La Bohème alle Muse di Ancona | Lorenzo Franceschini

Direttore d’orchestra: M° Gabriele Bonolis.
Orchestra: FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana.
Coro: Coro Lirico “V.Bellini” di Ancona.
Regia: Nicola Berloffa.
Scene: Fabio Cherstich.
Costumi: Valeria Bettella.
Disegno luci: Michele Cimadomo
Assistente alla regia: Giacomo Benamati.
Assistente alle scene: Sofia Borroni.
Cast: Grazia Doronzio (Mimì), Lavinia Bini (Musetta), Jenish Ysmanov (Rodolfo), Francesco Vultaggio (Marcello), Italo Proferisce (Schaunard), Dario Russo (Colline).
Con il Coro di Voci Bianche “ArteMusica” diretto dal M° Angela De Pace e la Banda di Palcoscenico Orchestra Fiati di Ancona, diretta dal M° Mirco Barani.

Venerdì 9 ottobre si è aperta la Stagione Lirica 2015 curata dalla Fondazione Teatro delle Muse di Ancona, con La Bohème di Giacomo Puccini – libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Questo appuntamento ha anche sancito l’inizio del progetto Ancona Jesi Opera, che prevede una collaborazione fra i teatri delle due città nell’allestimento di sette opere teatrali: quattro a Jesi e tre nel capoluogo marchigiano. Abbiamo assistito per voi alla replica di domenica 11 ottobre.
L’opera, rappresentata per la prima volta dal ventinovenne Arturo Toscanini al Teatro Regio di Torino il primo febbraio del 1896, si compone di quattro quadri, e racconta le peripezie di un gruppo di giovani amici bohemien nella Parigi mondana e dissoluta del 1930. Due sono le storie d’amore che si intrecciano in questo dramma, quella di Rodolfo, poeta squattrinato, e Mimì, malata di tubercolosi, e quella del pittore Marcello e della bella Musetta. Gli attori sulla scena sono tutti giovani, della stessa età dei personaggi che rappresentano, e debuttano nei loro rispettivi ruoli. Questo conferisce alla messinscena una certa freschezza, molto adatta alla vicenda che viene narrata.
Alla replica di domenica 11 ottobre il pubblico è piuttosto esiguo, il teatro è pieno per tre quarti circa. La scenografia del primo quadro è piacevole, ma a sinistra, dietro la scena principale, è possibile vedere l’ingresso in scena dei vari personaggi, e questo dà quasi un senso di trascuratezza alla rappresentazione. Un altro espediente scenico poco convincente è l’utilizzo di un occhi di bue rosso piazzato sul palco, per simboleggiare il fuoco a cui si scaldano gli inquilini della soffitta dove è ambientata la vicenda narrata nel primo quadro. Questo espediente pare piuttosto rimediato e poco elegante.
In alcuni punti l’orchestra copre la voce dei cantanti. È il caso, per esempio, di Che gelida manina, nel momento in cui Rodolfo dice: “Talor dal mio forziere/ ruban tutti i gioielli/ due ladri, occhi belli”. Rodolfo viene coperto dall’orchestra anche poco più avanti, sempre nel quadro primo, quando canta: “O soave fanciulla, o dolce viso/ di mite circonfuso alba lunar/ in te, vivo ravviso”. Molto piacevole il duetto tra Rodolfo e Mimì alla fine del primo quadro.
Nelle scene collettive d’inizio secondo quadro è difficile distinguere i cantanti solisti dalle comparse e dal coro, sebbene l’effetto complessivo risulti piacevole ed efficace. L’unico personaggio che spicca, in questo contesto, è Musetta, che si distingue per voce, recitazione, ed anche per un abito di scena vistoso ed elegante. Marcello, invece, in questo frangente rimane piuttosto in ombra, anche a causa del vestito dimesso che indossa, ma canta bene. Il secondo quadro, che chiude la prima parte dello spettacolo prima dell’intervallo, termina con una parata di ottoni: bella scena corale, gioiosa e divertente.
Dopo l’intervallo, la nuova scenografia, essenziale ed opportuna, de La barriera d’Enfer ci porta in un’ambientazione invernale, dove alti platani si stagliano schietti sulla gelida bruma. Nello scambio tra Mimì e Marcello, le voci si confondono con l’orchestra, il cantato è poco chiaro, non perfettamente scandito, e l’orchestra troppo alta. In altri punti Marcello si esprime meglio, mostrando una vocalità piena e robusta. Così anche Rodolfo, ottimo al suo ingresso nel terzo quadro. Toccante l’interpretazione di Mimì quando si allontana dall’amato poeta. Anche nel quartetto finale, tuttavia, le voci si distinguono poco.
Il quarto quadro si apre con un’allegra battaglia di cuscini tra gli uomini, che, abbandonati dalle rispettive ragazze, ritornano a vivere nella mansarda in cui è iniziato il dramma. Il giocoso scontro viene interrotto da Musetta, che preoccupata irrompe nella stanza: Mimì, già malata di tubercolosi, sta per morire. Molto applaudito il filosofo Colline, nell’aria Vecchia zimarra, senti, probabilmente la migliore voce maschile in scena. Molto espressiva Musetta, quando canta: “Madonna santa, io sono/ indegna di perdono”, interpretazione molto riuscita ed applaudita; non a caso, sarà proprio lei, alla fine della rappresentazione, a ricevere gli applausi più entusiastici. Molto bella la scena finale, dove suggestiva è la scenografia e bravi gli interpreti, per canto e recita.




Toquiño in concerto ad Urbino

Si è tenuto venerdì 9 ottobre, nel Teatro Raffaello Sanzio di Urbino, lo spettacolo di apertura della stagione urbinate, sul palco il grande chitarrista e cantante brasiliano Toquiño, reduce da una tournée con Ornella Vanoni ed Alex Britti.
Toquiño esce dalle quinte con la chitarra in mano, mentre esegue una serie di accordi di samba. Siamo in uno splendido teatro ottocentesco, ma la naturalezza e la familiarità con le quali questo grande musicista delizia il suo pubblico ci fanno sentire tutti a nostro agio, come se fossimo nel salotto di casa sua; lui stesso, dopo il primo pezzo, dice di essere qui «in una forma molto semplice e sincera», informale, lui e la sua chitarra.
Già da subito inizia la lunga serie di simpatici aneddoti con i quali il chitarrista ama intramezzare i brani che esegue: Toquiño ci racconta, in un italiano scorrevole e divertente, di una sua chiacchierata con Marcello Mastroianni, finita con una simpatica facezia di questo, ci parla del vanitoso Vinicius de Moraes e del suo desiderio di esclusiva su di lui, ci fa sorridere della competizione tra l’autore di Garota de Ipanema e Chico Buarque, accenna alla collaborazione con Ungaretti, e racconta di tante altre vite di artisti e di intellettuali, che si sono intrecciate alla sua.
Toquiño ci narra di come iniziò il suo sodalizio con Vinicius de Moraes: voleva assolutamente suonare col poeta, ma questi non lo considerava più di tanto, e aveva scritto una poesia, che avrebbe voluto far musicare da un altro compositore. Tuttavia, Toquiño gli sottrasse il manoscritto di nascosto, e, dopo aver arrangiato la lirica, fece ascoltare a Vinicius il pezzo bell’e pronto. Da quel momento i due iniziarono una collaborazione che avrebbe poi portato all’incisione di ben sedici album.
A metà concerto Toquiño è raggiunto sul palco da una bravissima cantante brasiliana, Veronica Ferriani, che esegue diversi brani, suonando anche il pandeiro. L’interprete canta anche un brano a cappella. Davvero perfetta e piacevole la sua performance. Molti i successi proposti questa sera: da Garota de Ipanema a Tristeza, da Chega de Saudade a O que será; c’è spazio anche per canzoni italiane, come Anema e core, e, naturalmente, per Acquarello.
Con il suo tocco inconfondibile, con leggerezza ed ironia, Toquiño sa riportarci indietro nel tempo, ai grandi artisti del passato con cui ha condiviso il proprio percorso di musicista e di uomo, a quei «dolci fantasmi» che, come dice lui, abitano dentro la sua chitarra, e gli fanno compagnia.




L’elisir d’amore ad Ascoli Piceno | Lorenzo Franceschini

Abbiamo visto per voi L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, andato in scena sabato 21 marzo 2015 presso il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.

Il sipario, un telo bianco allestito per l’occasione, reca impresse delle stampe stilizzate raffiguranti i personaggi dell’opera, gli strumenti dell’orchestra e il direttore. Ad un certo punto, quest’ultimo entra in sala, attraversa la platea e sale sul palco, assumendo la posizione della stampa che lo raffigurava. Sale il sipario e inizia lo spettacolo.

lelisirdamore_generale_ph_luigi_angelucci_177L’orchestra è collocata sul palco, s’uno sfondo blu elettrico; blu sono anche gli abiti degli orchestrali. Dopo il preludio entra in scena il coro, sempre passando per la platea. La stretta vicinanza tra pubblico e interpreti e il brulicare composto dei coristi donano a questo incipit un senso di gioioso fermento, che accompagnerà tutto lo svolgersi della recita. I coristi e la pianista sono vestiti da contadini di un villaggio dei paesi baschi, alla fine del Settecento, in cui è ambientata l’azione scenica. Sul palco c’è un pianoforte, e vicino delle balle di fieno. Tutto è leggero e scherzoso.lelisirdamore_generale_ph_luigi_angelucci_152

Adina, interpretata dal soprano Mihaela Marcu, compare seduta sopra il piano intenta a leggere un libro, è molto bella, vezzosa e maliarda; Nemorino (tenore Antonio Poli) ne tesse le lodi. Poli riesce a mimare un portamento ed uno sguardo che ben si attagliano al personaggio del villico sprovveduto invaghito della giovane; nella scena sesta del primo atto mostra la propria felicità sgambettando come un bambino.lelisirdamore_generale_ph_luigi_angelucci_119

L’ingresso del sergente Belcore, interpretato dal baritono Bruno Taddia, è dirompente, la sua prima aria da solista raccoglie molti applausi. Il basso Andrea Concetti, interprete del sedicente dottore Dulcamara, entra in scena con grande pompa, mostrandosi latore di portentosi ritrovati scientifici – ma il suo costume, vistosamente macchiato sul colletto sotto la nuca, già ne tradisce lo status di truffatore e le reali intenzioni.

lelisirdamore_ph_luigi_angelucci_080A nostro avviso, quella di Taddia è l’interpretazione più riuscita, grazie alla sua voce potente e precisa ed alla sua gestualità ampia ed esilarante. Anche Mihaela Marcu ci pare particolarmente adatta al suo ruolo: in alcuni tratti la sua interpretazione appare leggermente fredda, e questo, se da una parte ostacola il coinvolgimento emotivo dell’uditorio, dall’altra è coerente con le caratteristiche del personaggio di Adina, «mobile e infedel» come un soffio di vento. Poli (Nemorino) è potente e preciso, voce molto bella; applauditissima l’aria più famosa dell’opera, Una furtiva lacrima. Davvero esilarante la recita di Nemorino durante l’ultima aria di Adina: lei si compiace di sé stessa, mentre lui mostra impazienza, facendole il gesto di tagliare corto, perché non vede l’ora di abbracciarla. Andrea Concetti è decisamente all’altezza del ruolo, come anche Sara De Flaviis: fresca e gioiosa interprete di Giannetta, dalla voce molto bella e dalla presenza scenica leggiadra e sempre appropriata.

lelisirdamore_generale_ph_luigi_angelucci_137Ottimo il Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini, magistralmente diretto da Mirca Rosciani. Una delle caratteristiche che più saltano all’occhio di questo coro è la sua capacità di riempire lo spazio e l’azione scenici in modo sempre efficace ed opportuno. Non capita mai, a chi voglia soffermare lo sguardo su un corista – finanche in un frangente in cui il coro non canti o non reciti parti significative – di sorprenderlo in un momento di trascurata inattività: mai il canto è disgiunto dalla recitazione, mai i coristi, neppure il più nascosto, escono dal loro personaggio. Sempre perfetta l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, diretta da Francesco Lanzillotta, preciso e capace di dirigere adeguatamente anche svolgendo le parti recitate previste dalla regia.lelisirdamore_generale_ph_luigi_angelucci_206

I colori delle scene di Gabriele Moreschi e dei costumi dei contadini, curati da Claudia Accoramboni, cozzano un po’ con lo sfondo blu elettrico e con gli abiti degli orchestrali, ma è un effetto voluto, che non ci sentiamo di sanzionare.lelisirdamore_generale_ph_luigi_angelucci_156

La regia di Saverio Marconi è frizzante: molto coinvolgente il continuo movimento degli attori tra il palco e la platea, che crea grande dinamismo. Decisamente apprezzabile l’interazione tra Dulcamara e l’orchestra: nella scena quinta del primo atto, il “dottore” chiama un orchestrale, «Giuliano, tromba!», e quello si alza e suona. La vivacità della recita è data anche da alcuni movimenti scenici affidati al direttore d’orchestra, che, oltre ad aprire la rappresentazione con il suo ingresso teatrale, in almeno due momenti interagisce con i cantanti, come quando, nella scena sesta del primo atto, abbraccia Nemorino e Adina continuando a dirigere i musicisti, o, ancora, come quando, nella scena precedente, suggerisce a Dulcamara una battuta. Come dimenticare, infine, il momento conclusivo dell’opera, quando il “dottore” passa tra il pubblico dispensando bottiglie di elisir? Espedienti di questo tipo, uniti allo spostamento dell’orchestra sulla scena, sono un valido diversivo per rendere le opere più vicine al pubblico – a nostro avviso preferibili alle modernizzazioni forzate e gratuite cui siamo sempre più spesso abituati.TdF2015ELISIR_Ringraziamenti_phAngelucci_009

Peccato non fossero presenti le didascalie ad ausilio del pubblico, che comunque ha potuto seguire tutti i dialoghi grazie ai libretti distribuiti gratuitamente all’ingresso del teatro, ed anche grazie alla una buona dizione di quasi tutti i cantanti.

Uno spettacolo davvero ben riuscito, che vi invitiamo a vedere il 15 e il il 17 ottobre al Teatro dell’Aquila di Fermo.




Effetto Aringa Rossa. I sensi danzanti di Ambra Senatore

Aringa rossa espediente che depista, che allontana dall’apparente comprensione della trama, torna a provvido titolo di questo lavoro di Ambra Senatore, esponente torinese della nuova generazione del teatrodanza.

Al suo debutto italiano (dopo la 16° Biennale della Danza di Lione) alla rassegna di Torinodanza 2014 per la sezione speciale Made.it, Aringa Rossa potrebbe essere uno dei lavori da inseguire nelle poche apparizioni italiane, essendo buona parte delle attività di Ambra Senatore distribuite in Francia.

Sotto i tenui riflettori delle Fonderie Limone di Moncalieri, l’inizio si annuncia leggero, ridotto nei primi palpiti a tre figure maschili che esplorano lo spazio. Piano il palco si affolla, si articola, e inizia la danza. Le prime accennate parole di scambi e richiami tra gli interpreti e si frantuma il quadro per ricomporsi di nuovo, poco a poco disuguale a se stesso, asimmetrico.

Nove i danza(t)tori coinvolti, per un racconto sulle relazioni umane e le loro insidie. Li vediamo muoversi in sincrono e fuori sincrono, rapiti in pose estatiche o dal brusco arresto di un fermo immagine preceduto da moviola; per oltre un’ora davanti a una platea fitta, trafitta più volte dalle incursioni dal palco, Aringa Rossa ci avvince.

Semplicità elegante della regia luci che declina i fasci caldi sulle diverse combinazioni dei danzanti; commenti musicali di eccentrica ricercatezza spesso fuori asse motorio, a loro volta stranianti, remoti. Questi gli elementi fondanti a complemento della drammaturgia.

Osservare gli occhi e i muscoli facciali nel movimento e nell’immobilità dei nove, ascoltarne le voci uscire da un lontano gioco di rincorse e fughe, è come attraversare un musical sincopato o un sogno d’infanzia (forse infanzia di un’umanità compromessa). Tutto il resto va immaginato e poi escluso.

Percorre il lavoro un fitto giro di danze e assembramenti, di pose statiche e di isolamenti, per condurci nei paesaggi e nelle periferie umane della coreografa che ha fatto della danza uno strumento d’indagine sociale oltre che teatrale.

Dove si fondevano la ghisa e il bronzo, vediamo fondersi la danza con il teatro; come in un domino o un diorama, il meccanismo teatrale è autoindotto e simbolico allo stesso tempo.

Anche questa creazione (come diversi altri lavori di Senatore) sembra in permanente fase di studio; qui la geometria chiusa, la forma scenica impermeabile a diverse ipotesi interpretative non rientrano nelle coordinate della regia; ogni lavoro di questa compagnia una volta metabolizzato in scena, pare vivere di vita propria, continua nel tempo ad assorbire suggestioni (anche dal pubblico), interventi, smarrimenti. Questa è l’osmosi che cerchiamo tra il teatro e la quotidianità, questa l’alchimia in cui riesce anche Aringa Rossa, restituendo senso al puro dato scenico.

Siamo dentro luoghi relazionali, stanze, parchi, marciapiedi, definiti solo da suoni e da gesti; passo passo questi luoghi si fanno familiari, rievocando giochi di un’infanzia dove si urlava o si rincorreva qualcuno per farne un ostaggio, un temporaneo appagamento, e dove la quotidianità delle relazioni si fa effimera e ridondante nel tempo corrente.

Nei quadri scenici e nella danza di questo lavoro, è un susseguirsi concentrico e poi centrifugo di incontri e di scontri: relazioni umane tradotte in passi allegorici, mimati abbandoni, contrasti fisici, grida psicotrope fino al pianto dirotto, al deliquio.

Ci si deve avvicinare spogli di idee, curiosi ad Aringa Rossa, tentando di cogliere le espressioni, i micromovimenti del gruppo mosso da musiche che vanno dal sacro a rivisitazioni di Stravinskij, dai madrigali monteverdiani, alla rilettura di canti partigiani.

Più volte suona un telefono che scaturisce conversazioni improbabili, con la volontà di declinare il lavoro a un presente differito, telefonato, dove l’apparecchio contiene una verosimile impossibilità di comunicarsi.

Si grida, si confabula (anche in più lingue), ma sempre solo accennando, abbozzando o balbettando astrusità che muovono spesso al riso e che mai risolvono la narrazione.

Quattro coppie, tre gruppi da tre, poi due da quattro e una figura smarrita, poi tutti gli interpreti assieme a formare figure pittoriche di corale sacralità secentesca con la complicità di luci magistralmente dirette a colpire i volti dall’alto, i corpi protesi verso un dio evocato nel cono luminoso. Così entriamo di taglio in un raccoglimento inatteso, nel sacro fuori contesto che promana come un’annunciazione allucinatoria. Poi di nuovo tumulto, corse, volteggi, si torna a danzare.

E mentre tutti danzano e si corteggiano danzando, qualcuno resta escluso, si impaccia, inciampa al limite del proscenio; qualcuno poi sta male, dispera, a turno lo si conforta caricandosi d’immediato dolore che di cuore in cuore svapora, dissolve in nuova ilarità di gruppo al nuovo cambio di scena.

Nei tanti panorami che offre questo insieme di coreografie cucite in una, nessuno sguardo può fermarsi, nessun giudizio cristallizza. L’autrice vuole confondere e ristabilire vitali disordini, scherzare con le idee di purezza e di ordine.

L’ironia che ha fatto dei lavori di Ambra Senatore generose prese di distanza dall’accademia e dalla filologia teatrale, innerva anche questo lavoro alternandosi alla poesia aerea dei gesti; è un connubio coraggioso questo, fino al rischio di fraintendimento, di depistaggio verso anelli (o aneliti) umani di non facile indagine.

Tanto si evoca in Aringa Rossa senza voler rappresentare davvero nulla. Si ammicca al caos passionario contro l’algida armonia, all’istinto primordiale, burlando i bisogni civilizzati. Ogni sbavatura è in seconda istanza la cura del “dettaglio fuori posto”, così gli inciampi degli attori, lo smarrimento di qualcuno a scena aperta, gli unisoni bislacchi, le urla animali del branco.

A luci spente, suona ancora il telefono; qualcuno risponde, qualcun altro presto riattacca. E’ di nuovo silenzio; il gruppo riunito, resta immerso nel buio, non riaffiora più, si richiude nell’abbraccio conclusivo.

[Torinodanza, Fonderie Limone di Moncalieri, 11 Dicembre 2014]

Michele Montanari




La Traviata (“Degli specchi”) allo Sferisterio di Macerata | Lorenzo Franceschini

immagine traviata
Torna anche in questa bizzarra estate lo sguardo argonautico sulla lirica, con la cronaca della prima de La traviata maceratese, andata in scena al celebre Sferisterio, fiore all’occhiello della città marchigiana, sabato 26 luglio 2014, nell’ambito della rassegna L’Opera è donna.

Il clima inclemente di questa estate non ha mancato di disturbare anche questa rappresentazione; fino a poco prima delle 23.00, orario dopo il quale la recita in programma viene annullata, con conseguente rimborso di tutti i biglietti, la pioggia ha continuato a battere incessante, accompagnando bagliori minacciosi che hanno atterrito il pubblico in attesa. Ma quando tutto sembrava ormai perduto, Giove pluvio ha deciso di concedere qualche ora di sollievo ai mortali, gli aspiranti spettatori in fuga sono stati richiamati indietro e lo spettacolo è iniziato, anche se il pubblico confluito nell’arena alle 23 è stato meno numeroso di quello in attesa alle 21 davanti al teatro.

In questa occasione, gli organizzatori hanno saputo mostrare grande stile e risolutezza nel recuperare una situazione molto difficile. Sul palco il direttore artistico del Macerata Opera Festival, Francesco Micheli, ha annunciato la ripresa dello spettacolo, avvertendo che alcuni passaggi scenici sarebbero stati lievemente modificati a causa di problemi tecnici causati dal maltempo. Puntuale come sempre a queste latitudini è scoppiata la lamentela di chi, sicuro del rimborso, già si immaginava in babbucce davanti al televisore, e invece si è trovato a doversi sorbire una Traviata che sarebbe continuata fino a tarda notte – come se tutti non fossimo stati lì per questo. Soprattutto da parte di alcuni colleghi della stampa sono giunte critiche molto rumorose ed insistenti. A nostro avviso un comportamento simile è deprecabile, infatti gli organizzatori dello spettacolo lirico all’aperto, in caso di maltempo hanno l’obbligo di far iniziare la messinscena se prima delle 23.00 smette di piovere. In questa occasione la perturbazione è finita poco prima di quell’ora e con un grande sforzo organizzativo lo spettacolo è potuto cominciare. Per fortuna, la maggior parte del pubblico ha capito la situazione, e al suonar della campanella, un grande applauso ha accompagnato l’inizio dell’opera.

L’allestimento è quello del 1992 di Henning Brockhaus e Josef Svoboda, chiamato “degli specchi”, per la presenza di uno specchio enorme inclinato sopra la scena, a raddoppiare il palco in un gioco illusionistico davvero efficace. Sul podio, alla sua prima esperienza con La traviata, Speranza Scappucci, che ha saputo far fronte alla difficile impresa con professionalità e passione. Ottima anche l’esecuzione del Complesso da palcoscenico Banda “Salvadei”.

Quanto alle voci, sono tutte piuttosto belle, ma nessuna, tranne quella del baritono Simone Piazzola, si è imposta particolarmente, anche a causa della grandezza dello Sferisterio, adatto a vocalità molto potenti. In particolare, Alfredo, impersonato da Antonio Gandìa, ha espresso una voce piuttosto debole, specie all’inizio; ma dopo qualche nota si è scaldato ed ha eseguito con Violetta una buona “Croce e delizia”, dolce e precisa. La protagonista del dramma è stata interpretata da Jessica Nuccio, nello stesso ruolo del suo debutto del 2011 al Teatro “La Fenice” di Venezia. Il soprano ha espresso acuti molto belli e potenti, ricchi di armonici, mostrandosi però più debole nelle note basse. Nell’ultima scena del primo atto Violetta ha eseguito un perfetto pianissimo, dolce ed efficace, “per l’aride follie del viver mio”. Molto precisa, questa Violetta, ma poco folle, in realtà, e piuttosto composta, pur negli eccessi. Alla fine del primo atto Jessica Nuccio è stata comunque molto applaudita.

Dopo il primo atto la scena è cambiata, in pochi minuti è stato sostituito l’enorme manto dipinto su cui si muovevano i cantanti. Bravissimi i macchinisti e tutte le maestranze, che hanno raccolto diversi applausi per essere riusciti a far fronte brillantemente ad una situazione indubitabilmente ardua.

Bravo e applaudito il tenore Antonio Gandìa, nei panni di Alfredo, nel “Lunge da lei per me non v’ha diletto!” che apre il secondo atto. Poco più avanti ha urlato un po’ la frase “quest’onta laverò”, ma è perdonabile. Ha faticato un po’ nel registro alto.

Il migliore tra i cantanti è stato il baritono Simone Piazzola, interprete di Giorgio Germont, dalla voce piena, corposa e potente, e preciso nell’esecuzione. Molto bello e applaudito il duetto tra Violetta e Giorgio Germont del secondo atto.

Molto piacevoli le coreografie di Valentina Escobar, esaltate dagli splendidi costumi di Giancarlo Colis e dallo specchio enorme inclinato sopra le teste degli artisti. In particolare le scene di festa sono state molto apprezzate. Bellissima la scena dei toreri. Bravo il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, curato da Carlo Morganti.

Violetta nel terzo atto ha regalato momenti di viva emozione, quando, nella sua ultima battuta, canta “Alfredo, Alfredo, di questo cuore non puoi comprendere tutto l’amore”, un passaggio indimenticabile, che Jessica Nuccio ha saputo interpretare in modo opportuno. Il pentimento di Alfredo è palpabile, Violetta è di una dolcezza, e di una fermezza, strazianti.

Impressionante il momento finale della rappresentazione, quando lo specchio enorme inclinato sopra la scena si è raddrizzato lentamente, riflettendo, durante le ultime note accorate, il pubblico, che nel momento culminante del dramma s’è scoperto commosso.