Tra la donna-sole e la donna-pesco, la Noe Itō di Franciso Soriano | di Antonino Contiliano

La recensione di Noe Itō, anarchica e femminista giapponese uscita per Mimesis Edizioni sul finire del 2018

Di Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti,  il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra  il sommovimento tellurico (noto come il “Grande terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

Sintetizzando (una per tutte), viva era l’aspirazione a lasciare il codice fisso della superiorità del maschio e guerriero – che disciplinava in maniera ferrea l’identità della donna entro il recinto della buona madre di famiglia ubbidiente e con la virtù del non parlare e del non fiatare sempre sorridente – per assumere quello del paritario e reciproco rispetto, dell’indipendenza economica e della pari libertà di scelta anche sul piano dei rapporti erotico-sessuali.

Una descrizione e un racconto storico in cui il governo isolazionista e l’ideologia del momento (conservatrice e reazionaria animante), per converso, appaiono forze conservatrici, reazionarie e agenti con licenza di uccidere. Uccidere (presunte/inventate o vere che fossero colpe e responsabilità individuate e denunciate) cioè chiunque si opponesse alla creduta identità dell’anima nipponica e all’azione del potere al governo che se ne riteneva custode e difensore. Una congrega, questi agenti, che, approfittando del clima d’insicurezze e delle devastazioni incontrollabili, provocati dallo stesso terremoto, non ha esitato a far stragi, impunemente, di tante vite ritenute capaci di reali o immaginati saccheggi, sabotaggi e colpi di mano (magari sostenuti da forze esterne…) per sovvertire l’ordine costituito.

Così, rimanendo nel circoscritto tema dell’odio etico-politico per la figura dell’anarchica Noe Itō, Noe e componenti familiari e compagni di lotta ribelle vengono massacrati e sepolti senza processi o con processi farsa montati ad hoc.

Evidente, in ogni modo, nel percorso dei quattro capitoli del libro – “Il male oscuro, Samurai e signori della guerra, Museihushugi, iI morte di Noe Itō –, accompagnato da diverse “illustrazioni” d’epoca, è la percezione che collettivi e individualità di natura diversa si trovano in parallelo e mutuo conflitto genetico ed evolutivo; evidente è, anche, che l’identità di un sistema chiuso, qualunque sia la configurazione, è destinata a trasformarsi grazie all’instabilità delle “temperature”. Sembra scontato, ma è così! È, se così si può dire, un fenomeno termodinamico che nessun può smentire o falsificare nelle sue varie fasi; esserne parte costituente come soggetto non passivo è per di più componente ineliminabile, fortunatamente!.

Cambiare forma e contenuti e valori (a ognuno, poi, la responsabilità del punto di vista e di esistenza!) come un rapporto dinamico tra elementi eterogenei, che non si riducono a somma zero, è processo cui niente si sottrae. Sono così, per esempio, le varie dimensioni dello spazio e del tempo che, in ordine quantitativo e qualitativo territoriale, locale e non, fanno sì che collettivo e individui si trovino a fronteggiarsi in termini di potere e contro-potere.

Un sistema eterogeneo di relazioni che, in varia combinazione, intrecciano, intersecano tensioni singolari di gruppo o di gruppi, favorendo una parte piuttosto che un’altra. Un campo di energie, attività e insorgenze molteplici come può essere la differenza ribelle di gender – genere – che, non dissimilmente dalle rivendicazioni libertarie anarco-comuniste, e pur nelle variazioni dei modelli che li contraddistinguono, confliggono contro i tipi di regime o d’ordine bloccato. Due estetiche in opposizione (non solo estetica): l’una del riconoscimento identitario e l’altra di opposizione; un’individualità anarchica, o comunista, o anarco-comunista che s’incarna in una donna, Noe Itō, e un collettivo differenziale di riconoscimento escludente il diverso, il contagio da eliminare.

Un po’ (approssimando) come dire che Francisco Soriano è riuscito a far sì che la sua scrittura fosse capace di renderci un système où tout se tient, un modello dialettico in cui la colla della congiunzione e della disgiunzione storico-materiale dei rapporti trova sempre un quid che ne rimette in discussione il tutto, mentre apre altri mondi … possibili.

Così, con passo esitante (e l’occhio alla brillante e sicura prefazione di Rossella Renzi), saltellante, a lettura del libro ultimata, è possibile dire del sapere-sapore trovato lì dove l’intero percorso della scrittura si muove anche tra l’immaginario di due figure di donna giapponese (la donna-sole ad apertura e la donna-pesco in chiusura).

Un’immagine poetica, straordinariamente fascinosa quanto intellettualmente illuminante, che ci si para davanti con la forza inaggirabile dell’impersonale poesia che ci se-duce: «Si dice che, ancora oggi, Noe Itō attraversi scalza i sentieri dei peschi in fiore. Sparisce al primo raggio di luce del giorno che nasce, per rimanere indelebile nella memoria delle donne e degli uomini liberi» (p. 97).

Una chiusura che, a parere di chi scrive, non poteva essere diversa se uno dei fuochi della storia è il conflitto tra il potere dominante e di stagione – il potere dell’oppressione, dello sfruttamento e delle diseguaglianze … – è l’utopia poetico-politica dell’anarco-comunismo della figura di Noe Itō e fratelli/sorelle di lotta.

Un’adeguata chiusura di promessa e speranza di rinascita: una testimonianza universale che non lascia adito a dubbi circa la necessità e l’urgenza di mai abbandonare la presa di coscienza e di lotta avversa alle ingiustizie e al degrado. Oggi più che mai … una lezione per il nostro tempo così oscuro e triste per la democrazia e la libertà.

Il libro, questo libro, diversamente da tanto chiacchiericcio editoriale in rete e fuori rete, con il correlato storico delle costanti e delle variabili messe sul tappeto, rappresenta la voce inalienabile della verità, della libertà e della democrazia che, fra gli ostacoli, non rinuncia al cammino.

Un cammino che non ha paura di affrontare la morte e i disastri controrivoluzionari. La storia del resto non procede in linea retta; ma non per questo – dice la sua voce – che in pace siano lasciati oppressioni, sfruttamenti e diseguaglianze, a qualunque titolo messi in pentola. Che l’amaro anarco-comunismo sia ancora, allora, sui sentieri dove Noe Itō cammina con il profumo dei “peschi in fiore”. Anche in questa transcodificazione semantica e pragmatica, crediamo, che il lavoro di Francisco Soriano continui a mantenere il filo rosso del suo tout se tient.

Antonino Contiliano




Olympe de Gouges, il diritto di salire in tribuna come al patibolo | di Francisco Soriano | Parte II di II

Prosegue il racconto della femminista Olympe de Gouges vissuta durante la Rivoluzione Francese. Potete leggere la prima parte cliccando qui


Nel 1788, dopo aver pubblicato le Réfléxions sur les hommes nègres, Olympe fu introdotta nella Société des amis des Noirs, fondata da Jacques Pierre Brissot de Warville leader dei girondini che, seppur di origine borghese, visse una vita di sacrifici sostenendosi con i suoi scritti brillanti e rompendo ogni relazione con la famiglia d’origine. Oltre a Brissot, c’erano altre personalità di rango come Claviére che fu il primo presidente della Fondazione, Mirabeau, Condorcet e l’abate Gregoire.  Dal 1779 Brissot scrisse, fra le opere più importanti, la Théorie des lois criminelles, la Bibliothèque philosophique du législateur, l’Inégalité sociale e altri testi sul Courier de l’Europe, di Samuel Swinton che sosteneva gli insorti americani. Come Olympe, Brissot divenne amico e collaboratore di Philippe Égalité. Dopo essere stato eletto nell’Assemblea legislativa, si oppose a Robespierre e finì in una fossa comune del cimitero della Madeleine dopo essere stato ghigliottinato nel 1793. Olympe cominciò a pubblicare libelli e scritti polemici anche su manifesti pubblici. Infatti, dal 1790 furono resi fruibili a tutti i cittadini gli scritti: Les democrates et les aristocrates (1790)La nécessité du divorce (1790)Le couvent ou les voeux forcés (1790)Mirabeau aux Champs Elysées (1791)La France sauvée ou le tyrandétrôné (1792). Nella Francia di quegli anni infatti, dal 1787 si sentì la necessità di rivendicare e attuare una riforma dell’editoria: dai 464 Cahiers de doléance, si evinceva che le lamentele riguardavano in maggior parte la mancanza di libertà di espressione. Due anni dopo, l’Assemblea approvò un articolo di legge che concesse finalmente la libertà di stampa avendo come riferimento i dettami della Costituzione dello Stato della Virginia. Grazie a questa riforma importantissima, si diffusero in modo esponenziale periodici e scritti di vario genere: solo a Parigi potevano leggersi più di 200 giornali, inclusi alcuni che riguardavano le questioni di genere, come il Journal des dames. Nel 1787, nel giro di un anno, furono pubblicati 650 pamphlet: Olympe si distinse anche come scrittrice di libelli polemici e, nel giugno del 1788, vide la luce la sua prima brochure sul Journal général de France, dove lei stessa prendeva le difese di Luigi XVI, giustificandolo per aver ereditato una situazione sociale ed economica già insostenibile. Nel suo articolo Lettre au peuple ou projet d’une caisse patriotique, par une citoyenne, Olympe richiamava i francesi aristocratici e borghesi esortandoli al pagamento di una tassa sulla ricchezza che avrebbe finalmente dato un sospiro di sollievo a disoccupati, lavoratori e mendicanti che ormai vagabondavano in cerca di lavoro in tutta la Francia. Dal 1789, dalla convocazione degli Stati Generali del 1 maggio, Olympe sarà sempre presente alle sedute dell’Assemblea Nazionale accompagnata da un gruppo di donne. Nel suo Le cri du sage, par une femme, declamò: “Potete escludere le donne da tutte le assemblee nazionali, ma il mio genio caritatevole mi porta in mezzo a questa assemblea”. Cominciò a questo punto la battaglia politica di Olympe con il suo triste epilogo:  diversamente da quanto si possa immaginare, Olympe non fu mai un’estremista. Lei propendeva per un modello di monarchia costituzionale, pur difendendo gli interessi degli ultimi con le sue idee e i suoi propositi soprattutto in merito ai diritti delle donne e dei minori: rivendicò il diniego al matrimonio religioso, la possibilità del ricorso al divorzio, sponsorizzò una legge per coloro i quali volessero ricercare la paternità, rivendicò la parità di diritti per i bambini nati al di fuori del matrimonio, lottò per la tutela delle madri e dei minori. Il 1787 fu un anno di carestia che aggravò una situazione economica a dir poco drammatica. In questo quadro sociale, il giurista e politico Joseph Mounier propose di non pagare le tasse e di rivoltarsi contro la prepotenza del potere aristocratico. In realtà, nonostante le sue invocazioni alla ribellione, Mounier era il rappresentante di una élite di uomini della società civile che si distingueva per moderatismo e per la sua ideologia liberale in campo economico. Egli diverrà deputato del Terzo Stato: rivendicherà per questa istituzione la doppia rappresentanza e il voto individuale al fine di dare equilibrio a questo importante potere istituzionale. La sua storia politica attenta e lontana da ogni estremismo sopravvisse alla ghigliottina, addirittura proseguì fino agli anni dell’avvento di Napoleone Bonaparte. La stessa Olympe, da un punto di vista ideologico, era molto vicina alle tesi di Mounier anche se la sua passione e la mancanza di diplomazia la condussero verso un tragico epilogo politico e umano. Il comportamento tenuto in quegli anni convulsi tradiva paradossalmente il suo moderatismo e quell’afflato di libertà che la spingeva a rivendicare anche i diritti degli ultimi, degli oppressi e delle donne. Forse Olympe, che si sentiva borghese e in parte aristocratica, non comprese che per la monarchia e per quella idea di stato nazionale era ormai arrivato inesorabile il crepuscolo. L’illusione di poter mediare o tenere insieme aspettative, interessi, contraddizioni di classi sociali ed élites di potere, assolutamente differenti nei valori e negli interessi, fu un limite che non contraddistinse soltanto le sue idee e le sue azioni in quel vorticoso frangente storico. Attivissima, nel 1789, compose più di 12 libelli e si fece portavoce di argomentazioni illuminate proprie dei salotti del tempo: incontri, discussioni e dibattiti organizzati da donne di spicco come Anne-Catherine Helvétius. Olympe sostenne senza alcuna esitazione i diritti delle donne in quanto persone capaci di assumere responsabilità, di essere attrici delle sorti storiche e morali dei propri stati che la tradizione aveva riservato agli uomini escludendole dalla vita civile e politica. Pretese sempre, nei suoi scritti, che le istituzioni ammettessero nei dibattiti politici e pubblici tutte le donne. Le battaglie di Olympe non furono sempre prese in considerazione, neanche da coloro i quali rivendicavano l’affermazione totale delle libertà di opinione e di pensiero, di espressione, i diritti umani e civili, l’uguaglianza e la fratellanza. Tuttavia, dopo un anno dalla richiesta pubblica di pagare imposte di solidarietà a favore dei poveri, con la Lettre au peuple ou projet d’une caisse patriotique, par une citoyenne, Olympe ottenne un buon risultato che rimase tuttavia isolato: molti furono i doni consegnati all’Assemblea Nazionale da cittadini che risposero all’appello della donna. Si trattò comunque di atti di buona volontà e non di un sistema strutturato di benefici per i bisognosi. Il 15 dicembre del 1788, Olympe trovò ancora soddisfazione in una nuova pubblicazione, Note patriottiche: propose un progetto di riforme sociali in cui  non si lesinavano critiche agli aristocratici e alla classe dirigente così insensibili alle vicissitudini di un popolo allo stremo: propose fabbriche di proprietà dello stato, tasse a favore dei meno abbienti, investimenti nel sociale e attenzione al diritto di famiglia, lacunoso laddove ad essere tutelati dovevano essere le donne e i bambini. Interessanti furono le proposte che riguardavano la tassazione della ricchezza, sulle opere d’arte e sulle proprietà, senza escludere gli attori teatrali, verso cui Olympe sentiva evidentemente di avere un conto aperto. Era un momento particolare per la Francia: il re non era completamente contrario a una serie di riforme, avendo forse intuito che era in gioco la stessa sopravvivenza della monarchia. Tuttavia, molte delle rivendicazioni di libertà e di riforma economica venivano osteggiate dagli aristocratici che non volevano perdere i propri privilegi e non ritenevano che il pericolo di una rivoluzione li avrebbe cancellati dalla mappa geografica della Francia. Fu così che l’azione politica di molti borghesi, grazie alla resistenza della nobiltà e del parlamento a varare vere riforme, si radicalizzava e cominciava a innescare una fase storica nuova e imprevedibile nella sua genesi. Olympe credette probabilmente che la soluzione fosse nella costruzione di una monarchia costituzionale e vide nel re e nella regina ancora gli interlocutori privilegiati delle sue lamentele e delle sue proposte. Quanto sia stato errato da parte sua crederlo è stata la storia a decretarlo, ma Olympe non abbandonò mai la passione e l’ardore di misurarsi con orgoglio e determinazione. Una cosa su tutte: fu l’unica donna nella Francia di Robespierre a vantare e osare un documento rivendicativo per l’uguaglianza di genere, redatto come una vera e propria dichiarazione di diritti e doveri, in modo chiaro e riformista. Pagò il suo ideale ampliando l’infinita lista di esecuzioni capitali. A 40 anni, Olympe aveva già scritto diversi romanzi e più di 70 testi teatrali, senza contare libelli e articoli nella Francia rivoluzionaria. La sua opera anticipò le rivendicazioni della movimentista Mary Wollstonecraft, che scrisse Vindication of the rights of woman. In quegli anni, Wollstonecraft era a Parigi, ma rimase sempre una semplice spettatrice degli eventi senza prendere parte attiva alle rivendicazioni. 

Il periodo storico era complesso, ogni evento in quel momento avrebbe cambiato la sorte dell’Europa. Molti furono i tentativi che il re attuò in termini di riforma fiscale che rimaneva uno dei problemi più rilevanti della situazione deficitaria del Paese. Luigi XVI tentò la carta della convocazione degli Stati Generali che non avveniva dal 1614. In quel frangente, fu il talentuoso ministro dell’economia Necker che cercò di rimediare alla crisi con una serie di brillanti provvedimenti e ottenne per il Terzo Stato, il voto per testa come già richiesto in precedenza da Mounier. Il parlamento e gli aristocratici si opposero, lasciando precipitare la Francia anche in una crisi istituzionale. Fu a quel punto che i deputati del Terzo stato forti della rappresentanza popolare, si autoproclamarono Assemblea Nazionale, mentre elementi di spicco come Mirabeau e Sieyès li acclamavano. Fu a questo punto che Luigi XVI fece un ennesimo e grave errore accelerando il processo rivoluzionario contro la nobiltà: pensò di chiudere la sala dei Menus-Plaisir che era il luogo dove si riunivano i deputati del Terzo stato e convocò una riunione degli Stati generali. I deputati interpretarono questo gesto come una vera e propria dichiarazione di guerra e si riunirono nella famosa sala della Pallacorda, giurando di non dividersi mai più fino a quando non vi fosse una nuova Costituzione. Luigi XVI continuò la sua azione di conservazione chiedendo aiuto ai vecchi potentati della nobiltà e del clero. Fu Madame de Staël, la figlia di Necker, ad affermare che questo decreto di autoproclamazione in Assemblea nazionale rappresentava ormai la rivoluzione stessa e gli avvenimenti successivi le diedero ragione. L’Assemblea nazionale cominciò il suo percorso di cambiamento ricevendo una delegazione di cittadini della capitale al fine di versare un obolo nel giorno della sua inaugurazione. Olympe non si ritrasse da questo dovere: versò il quarto del suo reddito e una parte dei guadagni incassati dalle rappresentazioni teatrali. Si espose, richiamando le donne a versare l’imposta volontaria e a rendersi conto che sarebbe stato meglio cominciare a essere protagoniste del proprio destino: tutte avrebbero dovuto assumersi responsabilità e azione diretta negli affari pubblici. In relazione a questo, seguì un opuscolo: Azione eroica di una francese o la Francia salvata dalle donne. Nel testo si parlava di “anime vili che sono la vergogna del nostro sesso […] e di lasciare a queste ultime “i tristi vantaggi di mettere in mostra quegli ornamenti sfrontati che hanno comprato a prezzo del loro onore”. Con la costituzione della Cassa patriottica e la riunione dei tre ordini nell’Assemblea nazionale, Olympe rivendica il successo scrivendo due opuscoli: I miei desideri si sono realizzati e Discorso del cieco ai francesi, testi che auspicano provvedimenti urgenti per soccorrere il popolo allo stremo. La situazione precipita. Il 9 luglio, gli Stati generali assumono il nome di Assemblea nazionale costituente e Olympe scrive ancora una lettera, ricordata come Epistola dedicatoria al re per incoraggiarlo a ratificare la Costituzione. In realtà, Olympe è profetica, nel senso che vede in anticipo quanto accadrà di lì a poco, cercando di invogliare il re a riforme strutturali nel tentativo di salvare il salvabile. L’indirizzo di Luigi XVI però andrà nel senso opposto: destituisce Necker, unica vera novità del suo regno che riscuoteva un certo consenso e si affida a ministri conservatori e reazionari. Il 12 e il 13 luglio scoppiano insurrezioni gravissime: le armerie vengono saccheggiate e incendiate le dogane. Il 14 luglio viene presa la Bastiglia e cominciano i massacri rivoluzionari. Olympe si lancia nella mischia e scrive ancora un opuscolo: Seduta reale. Chiede al re di abdicare e di nominare un reggente, cerca di consegnarglielo di persona senza riuscirvi. Distribuisce i suoi scritti nelle strade di una Parigi ormai in subbuglio, non mancano gli appelli politici e le sue rivendicazioni femministe. Olympe rischia per la prima volta di essere incarcerata. La sua richiesta di abdicazione scatena rabbia tra i monarchici che intravedono nel gesto, l’affermazione come reggente di Philippe d’Orléans che gioca d’astuzia dietro le quinte per prendersi il potere. Pubblica una mozione per scagionarsi dalle accuse in un momento pericoloso per la sua incolumità fisica: Mozione a Monsignore il duca d’Orléans. Scrive anche una commedia satirica, Gli aristocratici e i democratici in cui si autorappresenta come vittima fra due fuochi. Cominciano le ritorsioni e, suo figlio, perde l’impiego ottenuto grazie a Philippe d’Orléans. In Francia sembra imperare il disordine e nell’Assemblea nazionale si giocano diversi ruoli organizzati in vere correnti fra i controrivoluzionari, i patrioti e i moderati. Il re non ratifica gli ultimi decreti e neanche convalida la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Olympe subisce una serie di aggressioni fisiche, addirittura una in casa, ma viene salvata da amici e persone della sua cerchia. Nonostante il clima teso e rivolte sempre più numerose, al teatro viene rappresentata La schiavitù dei neri, ma è solo un’ultima possibilità per Olympe di vedere i suoi scritti drammatizzati. Attori e teatri ormai non vogliono più rappresentare le sue opere, sia per gli introiti esigui sia per la fama negativa che la donna ormai aveva accumulato nelle sue vicissitudini politiche. Nonostante tutto, venne citata nell’Almanacco delle francesi celebri come autrice drammatica. È famosa e molti ne riconoscono le doti oratorie, è sempre in prima linea e il suo coraggio non ha limiti. Attivamente, assiste alle sedute dei Giacobini e dell’Assemblea nazionale: propone un Progetto sulla formazione di un tribunale popolare e supremo in materia criminale. La sua idea viene non solo presa in considerazione ma gode dell’approvazione di molti esperti e illuminati. La Francia è sull’orlo di una guerra civile e il re tenta la fuga nella notte del 21 giugno 1971. Viene intercettato a Varenne. La sua fine è prossima. I Giacobini prendono il sopravvento con Robespierre e la situazione precipita nel Terrore. Nel marasma degli eventi, Olympe trova la forza di scrivere la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne, un vero capolavoro. La Dichiarazione, indirizzata alla regina Maria Antonietta, è probabilmente la risposta a quella costituzione elaborata e rivolta “solo” agli uomini. Poco prima aveva anche presentato un progetto per la formazione di una guardia nazionale femminile, senza trovare riscontro. Questa Dichiarazione è complementare a quella dei Diritti dell’uomo che non intende sostituirla né contrapporsi. Inoltre, Olympe intende compiere un suo ultimo attimo di fede alla Nazione, probabilmente cosciente della fine che l’attende. Nell’articolo terzo sottolinea che “il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione che non è che la riunione della donna e dell’uomo”. In linea con l’idea giusnaturalista, Olympe vuole che la donna rientri nei suoi diritti naturali, quelli che per millenni sono stati violati e negati dalla tirannia dell’uomo. È interessante la percezione che Olympe dà della Legge che in realtà non è l’espressione della volontà generale, in quanto manchevole di una parte consistente nella società composta dalle donne. Per lei, la donna e l’uomo non solo hanno pari diritti, ma gli stessi doveri. Proprio sul concetto di dovere si innesta quello della responsabilità che la donna finalmente deve assumersi in tutte le manifestazioni sociali. Nessuna discriminazione nell’educazione, negli impieghi pubblici, nella vita familiare e nella rappresentanza politica: il tutto realizzabile solo attraverso la coincidenza totale fra dovere e responsabilità come fra giustizia e libertà. Nell’articolo decimo della Dichiarazione, si enuncia la più famosa affermazione di Olympe de Gouges: […] la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; […]. Il diritto di esprimere le proprie opinioni politiche e di partecipare alla vita civica e politica della Nazione è condizione indiscutibile e inalienabile. Questo enunciato contiene molteplici considerazioni e rivendicazioni. Olympe volle essere incisiva in questa sua metafora fondamentalmente per la rivendicazione di due diritti: quello della libertà di espressione e di essere protagonista della vita civile e pubblica del proprio Paese. Bisogna sottolineare, quanto sia importante il concetto che la libertà non può essere rivendicata solo come diritto di genere, ma nella sua dimensione totalizzante che coinvolge ogni uomo e ogni donna superando tutti gli steccati, di religione, di razza, di lingua, di appartenenza politica. È nell’articolo sedicesimo che Olympe sente il bisogno di chiarire, ancora una volta, quanto per le donne sia importante assumere una condizione di responsabilità nel prendere parte alle trasformazioni politiche e gestire le contraddizioni che si presentano in momenti storici particolari: la Costituzione è nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha collaborato alla sua elaborazione. In sostanza, se in qualsivoglia società non si assicura e riconosce la garanzia della tutela dei diritti con il meccanismo della separazione dei poteri, non è possibile concepire una vera Costituzione. Olympe afferma che deve essere la maggioranza dei cittadini a elaborare le regole, una maggioranza chiaramente composta da uomini e donne. Immaginare Olympe come un personaggio soltanto istintivo e proiettato alla tutela dei meno abbienti, quasi come una sua peculiare caratteristica umana e sentimentale, trae in inganno e non rende giustizia alla sua intelligenza e alla sua razionale idea di Nazione, fondata sulla libertà, l’uguaglianza, la solidarietà e soprattutto il senso del dovere e della responsabilità. Sulla proprietà, Olympe ripercorre gli ideali del tempo, aggiungendo che le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, a condizione di una giusta e preliminare indennità. Lei fa salva la possibilità, quando vi è una necessità pubblica legalmente constatata previa indennità, di espropriare. Non una sola volta, Olympe si sottrasse dal ritenere percorribile questa idea di collaborazione da parte dei più abbienti e facoltosi a contribuire alla sanatoria di evidenti e insopportabili situazioni di povertà. Quello che però va sottolineato è che in quei tempi, come stabilito anche successivamente dal Codice napoleonico, le donne non potevano ereditare e alla morte del marito i beni rimanevano a beneficio dei figli. Instancabile, fu profetica quando asserì: “questo sesso un tempo disprezzabile e rispettato, è stato dopo la rivoluzione, rispettabile e disprezzato”. Nella postfazione, Olympe incita le donne a svincolarsi dalle catene di una sudditanza che loro stesse hanno scelto, mediandola con comportamenti riprovevoli: le donne hanno fatto più male che bene. La costrizione e la dissimulazione sono state il loro retaggio. Ciò che la forza aveva sottratto loro, glielo ha reso l’inganno; hanno potuto ricorrere a tutte le risorse del loro fascino, cui neppure l’uomo più irreprensibile poteva resistere. Il veleno, la spada tutto era loro sottomesso; comandavano al crimine come alla virtù. Olympe scrisse, nei primi mesi del 1792, una lettera al “Termometro del giorno”. Fu un fatto molto rilevante: “Quando ho visto, all’epoca della rivoluzione, i francesi più licenziosi che liberi, e che l’insurrezione, determinata dalla mancanza di un’alternativa, avrebbe imposto il crimine, mi sono gettata fra gli assassini e le vittime. Se il dispotismo avesse il sopravvento, addio alla libertà dei cittadini e ai diritti dell’uomo. I supplizi dei tiranni sono ancora più crudeli di questi furori popolari momentanei. Cittadini, preparatev a vedere le forche e i patiboli innalzati in tutte le strade di Parigi”. A chi fosse rivolta questa profezia fu subito chiaro a tutti. Il tema è che Olympe dimostrò con queste parole non solo chiaroveggenza, ma una maturità forse mai riconosciuta.
Era il 1792, gli avvenimenti precipitavano. I prussiani erano alla frontiera e i francesi furono chiamati a una mobilitazione generale in tutto il Paese con la la chiamata alle armi dei volontari. I francesi si arruolarono in massa. Il 14 luglio  Olympe sfilò a Parigi insieme a Etta Palm e Théroigne de Méricourt: un gruppo di donne armate per le strade della città. Inoltre, molte altre formazioni cosiddette militanti manifestavano sulle Tuileries, con un’altra donna a guidare la marcia: Claire Lacombe. In questo continuo susseguirsi di manifestazioni e proteste, il re impaurito si nascose al Maneggio, luogo in cui presiedeva le sedute dell’Assemblea legislativa. L’Assemblea al cospetto della gravità della situazione sospese il re dalle sue funzioni di potere che venne preso in consegna. Intanto, la Comune di Parigi con i cittadini dei sobborghi in subbuglio e l’aiuto di Robespierre e Danton, confiscavano il potere al re detronizzandolo definitivamente. Dopo una serie di scontri violenti,  fu attivato l’uso della ghigliottina che cominciò a mozzare teste senza soluzione di continuità. Il 21 settembre fu abolita la monarchia e il 25 settembre venne proclamata l’indivisibilità della Repubblica. Fatti storici di incommensurabile importanza sopraggiunsero velocemente e la rivoluzione cominciò a seminare la morte fra leader, uomini, donne, intellettuali, in un vortice inarrestabile. Nonostante tutto, rilevanti furono le pubblicazioni come la Difesa dei diritti delle donne di Mary Wollstonecraft e il Saggio sul miglioramento del destino della donna relativamente al diritto di cittadinanza, di Theodor Gottlieb von Hippel. Girondini e Montagnardi si confrontavano aspramente: Olympe sentì il bisogno di prendere posizione netta contro i Montagnardi di Marat, di cui facevano parte Robespierre, Danton, Saint Just, Collot, Desmoulins. La sentenza capitale per Olympe era ormai una questione di tempo: cominciò un’aspra polemica contro Robespierre e, nello stesso tempo, si distinse anche per le critiche a Philippe Égalité accusato di aver tradito il re al fine di conquistare il potere senza considerare il bene della Francia. Nei primi giorni di novembre, pubblicò il  Pronostico su Maximilien Robespierre da un animale anfibio, firmandosi con un anagramma: Polyme. Violente le parole a lui rivolte per iscritto: Tu ti proclami l’artefice della rivoluzione, non ne fosti, non ne sei, non ne sarai mai se non l’obbrobrio e l’esecrazione, Il tuo alito rende mefitica l’aria pura che respiriamo: la tua palpebra vacillante esprime tuo malgrado tutta la turpitudine del tuo animo e ogni tuo capello nasconde un crimine […] .Vorresti aprirti un varco fra mucchi di morti e salire attraverso gli scalini del crimine e dell’assassinio al rango supremo! Rozzo e vile cospiratore! Il tuo scettro sarà il fiordaliso del tormento estremo; il tuo trono, il patibolo; il tuo supplizio, quello dei grandi colpevoli. In quel momento storico, Robespierre è un uomo imbattibile su tutti i fronti. Si difende dai suoi detrattori e da Olympe senza esitazione. Pubblica ancora uno scritto contro il rivoluzionario: Risposta alla giustificazione di Maximilien Robespierre, firmando di proprio pugno e per esteso il proprio nome. Definisce Robespierre, Marat e Bourbon, insetti che imputridiscono nel letamaio della corruzione da cui non siete ancora usciti. L’undici di dicembre comincia il processo a Luigi XVI e Olympe non solo lo difende, si presta a difenderlo. I suoi detrattori la raggiungono sotto casa e lei rischia il linciaggio. Il fatto più rilevante però, resta la scelta di Philippe Égalité, che vota a favore della morte del cugino il re, che viene giustiziato il 21 gennaio 1793, in piazza della Concordia. Le bastonature sono all’ordine del giorno e Olympe ne scampa una, mentre Théorigne de Méricourt viene intercettata da altre donne militanti montagnarde che le strappano addirittura la biancheria intima e la picchiano con violenza inaudita. Successivamente, Théorigne perderà la ragione. Olympe non si dà per vinta e fa pubblicare i suoi scritti politici dal 1791 al 1793, in due volumi: Sono io stessa il carnefice dei miei giorni. Nel mese di luglio del 1793, Olympe fa pubblicare Le tre urne o la salvezza della patria, in cui viene proposta una votazione con tre urne: per la monarchia, per un governo federale come desideravano i girondini e, infine, un governo repubblicano. Lo scritto in forma di manifesto deve essere pubblicizzato e affisso per tutta la città, mentre sia Olympe che il suo editore Costard cercano invano qualcuno che si presti a farlo. Intercettati da una donna sul ponte Saint-Michel e denunciati a dei commissari accompagnati da guardie nazionali, vengono arrestati e tutti rilasciati. Solo Olympe fu rinchiusa nella mansarda nel Municipio e segregata insieme a una guardia giorno e notte. Perquisito il suo domicilio alla presenza dell’imputata, non furono trovati scritti contro la repubblica: i testi erano patriottici e incitavano al repubblicanesimo, al punto che gli stessi giudici si trovarono in imbarazzo. Ma non potendo indietreggiare dalle loro accuse, trasferirono Olympe nella prigione dell’Abbazia, a Saint-Germain-de Prés. Condotta al tribunale rivoluzionario dopo aver scritto lettere a Danton e Fouquier-Tinville, le viene contestato di aver scritto Le tre urne incitando al voto per la monarchia. Si difende mettendo in grave difficoltà i giudici, sostenendo che l’opuscolo era stato redatto prima della dichiarazione di unità della Repubblica e che lo aveva concepito per evitare lo scoppio di una guerra civile. In quel frangente, i giacobini istituirono il “Terrore”. Infatti, scoppiò la guerra civile tra i “bleus”, sostenitori della repubblica e i “blancs”, filomonarchici. La crisi economica e le esecuzioni gettarono la Francia nel caos. Olympe feritasi fortuitamente non viene curata e scrive ai quotidiani per denunciare che la Dichiarazione dei diritti dell’uomo è in tutto e per tutto disattesa, visto lo stato di detenzione che le riservano. Trasferita nella prigione della Petite-Force, Olympe riesce a farsi pubblicare un manifesto: Olympe de Gouges al tribunale rivoluzionario, in cui parla delle ingiustizie subite e della negazione dei diritti sanciti dalla Repubblica. Finalmente internata in una casa di cura a pagamento, ha la possibilità di fuggire ma non accetta. Maria Antonietta viene giustiziata il giorno 16 e Olympe condotta alla Conciergerie, in cella di isolamento. Il 2 novembre viene trasferita davanti al tribunale ma non è in grado di difendersi con la stessa tenacia di prima, senza avvocato, perché nessuno è disposto a difenderla. Non ritratta e afferma, rivolgendosi al pubblico: Io sono donna, ho paura di morire, temo il vostro supplizio, ma non ho confessioni da fare, e attingerò il coraggio da mio figlio. Morire per compiere il proprio dovere significa prolungare la priopria maternità oltre la morte! Il giorno dopo l’udienza scrive al figlio, invano: Io muoio mio caro figlio, vittima della mia idolatria per la Patria e per il popolo. I suoi nemici, sotto la seducente maschera del repubblicanesimo, mi hanno condotta senza rimorsi al patibolo. Addio, quando riceverai la lettera sarò già morta. Muoio innocente. Gli storici affermano che la lettera venne sequestrata da Fouquier-Tinville. Il figlio, la disconoscerà impaurito dalle ritorsioni. Dopo la sua morte, sul Moniteur si scriveva di Olympe come di una donna nata con una immaginazione esaltata, scambiò il suo delirio per un’ispirazione della natura. Volle essere un uomo di Stato, e sembra che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso. A leggere questo testo giornalistico dell’epoca, un disagio ci colpisce inesorabilmente. Inaccettabile, nella Francia dei diritti dell’uomo, della fraternità, solidarietà ed eguaglianza, la sopravvivenza del paradigma che “la cospiratrice avesse dimenticato le virtù che convengono al suo sesso”. La stessa Rivoluzione che voleva e doveva essere altro, venne tradita dalla convinzione che le questioni di eguaglianza di genere non avessero cittadinanza né nelle dispute, né nei codici del diritto. Nel tragitto sul carro dei condannati, tra criminali e perseguitati politici pare che Olympe, insultata dal pubblico che assisteva quotidianamente a questo macabro rito per le strade di Parigi, prima di arrivare alla ghigliottina, avesse avuto un momento di sconforto. Tuttavia, sul patibolo urlò: Figli della Patria, Voi vendicherete la mia morte! In Francia, come altrove, il suo nome è ancora sconosciuto. La Rivoluzione fagociterà ogni suo figlio come un mostro inesorabile nella sua sete di sangue. Non vi saranno sconti neppure per l’alfiere più alto della sua stessa esistenza, Maximilien Robespierre.




Olympe de Gouges, il diritto di salire in tribuna come al patibolo | di Francisco Soriano | Parte I di II

“Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della
nazione chiedono di potersi costituire in Assemblea Nazionale. Considerando che
l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle
disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre in
una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della
donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri
del corpo sociale, ricordi senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché
gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo
essere paragonati a ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica,
siano più rispettati affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su
principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della
Costituzione, dei buoni costumi e alla felicità di tutti. Di conseguenza, il
sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della
maternità, riconosce e dichiara in presenza e sotto gli auspici dell’essere
supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina”
.

È il Preambolo della Dichiarazione dei Diritti
della Donna e della Cittadinanza
 di Olympe de Gouges: un testo
rivendicativo di una donna della Francia rivoluzionaria del 1791, redatto nella
speranza che lo stesso venisse approvato dall’Assemblea Costituente per sancire
una definitiva eguaglianza di genere, in un momento decisivo per la storia dell’umanità.

La sua famiglia materna ai tempi di Luigi XIV aveva
legami importanti in società. A Montauban, nella famiglia Mouisset nascerà Anne
Olympe, madre e figura centrale nell’esistenza di Marie Olympe de Gouges. Il
padre, Jacques Mouisset era un ricco drappiere, un borghese che intratteneva
con la famiglia Lefranc di Pompignan ottimi rapporti di amicizia. I Lefranc di
Pompignan erano rappresentanti della nobiltà e del clero, nonché deputati e
funzionari di alto profilo. Lo stesso Jean-Jacques Lefranc de Caix diventerà
marchese di Pompignan. Giovanissimo ed esuberante cominciò a nutrire simpatie
per Anne Olympe, donna straordinariamente bella e fascinosa. Per questo motivo
la famiglia dei Pompignan, contrariata dalle simpatie del marchese per Anne
Olympe, fece in modo che l’uomo venisse allontanato, direzione Parigi, dove si
fece conoscere in società non senza qualche ironica critica dei “censori” del
tempo, come scrittore di poemi e opere di teatro. Intanto a Montauban succede
qualcosa d’imprevedibile: Anne Olympe si sposa con un macellaio: Pierre Gouze.
L’uomo è di umilissime origini e dalle cronache dell’epoca si evince che non vi
fossero ragioni per immaginare che Marie fosse veramente innamorata di lui. Gli
storici sottolineano lo stato di frustrazione del marchese di Pompignan,
addolorato dalla lontananza e dall’impossibilità di dedicare le sue attenzioni
ad Anne Olympe, terribilmente intristito dalla sua irragionevole scelta
coniugale. Finalmente, dopo qualche anno di permanenza a Parigi, come in un
esilio forzato, la famiglia Lefranc concede a Jean Jacques di rientrare a Montauban:
Anne Olympe dal 1740 ha già partorito tre figli, un maschio e due femmine.
Dunque, nessuno poteva immaginare che i due ricominciassero una relazione
amorosa da sempre osteggiata dalla famiglia del marchese. Nella stessa
cittadina, Jean Jacques viene incaricato di dirigere la Corte di assistenza: è
finalmente rinfrancato. In un momento di assenza del marito, Anne Olympe
concepisce una figlia nata dalla relazione clandestina con il marchese nel 1748
e il suo nome sarà quello di Marie Gouze. In città tutti erano al corrente
dell’amore fra i due. Pierre Gouze morirà due anni dopo la nascita della bimba,
in una situazione mai chiarita, forse annegato in un fiume. A questo punto
però, alcune strane dinamiche si generano in questo ménage sentimentale: Jean
Jacques vorrebbe prendersi cura della figlia Marie, amatissima, ma Anne Olympe
si oppone con tutte le sue forze al punto che si sposa, per la seconda volta,
con un agente di polizia, gettando il marchese di Pompignan in una terribile
depressione. Infatti, per questa ulteriore delusione amorosa,  Jean
Jacques si ritirerà a vita privata, definitivamente.

La stessa Marie Olympe affermerà negli anni
successivi, su questa vicenda (lamentando un’educazione scolastica molto
approssimativa e lacunosa), che se fosse stata concessa in adozione al marchese
di Pompignan “senza dubbio la sua educazione sarebbe stata migliore, ma la
madre Anne Olympe rigettò sempre ogni proposta”. Infatti, la lingua materna
era l’occitano e la bimba ebbe successivamente grosse difficoltà
nell’apprendimento del francese. Quando diverrà adulta e risiederà a Parigi,
alla giovane Olympe si presenteranno diversi problemi anche nella scrittura dei
suoi testi teatrali, dei romanzi e dei libelli politici. Nel 1765, ormai
quattordicenne, Marie è destinata al matrimonio. Sposa Louis-Yves Aubry, un
rosticciere già al servizio di Alexis de Gourgues, amministratore della Circoscrizione
finanziaria di Montauban, da cui avrà un figlio di nome Pierre che diverrà, a
sua volta, un brillante generale dell’esercito della Repubblica. A pochi mesi
dal matrimonio, Marie rimane vedova per la morte prematura del marito: anche in
questa occasione la scomparsa dell’uomo rimarrà misteriosa nella sua dinamica.
Anche se brevissimo, questo tempo vissuto in comunione con un uomo sarà per
Olympe la prova sufficiente a verificare l’infondatezza e l’inconsistenza del
vincolo matrimoniale, fatto di accettazione e silente abitudine, talvolta sottomissione
per la donna. Fu un evento drammatico e forse, la svolta della sua vita, tanto
che arrivò ad affermare: “Avevo appena 14 anni quando mi sposarono a un uomo
che non amavo affatto, che non era ricco, né di una certa estrazione. Fui
sacrificata, senza alcuna ragione che potesse bilanciare la ripugnanza che
avevo per quest’uomo
”. A questo punto, Marie lascia l’umile provincia
transalpina e si trasferisce presso una sorella maggiore, a Parigi. Si ribattezzò
Marie Olympe, dal nome della madre verso la quale nutriva grande affetto,
anteponendo il “de” al suo patronimico Gouze, mutandolo in Gouges. Fu questo,
il primo cambiamento dell’ambiziosa Marie Olympe, prima di conoscere un alto e
facoltoso funzionario della marina, suo pretendente e futuro amante. Olympe de
Gouges non lo sposerà mai, coerentemente alle sue idee sul matrimonio. L’uomo,
Jacques Biétrix Rosières, era un ricco imprenditore di Tolosa a capo di una
società di trasporti militari che assegnò all’affascinante Olympe una rendita
annuale. I soliti detrattori definirono ironicamente, madame Marie Olympe
Aubry, come una donna che conduceva una vita senza la sfrontatezza del
vizio, ma neppure seguiva il rigore austero delle virtù
. Di certo, questa
donna ebbe il coraggio e l’intelligenza di elevarsi in una battaglia senza
precedenti nei momenti peggiori del Terrore e della ghigliottina. Fu proprio
lei, in una Francia ormai travolta dal fermento rivoluzionario, a scrivere una Dichiarazione
di Diritti della Donna e della Cittadinanza
che rimarrà come una pietra
miliare nella storia europea.

A Parigi, Olympe de Gouges viveva con tutto
l’entusiasmo di una provinciale che aveva finalmente coronato il sogno di
condividere l’effervescenza intellettuale di quegli anni. Nel lusso e nella
vita notturna pare che la bellissima Olympe fosse abbastanza conosciuta in
città. La sua vita correva fra spese folli e qualche bizzarria. Nonostante ciò,
si occupava prevalentemente dell’educazione del figlio, memore di quello che
probabilmente era mancato a lei stessa. Jacques Biétrix non badava a spese e i
debiti erano maggiormente a suo carico. Intanto, Olympe diviene un personaggio
pubblico e i maldicenti, fra cui anche qualche giornalista, la annoverano fra
le cortigiane: in realtà non esistono documenti che possano provare
l’autenticità di tali affermazioni che rimarranno pertanto volgari dicerie. Il
suo comportamento pubblico era irriguardoso: sbeffeggiava i puritani, si
divertiva a punzecchiare i benpensanti e gli ipocriti d’ogni sorta che
commentavano i suoi comportamenti ritenuti superficiali. Olympe, imperterrita,
si comportava come tutte le donne della Parigi del tempo che badavano
principalmente all’estetica: toilette senza limiti di tempo e grandi
passeggiate nei meravigliosi giardini di Luxembourg e alle Touilleurs,
partecipazione alle prime di ogni teatro, concerti, balli, pretendenti di ogni
sorta, avventure amorose. In questa burrasca di emozioni e rumore, Olympe
frequentava soprattutto il Palais-Royal: da lì a poco diventerà un covo
rivoluzionario fin dal 1789, dopo essere stato il centro di tutte le mondanità.
Olympe si sentiva ignorante, ma questo complesso non la limitava in discussioni
e nella insaziabile sete di apprendere. Nei salotti illuminati, Olympe assisteva
alle discussioni sugli scritti di Rousseau, Diderot e l’abate Raynal: ne rimase
affascinata e ideologicamente coinvolta, travolta da quell’onda di cambiamento
che investì il mondo intero. Già da qualche anno, Olympe frequentava
giornalisti e filosofi, scrittori e saggisti della grandezza di Rivarol, La
Harpe Marmontel, Aubert e Louis Sebastian Mercier, amico e unico confidente
rimasto fedele fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1774, muore il re Luigi XV e
il suo successore è molto religioso: i cortigiani devono cambiare i loro
comportamenti e apparire meno viziosi. Cominciarono anni convulsi: non a caso,
nonostante il re avesse cercato di ricostituire alcune forme di istituzioni
parlamentari alla Francia, abolite dal suo predecessore, il processo di deflagrazione
che porterà alla rivoluzione sembrò essere ormai ampiamente e irreversibilmente
avviato. Nel 1775, avvenne la prima grande rivolta degna di questo nome,
preludio a quanto accadrà nel bene e nel male qualche anno dopo: la famigerata
“rivolta delle farine”, causata dalla carestia e dall’aumento dei prezzi sui
beni di prima necessità.

Olympe non fu insensibile alle questioni sociali e al
silenzio delle donne in quel contesto ambientale così ricco di vicissitudini e
trasformazioni. Le donne avrebbero dovuto partecipare attivamente al
miglioramento delle proprie condizioni e di quelle della Francia. Olympe ebbe
questa consapevolezza e cominciò originariamente a interessarsi ai diritti di
eguaglianza di genere e all’abolizione della schiavitù dei neri. Fu a questo
punto che la vita di Olympe subì una svolta decisiva. Il datore di lavoro del
defunto marito di Olympe, la presentò a una sua parente, amica della marchesa
di Montesson, nonché sposa del padre del futuro Philippe Égalité, duca
d’Orléans e cugino del re. La marchesa di Montesson era donna influente e
promotrice di eventi nell’alta società. La nobil donna impose la lettura di Zamore
e Mirza
(la prima opera teatrale di Olympe), presentandola agli attori del
Théatre-Français. Olympe de Gouges ormai a pieno titolo nell’entourage della
nobiltà transalpina, divenne amica di Philippe Égalité condividendone talvolta
vedute e azione politica. Le solite dicerie sembrarono stigmatizzare una
relazione amorosa fra i due: tuttavia, proprio Olympe farà mancare il suo
appoggio al principe quando lo riterrà colpevole di scelte ondivaghe e
compromettenti a danno della Nazione. Da questo momento storico Olympe si getta
in una azione politica senza precedenti, generando a suo discapito una serie di
critiche e seminando inimicizie un po’ ovunque fino alla all’epilogo tragico
della ghigliottina. Intanto, il figlio Pierre Aubry venne nominato fra gli
ingegneri della provincia di Champagne che era un territorio proprio della
famiglia del marchese d’Orléans, dopo che lo stesso Philippe aveva provveduto
alla sua educazione e al mantenimento di questo promettente ufficiale. Il
secondo incontro più importante per Olympe, fu con Louis-Sébastien Mercier che
scrisse i Quadri di Parigi, un’opera fondamentale sulla città, la
società, la cronaca di un popolo, le trasformazioni epocali di quel tempo. Il
libro ebbe successo pubblico senza precedenti per la bellezza delle sue pagine
e per la forma letteraria degli scritti. Mercier era un uomo molto in vista,
sosteneva che gli intellettuali avessero il dovere e il diritto di intervenire
nella lotta contro ogni forma di prevaricazione e dispotismo. Gli storici
pensano che nel rapporto così leale e duraturo fra i due, Mercier abbia avuto
un ruolo di profonda influenza su quell’intelligenza vivace e genuina che
caratterizzava Olympe. Curiosa della vita e di tutto ciò che potesse arricchirla,
si dedicò alla scrittura di opere teatrali e, successivamente, alla redazione
di libelli e manifesti su questioni politiche e sociali. Nella vita privata fu
protagonista di alcune stravaganze come quella di ospitare in casa diversi
animali immaginando che la loro presenza rappresentasse la reincarnazione di
personaggi illustri. Nel 1784, Jean-Jacques Lefranc di Pompignan muore, dopo
aver promesso a Olympe di versare una rendita alla madre Anne, sua ex amante,
in grave difficoltà economiche. Jean Jacques garantì che la sua devota sposa
avrebbe provveduto al versamento di una somma mensile: la promessa fu
puntualmente disattesa dalla donna. Fu in questa occasione che Olympe scrisse Memorie
di Madame de Valmont
, un romanzo epistolare autobiografico ispirato alle Relazioni
pericolose
che ebbe come riferimento soprattutto i testi delle lettere che
aveva ricevuto dal marchese di Pompignan, suo padre.

Olympe si dedicò molto attivamente al teatro, alla scrittura di testi da rappresentare e all’attivazione di una fitta rete di relazioni all’interno di quell’istituzione che, a Parigi, era un vero e proprio circolo  impenetrabile, dove affermarsi artisticamente pareva impossibile. In generale, le opere di Olympe non ebbero mai cattiva risonanza presso la critica, per niente severa nei suoi confronti,ma furono a più riprese osteggiate dagli attori e dalle istituzioni teatrali.Fu uno degli attori più in vista del tempo a ostacolare la carriera di Olympe: il famoso Beaumarchais, divenuto una vera e propria istituzione del teatro francese dopo il successo riscosso con Le Nozze di Figaro. Nonostante questo, Olympe riuscì a presentare Zamore e Mirza al comitato di lettura del Théâtre-Francais. Il tema della pièce riguardava il dramma della schiavitù dei neri, narrato in una coinvolgente  storia di sentimenti e questioni sociali. Il problema del commercio di uomini era una questione a cui avevano dedicato attenzione già i grandi pensatori dell’epoca come Rousseau e Diderot. Proprio da un testo di quest’ultimo, nel famoso e purtroppo dimenticato Supplemento al viaggio di Bouganville, furono messi a nudo i comportamenti inumani degli uomini bianchi e dei colonizzatori, affamati solo di denaro e privilegi nella loro malvagia azione predatoria. Molti armatori francesi di Nantes e Bordeaux continuavano a commerciare uomini di colore traendo guadagni immensi mentre anche nella patria del colonialismo, in Inghilterra, cominciavano a sollevarsi voci dissenzienti su questa odiosa e inumana pratica. Olympe fu una delle prime a suscitare scalpore elevando la questione in un teatro nazionale e parlando di problematiche che riguardavano aspetti valoriali come l’etica e l’eguaglianza fra tutti gli uomini. I suoi rapporti con attori e teatro divennero sempre più burrascosi. Questi ultimi non volevano sottostare a quelle che ritenevano come illegittime pretese di Olympee non gradivano neppure che lei potesse emergere con le sue opere in qualità di scrittrice. Olympe agì d’istinto e rischiò addirittura la prigione alla Bastiglia per i suoi comportamenti ai limiti della persecuzione e dell’ingiuria nei confronti dei colleghi di teatro. Non si diede per vinta, come era nel suo carattere tenace, e scrisse Il matrimonio inaspettato, ammesso alla lettura dal comitato della Comédie-Italienne e, successivamente L’uomo generoso, sulla condizione miserevole di coloro i quali sono afflitti da debiti e usura, tematiche in quei giorni attuali nel concitato contesto sociale. Trasferitasi in piazza dell’Odéon per essere fisicamente più vicina al teatro, continuò a comporre opere, come Il secolo dei grandi uomini o Molière da Ninon con chiari riferimenti allo stesso Molière e Ninon de Lenclos, una cortigiana del secolo precedente divenuta personaggio pubblico per via delle sue relazioni con i più grandi artisti, scrittori e aristocratici del tempo.Neanche l’amicizia con il famoso attore Molé migliorò la relazione con colleghi e teatro, mentre Olympe si apprestava a presentare, instancabile, ancora un’altra opera: Il pazzo per amore. Seguirono Il filosofo punito Il cornuto presunto e La prefazione senza carattere. Sono opere in cui emerge la vera personalità di Olympe e, soprattutto, si evince la sua ribellione a un mondo che non concede nulla sacrificando tutto sull’altare dell’ipocrisia e dell’egoismo. Tanta l’ironia nelle sue opere, nella consapevolezza che il giudizio morale dei suoi detrattori era quello di essere una cortigiana: “Sono un’allieva della natura, l’ho detto e lo ripeto, non devo niente alle conoscenze degli uomini; io sono la mia opera e quando compongo sul mio tavolo non c’è che l’inchiostro, la carta e le penne. […] So che mi sarebbe facile trovare opere di ogni genere; che potrei fare liberamente un riassunto di tutte queste buone letture; non comporre con la mia immaginazione, ma con le idee di altri”.




Andrea Franzoni si aggiudica il Premio Benno-Geiger per la traduzione di After Lorca di J.Spicer

Le redazioni congiunte di Poesia del Nostro Tempo e della rivista ARGO annunciano con infinita gioia che Andrea Franzoni si è aggiudicato il Premio Benno-Geiger 2018 (sezione giovani) per la traduzione di After Lorca di Jack Spicer, ultimo nato nella collana della rivista ARGO diretta da Valerio Cuccaroni per Gwynplaine Edizioni. Questa edizione, curata da Fabio Orecchini e dallo stesso traduttore, prima pubblicata in Italia a sessant’anni dall’edizione americana (1957), colma un’assenza imperdonabile riportando alla luce uno dei capolavori d’arte poetica del secondo novecento, aprendo ad una nuova stagione di studi per l’opera di una delle figure più controverse del modernismo americano, il poeta e linguista Jack Spicer.

Pubblichiamo di seguito il Comunicato Stampa del Premio e cinque poesie da After Lorca.


Serena Vitale vince la V edizione del Premio “Benno Geiger” per la traduzione poetica con l’opera “Quasi leggera morte” del russo Osip Mandel’štam (Adelphi).
Ad Andrea Franzoni va il premio come giovane traduttore per“After Lorca” di Jack Spicer (Argo-Gwynplaine).
La cerimonia di premiazione si terrà mercoledì 5 dicembre 2018, ore 17.30 alla   Fondazione Cini, Isola di San Giorgio Maggiore. Seguirà aperitivo.

Sono Serena Vitale e Andrea Franzoni i traduttori che il 5 dicembre 2018 alle ore 17.30 riceveranno, nel corso di una cerimonia, il Premio per la traduzione poetica “Benno Geiger” 2018, riconoscimento istituito nel 2014 dalla Fondazione Giorgio Cini in memoria del letterato austriaco Benno Geiger, il cui  fondo letterario è conservato e valorizzato sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Serena Vitale vince con la traduzione dell’opera “Quasi leggera morte” di Osip
Mandel’štam un premio in denaro del valore di 4.000 euro, mentre il giovane traduttore Andrea Franzoni riceverà un premio di 1.000 euro per “After Lorca” di Jack Spicer.
La Giuria, presieduta da Francesco Zambon e formata da scrittori, critici, docenti universitari ed esperti di traduzione – quali Shaul Bassi, Franco Buffoni, Fabrizio Cambi, Alessandro Niero e Pietro Taravacci – ha segnalato, inoltre,la traduzione di Paolo Febbraro, per l’opera “La strada presa” di Edward Thomas.

da After Lorca (Collana Argo, Gwynplaine, 2018).


Suicidio

                                      Una Traduzione per Eric Weir

 

Alle dieci della mattina
Il giovane non poteva ricordare.

Il suo cuore era imbottito d’ali morte
E fiori di lino.

È cosciente che non gli è rimasto niente
In bocca eccetto una parola.

Quando si toglie la giacca tenera cenere
Gli cade dalle braccia.

Vede una torre dalla finestra
Vede una torre e una finestra.

Il suo orologio scarico nella cassa
Guarda il modo in cui lo guardava.

Vede la sua ombra distesa
Su un cuscino di seta bianca.

E il rigido geometrico ragazzo
Spacca lo specchio con un’ascia.

Lo specchio sommerge tutto
In un grande spruzzo d’ombra.

 

Un Diamante

                                             Una Traduzione per Robert Jones

 

Un diamante
È là
Nel cuore della luna o dei rami o della mia nudità
E non c’è niente nell’universo come diamante
Niente nell’intera mente.

La poesia è un gabbiano su un molo, fermo alla fine dell’oceano.

Un cane urla alla luna
Un cane urla ai rami
Un cane urla alla nudità
Un cane che urla con mente pura.

Voglio che la poesia sia pura come il ventre di un gabbiano.

L’universo si sgretola e rivela un diamante.
Due parole chiamate gabbiano galleggiano serenamente dove
sono le onde.
Il cane è morto là, con la luna, con i rami, con
la mia nudità.
E non c’è niente nell’universo come diamante
Niente nell’intera mente.

 

Narciso

                                            Una Traduzione per Richard Rummonds

 

Bambino,
Come continui a cadere nei fiumi.

Sul fondo c’è una rosa
E nella rosa c’è un altro fiume.

Guarda quell’uccello. Guarda,
Quel giallo uccello.

I miei occhi sono caduti
Nell’acqua.

Mio dio,
Come stanno colando! Ragazzo!

― E io stesso sono nella rosa.

Quando ero perso nell’acqua
Capii ma non ti dirò niente.

 

Venerdì 13

                                                Una traduzione per Will Holter

 

Alla base della gola c’è un piccolo marchingegno
Che ci rende capaci di dire qualsiasi cosa.
Sotto di esso ci sono tappeti
Colorati di rosso, blu, e verde.
Dico che la carne non è erba.
È una casa vuota
In cui c’è soltanto
Un piccolo marchingegno
E grandi, bui tappeti.

 

Radar

                                               Un post-scriptum per Marianne Moore

 

Nessuno sa esattamente
Esattamente cosa sembrano le nuvole in cielo
O la forma delle montagne sotto di loro
O la direzione in cui nuotano i pesci.
Nessuno sa esattamente.
L’occhio è geloso di tutto ciò che si muove
E il cuore
È sepolto troppo sotto nella sabbia
Per accorgersene.

Stanno andando in viaggio
Quelle profonde creature blu
Passandoci oltre come un raggio di sole
Guarda
Quelle pinne, quegli occhi chiusi
Che ammirano ogni ultima goccia d’oceano.

Ho strisciato nel letto con tristezza quella notte
Non potei toccargli le dita. Vedi lo splash
Dell’acqua
Il rumoroso movimento di nuvola
La spinta delle montagne gobbe
Profonde al bordo della sabbia.

 


Jack Spicer (Los Angeles, 1925 – San Francisco, 1965) fu poeta, studioso di linguistica, libertario –perse la cattedra per aver rifiutato il giuramento di fedeltà agli Stati Uniti – vicino a Robert Duncan e Robin Blaser con cui diede vita alla San Francisco Renaissance, insegnante, ispiratore, senza volerlo, dei language poets come anche degli albori Beat, fu sempre insofferente nei confronti di definizioni ed etichette; tra le figure più controverse del modernismo americano, il suo libro”My Vocabulary did this to me:Collected Poetry of Jack Spicer” pubblicato ultra-postumo nel 2009, si è aggiudicato il prestigiosissimo American Book Award, contribuendo ad una grande stagione di riscoperta, studio e traduzioni in tutto il mondo, in particolar modo in Europa.

Andrea Franzoni è nato nel 1983. Poeta e traduttore, ha esplorato le deformazioni linguistiche nella migrazione tra lingua e lingua e nelle patologie sociali e psichiche derivate:dalle glossolalie al multilinguismo funzionale e disfunzionale contemporaneo, in area mediterranea. Ha pubblicato una raccolta di frammenti poetici (Chutes) presso Eric Pesty editore, in lingua (quasi) francese. Parte di una raccolta quadrilingue è apparsa su Sitaudis.fr. Prepara attualmente versi in lingua italiana.




Il cinema è mAgia | Argo per Corto Dorico Film Fest

«Il cinema è magia. Da sempre. Perché in fondo, al fondo, cioè al principio del “c’era una volta” ci fu l’idea di catturare il visibile nel suo compiersi, dunque nel suo movimento.» A queste parole, scritte da Alessio Galbiati per Argo Numero di mAgia, è ispirato il tema della quindicesima edizione del film festival Corto Dorico.

Da tema della rivista Argo a tema del festival Corto Dorico: la magia uscirà dalle pagine e trasformerà gli spazi. Da sabato 1 e a sabato 8 dicembre, infatti, la Mole Vanvitelliana di Ancona si trasformerà in un Cinevillaggio, “come per magia”. A condurre il rito, organizzato dalla nostra impresa creativa Nie Wiem, sarà uno dei più grandi cineasti italiani, Daniele Ciprì, di nuovo alla direzione artistica con lo sceneggiatore e produttore Luca Caprara.

Per scoprire il programma completo del festival si può scaricare il libretto. Non mancherà certo la presentazione in anteprima del Numero di mAgia, prevista domenica 2 dicembre, ore 18.