di limitarsi a una vacua constatazione. È invece utile guardare alla questione sempre a partire dagli anni Settanta, ma mutando leggermente la prospettiva: per ritrovare le cause dello stantio impasse ideologico in cui langue la contemporaneità, dobbiamo accantonare per un momento il politico e parlare di mutazione. Il termine non è casuale, perché il nucleo teorico da cui ho intenzione di attingere – a piene mani, lo ammetto – è quello dell’ultimo Pasolini. Sono passati più di quarant’anni dalla pubblicazione degli Scritti corsari 2e dall’indagine sulla mutazione antropologica ma, come spesso accade quando s’usa scomodare i profeti, non si può che constatare l’attualità del loro pensiero. Per comprendere i caratteri di questa trasformazione, vediamo un passo da L’articolo delle lucciole:

I «valori» nazionalizzati e quindi falsificati, del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. […] A sostituirli sono i «valori» di un nuovo tipo di civiltà, totalmente altra rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. 3

Di colpo, la civiltà è divenuta altra, nuova. I «valori» che costituivano il sostrato della civiltà italiana «contadina e paleoindustriale» sono venuti meno, per lasciare spazio a nuovi principi. Ora, non è questo il luogo dove svolgere un’analisi dei modelli antropologici che caratterizzano la nuova società, analisi che Pasolini ha affidato alle straordinarie pagine della Visione in Petrolio.4 Nella prospettiva che intendo delineare è invece fondamentale fermarsi sulle cause della mutazione: quale unico responsabile, Pasolini individua il capitalismo edonistico portato dal Nuovo Potere, capace di fagocitare le differenze e di appiattire il sistema valoriale borghese che lo ha generato sugli unici capisaldi del possesso e della fama.
Suona familiare? È un Potere a cui Pasolini tenta di resistere attraverso l’ostentazione dei corpi e del sesso, come ultimo baluardo della verità della Vita da opporre all’incedere inesorabile del modello dominante. Dinanzi al progressivo trionfo della sottocultura dei mass media verso la fine degli anni Sessanta, non gli restava che appellarsi all’innocenza dei corpi, «con l’arcaica, fosca, vitale violenza dei loro organi sessuali». Non è un caso che questa breve citazione sia tratta dall’Abiura, perché proprio tra le motivazioni di quel ripensamento si può trovare il punto focale della questione:

Ora tutto si è rovesciato.
Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. Secondo: anche la «realtà» dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico: anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana.
Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subito il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è divenuto suicida delusione, informe accidia.5

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Qui Pasolini parla della «decisione», da parte del potere consumistico, di concedere una «falsa» libertà sessuale e un’altrettanto «falsa» democratizzazione espressiva alla lotta progressista. Se è innegabile che i poteri forti degli anni Cinquanta e Sessanta abbiano concesso pratiche e costumi più liberi e aperti, è al tempo stesso chiaro che non si tratta di vera tolleranza. È tuttavia una semplice quanto apparente concessione, o c’è qualcosa che ci sfugge? Sono forse gli stessi giovani della nuova civiltà a imbrigliare la portata rivoluzionaria della liberalizzazione nella Legge del modello neocapitalistico? Il potere consumistico, non è infatti responsabile della caduta per una serie di decisioni prese negli anni del boom economico: è responsabile in quanto modello, talmente resiliente da apparire incontrovertibile. Come infatti Pasolini precisa nelle righe successive:

Il presente degenerante era compensato sia dalla oggettiva sopravvivenza del passato che, di
conseguenza, dalla possibilità di rievocarlo. Ma oggi la degenerazione dei corpi e dei sessi ha assunto valore retroattivo. Se coloro che allora erano così e così, hanno potuto diventare ora così e così, vuol dire che lo erano già potenzialmente: quindi anche il loro modo di essere di allora è, dal presente, svalutato. I giovani e i ragazzi […] se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano: erano quindi degli imbecilli costretti a essere adorabili, degli squallidi criminali costretti a essere santamente innocenti, ecc. ecc. Il crollo del presente implica anche il crollo del passato. La vita è un mucchio di insignificanti e ironiche rovine.6

È uno dei passi più densi di tutta la critica pasoliniana: al di là dell’affascinante sostrato nietzscheano, è utile concentrarsi sul valore retroattivo della storia. Il crollo del presente comporta una potenza già attiva nel passato, una possibilità insita nella stessa natura umana. Per capire di cosa si tratti, vorrei fare un passo indietro e chiamare in causa il Discorso sulla servitù volontaria di La Boétie7, un pamphlet scritto da un intellettuale appena diciottenne nel 1549 e circolato clandestinamente per più di vent’anni. La Boétie descrive l’uomo come un essere per la libertà, un essere tuttavia che, per essere libero, necessita di un’individuazione. L’essere umano deve trovare il proprio posto nel mondo e, per abbracciare la propria costitutiva libertà, deve fare della propria diversità un’unicità. È questa possibilità che oggi pare impraticabile: nella degradazione dei preesistenti modelli culturali sotto le pressioni del nuovo materialismo edonistico, i Nuovi Giovani si trovano impossibilitati a fondare la propria individuazione sulla loro naturale diversità. Il loro genuino desiderio di individuazione, finisce così per appiattirsi sull’adesione incontrastata al modello dominante. Inconsapevolmente credono di poter rispondere alla propria connaturata esigenza di libertà con l’omologazione e non si rendono conto che, proprio così facendo, non riusciranno mai a essere liberi. Dalla pretesa di unicità, di un’individuazione consapevole, finiscono per identificarsi con l’unico modello del neocapitalismo edonistico: da tout uns (tutti unici), mutano in un cieco tous Un, un tutt’uno omologante che norma le unicità sotto il velo della falsa tolleranza. Anche nel romanzo di Vasta troviamo un passo che si ferma sull’identificazione, sulle possibili individuazioni che si perdono nell’omologazione di classe:

Questo indistruttibile assetto familiare vetero-borghese mi avvilisce. La tradizione che ignara di se stessa consolida forme e procedure definendo le più intime drammaturgie del tinello, i posti a tavola, le posture, il ritmo del passo per strada quando il pomeriggio del sabato si compra. I parametri, i paramenti e i paraventi-8

Come ci ricorda Pasolini nella Visione, non si tratta però del solo «assetto familiare veteroborghese»: anch’esso ha finito per cedere sotto i colpi della mutazione e tutti i valori portanti della borghesia, dai quali il consumismo edonistico si è generato, hanno finito per svuotarsi di senso, lasciando solo modelli vacui da imitare, scialbe pantomime nell’identificazione con il paradigma dominante. Ciò su cui però è utile fermarci e che, nella traiettoria che ho fin qui cercato di tracciare, potrebbe tirare le fila del discorso, è quel consolidarsi di «forme e procedure», quei «parametri», «paramenti» e «paraventi» che parrebbero chiamare in causa una caratteristica propria dell’umano, la conformabilità. Se infatti, seguendo Pasolini, riteniamo che il neocapitalismo abbia trovato la strada spianata a partire da una potenzialità naturale dell’essere umano e rigettiamo la tesi benjaminiana9secondo la quale il capitalismo rappresenta una nuova fede, sostituitasi alla matrice cristiana occidentale, dobbiamo credere che ci sia, nell’uomo, una caratteristica fondamentale che gli permetta di assuefarsi ai modelli della sua dimensione pubblica e sociale. Non si tratta qui solo dei comportamenti e degli istinti biologici, ma di una peculiarità tale da far propendere in maniera inconsapevole l’essere umano per l’identificazione a dispetto dell’individuazione. Ora, per parlare di assuefazione, non posso esimermi dal disturbare anche Leopardi. Dalla smisurata teoresi sulla conformabilità contenuta nelle pagine zibaldoniane, riporto solo due brani:

Ciascun uomo è come una pasta molle, suscettiva d’ogni possibile figura, impronta ec. S’indurisce col tempo, e da prima è difficile, finalmente impossibile il darle nuova figura ec. Tale è ciascun uomo, e tale diviene col progresso dell’età. Questa è la differenza caratteristica che distingue l’uomo dagli altri viventi. La maggiore o minore conformabilità primitiva, è la principale differenza di natura fra le diverse specie di animali, e fra i diversi individui di una stessa specie.10

Non solo tutte le facoltà di assuefarsi, ma la stessa facoltà di assuefarsi dipende dall’assuefazione. A forza di assuefazioni si piglia la facilità di assuefarsi, non solo dentro lo stesso genere di cose, ma in ogni genere.11

Siamo dunque una specie conformabile, atta ad assuefarsi: siamo «pasta molle», plasmabile dal contesto e dall’abitudine, e questo è ciò che più ci differenzia dagli altri animali. Esposti ai modelli del vivere sociale, istintivamente siamo portati ad aderirvi, placando il nostro desiderio di individuazione in quella che si rivela nient’altro che un’omologazione. Come mai, tuttavia, sono il modello consumistico e il derivato neocapitalismo edonistico a essersi imposti come unica, irrimediabile possibilità nella contemporaneità? La risposta, sconcertante quanto banale, è che si tratti di un modello resistente, adattabile, che fa leva sulla coscienza umana a partire dai suoi fondamenti: il possesso, inteso nella sua concezione animale e biologica, e la tolleranza. Il modello capitalistico ingloba, tollera, accetta, sotto l’egida di una falsa promessa di liberalizzazione che nel tempo norma, gestisce e incasella verso gli unici obiettivi del profitto e della fama. D’altro canto se sto scrivendo queste righe – non me ne voglia Walter Siti12– significa che resistere al modello è possibile. Il problema – ed è qui, che riemerge la questione politica – è da porsi sul piano della comunicazione: è il rapporto gramsciano13 tra l’intellettuale e il popolo. Come può il singolo resistere all’assuefazione al modello dei più attraverso il solo concettuale? Deve forse rifugiarsi nella prassi? È una strada che, con molte ombre, è stata più volte percorsa nella storia recente, ed è la strada che scelgono anche i giovani protagonisti de Il tempo materiale:

Quello che le Br hanno capito, dice poi a voce bassissima, è che il sogno deve legarsi alla disciplina, diventare duro e geometrico e proiettarsi verso l’ideologia. […] Le Br sentono tutto questo, dice, sono tutto questo. Danno materia all’immateriale, midollo e impulso a ciò che era guscio e inerzia. […] E noi, dice Scarmiglia, non dobbiamo fare niente?14

I risultati di questa scelta sono oggi evidenti: la storia dimentica, il modello unico continua a fagocitare, a inglobare, a “tollerare”, sempre e comunque normando. Vorrei quindi riflettere sull’altra possibilità, quella del concettuale. In una contemporaneità in cui le masse si muovono di pancia, ragionando – assuefatte al modello – sull’utile immediato ignorando ogni supporto ideologico, l’unica via sembra essere quella di lavorare sul paradigma gramsciano. Laddove l’opzione di un rapporto alto-basso, intellettuale-popolo, non pare più percorribile e il rapporto basso-basso si trova a essere trasformato in mera influenza demagogica, rimane solo l’ipotesi alto-alto: resta la possibilità, per citare ancora Pasolini, di rivolgersi ai «gruppi avanzati della borghesia»15– perché nell’interclassismo contemporaneo siamo tutti, senza eccezioni, borghesi – e di costruire una nuova teoresi politica che possa volgersi in prassi. E questo, è lo scopo di questa rubrica.

(immagine in copertina: Lucia Marcucci 1977, Marx, impronte collage e acrilico su cartoncino, cm 70×50)




Proletkult: più che un romanzo, un manifesto rivoluzionario

Con la pubblicazione di Proletkult si è chiuso un ventennio di produzioni romanzesche del collettivo Luther Blissett-Wu Ming. Il romanzo dedicato a Bogdanov, il fondatore dell’Organizzazione Culturale-educativa Proletaria russa chiamata Proletkult, chiude il ciclo iniziato con la pubblicazione dei romanzi Q (1999) a firma Luther Blissett e Asce di guerra (2000) a firma Wu Ming.
Proletkult può essere letto sia come un romanzo, da chi è interessato alla fabula del dottor Bogdanov il rivoluzionario fallito e della malata Denni sedicente aliena, sia come un manifesto letterario e politico, punto di arrivo di una lunga ricerca d’avanguardia.
I motivi di interesse di Proletkult sono vari ma per comodità li riduciamo a tre. Innanzitutto, è un’opera transgenere che sperimenta un processo di ibridazione tra romanzo storico e fantascientifico, con una parziale messa in discussione dei piani di realtà, in linea con il romanzo L’invisibile ovunque (2015). Inoltre, riporta al centro dell’attenzione pubblica il pensiero e la vita di Bogdanov, una figura storica e culturale che va collocata al centro della storia mondiale, dato che fu tra i pionieri della rivoluzione sovietica, della letteratura fantascientifica, della teoria dei sistemi complessi e della pratica delle trasfusioni di sangue: Bogdanov fu un genio poliedrico che dovrebbe comparire in tutte le antologie letterarie e in tutti i libri di storia. In terzo luogo Proletkult offre un programma politico alla sinistra del XXI secolo: mostra che la rivoluzione è organizzazione, passa per la creazione di un sistema educativo ramificato ma resterà sempre un’utopia aliena allo sviluppo storico, risolvendosi in restaurazione, eppure va praticata.
Le virtù del romanzo sono anche la causa della sua debolezza, sul piano estetico. La scrittura di Wu Ming, per la sua dichiarata subordinazione alla ricostruzione storica e all’impegno militante, manca quasi totalmente di ironia ed è spesso didascalica. I mondi romanzeschi del collettivo sono costruzioni pianificate che lasciano intravedere la carta millimetrata usata per progettarle: nel caso di Proletkult, la scaletta prevede antefatto, presentazione dei personaggi (con un capitolo a testa per i coprotagonisti), flashback, ricerca dell’oggetto del desiderio e dell’elisir con ostacoli, incontro con l’antagonista, conclusione. I personaggi non sono autonomi ma recitano delle parti. Bogdanov non pensa con la frammentarietà di un essere umano ma i suoi pensieri sono la trascrizione della voce enciclopedica che ne ricorda le opere: l’ascolto di un concerto diventa il pretesto per esporre, semplificata, la sua teoria dei sistemi complessi (p. 27), il racconto della vita nel suo Istituto per le trasfusioni serve a spiegare la sua teoria delle trasfusioni (p. 40), quando Bogdanov e Danni parlano di povertà appare una povera (p. 156), quando Bogdanov pensa alla concezione della famiglia espressa nel suo romanzo di fantascienza Stella rossa, in cui non esiste la famiglia borghese e «i bambini crescevano insieme, educati al collettivismo», ecco spuntare il figlio (p. 163).
Proletkult, però, contiene anche degli elementi che rompono la rigida griglia della pianificazione collettivista, proprio come succedeva nel romanzo L’invisibile ovunque, in cui si trovavano i motivi metanarrativi e stranianti della follia e del camouflage, della mimetizzazione con cui i personaggi cercavano di sfuggire alla guerra, per cui follia e mimetismo rinviavano allo statuto della scrittura come specchio rovesciato della realtà e alla complessità stessa del reale, schizomorfo e illusorio.
In Proletkult Denni dice di provenire dal pianeta in cui Bogdanov ha ambientato il suo romanzo di fantascienza Stella rossa: è una aliena, dunque, come sembra possibile che sia, per l’accenno contenuto nell’antefatto a un essere dalle «vaghe fattezze umane» che fino a quel momento «s’era celato» sotto «una maschera molle, color pelle», sfilata e lasciata cadere a terra «come un vestito usato» (p. 11)? Oppure è un’alienata, come crede Bogdanov che pensa venga «da un pianeta lontano, cioè dalle pagine di una trilogia letteraria, e non fa che portare alle estreme conseguenze ciò che lui stesso ha scritto» (p. 164)? La risposta non è data ma è nella radice comune alle parole aliena e alienata, il latino alia, altra fra molti. Proletkult ci invita a un confronto fra la dura realtà della storia, cumulo di macerie, e la realtà possibile, libera, ma sempre di là da venire. La fine di Proletkult, che come Stella rossa è un conte philosophique, un racconto filosofico, ci dice che Nacun, il pianeta da cui dice di venire Denni, è l’altrove, l’avvenire, il mondo possibile a cui giungerà l’umanità una volta portata a termine la rivoluzione. Che Nacun sia il mondo delle meraviglie, wonderland, è dimostrato dal mezzo magico che avrebbe dovuto consentire la guarigione di Danni, affetta da una forma di tubercolosi, anch’essa aliena, cioè altra, perché benigna al contrario della ordinaria tubercolosi maligna: il mezzo magico sono dei conigli che sarebbero dovuti servire come cavie per capire la natura della malattia di Denni. I conigli di Denni ne fanno una Alice che conduce Bogdanov di fronte allo specchio e lo obbliga a vedere sul proprio volto i segni del passato, della sconfitta subita da Lenin e del fallimento della rivoluzione dei soviet.
Proletkult è il manifesto letterario-politico dei Wu Ming perché Bogdanov come Luther Blissett o Wu Ming sono pseudonimi (il vero nome di Bogdanov era Aleksandr Aleksandrovič Malinovskij) e perché l’opera è il primo oggetto narrativo non identificato dei Wu Ming che parla di oggetti volanti non identificati (il termine oggetto narrativo non identificato è la traduzione di Unidentified Narrative Object, UNO, termine coniato da Wu Ming sul modello degli Unidentified Flying Object, UFO, per indicare un libro che può avere «uno sviluppo “aberrante” e nascere con sembianza di “mostr[o]”», New italian epic, 2009, p. 41). Infine la rete dei proletkult russi non può non ricordare quel collettivo di collettivi che è la Wu Ming Foundation, «una libera federazione di collettivi, gruppi d’inchiesta, laboratori, progetti artistici, culturali e politici» avviati nell’omonimo blog, in cui scrivono molti collaboratori di Wu Ming attivi in diversi settori dell’antagonismo contemporaneo, dai No Tav agli antifascisti militanti.
L’alter ego di Wu Ming però non è solo Bogdavon ma anche Denni, un personaggio ispirato allo studente ammalato di malaria e affetto da una forma benigna di tubercolosi che nella realtà Bogdanov aiutò davvero nel suo Istituto per le trasfusioni, morendo in seguito alla trasfusione, e nella storia raccontata in Proletkult dice di essere una femmina. L’antagonismo è una funzione della storia umana e ha un’identità plurale. Lo capiamo alla fine della romanzo, quando Bogdanov attraversa lo specchio. Per questo, proprio perché lo capiamo, Proletkult conferma l’appartenenza di Wu Ming al filone delle avanguardie: le opere del collettivo hanno un fine politico e si servono dell’estetica per raggiungerlo. Chi cerca lo stile troverà un programma.

Valerio Cuccaroni




Religio Medici — Sfiducia e sragione di Antonio Carulli

La recensione del trattato teologico-politico uscito pochi mesi fa per Scuola di Pitagora

La community non ha bisogno di te. La tua funzione è fornire un soggetto – giuridico e ontologico – utile a giustificare la sovrapproduzione di predicati generata dai suoi atti virtuali. Spesso questo soggetto è poi un mero «profilo digitale»: i nostri film preferiti, le nostre canzoni, le nostre pregiudicatissime opinioni, il nostro orientamento «politico» e «religioso». Alle volte addirittura non è neanche tutto il nostro profilo digitale. Ricordi il giorno in cui ti sei iscritto? Lasciati gli altri in disparte, F. ti aveva spinto un attimo fuori dalla festa e, accostata la porta, ti aveva sottoposto un certo quesito. Con la sua educazione ed il suo garbo liberal F. ti domandò: vuoi veramente condividere questa informazione? Nel senso, potresti benissimo lasciarla qui – voglio dire – di modo che tu sappia sempre chi sei, certo, ma non per forza dobbiamo far diventare la cosa di dominio pubblico. I film va bene, a chi non piacciono i film? Le opinioni ecc. Ma l’orientamento religioso! Sono cose private dopotutto.

Sfiducia e Sragione (trattato teologico-politico) è l’ultimo lavoro di Antonio Carulli, edito da Scuola di Pitagora, ormai qualche mese fa. Certo, bastasse questo incipit raffazzonato a descriverlo, saremmo già sollevati dall’incarico. Invece questo testo rappresenta, a nostro modo di vedere, un ricondizionamento (per mantenere la metafora tecnologica) dell’«italian thought» al di fuori della cornice accademica. Sgalambrista più che sgalambriano, cioè più figlio che epigono di Manlio Sgalambro, Carulli si misura, attraverso una prosa acida e sottile, con l’annosa questione dello «spirito oggettivo». Per semplificare, con buona pace di Hegel, diremo che tale spirito sia nient’altro che la cultura di un’epoca, da intendersi come un certo dispiegamento di forze, in una certa società, teso a preservare la civiltà. In quel luogo del pensiero dove un tempo fiorivano le «culture dei popoli», però, oggi troviamo sedimentazioni calcaree. Troviamo cioè una diffusa apatia, una certa disillusione «post-veritativa» nei confronti della nozione stessa di cultura – intesa qui come un che capace di unire le azioni dei singoli – e, in fondo in fondo, troviamo le macerie degli usi e dei costumi, stancamente reiterati a livello locale e istituzionale. Non dovrebbe dunque stupirci se, sul cumulo di queste macerie, Carulli celebra la novena del Cristianesimo.

Getsemani, Oskar Kokoschka, 1916

Summa di una simile tonalità emotiva, la religione cristiana è oggi ridotta a best practice del vivere comune. Parodiata dalla vita democratica attraverso la reiterazione formale di riti, di mezzi, di intenzioni, la religione cristiana odierna vede annullarsi la dicotomia fra credente e non-credente, nella figura dell’«abituato». L’habitué del Cristianesimo è colui che recepisce le tradizioni dei padri, replicandole malamente. Egli non sa di aver innescato un movimento del potenziamento assoluto: non più fede in Dio ma fede nella fede in Dio. Egli pensa quel tanto che basta per giustificare la prassi, per fare di religione psicologia, per darsi degli alibi rispetto a preoccupazioni tanto ataviche quante oggi irrilevanti (la vita dopo la morte, la retribuzione ultraterrena ecc.). Questo Cristianesimo diffuso, meramente spaziale (aveva visto giusto Henry More) rappresenta, con la sua trasparenza, il destino di disfacimento verso cui tende la società odierna. Tuttavia una tale condizione non è necessariamente un male: se di sicuro «la filosofia mai avrebbe dovuto rappresentare il punto di vista degli uomini, né preferire alla conoscenza di Dio la conoscenza degli umani» (così Hegel), lo stesso bisognerà dire della religione (Dio mal sopporta l’uomo, Sgalambro docet).

Ma cos’è questa religione? Scartavetrato dalla sua corteccia teologica – tutto sommato un’altra best practice – Carulli associa la nozione di religione a quella di tradizione. Il punto, abbiamo detto, è che il Cristianesimo ha da rappresentare il disfacimento sociale, dato dalla disillusione generale e dal rapporto degenerato che l’uomo ha con il mistero (tanto più lo affermo quanto più me ne distanzio), da intendersi in tutta la sua generica potenza. Ecco, l’autore non sta qui intendendo che si debba tornare ad un certo Cristianesimo «delle origini» o che ci siano delle ricette per sopperire alla «crisi dei valori». Carulli sta anzi contrapponendo all’antropomorfismo deleterio con cui la questione religiosa è liquidata, un’«antropologia soprannaturale», e questo è «italian thought», signori! Un nostro pensato sicuramente deteriore ma efficace. Carulli contrappone, dicevamo, al tentativo odierno di nebulizzare la religione con la democrazia – attraverso la sua piatta reiterazione laicizzante – l’esperimento contrario: nebulizzare la spinta distruttiva della democrazia con la religione, attraverso il recupero dello «spirito» della tradizione e delle sue pratiche di conservazione. Il Cristianesimo, l’unica religione capace di sedimentarsi sul fondo della contemporaneità, come «impasto di tante cose, mobili e fisse, aeree e, soprattutto, terragne» nasconde un segreto gattopardesco: da un lato, la sua dimensione sacrale è l’unica capace di lasciare le cose come stanno, ma dall’altro, è anche l’unica capace di procrastinare in eterno la fine della democrazia, in funzione di un futuro escatologico che la democrazia stessa non può pensare, poiché condannata ad operare nel presente.

La Crocifissione,Oskar Kokoschka, 1916

Giungiamo allora all’apice del volume: una piccola «pedagogia per islamici». Muovendo dalla convinzione che la religione possa imparare dalla democrazia a “stare in società”, com’è accaduto con il Cristianesimo, Carulli riconduce i fondamentalismi ad un sentimento di rivolta contro le «lusinghe del secolo». Il terrorismo, per capirci, fugge queste lusinghe con la propria azione distruttrice. Il fanatismo che i processi democratici tentano di combattere, d’altra parte, non è che un fuoco fatuo, «una fiammata prima dello spegnimento». L’Occidente ha il suo dispositivo di sicurezza nell’apatia che coordina il quotidiano, mentre l’Islam vive ancora un’ansia (teologico-politica) della fine, data dallo scompenso religioso non ancora cauterizzato: piuttosto che vivere come a Roma, mi faccio esplodere (alias «Venezia è bella, ma non ci vivrei»).

Dunque nessun lieto fine, certo: dobbiamo fare con quel che abbiamo. Possiamo concederci l’accettazione consapevole di un destino così ambiguo? (Retto certo da una simile Weltanschauung). Si potrebbe imputare all’autore un certo afflato conservatore, marquardiano, tanto da essere stato etichettato, insieme con altri, nuovo intellettuale di destra (su Libero del 9 Dicembre 2018). E tuttavia, visto le compagnie speculative che l’autore si sceglie lungo il suo cammino, Sfiducia e sragione merita soprattutto di essere visto come uno spregiudicato tentativo (senza colore) di recuperare un pensare sicuro insieme con una teologia politica del credere. L’esercizio spirituale che questo saggio pratica, e di cui anche fa uso responsabile, è l’accettazione della tradizione come rimosso parlante, da trattare con simpatia e studiata affettazione, al pari della «donna sull’isola deserta che non hai scelta di non sposare».




Argo tra i “grandi lettori” delle nuove classifiche di qualità

Tra i “grandi lettori”, scelti dalla rivista «L’Indiscreto» e Vanni Santoni per comporre le nuove classifiche di qualità delle letteratura italiana, ci saremo anche noi del collettivo Argo, impegnati nella gestione della rivista elettronica Argonline.it e del blog di poesia – in collaborazione con Midnight MagazinePoesiadelnostrotempo.it, con le rispettive collane editoriali Argo (ed. Gwynplaine) e Poesia del nostro tempo (ed. Istos).

Di seguito trovate il comunicato stampa con cui «L’Indiscreto» annuncia la rinascita delle classifiche di qualità, eredi di quelle create da Pordenonelegge e premio Dedalus.

La rivista culturale L’Indiscreto rilancia le “classifiche di qualità” con duecento giurati dal mondo letterario e editoriale.

Le
classifiche di vendita dei libri parlano sempre meno di letteratura,
perché sono condizionate dalla massiccia presenza di prodotti editoriali
costruiti per cavalcare l’interesse del momento.

Per questo
motivo, dal 2009 al 2013 il festival Pordenonelegge e il premio Dedalus
avevano istituito le “Classifiche di qualità”, dove un nutrito gruppo di
“grandi lettori” votava periodicamente quelli che a suo avviso erano i
migliori libri usciti in quel lasso di tempo.
La rivista culturale
L’Indiscreto, edita dalla Casa d’Aste Pananti, ha oggi deciso (col
placet dei fondatori della prima versione) di rilanciare sotto il
proprio patrocinio una nuova edizione delle “Classifiche di qualità”.

A partire dai critici interpellati in una grande inchiesta sullo stato della critica letteraria ad opera dello scrittore Vanni Santoni, l’autore e la redazione si sono operati per ricreare un gruppo di “grandi lettori”, che, oltre ai succitati critici e alle scrittrici e agli scrittori italiani che si sono offerti di partecipare, si estende anche a riviste letterarie, librerie indipendenti, giornalisti culturali, editor e altri operatori del settore, per un totale di 200 giurati. Un numero destinato ad ampliarsi con le nuove edizioni, in modo da garantire una classifica sempre più affidabile.

La nuova
Classifica di qualità dell’Indiscreto sarà stilata tre volte l’anno, a
metà dei mesi di febbraio, maggio e ottobre, secondo intervalli
proporzionati agli archi della produzione editoriale, e interpellerà i
votanti in merito ai migliori libri italiani di prosa, poesia e
saggistica del periodo immediatamente precedente.
I giurati si
esprimeranno con tre voti per ogni categoria; a ogni primo posto saranno
assegnati nove punti, cinque al secondo e tre al terzo. Conclusa la
votazione, la redazione calcolerà i risultati per poi pubblicare i
risultati su L’Indiscreto.

A fine anno si aggiungerà un voto extra sui migliori libri in traduzione.

Scopo
di queste classifiche è fornire ai lettori un utile indicatore sui
titoli più meritevoli secondo gli addetti ai lavori, di cui è stato
scelto un campione capace coprire una grande varietà di interessi e
competenze, in numero sufficiente da diluire nella statistica i danni di
eventuali partigianerie.

L’industria editoriale ha risposto alla crisi continuando nell’errore di una produzione eccessiva e accelerata, che rischia di far scomparire in breve tempo titoli più che degni di rimanere negli scaffali. Quel che ci proponiamo con queste classifiche, è di ostacolare questa tendenza e riportare l’attenzione sui libri di qualità, che non di rado rischiano di essere travolti in questa escalation.

L’Indiscreto




“Fumettisti contro Youtubers”: la satira delle contraddizioni

Riflessioni in forma di intervista sulle vertiginose trasformazioni del panorama multimediale

Chi non sa cos’è un’intervista? Ne siamo abituati, assuefatti sino al midollo. L’intervista può essere un gioco dialettico sapientemente preparato tra il famoso giornalista e lo scrittore, oppure l’esplosione di rabbia del manifestante che si racconta a favore di telecamere, ancora una confessione, come in quelle interviste-verità che tanto piacciono a certe persone; esiste l’intervista strutturata, semistrutturata, destrutturata e distrutta; c’è l’intervista formale, magari davanti a una scaffalatura in mogano ripiena di libri formali, con poltrone formali, saluti formali e formule di cortesia squisitamente formali; oppure l’intervista per strada, davanti a una casa, o in stazione, mentre passa la gente, con la pioggia o il sole, di notte o di giorno, d’estate o in pieno inverno; un’intervista a un altro, un’altra, molti altri, a se stessi; un’intervista tranquilla oppure inaspettata, graffiante, ruggente; in tutti i casi l’intervista passa dagli occhi, dalla “vista” dell’etimo, ed è a tutti gli effetti dialogo che si instaura innanzitutto attraverso gli sguardi, non importa se in mezzo c’è solo un metro d’aria oppure lo schermo di un computer. Il vedere diventa la reale condizione di chi è davvero disposto ad ascoltare la voce dell’altro, e a far sentire la propria con entusiasmo, e magari un po’ di arroganza. Ripartendo da questo significato di confronto che spesso viene messo da parte proponiamo un nuovo modo di domandarsi e di domandare con gli occhi: l’intercritica. Solo là dove il confronto è più acceso e diretto, dove le opinioni divergono e il dibattito si colora, dove ogni punto fermo viene rimesso in discussione si può capire e criticare le scelte e le idee dell’altro, che può ribattere e giustificarsi: in altre parole, è solo con la critica che l’intervista si trasforma in specchio per vedere veramente non solo dentro di noi, ma anche dentro l’altro.

Marcus L., nome d’arte di Marco Lanza, è un fumettista. Attualmente vive e lavora in Norvegia, dove si è trasferito dopo la laurea in Storia dell’Arte. È fondatore, negli anni Duemila, dell’etichetta Blatta Production, con la quale ha realizzato due fumettometraggi  ( Sfattanza con Simone Danieli e Consigli armati ad un giovane scrittore con Vincenzo Notaro), un avanguardistico progetto di fumetto in lattina (La Storia dell’Uomo) e la rivista collettiva «Naked Women Inside». In passato ha pubblicato storie per varie riviste tra cui «Argo» ( vol. XII, vol. XIV, vol. XVI) e «Pillole» del collettivo romano dei Dissociati. Più recentemente, sempre con Blatta Production, ha pubblicato Crisis Comix, serie autobiografica a puntate. Lo scorso ottobre Marcus L. ha pubblicato un’antologia satirica, intitolata Fumettisti contro Youtubers. In questa raccolta, composta da sette racconti a fumetti, veniamo catapultati nella storia di due adolescenti in cerca di successo a qualunque costo su Youtube; una giovane fumettista che cerca disperatamente di emergere col proprio lavoro; un alter-ego di Piero Angela che viaggia nel tempo per raccontarci la storia degli “youtubers”; una patata antropomorfa che diventa influencer e finisce nel giro di un losco individuo; le palle di un fumettista che lottano contro i propri istinti suicidi; un cartoonist ignorato da tutti a una fiera del fumetto come tante; e un fumettista che, imbattendosi sul video di uno youtuber, comincia a riflettere sul significato del proprio lavoro artistico (per maggiori informarsi consultare il sito: www.blattaproduction.com). Le storie sono state disegnate, oltre che da Marcus L., da Stefano Werne, Chiara Gabrielli, Sal Modugno, Roberto Cavone, Ruben Curto e Fabio Valentini. Tutti gli autori si sono concentrati principalmente sul rapporto tra due mondi, quello della china e quello del mouse: universi diversissimi che sono entrati in rotta di collisione. Andrea Plazzi, che ha curato la postfazione del volumetto, scrive:

“È questa la guerra, è questo il conflitto.
E deflagrano ora.”

Ho contattato Marco per approfondire con lui tutti gli aspetti di questa battaglia.

Terminata la lettura di Fumettisti contro Youtubers, non possa inosservato il carattere corale che permea le storie. Dai racconti dei fumettisti, anche se di formazione assai diversa tra loro, emerge unanime la condanna a un certo modo di fare video su Youtube, o più in generale a un certo tipo di Internet. Questa risposta compatta è senza dubbio problematica per l’interpretazione del messaggio: in un certo senso rappresenta il tallone di Achille e insieme la forza di questa antologia. Allora ti chiedo se, da coordinatore del progetto, hai dovuto discutere a lungo con gli autori che hanno collaborato prima di impostare una critica così concorde, oppure se questo carattere è emerso spontaneamente.

Prima che concepissi l’idea dell’antologico avevo già realizzato la mia storia. Solo dopo, all’incirca un annetto, decisi di coinvolgere altri fumettisti. Non diedi loro alcuna indicazione in particolare, dissi semplicemente che volevo fare un antologico satirico intitolato “Fumettisti contro Youtubers e li invitai a  leggere la mia storia. Non lo feci per dare un modello, ma semplicemente per mostrare le tematiche che io avevo voluto trattare, lasciandoli assolutamente liberi di fare altrettanto. Le uniche indicazioni furono il formato, il numero di pagine (approssimativo, non tutte le storie sono lunghe esattamente lo stesso, ma volevo che l’antologico fosse il più equilibrato possibile tra i vari autori) e ovviamente una coerenza col titolo. Ciò che accomunava tutti noi era il nostro essere fumettisti e l’esserci in qualche modo dovuti rapportare con dei media che offrono una maggiore velocità di realizzazione dei contenuti. Ognuno ha affrontato la cosa senza nessuna discussione collettiva, ne è venuta fuori una critica così concorde perché, presumo, pensavamo cose simili sull’argomento. Questo ha stupito, piacevolmente, anche me. Ma non era per nulla scontato.

Una tavola da L’importanza dell’immagine di Fabio Valentini (in Fumettisti contro Youtubers)

Come hai giustamente notato le vostre storie sono legate da alcuni tratti comuni: l’appartenenza al mondo del fumetto e il rapporto con il vertiginoso mondo dell’informatica. C’è un altro elemento che vi accomuna. Comparando le vostre biografie si scopre che, mediamente, chi ha partecipato al progetto è nato nella seconda metà degli anni ’80. Gli autori, dunque, durante la loro giovinezza, hanno vissuto due epoche distinte: quella delle autoproduzioni, figlia della cultura anni ’90, e quella del cosiddetto Web 2.0. In quest’ottica Youtube rappresenta un po’ il simbolo della possibilità di rendere virale qualsiasi tipo di contenuto a prescindere dal contenuto stesso. Vorrei che, dal tuo privilegiato punto di vista anagrafico, mi dicessi dove si è consumata la frattura da cui muove la vostra satira e, conseguentemente, qual è la tua visione utopica di Internet?

Perché un’operazione satirica abbia un senso chi la compie deve trovarsi nel punto di osservazione giusto per poter criticare il fenomeno in questione, e per poterlo fare devi avere dei termini di paragone. Nel caso di Fumettisti contro Youtubers credo che i nati negli anni Ottanta abbiano un punto di vista anagraficamente privilegiato. Sono abbastanza giovani per capire e usare i nuovi linguaggi (molti di loro sono anche youtubers!), ma anche abbastanza vecchi per ricordarsi di quello che c’era prima. Fumettisti contro Youtubers è un’operazione che un millennial non avrebbe nemmeno potuto concepire, tanto più che oggi il confine tra fumettisti, youtubers, blogger e simili è molto sottile: l’intermedialità è normale e credo che sia cosa buona e giusta. La vera grande differenza tra il periodo delle autoproduzioni degli anni Zero e oggi è che in quel periodo si sperimentava stampando (o fotocopiando) e buttandosi direttamente nel circuito di distribuzione più o meno underground, senza filtri, senza l’ansia di piacere a tutti i costi, semmai con la sola ansia di rifarsi delle spese. Anzi, in quella scena, l’essere difforme dalla produzione mainstream era un valore da esibire con orgoglio. Oggi le autoproduzioni esistono ancora e sono anche di qualità tecnicamente migliore di quelle di una volta. Prima di stampare è però d’obbligo il consenso sul web, e per poterlo avere un fumettista deve omologarsi ad un tipo di linguaggio che funziona sui social, che deve essere semplice e virale. Persino i grandi editori pubblicano senza battere ciglio chiunque abbia successo sul web, a prescindere dalla qualità delle loro proposte. Scelte economicamente ineccepibili, ma culturalmente avvilenti, che hanno portato in libreria libri e fumetti davvero tremendi. Date queste premesse è ovvio che un autore oggi voglia essere virale (quindi mainstream), l’essere difformi non porta like immediati, non porta alla pubblicazione, non porta a nulla, quindi nessuno vuole più farlo. L’underground, come spazio culturale, è quindi praticamente estinto poiché questa rivoluzione del linguaggio tende a svilire forme di espressione che usano meccanismi diversi. Youtube e tutte le piattaforme social, non rendono virale ogni contenuto, ma solo quelli che funzionano all’interno di esse, penalizzando gli altri. Il problema non sono i contenuti in sé, ma la loro omologazione. Questa frattura è avvenuta in questi ultimi dieci anni, col web 2.0, ma ovviamente è un processo in corso e non penso si possa parlare di un momento preciso. In fondo non credo nemmeno che sia tanto drammatica: da sempre il fumetto ha dovuto confrontarsi e anche adattarsi a media differenti. Credo anche che un modo diverso di utilizzare Internet sia possibile, più libero e lontano da piattaforme proprietarie, anche se per adesso, in mancanza di meglio, dobbiamo confrontarci con esse. Fumettisti contro Youtubers è un’operazione di satira massmediale, che analizza esattamente questa frattura da un punto di vista smaccatamente (e orgogliosamente) di parte.

Parlando dell’analisi di questo scisma uno dei temi che suscita più dibattito riguarda la trasformazione delle fiere del fumetto in Italia: da qualche anno infatti in queste occasioni gli spazi riservati ai cosplayer, ai videogiocatori e agli youtuber sono cresciuti con straordinaria rapidità. Il risultato è che i fumettisti hanno visto decrescere l’interesse dei partecipanti nei loro confronti. Se però questa situazione viene criticata il rischio è di passare per “rosiconi”, invidiosi dell’inaspettato successo altrui. Hai appena parlato dell’intermedialità, descrivendola come una cosa buona e giusta: lo è anche aggregare discipline diversissime per ricezione e diffusione, complice l’uso di diversi media, in nome di una cultura nerd trasversale e di interessi economici?  

Non ho mai capito la gente che stigmatizza l’invidia. L’invidia è un sentimento umano diffusissimo, credo il più diffuso di tutti. Siamo tutti invidiosi di qualcuno, soprattutto oggi che i social ci bombardano costantemente con ragazze più sexy della nostra, disegni più belli dei nostri, vite più interessanti della nostra. L’invidia sembra più diffusa che in passato per l’aumentare dei modelli di confronto, ma allo stesso tempo è il sentimento di cui ci si deve più vergognare, perché se invidi sui social passi per rosicone, appunto. E non ce lo si può permettere, tutti sui social dobbiamo apparire dei vincenti, il modello è quello americano e ormai lo abbiamo assimilato alla perfezione. Personalmente non mi pongo il problema. Il fumetto, come tutte le forme d’arte quando sono libere da condizionamenti di vario tipo, parlano direttamente della realtà vera, non della sua rappresentazione. Fumettisti contro Youtubers esprime in maniera cristallina anche un certo rosicamento, che esiste davvero tra addetti ai lavori. Una narrazione che si pone fuori dai circuiti imposti dai social media, che valorizzano solo le narrazioni vincenti, può anche rappresentare una condizione da perdenti, da incazzati idealisti, in fondo è un retaggio di quell’orgoglio nell’essere difformi di cui si parlava prima. L’invidia ha un’energia potente e se la sprechi solo con commenti caustici sul web stai sprecando energia, è come consumare tutta la libido in seghe piuttosto che facendo l’amore. Che poi se ne consumi troppa non te ne resta nemmeno per fare l’amore. Lo stesso coi social. Ci abituano ad esprimerci con commenti su piattaforme preimpostate e ci tolgono il tempo e l’energia per esprimerci con forme d’espressione più personali. È stato proprio questo il motivo per cui ho fatto il mio fumetto: dopo la visione di un video in cui uno youtuber affermava che i fumettisti non stanno facendo nulla per il mondo dei fumetti ho preferito prendermi qualche tempo per scrivere e disegnare una risposta che non fosse un commento incazzoso tra i tanti, ma un’operazione intellettuale tutta mia, giocata su un terreno autonomo. Confermo quanto detto prima sull’intermedialità: è cosa buona e giusta che i media si contaminino e sarebbe ridicolo pensare il contrario dato che è un processo che c’è sempre stato e che ha sempre arricchito le arti. Ci tengo a ribadire questa cosa perché la nostra operazione rischia di essere letta come un invettiva luddista contro i treni a vapore che tolgono il lavoro ai cocchieri. Fumettisti contro Youtubers non è una critica verso il nuovo, ma una satira sulle contraddizioni che il passaggio tra il vecchio e il nuovo genera. Una testimonianza satirica di un momento storico, non un manifesto poetico. Se per “aggregare discipline diversissime” intendi le fiere del fumetto di cui parliamo nelle nostre storie, la risposta l’hai già data nella tua domanda: interessi primariamente economici. Qualcuno addirittura arriva a dire che bisognerebbe creare degli eventi a parte, qualcun’altro dice che della grande affluenza portata dagli youtubers comunque beneficiano anche i fumettisti. Non so quale sia la soluzione giusta, so che però questo mischione ha portato alla creazione di manifestazioni solamente fumettistiche che pare vadano anche piuttosto bene (penso all’“Arf!” ad esempio). Non so se sia giusto o sbagliato creare manifestazioni che contengono di tutto, in fondo la cultura nerd è davvero trasversale e anche il fumetto fino a non troppo tempo fa era considerato una sorta di fratello ritardato della letteratura, mentre oggi lo troviamo anche alle fiere del libro senza nessuno scandalo. Non so davvero dare una risposta netta alla tua ultima domanda.

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Sal Modugno, autore di Col fischio o scienza?“: la storia è la parodia di un noto programma televisivo di divulgazione culturale (in Fumettisti contro Youtubers)

Mi pare però che tu abbia detto lo stesso molte cose interessanti: per esempio, è raro sentir parlare qualcuno in termini così schietti dell’invidia, un sentimento che molti covano, ma che pochi sono disposti a mostrare apertamente. Fermiamoci ancora un po’ a parlare di emozioni: vorrei chiederti cosa vorresti che frullasse nella testa di chi ha appena letto Fumettisti contro Youtubers. Non parlo solo delle molteplici idee, ma anche delle emozioni che l’opera è capace di trasmettere.

Mi piacerebbe che il lettore fosse indotto a pensare a bla bla bla e che si spingesse verso un’analisi che bla bla bla, eccetera eccetera. No, in realtà l’unica cosa che vorrei è che si divertesse leggendolo.

Concentrandoci ora sull’antologia e sull’opera di ogni singolo autore ce n’è una in particolare che ti ha colpito tra quelle dei vari collaboratori? Non voglio metterti in imbarazzo, perciò non ti chiedo quale, a tuo avviso sia la migliore: semplicemente, parlami di un’altra storia che, per una qualche ragione particolare, è riuscita a imporsi sotto un certo aspetto.

Se devi farmi sbilanciare permettimi almeno di ricordare come tutti gli autori siano stati fantastici nel cogliere in pieno il senso del progetto e nell’averlo realizzato al loro massimo.
La storia che ha più colpito me, e anche altri autori dell’antologico, è Agenzia Pallese di Roberto Cavone. È l’unica storia che non parla nello specifico delle dinamiche squisitamente nerd di cui parlano tutte le altre (e di cui abbiamo parlato in questa intervista), ma ci porta in un mondo surreale pieno di suggestioni grottesche con la sua patata innamorata e il cinico talent scout Ciccio Pallese. È stata di gran lunga la storia con l’approccio più originale, pur rimanendo ben aderente alla tematica dell’antologico. Conosco Roberto da una vita, proprio dai tempi delle fanzine ( non a caso noi due siamo gli autori più vecchi) e sapevo di andare sul sicuro quando gli ho chiesto di collaborare. Lo invidio molto per i voli pindarici narrativi che crea nelle sue storie, uniti ad un certo cazzeggio nei dialoghi e nelle situazioni, il tutto inserito in una storia che fila liscia come l’olio fino alla fine.

Anzi, già che ci sono dò uno scoop ad Argo: Ciccio Pallese tornerà molto presto con Blatta Production.

Ciccio Pallese, personaggio nel racconto Agenzia Pallese di Roberto Cavone (in Fumettisti contro Youtubers)

Wow, grazie mille per l’esclusiva! Ora vorrei farti un’ultima domanda di carattere valutativo. Il mondo che descrivi, quello digitale, è spesso definito fluido perché in continuo cambiamento, senza una forma definita: come cambierebbe la tua storia, se dovessi criticare il mondo digitale?
Non credo si possa personificare il mondo digitale, come per esempio fanno tanti giornalisti (“la rete si indigna!”). Il mondo digitale non è un soggetto, è un’evoluzione del nostro modo di comunicare. Non si può fare satira o critica su un media, il media in sé è neutrale. Invece è interessante notare l’effetto che ha il media su di noi, in tutte le sue contraddizioni. Sono un mcluhaniano convinto, credo che i media cambino le persone non certo per il loro contenuto, ma per come gli scombussolano i modi di comunicare, persino di vedere il mondo. Se dovessi rifarla non credo che la mia storia cambierebbe, ma di sicuro si presterebbe ad ampliamenti, parlerei di altri aspetti della trasformazione che stiamo vivendo.
In fondo è quello che ha sempre fatto la fantascienza, si è inventata mondi futuribili con tecnologie inquietanti e distopiche non per parlare delle tecnologie in sé, ma per evidenziare aspetti dell’animo umano, spesso portando avanti riflessioni persino filosofiche molto importanti. Oggi che il futuro immaginato da quella fantascienza è già presente, o perlomeno è già iniziato, certi cambiamenti nella società stanno già avvenendo grazie all’invasione massiva della tecnologia. Se ne può parlare anche con l’umorismo e la satira perché non parliamo più di mondi futuribili, ma del nostro presente. L’uomo contro la macchina è un elemento classico della fantascienza, un espediente retorico per interrogarci sul nostro essere umani, che nasce da ben prima della fantascienza. Con le dovute proporzioni, credo che Fumettisti contro Youtubers possa anche essere letta come una variante in chiave umoristica di questo genere. Fumettisti contro Youtubers non parla di mondi digitali. La satira, la critica, è sempre verso questo meraviglioso animale parlante che si chiama uomo e che ci continua a dare infiniti spunti creativi e di riflessione.

Francesco Faccioli