Nasce Argolibri: il nuovo marchio editoriale della rivista Argo

A quasi 20 anni dalla sua fondazione, la rivista Argo lancia il nuovo marco editoriale. Tra le prime pubblicazioni opere di Corrado Costa, testi di Antonella Anedda, Mariangela Gualtieri, Franca Mancinelli e nel 2020 il linguaggio alieno di Jack Spicer e la migliore poesia europea. Si rinnova anche la storica rivista con il nuovo magazine online, nella redazione anche il poeta e critico Lello Voce. 

Nasce Argolibri con una serie di opere irriverenti e illuminanti: scritti e disegni di Corrado Costa tratti dalla rivista satirica «Il Caffè letterario»; poesie di denuncia nate in un reparto psichiatrico e patrocinate dal movimento basagliano “Le parole ritrovate”; i sonetti protofemministi di Leonora della Genga e di altre grandi poète del Trecento in dialogo con Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri; un trittico di Jack Spicer che si chiude con le sue 15 false proposizioni contro dio, dettate dai marziani, in cui l’autore statunitense, già tradotto da Argo (After Lorca, premio Benno-Geiger 2018 per la traduzione), pone le basi per quell’etica poetica descritta dal verso «poeta, sii come dio».
Argolibri partirà con le seguenti collane: Talee, piccole gemme introvabili ma necessarie, curata da Andrea Franzoni e Fabio Orecchini; Fari, dedicata alle opere illuminanti e curata da Valerio Cuccaroni; Rizomi, dedicata ai nuovi media e curata da Giulia Coralli; Territori, dedicata alle monografie della rivista e curata da Rossella Renzi.
Argolibri nasce dalla ventennale esperienza editoriale di Argo, “una delle migliori riviste letterarie indipendenti d’Italia” («Il Libraio», 6/10/2017), fondata nel 2000 all’Università di Bologna sotto l’egida del compianto Guido Guglielmi. E nel 2020, per festeggiare i suoi 20 anni, uscirà per i tipi di Argolibri il numero 20 della rivista dedicato alla migliore poesia europea, realizzato in collaborazione con Gino Ruozzi, preside della Scuola di Filologia Classica e Italianistica di Bologna, e Alberto Bertoni, poeta e docente dello stesso Ateneo. In occasione della nascita di Argolibri inizierà anche la nuova serie della rivista Argo e il nuovo magazine elettronico http://www.argonline.it, diretto da Marco Benedettelli (direttore responsabile) e Andrea Capodimonte (caporedattore); quest’ultimo coordinerà una redazione composta da antropologi, architetti, artisti, letterati, tra cui la celebre firma del poeta e critico Lello Voce.

Argolibri è un marchio editoriale dell’impresa creativa Nie Wiem, casa editrice della rivista Argo e organizzatrice del poesia festival La Punta della Lingua, co-diretto da Luigi Socci Valerio Cuccaroni, e del film festival Corto Dorico, co-diretto da Daniele Ciprì  Luca Caprara. Parte dei fondi necessari per avviare Argolibri derivano dal contributo della Regione Marche ottenuto da Nie Wiem per aver vinto il bando per l’editoria 2018; a sostegno ulteriore delle attività ci saranno i lettori e gli appassionati che da sempre seguono la rivista e co-finanziano le pubblicazioni di Argo, in passato accompagnate da case editrici come Pendragon e Gwynplaine, e che ora, formalizzando la propria indipendenza e unicità, diviene editore.




La Punta della Lingua saluta Nanni Balestrini

Il nostro poesia-festival La Punta della Lingua saluta Nanni Balestrini ospite dell’edizione 2018

Se ne va, con Nanni Balestrini, un pezzo importante della letteratura italiana del secondo 900. Era il più giovane del Gruppo 63 (di cui fu uno dei fondatori e non un precursore come scrive incautamente Repubblica dimostrando, una volta di più, la discrasia culturale tra giornalisti e titolisti) e se ne va per ultimo. Lo scorso anno la Punta della Lingua ebbe l’onore e il piacere di ospitarlo, finalmente, dopo che altre 2 volte era stato costretto a declinare il nostro invito: la prima per motivi di salute (di acciacchi ne aveva parecchi negli ultimi anni), la seconda per impegni a dOCUMENTA, la grande fiera d’arte di Kassel, dove era stato accolto per il suo lavoro come artista visivo. La sua militanza politica, insieme al rigore (e all’apparente rigidità) delle sue poetiche lo hanno reso (o almeno fatto percepire) come una figura fortemente divisiva, da osannare o detestare altrettanto acriticamente. Ancora oggi gran parte della poesia italiana delle ultime generazioni viene prodotta, con sovrano disprezzo per il concetto di evoluzione storica delle forme artistiche, come se Balestrini e la sua opera non fossero mai esistiti mentre, in alcuni degli ambiti più propensi alla sperimentazione, le sue poetiche di montaggio (vecchie ormai di settant’anni) sono ancora considerate l’ultima e definitiva novità, alla quale attenersi scrupolosamente fino al rischio del manierismo. Ma Balestrini, al netto delle straordinarie capacità organizzative che lo contraddistinguevano e che lo hanno portato instancabilmente a costruire gruppi, riviste, movimenti e iniziative culturali alla ricerca, talvolta affannosa, di riconoscere “i suoi”, era innanzitutto un poeta. Con molti meno paraocchi di quanto non si creda. Aveva amato molto Emily Dickinson, in gioventù, e Montale (e persino D’annunzio come ebbe a confessarci) per poi virare, dopo l’incontro con la poesia di Hans (Jean) Arp (qua 3 versi da lui tradotti che potrebbe anche aver scritto lui stesso: “Chi lascia operare il caso \ intreccerà vivi tessuti. \ Il caso ci libera dalla rete dell’insensatezza) verso le poetiche neo dada di cui è stato, in letteratura, il più importante rappresentante italiano. Anche se, diceva al riguardo dei suoi montaggi “il caso può essere fomentato”. Chi lo ha ritenuto, erroneamente, un gelido e cervellotico avanguardista, si stupirà nel sapere che a RicercaBo, qualche anno fa, un po’ stizzito nell’aver sentito per tre volte di seguito l’espressione “il messaggio della poesia”, intervenne per ribadire che la poesia non doveva trasmettere “messaggi” bensì “EMOZIONI”. Un’ultima notazione sul Balestrini “comico” (altra tonalità che sembra rimossa dalla maggior parte della poesia italiana “seria”, o presunta tale, di questi anni): Balestrini apprezzava, e anzi ricercava, il divertimento del pubblico spesso scegliendo i testi (guarda caso tra i suoi migliori) che potevano sortire tale effetto. Ricordiamolo così, allora, con un testo apparentemente innocuo interpretato dal comune amico (nostro e suo) Antonio Rezza. 

Di Luigi Socci, direttore artistico del poesia-festival La Punta della Lingua




Argo e Poesia del nostro tempo: le ragioni di una scelta

di Valerio Cuccaroni e Rossella Renzi

Dopo anni di appassionato lavoro, confronto, collaborazione e una consistente produzione di materiale divulgativo e critico sulla poesia contemporanea, «Argo» e «Poesia del nostro tempo» si separano, continuando a percorrere autonomamente le strade della ricerca, della riflessione, della diffusione della poesia in modi diversi e indipendenti.

Per questa scelta dobbiamo ai nostri lettori, compresi quelli del blog www.poesiadelnostrotempo.it, una spiegazione.

«Poesia del nostro tempo» è un progetto editoriale nato in seno alla redazione poesia della rivista «Argo» (realtà che si è creata tra il 1999 e il 2000 all’Università di Bologna ed è ancora attiva). Il nucleo redazionale da cui ha avuto origine l’esperienza di «Poesia del nostro tempo» si è formato dopo la pubblicazione, nel 2009, di Oscenità, numero di Argo strutturato come un romanzo collettivo di esplorazione per l’Italia dell’era berlusconiana. In quel volume la sezione dedicata ai versi fu consacrata alla poesia in dialetto: una delle espressioni più vive dell’arte poetica contemporanea.

Insieme a Manuel Cohen, Giuseppe Nava e Christian Sinicco decidemmo di riprendere il lavoro critico e selettivo compiuto in Oscenità ampliandolo e strutturandolo in un’antologia. Dopo cinque anni di lavoro collettivo, nel 2014 pubblicammo, con il titolo L’Italia a pezzi, uno studio che rappresenta tuttora l’ultima vasta opera in circolazione sulla poesia contemporanea in dialetto.

Con i collaboratori che ci avevano aiutato a realizzare l’opera, scrivendo i profili critici di alcuni autori, si formò la “Redazione Argo Poesia” con lo scopo di rendere stabile la collaborazione e proseguire l’osservatorio sulla poesia, con la pubblicazione di volumi cartacei. Pubblicammo così Argo Annuario di Poesia 2015 e 2016 (diretti da Christian Sinicco), con un approccio tematico sulla poesia del nostro tempo: da qui nacque la redazione di Poesia del nostro tempo, con cui abbiamo realizzato il sito di secondo livello poesia.argonline.it e pubblicato il terzo annuario, Confini (2018).

Nel 2018, in collaborazione con «Midnight Magazine» abbiamo creato il blog www.poesiadelnostrotempo.it.

Questo percorso decennale ha portato a realizzare quattro libri e centinaia di pagine elettroniche: un lavoro proficuo, nutriente, necessario che ha assunto una sua caratterizzazione specifica. Ad oggi «Poesia del nostro tempo», con la direzione di Sinicco, prosegue pubblicando quotidianamente contenuti sulla produzione in versi, con uno scopo divulgativo.

Al contempo, il collettivo di «Argo» ha lavorato su altri fronti, organizzando insieme alla rivista
Accorreti il raduno delle riviste indipendenti B.I.R.R.A. 2018, pubblicando i volumi After Lorca di Jack Spicer (2018) e Argo Numero di Magia (2019), quindi raccogliendo attorno a sé un nuovo gruppo di giovani studiosi, ricercatori e scrittori che ha deciso di portare avanti un lavoro di ricerca e confronto che rinnovasse lo spirito originario di «Argo»: l’esplorazione critica della realtà attraverso il prisma dell’espressione artistica e culturale, indagata con sguardo multidisciplinare, analitico, integrato.

Dal momento che questo spirito si distacca profondamente dal metodo di lavoro di «Poesia del nostro tempo», la Redazione di «Argo» ha deciso di scindere le due realtà affinché si possa procedere in modo autonomo e indipendente, consolidando le proprie linee operative, senza precludere possibilità di collaborazioni.

La poesia su «Argo» ha avuto sempre un ruolo privilegiato, come si conviene all’espressione umana più complessa. Per darle il giusto rilievo continueremo sulla strada tracciata con l’ultima opera poetica pubblicata dal collettivo, After Lorca di Jack Spicer, un’opera tradotta da Andrea Franzoni e curata insieme a Fabio Orecchini.

Per il 2020 stiamo lavorando a un libro sull’Europa dei poeti, inserito in un progetto editoriale che speriamo di potervi svelare presto, quando saremo riusciti a formalizzarlo al meglio.
Intanto, prosegue il nostro viaggio di esplorazione della realtà su www.argonline.it, che si sta strutturando come una rivista elettronica, coordinata da Andrea Capodimonte, e non più come una semplice vetrina delle opere cartacee del collettivo, con l’aggiunta di qualche inedito.

Buona lettura e buona esplorazione




Senza arrivare da nessuna parte: commenti a Teoria e prassi di Jacques Derrida | di Riccardo Canaletti

Dovete fare una torta di mele. Due modi sembrano, apparentemente, possibili. La riproduzione meccanica e la comprensione. Ma di fronte a queste due possibilità ci troviamo a confrontarci con un errore grossolano: non esiste una riproduzione meccanica e, soprattutto, non esiste una via della comprensione. Anzi, proprio il primo dei modi sembra comprendere ciò che di più essenziale ci sia nel discorso intorno alla prassi. L’indagine genealogica, tra esclusioni e riorganizzazione degli schemi semantici e storici trattati, che Jaques Derrida sceglie di anticipare già nella PRIMA LEZIONE del Corso riguardo Teoria e prassi (Teoria e prassi, Jaca Book, 2018), proprio intorno al concetto di teoria, ricorda vagamente qualcuno che, volendo fare la suddetta torta di mele, inizi con lo studiare il perché la mela si chiama mela. Ovviamente, senza, infine, fare la torta.

“Eppure, – si crede inizialmente – dopo una paziente lettura, tutto sarà più caro o chiaro?”.

Nulla di più errato! Derrida vuole perdersi, vuole disfare i capi del discorso, rimodellare costantemente una quanto mai fantomatica struttura che crede di aver abbozzato inizialmente e di fronte alla quale si può sempre aggiungere, disgiungere, congiungere, rispetto alla quale le istanze convergono e divergono insieme, si contrappongono,  lottano vicendevolmente; teoria e prassi o teoria o prassi e ancora prassi teorica o teoria pratica. L’unico elemento evidentemente coerente e che non cade in contraddizione, contraddizione che sembra essere un leitmotiv (nel senso più strettamente wagneriano, di una quasi cantilena che si ripete) di queste lezioni e di altri scritti di Derrida, è senza dubbio la puntualizzazione riguardo i limiti del prassismo marxista (e di Engels, direttamente riferendosi alla sua posizione, apparentemente più radicale di quella dello stesso Marx delle Tesi su Feuerbach), estrapolazione pressoché aderente al testo di Althusser (Sulla dialettica marxista) e alla VIII Tesi. Nodo cruciale da chiarire è, infatti, il limite della prassi, in quanto giustificazione della teoria, in quanto legittimazione della teoria e, nonostante Derrida voglia sottolineare la differenza tra teoria e pensiero, in quanto consapevolezza del pensare, altrimenti definita coscienza. La pratica è proprio ciò che, di fatto (cioè nei fatti), distingue, direbbe Montaigne, la coscienza dalla devozione; e, dice Althusser, ma prima ancora Engels, toglie la teoria stessa dal rischio del misticismo.

Interessante lo spunto iniziale riguardo il si deve fare, quasi posto come imperativo categorico, quasi a voler contrapporre la pratica a un agire ipotetico, a un agire che comporta un volerlo fare, un lo farò perché; la pratica è non tanto il voler fare, quanto il fare, il fatto che si faccia e che quindi si debba fare. Ma, basta andare avanti di poche righe, le incursioni nella filosofia, il nozionismo selvaggio, la quantità di conoscenze esposte alla rinfusa, in modo surrealista, sostanzialmente giustapponendo intuizioni ad associazioni di idee quasi prive di logica o apertamente non valide (egli stesso scava nel Kant pre-critico e nel Kant della Prima e Terza critica pur riconoscendo la sostanziale alterità dei concetti kantiani di teoria e prassi rispetto a quelli di Marx, e nonostante questo forzando un’analogia faticosa inserita in un discorso pregno, impegnativo, ma senza meta) sfociano in un vero e proprio delirio ermeneutico in cui ci si domanda se non siano piuttosto le capacità dell’autore ad essere poste al centro, e non tanto il resto. Così le nove lezioni che compongono questo, quanto mai articolato e tortuoso, libro appaiono più come una rete, un fittissimo diorama pensato da una delle menti rapsodiche più allucinate della filosofia, ma anche tra le meno rigorose.

Risulta difficile persino approcciarsi a una critica capillare dei temi (ad esempio dell’interpretazione della tecnica moderna in Heidegger, filosofo quanto mai inappropriato visto il tema trattato – la prassi!). Di conseguenza, sembra difficile tirare, pro e contro a parte, le somme di un discorso che sembra non voler vertere su nulla se non sulla speranza di una ragione pre-teorica e pre-pratica (come se esistesse una forma di responsabilità, parola cara all’autore, trascendente, teologica) di ascendenza kantiana, uno sperare vuoto, uno sperare senza oggetto, uno sperare che è uno sperare attraverso, concetto – anche questo – oscuro e, saremmo portati a dire, vuoto. La critica, abbiamo detto, ne esce indebolita: di fronte a un collage di testi così sconnessi, legati tra loro da qualche richiamo del filosofo (nella speranza di rendere omogeneo il discorso diluito in più puntate), ci sembra quasi di poterci paragonare, fuor di metafora, al caso di Carnap e dell’Heidegger di Che cos’è la metafisica?, dove il primo taccia le istanze metafisiche come prive di senso; ecco, potremmo accogliere questo giudizio, condividerlo pienamente. Il limite, il bordo che Derrida vuole percorrere e simultaneamente superare, è ancora una volta il bordo che riguarda la realtà, l’ontologia, l’epistemologia, e chi più ne ha più ne metta. Ecco che, partendo da un argomento circoscritto, si arriva, come è solito di molti filosofi continentali, a toccare i massimi sistemi ma senza giustificare il proprio discorso, anzi sostenendolo solo attraverso colpi di scena, iperboli, grandi parabole e lezioni di filologia, tradendo l’inconsistenza di un pensiero che, muovendosi esclusivamente nella cultura accademica, dimentica l’esigenza, questa sì davvero pratica, dell’immediatezza del discorso sulla politica e, ancora di più, sulla necessità, che sembrava potesse profilarsi nella PRIMA LEZIONE (ma poi completamente disattesa) di individuare le caratteristiche principali di un agire politico che fosse costruttivo e non semplicemente un agire, in qualche modo confermando la lontananza della prassi politica da un’azione connotativamente fascista, intrinsecamente reazionaria e disorientata, raminga, non autonoma, ma, soprattutto oggi, pericolosa e fortemente gerarchizzante. Ci sentiremmo di rispondere come rispose Boncinelli in un dialogo (fortunato per il famoso genetista e nefasto per il suo interlocutore) con Severino, in cui si accusa la filosofia di porsi domande rispetto alle quali non si possono trovare risposte (aggiungerei, soprattutto se poste in questi termini).

Nel Superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio, Carnap definisce le proposizioni della metafisica pseudoproposizioni, per l’appunto frasi prive di senso, del tipo “il Niente nientifica”, del pindarico Heidegger. Proviamo a riprendere una frase di Derrida, un incipit e nello specifico l’esordio del discorso della Sesta lezione:

Siamo oberati. Da qui la stanchezza.
Siamo davvero oberati.
Veramente. Veramente, questo non qualifica il modo in cui siamo debordati (oberati o debordati?) veramente, perché a dire il vero potremmo non essere affatto debordati, in verità. Veramente, significa piuttosto che se c’è debordamento, è un effetto di verità. È in nome della verità che si deborda sempre.

Questo esempio, senza nemmeno cercare di capire il significato, appare del tutto privo di consistenza logica. Questa pretesa chiusa e solipsistica, veramente stanca, veramente identifica parte dell’inutilità che caratterizza il discorso intorno la cosa o intorno la domanda, che sempre più si fa inestricabile, che sempre più si complica fino a scomparire nel chiacchiericcio di profeti, apocalittici che tanto sanno addomesticare la capacità di #pensarerazionale delle nuove reclute, nostri pari, equamente ignoranti rispetto a qualcosa, e loro, quasi sempre, rispetto al senso del produrre conoscenza, e quindi pratica, indissolubilmente; ma, contrariamente al discorso di Derrida, non in una caduta poetica a spirale di concetti storici, incrostati nella storia e, soprattuto per questo, inadatti alle esigenze prossime. Se dalle condizioni iniziali si determina la capacità di pensare ipotesi e le ipotesi stesse vengono a loro volta determinate all’interno di questa rosa (anche se ci si presenta, delle volte, l’impossibilità di definire le condizioni di partenza), è nel presente il soggetto agente che prevede, è, quindi, con un occhio nel futuro. Questo priva di significato qualunque istanza teologica, di responsabilità attraverso la categoria etica del dover fare, imposto come necessità, così sembra, biologica, immanente. Il che è, ancora una volta, del tutto senza senso. La torta si fa con le mele, anche se chiamassimo le mele in un altro modo, perché probabilmente la torta di mele seguirebbe al momento in cui si nominano la prima volta dei frutti rotondi e rossi, così sembra che eminentemente il significato della mela contenga il significato della torta di mele. E questo stesso ragionamento sarebbe passibile di infondatezza, poiché privo di prove empiriche.
Cosa pensare, allora, delle concessioni argomentative che si fa Derrida? Che dire di chi la torta la farebbe con il dizionario? In questo Derrida sembra più vicino a Montale, che nominò una pianta senza sapere che pianta fosse (quale?), ma solo perché suonava bene. Così Jaques D. pontifica, con la stessa falsa e ossimorica umiltà di Madre Teresa, articolando maestosamente concetti che suonano bene, ma che per lui non hanno una vera identità semantica.

Ancora di più: Derrida sembra essere l’orecchio assoluto di questa grande orchestra che è la filosofia continentale, un musicista dotato di una sensibilità, e capacità cognitiva, che apparentemente sembrerebbe irriverente, miracolosa, ma pur sempre un musicista che non sa e non può riconoscere gli intervalli, e in particolar modo, non può improvvisare. Quale peggior freno alla creatività se non una creatività coatta, forzata, imposta ad ogni concetto? Il peggior sentiero è quello di chi taglia tutte le piante, perché nel caso si fosse sbagliato, non saprà come tornare indietro. Derrida, totalmente incoerente, trova la sua coerenza nel voler radere al suolo qualunque discorso programmatico (quindi una poetica, contro le aspettative del filosofo francese) tipico di una ricerca rigorosa, scientifica. Potremmo, sportivamente, tentare di consigliare un titolo diverso: Teoria e prassi di Jaques Derrida: un’auto-apologia, ancora una volta simile e diversa dal caso severiniano, che tiene corsi sulla sua opera, monolitica e ridondante, come tutte le chiese.

Di fronte a questo testo chiunque volesse indagare lo statuto dell’agire, come quello del pensare, si troverà a constatare il grande limite di Jaques Derrida: un’analisi quasi esclusivamente filologica di due termini indissolubili dalla loro storia, che vengono invece presi in sé, in quanto parole, ancora una volta mistificandone la natura e dissimulando il fulcro, il cuore e il nucleo, di un argomento cogente per la nostra epoca, quello che riguarda la possibilità di intervenire criticamente sullo stato di cose costituito. Un’occasione mancata per far riflettere pragmaticamente, un’occasione in più per sciogliersi nell’ormai indistinguibile magma della cultura slombata e universitaria.




Maria Goia, una pasionaria in abito nero | OttoMarzo

Continua la quarta puntata della rubrica OttoMarzo dedicate alle donne straordinarie della storia

Alla fine del 1800, nel ravennate e soprattutto a Cervia, il bracciantato assunse una dimensione sociale importantissima. Questa condizione è fondamentale per la comprensione di alcune dinamiche che riguarderanno il mondo del lavoro e le lotte di rivendicazione di diritti di eguaglianza e di genere.


Maria Goia fu una delle protagoniste dei movimenti socialisti e di rivendicazione politica di diritti. Fin dalla giovane età si formò in un ambiente politicizzato e le sue doti intellettuali le consentirono un ruolo fondamentale nella storia nazionale italiana. Nonostante le umilissime origini familiari, il padre consentì gli studi a Maria, che si iscrisse alla Regia Scuola Normale femminile di Ravenna. Ai brillanti risultati ottenuti nelle discipline umanistiche, si sottolinea la riparazione a ottobre in Lavori donneschi. La sua sarà una vita di studio e di lotta.
Nel 1898 non poté usufruire del contributo del Comune di Cervia per continuare la frequentazione della scuola e, non potendo conseguire il titolo di maestra, concluse l’anno scolastico con voti altissimi fra cui un “10” in Lingua e lettere italiane. Dalle prime note prefettizie emerge che Maria si iscrisse al PSI nel 1901. Si deducono pregiudizi maschilisti nei suoi confronti spesso in contraddizione:

Nell’opinione pubblica risente fama poco buona essendo ritenuta leggera, poco amante del lavoro e di condotta morale censurabile. Ha carattere frivolo, discreta educazione, intelligenza svogliata e coltura piuttosto limitata. […] Non si può dire che frequenti la compagnia di alcuno perché ama starsene da sola; però quelli che l’avvicinano o sono socialisti o suoi adoratori. Si comporta bene verso la famiglia. […] Nel partito ha acquistato discreta influenza in quasi tutta la Romagna. […] Ha tenuto diverse conferenze di propaganda socialista […] spinta principalmente a ciò dal desiderio di emergere e di essere applaudita dalla folla.

Maria Goia si distinguerà invece per il suo spirito di abnegazione nel lavoro e nella lotta politica fino a spegnersi giovanissima, un giorno dopo essersi recata in visita presso la madre di Giacomo Matteotti, ucciso dagli sgherri fascisti. La sua prima apparizione pubblica avvenne alla presenza di Andrea Costa, nel giorno dell’inaugurazione della prima sede socialista in Romagna, dove prese la parola per esortare le donne a una presa di coscienza politica e civile, costretta a improvvisare un magnifico discorso.

In quegli anni, le donne socialiste, differenziandosi dal femminismo borghese di Anna Maria Mozzoni e dalle tesi del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, concentrarono la loro azione sulle rivendicazioni di genere: non si limitarono a sollevare una semplice questione etica, ma si concentrarono su aspetti economici e sociali. Le rivendicazioni riguardavano l’emancipazione nel mondo del lavoro, l’uguaglianza dei salari e il diritto al voto. Maria si distinse molto spesso per le sue brillanti orazioni. Il suo registro linguistico commuoveva, sapeva coinvolgere e toccare i cuori delle persone, la sua cultura era ricca di reminiscenze poetiche e metaforiche che, inevitabilmente da appassionata agitatrice, divenivano chiari riferimenti politici:

Tutti gli occhi sono ridenti e in tutti i cuori è una gran bontà. L’inno della pace, della libertà, dell’amore sale alto nella serenità blanda del cielo e maggio offre i suoi fiori rossi, ardenti come gl’ideali.

La sua visione di socialismo – da pacifista qual era – rifiutava ogni forma di violenza e si avvicinava alla componente socialista riformista tipica del primo Novecento, il cui leader veniva riconosciuto in Filippo Turati. L’idea era quella di una concezione evoluzionistica radicata in una fiducia nell’uomo e nel futuro: un determinismo positivo, generato dallo sviluppo del capitalismo in un nuovo sistema economico e sociale. Nel 1906 Maria Goia si unì in matrimonio con uno stimato farmacista di Suzzara, in provincia di Mantova: Luigi Riccardi era fervente socialista, già sindaco e consigliere provinciale. Dopo soli otto mesi dall’unione con Maria, morì. La giovane socialista era pienamente integrata nella comunità di Suzzara che solidaristicamente si strinse intorno a questa donna tenace. Le venne proposto di assumere l’incarico di segretaria della Camera del Lavoro, che si costituì grazie al contributo dei Circoli socialisti e delle Leghe di resistenza delle Cooperative di consumo e produzione della Società operaia. Maria accettò l’incarico e si distinse per carisma e spirito organizzativo.
Nel 1907 Goia ebbe l’intuizione, insieme ad Achille Luppi Menotti suo compagno di lotte di Suzzara, di organizzare i disoccupati in una cooperativa di produzione metallurgica, chiedendo aiuto finanziario alla cooperativa di consumo. Per la prima volta si creò un sistema cooperativo nel nord Italia che divenne un esempio per tutti. Il cooperativismo nato in questa piccola realtà del mantovano proponeva l’acquisto, la rivendita, la distribuzione ai soci di generi alimentari, vestiario e oggetti di uso domestico a prezzi convenienti. Grazie al progetto di Maria Goia, vennero impiegati lavoratori nella macellazione delle carni, nella produzione del pane, vino, formaggio e nell’allevamento di suini. Gli operai aumentarono di numero, contavano su un’officina di macchine agricole efficientissima e 66 ettari di terreni. Da questo successo di Maria si generò incredibilmente una polemica, che si radicava in una presunta diversità di visioni politiche. Goia polemizzò con la Confederazione socialista mantovana che pretendeva l’accorpamento delle organizzazioni economiche dei lavoratori nel partito. Maria si oppose, ritenendo che le organizzazioni dei lavoratori dovessero avere una loro autonomia nelle attività e nelle idee, senza che fossero vincolati al tesseramento. In discussione c’era anche il rapporto fra il Partito Socialista e il sindacato, uno scontro fra sensibilità diverse divise dalla visione riformista e quella sindacale. Goia non arretrò nella sua azione e organizzò conferenze in tutta l’Italia del nord, soprattutto nelle più importanti città toscane. Nel mantovano, grazie alle sue intuizioni, Maria riunì le lavoratrici in numerose leghe. Le leghe non ebbero tutte una lunga durata, ma servirono a dimostrare alle donne stesse che era possibile decidere e pianificare il proprio lavoro:

le lotte economiche pongono la donna già su una via nuova, verso nuove mete; e danno nuove aspirazioni alla vita.

Dal 1912 Maria si batté per il diritto di voto per le donne, esortandole alla responsabilità civica e politica. Ancora una volta, i socialisti mantovani guidati da Enrico Ferri, dimostrarono scarsa lungimiranza criticando il suffragio universale e l’azione politica di Goia: ritenevano che il voto ai ceti proletari e alle donne avrebbe consegnato al clero e ai borghesi il potere assoluto. Goia non accettava questa posizione, rispettava i lavoratori e credeva fermamente nella loro capacità intellettuale e morale. La rottura con Ferri fu inevitabile. La storia del suffragismo italiano dal 1867 entrò nel dibattito politico con progetti di legge che non trovarono realizzazione anche per la posizione ondivaga del Partito Socialista. L’ideale socialista per Goia era una fede che serviva alle donne per emanciparsi dalla loro condizione economica subalterna. Come la sua compagna di lotte Angelica Balabanoff, sostenne che

nessun popolo è libero perché esiste la schiavitù economica che porta di conseguenza la schiavitù morale e l’adattamento ad essa. […] Ma bisogna amare la libertà e desiderarla. Bisogna parlare di lei al proletariato e fare che la desideri come la donna dei suoi sogni.

Il sogno di libertà che Goia voleva realizzare consisteva proprio nell’organizzazione cooperativa delle lavoratrici: la solidarietà era garanzia e tutela dei diritti dell’uomo, un luogo pedagogico per le donne che finalmente provavano unità di intenti e libertà economica. Le Case del lavoro e le cooperative furono per Goia spazi di resistenza aperti a tutti e soprattutto luoghi di mediazione economica ed educazione civica:

la cooperativa non può essere chiusa ad alcuno, non essendo codesta un partito in cui entrano solo coloro che accettano determinate idee e sono disposti alla condotta e alle idee che ne derivano. […] Deve giovare alla classe lavoratrice impedendo il rialzo artificioso dei generi.

Il socialismo della Goia era pragmatico, ma non disdegnava contenuti utopistici: mai imbrigliato in correnti di partito né in burocrazie macchinose. Ancora una volta si consumò un’aspra polemica con Ferri e i socialisti mantovani che aderirono sciaguratamente alla guerra in Libia. Dopo scissioni e polemiche, Maria Goia sostenuta da Anna Kulishoff, Balabanoff, Clerici, Terruzzi e altri leaders, divenne segretaria della Federazione Socialista di Mantova, favorendo l’uscita del settimanale La Nuova Terra.

Dal 1911 al 1918, Goia terrà conferenze, scriverà articoli su vari quotidiani, manifesterà contro la guerra e continuerà le sue battaglie di genere in numerosi convegni socialisti del tempo. Notevole la sua collaborazione con il periodico La Difesa delle Lavoratrici, su cui era possibile leggere gli scritti contro la guerra anche di Clara Zetkin. Maria Goia subì persecuzioni dai carabinieri e dalle guardie di pubblica sicurezza: soprattutto un’irruzione nella Cooperativa di Suzzara dove aveva sede la Camera del Lavoro. Dopo una perquisizione a casa fu denunciata per apologia di reato. Maria ricevette un foglio di via obbligatorio e fu spedita prima a Firenze, successivamente a Milano. Era il 1916. Per Maria, la parità salariale fra i sessi e la tutela dei diritti minimi dei lavoratori dovevano essere concepite attraverso «la valorizzazione di specificità femminili, grazie alla funzione di educatrice e portatrice del valore della vita che ogni donna incarna». Inoltre, Goia fu tra le fondatrici dell’Unione Nazionale delle Donne Socialiste e organizzatrice di un primo convegno femminile delle donne socialiste. Il compito di educare e informare sarà la stella polare della sua azione politica: i frutti si vedranno quando le donne ravennati e mantovane (Cervia, Castiglione, Mezzano, Santo Stefano, Alfonsine, Sobborgo Garibaldi), in varie manifestazioni produrranno iniziative autonome e assumeranno posizioni ideologiche indipendenti.

Durante il periodo suzzarese, le venne offerto di prestare ore diurne e notturne da dedicare all’insegnamento di materie letterarie nella locale Scuola di Arti e Mestieri. Anche in questo caso, gli avversari politici colpirono Maria a mezzo stampa con false accuse, tanto che molti allievi firmarono un appello a difesa della loro insegnante. Gli squallidi avversari politici verranno finalmente accontentati dall’internamento della Goia, nel 1916, a Firenze. Ammalata e stanca per la sua incessante attività politica chiese di tornare nella sua Cervia. Inizialmente, le autorità di polizia non glielo consentirono. Le note prefettizie riportano le attività che Maria tenne a Milano, accolta festosamente al suo arrivo nella sezione milanese del Partito Socialista di via Pellico. Dopo un’operazione chirurgica, continuò la sua opera presso la Camera del Lavoro milanese, professando teorie socialiste rivoluzionarie neutraliste e prendendo parte a tutte le manifestazioni di partito.

Finalmente nel 1919 rientrerà a Cervia, in isolamento e con garanzie promesse alle autorità, di compagni deputati che cercarono in tutti i modi di favorire le cure a lei necessarie. Durante tutto il 1921, Maria Goia partecipò a convegni, favorì la nascita di una cooperativa di consumo, diresse la Camera del Lavoro cervese, fondò una biblioteca popolare circolante.
La deriva fascista, culturale e sociale avanzava spedita. Goia ebbe ancora le forze di scagliarsi contro la stampa e le scuole che promuovevano ideali e valori del regime fascista.

Minata da un male incurabile, a soli 46 anni Maria Goia si spense a Cervia il 15 ottobre 1924, donna d’animo nobilissimo e di ingegno eletto, diede tutta se stessa alla causa del socialismo.