Anna e Mister Roosevelt | Racconto di Franco Faggiani

“Babbo… scusa…”.
“Che c’è?”, domandai con un tono leggermente gracchiante che di solito non era il mio.
“Niente”. Probabilmente si era accorta della mia apprensione.
Alzai lo sguardo dalla strada sterrata che separava in due il fitto bosco dei larici e tentai di fissarlo sullo specchietto retrovisore che tremolava ai sobbalzi della Bugatti avuta in prestito, per l’occasione, da un collega del giornale; facoltoso, monarchico e gran cacciatore di zitelle della
Borghesia torinese più defilata ma, per questo, più danarosa.
Un po’ di sudore agli angoli degli occhi e la polvere della strada entrata dentro contribuivano a rendere più difficile la messa a fuoco.
“Che c’è!”, chiesi di nuovo e con maggior veemenza, facendo roteare gli occhi dallo specchietto alla strada, per via dei due tornanti secchi in arrivo.
Anna non rispose. Tentò di sorridermi, notai con la coda dell’occhio. Era pallida e sudava per il caldo e il vestito nuovo accollato. Accanto a lei, sul sedile posteriore, Franklin Delano Roosevelt, detto Frank per comodità nel richiamo, stantuffava alito a ritmo sostenuto, con gli occhi chiusi e cisposi e la lingua ormai quasi bianca e rugosa.
Anna aveva undici anni ed era mia figlia. Sua madre era morta sei anni prima e lei aveva vissuto buona parte della sua infanzia con i nonni, a Roma, e un po’ con me, quando il giornalismo nomade attraverso le province del nord ovest italico subiva fortunosi attimi di sosta.
Ora, però, anche per me la situazione stava per cambiare.
Frank era un golden retriver che mi aveva regalato due anni prima, al mio ritorno dagli Stati Uniti dove avevo seguito vari avvenimenti, comprese le elezioni presidenziali, una signorina di buona famiglia biellese con la quale avevo avuto una relazione lunga e, credevo, solida. Invece non lo fu poi tanto. Si innamorò di un altro (quando me lo disse lo avevo capito già dalla premessa: “Non ci sei mai quando ho bisogno”) e non ci furono neanche tanti convenevoli. Semplicemente non si fece più viva e Mister Roosevelt era tutto quel che mi rimaneva di lei.
“Babbo… mi viene da vomitare”, disse Anna in un perlage sempre più fitto di sudore. Lo disse in un fiato crescente. Alzare gli occhi al cielo, imprecare e poi pentirsi, schizzare dalla macchina fu un tutt’uno.
Mister Roosevelt, piuttosto eccitato per l’aria fresca e l’inaspettata libertà, saltò giù come un felino, nonostante la stazza e l’indolenza, quasi travolgendo Anna.
Lei scese lentamente.
Rimase per un po’ con le braccia conserte e gli occhi acquosi a fissare i vapori che salivano dal sottobosco, per via della calura che risucchiava voluttuosamente l’umidità della notte. Poi piegò leggermente il busto in avanti e vomitò. Con molta dignità.
“Scusami babbo”, disse poi, “sono emozionata”.
Mi intenerì, con questa sua giustificazione; forse non sapeva neanche bene il significato di emozione.
“Non potevi fare tutto prima, quando ti sei fermata a fare pipì?”, le chiesi cercando di scherzare.
“Ma non mi veniva”, rispose seria.
“Stai meglio?”. Poi, senza aspettare risposta, avevo aggiunto, “torna in macchina che è tardi”. Mi misi a fischiare per richiamare Frank, subito partito alla ricerca di qualche capriolo nel bosco, con cui ingaggiare una gara da perdente, un inseguimento di breve durata. Un vezzo, più che una caccia.
Il cane tornò subito e saltò dietro con la solita irruenza, finendo in grembo ad Anna che rise e lo accarezzò. Era andato a bere in una pozza e c’era pure entrato dentro. Le gocciolò acqua e fango sul vestito, sul quale avevo già fatto finta di non notare alcune tracce di saliva. Ma così era davvero impresentabile.
E adesso? Non potevo tornare indietro, ero già in folle ritardo. Mi venne l’ispirazione quando vidi il cartello di latta ammaccata che indicava l’alpeggio di Francesco Cappellari, malgaro e addetto alla manutenzione delle mulattiere.
Girai con decisione verso il vallone, affrontando la salita con la Bugatti che faceva schizzare il pietrisco dappertutto e mi fermai solo davanti alla porta della cucina spalancata sul prato. La macchina era ingiallita dalla polvere pesante e dalla terra bagnata.
“Rossella!”, gridai, “Francesco!”.
La possente signora Cappellari uscì dalla tenda azzurra della porta e mi abbracciò con vigore. “Monsieur Umberto, che bello. Auguri… ma qui, a quest’ora?”.
“Guardi”, dissi quasi piangendo, puntando l’indice accusatore, senza voltarmi, sulla mesta Anna.
Rossella, donna delle terre alte, di lavori duri, di tempeste e soprattutto madre di sei figlie femmine, non esitò. Prese Anna in braccio e zompò dietro la tenda gridandomi un perentorio “entri!”.
Invece rimasi fuori, a guardare il sole che cercava di intrufolarsi tra i tronchi e i rami dei larici. Infilai la mano nella tasca del panciotto ormai sgualcito per cercare con timore l’orologio. Non c’era, era rimasto a casa, appoggiato chissà dove. Quando ritrassi la mano, sotto le unghie avevo dei minuscoli grani di lavanda. Ce li aveva messi Anna. Lo faceva spesso. “Così le tue mani d’inchiostro si profumano un po’”, diceva con quel suo fare protettivo.
Mi guardai istintivamente le mani. Erano un po’ sudate ma le punte delle dita si erano normalizzate dalle grinze bianche e non odoravano più di sapone da cucina. Prima di uscire di casa avevo lavato pentole e padelle e due pile di piatti della sera precedente. Gli amici e i colleghi della Stampa e quelli del locale settimanale cattolico La Valsusa avevano democraticamente scelto la mia grande cucina per discutere fino a notte fonda, sfiorando a volte i limiti della rissa, su quanto si erano detti il giorno prima Hitler e Mussolini a conclusione del loro incontro a Venezia. E poi per cercare goliardicamente di convincermi a non caderci una seconda volta. E infine, visti vani i loro sforzi, per farmi gli auguri.
A mie spese però, viste il prosciugamento indiscriminato delle bottiglie di Grignolino e di Barolo che proteggevo da tempo in una nicchia, non poi così tanto ben nascosta, nel muro della cantina.
Era fine giugno del 1934, io avevo quarant’anni e stavo per sposarmi di nuovo. Martina aveva trentuno anni, era una torinese della Collina. Era allegra e bionda, con i capelli tagliati cortissimi, da ragazzo, e suonava la viola in un’orchestra da camera e tutti la guardavano con attenzione. Come del resto avevo fatto anche io, lo scorso anno. Di sicuro con molta più attenzione degli altri.
Mister Roosevelt, che era venuto ad accucciarsi e a sbavare pure sopra le mie scarpe, alzò la testa di scatto.
“Pronti!” disse Rossella uscendo di corsa e buttando, quasi, Anna sul sedile posteriore della Bugatti.
“Tenga il cane davanti e non chiuda tutte le finestre della macchina, che l’aria deve entrare, sennò la bambina non respira. Se arriva un po’ scapigliata fa niente, è bella sempre. E tanto”, aggiunse ammiccando verso il fondo valle, “la sposa lo stesso, stia tranquillo, anche se si presenta con quelle scarpe lì e il vestito un po’ conciato…”.
Non finii di ascoltare le raccomandazioni, partii senza nemmeno ringraziare.
Anna stava meglio, aveva ripreso un po’ di colore. Era pettinata e profumata nel vestito celeste a fiori, un po’ démodé, della figlia più giovane di Francesco e Rossella.
Mi sorrise nello specchietto. Mi infilai finalmente sulla strada principale, che regalava per fortuna qualche tratto dritto, pigiai a fondo il gas.
Il rumore del motore sembrava voler annunciare un temporale estivo. Dopo i rettilinei, ma ancora lontano, c’erano tre grandi curve e poi la chiesa, le cui campane dovevano aver smesso di echeggiare per la valle da un pezzo.
Ero in ritardo di quasi un’ora. Martina però la vidi subito, sulla soglia, tra gli ospiti che le stavano intorno, forse per consolarla. Guardavano tutti verso di me. Il polverone che saliva dietro la Bugatti come il fumo di un incendio, doveva avermi annunciato e, nelle curve, avevo anche suonato timidamente il clacson, simile al verso della cornacchia sfrontata che veniva a chiedere il pane vecchio becchettando sul vetro della finestra della nostra cucina. C’ero quasi, la nuova vita stava per cominciare.
Anna e Franklin Delano Roosevelt s’erano nel frattempo addormentati.

 




Minutaggio #1 | Racconto di Michelangelo Franchini

 

3′

 

Tesoro ti prego non cominciare adesso. Non cominciare un’altra volta le dico, ma la porta del bagno attutisce i rumori, e chissà che sta facendo dall’altra parte, perché il silenzio è davvero inquietante, capito tesoro?, trovo il silenzio inquietante, le dici ma non serve a niente perché la porta non si apre e siete fermi a quella situazione, a quello stesso stallo delle scorse volte quando ti ubriacavi e lei era lì pronta a coglierti in fallo perché quello era diventato il matrimonio. Finché morte non vi separi, finché uno non uccide l’altro, piuttosto, pensavi incazzato quando succedeva. E succedeva. Ormai succedeva sistematicamente, ma prima non era così, ti dici, dove ho sbagliato. Non lo sai, non c’è una risposta. C’era un tempo in cui scopavate come conigli e guardavate la televisione e parlavate di tutto per ore, e adesso c’è d’improvviso il tempo in cui ogni piccola, insignificante manchevolezza dell’altra o dell’altro è un motivo per fregarlo, farglielo notare, e allora vaffanculo, subentra la rinuncia e allora tutto è lecito, ed è quasi un piacere morboso farla arrabbiare, e distruggere tutto, perché non lo sai, però è così, dillo che lo fai apposta, stronzo bastardo seduto sul cesso con quei pantaloni da uomo d’affari e quella cravatta allentata, cosa sei un broker di wall street cocainomane, magari cazzo. Magari.

 

3′

 

Quello che puoi fare ora è provare a uscire e scusarti e cercare di cavartela così, anche se questa volta, dopo quello che è successo, non è che puoi proprio sperare di non aver tracciato un segno indelebile che resterà – resterà, capito?, provi a dire, non c’è risposta. Questa cosa resterà, ma noi diventeremo più forti. Il silenzio ti uccide, perché non parla? Perché non gioisce nel mostrare che il fallimento della sua vita è colpa tua, solo tua, e che quindi lei può indossare il comodo abito della vittima quando a pranzo da sua sorella in Toscana lei le prende la mano e le dice, sei stata sfortunata, sei una brava donna. Una brava donna nonostante tutto – come fosse poi colpa mia se ha fallito con l’università, ti dici – ma è una cattiveria, come puoi pensarlo? Te la ricordi la prima cattiveria che hai pensato su di lei? O è davvero così connaturata al vostro rapporto che fin da subito evitavi di dirle che avevano chiamato per cercarla al telefono, pensavi, così impara a non stare a casa, a non curarsi dei suoi affari, visto che usciva sempre – questo è innegabile, non si può dire il contrario, ma potevi parlargliene – e allora ecco che ti viene quell’assillante, fastidioso dubbio che viene alle persone in crisi chiuse in bagno che si chiedono come sono arrivate a questo punto dopo tutta quella gioia – un dubbio che il silenzio ti obbliga a sentir risuonare nelle viscere.

 

3′

 

Esci sempre, le dicevi, e lei rispondeva e quindi. Ed era talmente bella, dopo una giornata di lavoro – lavoro sodo, sai?, per permetterci tutto questo – e lei rispondeva: anch’io che ti credi – che volevi solo sbatterla e poi non parlarci più, e invece le hai detto che esce sempre, lei ha detto e quindi, ha stappato una birra, una sola per sé stessa, e ti sta ignorando. E allora non ci vedevi più e qualcosa scattava dentro di te, ma era la rabbia per quel fizz della birra, e il resto era solo malinconia, per cui ti lasciavi andare sul divano, perché quell’e quindi preparava alla tua risposta e la tua risposta era che pensavi che ti tradisse e quindi accendevi la televisione. Accendevi la televisione e guardavi uno di quegli orrendi quiz per novantenni che danno all’ora di cena in cui bisogna indovinare qualche parola e cercavi davvero di impegnarti a capire cos’hanno in comune una guglia una guardia svizzera e una lada perché così il cervello poteva innocuamente giacere. È questo che voglio, perché non lo capisci. Lo pensavi ma non lo dicevi, non è che si può sempre dire tutto, tipo che in realtà sai che avrebbe ragione a tradirti perché non vali un cazzo e non sai cos’è una guglia.

 

3′

 

Esci sempre era quasi peggio che quell’altra cosa che le hai chiesto quando siete tornati dal viaggio, e tu hai tenuto il broncio perché lei ha fatto la civetta col bagnino fighetto ventenne – ma è solo per avere l’ombrellone in prima fila, non fare il musone. Quell’altra cosa, ovvero, che intendeva tua sorella. La stronza della sorella, una donna bellissima, uguale a lei in tutto e per tutto – la gente ci prendeva per gemelle, ti ricordi quella pubblicità che facemmo? – ma ha sposato un riccone che la fa vivere in Toscana, ecco la differenza, la differenza è che tuo cognato ha i peli del petto grigi in vista e con gli occhiali rayban e un panama da mafioso ti offre un sigaro e ti dice che è un cubano. È un cubano, capito, un sigaro pregiato, gustatelo. La vita è bella, dice, ma non è vero, vorresti rispondere, la vita è bella perché tu hai belle cose, perché sei un figlio di puttana che fa insider trading e io sono un figlio di puttana che lavora alle poste, e questo evidentemente non è abbastanza per quella stronza, e quindi si scopa qualcuno di alto e moro. Non ci pensi però e ti fumi il sigaro, e poi gli chiedi se per caso da loro hanno un posto per uno che di finanza insomma, non è che ne sa moltissimo, però capito, potrebbe imparare in fretta, no? Niente, dice lei, non intendeva niente.

 

3′

 

La sorella in particolare è qualcosa che ti fa incazzare a bestia, con quel suo sguardo di compatimento misto a invidia sul quel bar della riviera mentre il cameriere porta gli spritz, alla sorella, la povera sorella che non indossa un vestito di versace che fa vedere il color lilla delle mutandine di pizzo – sgualdrina, ecco il tuo vero lavoro – e che si traduce in un labbruccio corrucciato, povera sorella mia che non hai avuto la brillantezza mentale di sposarti un riccone anche se sei arrivata quinta a miss Italia da ragazza – dovresti vedere le foto. E le dicevi che intendeva la sorella, e lei rispondeva, ma che vuoi che intendesse. Minimizzava, diceva, non capisco che mi stai chiedendo, è mia sorella, è ovvio che è preoccupata.

Tu: preoccupata?

Lei: beh per la situazione economica sai…

Tu: tua sorella parla con Draghi che si preoccupa della situazione economica?

Lei: dai, hai capito, la nostra.

Tu: la nostra, non ha motivo di preoccuparsi per la nostra, mi pare che stiamo bene.

Lei: non dico questo.

Tu: stiamo bene, no?

Lei: sono stanca.

Tu: ti ho chiesto se stiamo bene. Stiamo bene?

Lei: sì, stiamo bene, che pesante che sei. Stiamo bene, non dico questo…

 

3′

 

Non dice questo, che cosa dice? Niente dici, prendi e te ne esci, pensi, ma non lo dici, anche se dovresti, tu non dici nulla, lei non dice nulla, si beve quella birra con estrema lentezza e poi mette i piedi sul tavolo e vorresti farle qualcosa, e adesso si lecca anche le labbra. Si era leccata le labbra per provocazione, ecco perché, pensi, è senz’altro così, è tutto preparato, tutto quello che è successo è colpa sua. Ha messo in vista quelle belle gambe atletiche di quel bel corpo atletico e ha aspettato che crollassi, perché era ovvio che saresti crollato, e ormai sei fottuto amico mio, ed è inutile che te ne stai in quel bagnetto con le mani nei capelli a pensare a come risolvere l’irrisolvibile, il mondo è pieno di gente come te e non risolve mai un cazzo quella gente.

 

3′

 

Scusami, ti viene da dire, ti viene da scusarti per qualche motivo, anche se sai che non risponderà, che oltre quella porta non verrà emessa alcuna risposta, e che tanto non servirebbe a nulla. Scusami per tutto quanto, ho sbagliato io, avresti voluto dirle, poi magari fare l’amore – dopo tutto cosa vi manca, avete una bella casa, un po’ di belle cose le avete, potete sperare solo di migliorare, no? Possiamo migliorare ma andiamo bene tutto sommato amore, non ti pare, questa casetta è tutta nostra, non è grande ma possiamo fare un viaggetto quest’estate, le vorresti aver detto, e che bello sarebbe stato, tutto così facile, senza bisogno di complicazioni morbose, guardare quella che era la ragazza bionda più fica del liceo che si metteva le gonne lunghe che tu le alzavi nel bagno – te lo ricordi? E invece lei aveva alzato i piedi sopra al tavolo lasciando che il vestitino scivolasse indietro, come se potessi scordarti quant’era fica. Togli i piedi da lì per favore.

 

3′

 

No che non potevi scordarti quant’era fica, e lei non poteva fare a meno di ricordartelo, e anche se se ne stava lì, se ne stava semplicemente lì con le gambe all’aria e la fica che si intravedeva appena, abbassa i piedi ho detto. Lei era lì, era fica, tu cos’eri? Niente, nessun talento, un perfetto uomo comune che vivrà e morirà senza ottenere un cazzo di nulla, potresti almeno fare insider trading stronzo, cos’è, non hai le palle, eh? Mi fai veramente incazzare avevi detto, e ti eri accorto che iniziavi a sudare e se n’era accorta quella stronza fica che diceva lo so. Diceva lo so, capito? Non gliene fregava un cazzo, voleva solo ribadire che lei era fica, e tu potevi anche incazzarti, e infatti ti sei incazzato e adesso sei lì, chiuso in bagno, ad aspettare chissà cosa e chissà come, a metterti le mani in testa come se questo potesse cambiare quello che hai fatto, come se questo potesse cambiare qualunque cosa, tipo che davvero non sei mai stato nessuno e non puoi farci nulla, quindi piangi, ma in realtà ce l’hai solo con te stesso.




Io non sono un pesce | Racconto di Massimiliano Città

Ma è un vento dolce oggi e un cielo dolcissimo
e l’aria odora come se spirasse da prati lontani.
[V. Capossela]
 
Non parlo bene, non mangio troppo. Talvolta me ne resto muto a guardare oltre l’orizzonte. 
Non mangio troppo perché certe volte non c’è di che mangiare intorno. 
Proviamo a rovistare un po’ ma ai margini della città il vento è passato da un pezzo, e nulla ha lasciato. 
Così ci muoviamo e andiamo verso altre strade. Usciamo in mare. Altri seguono i nostri passi. E non fanno rumore. 
Altri non hanno di che mangiare e si muovono. Senza far rumore, leggeri sull’acqua, come per quel tizio che mi raccontano è stato capace di camminarci su. Sopra l’acqua dico, proprio come fanno gli uccelli, eppure senza volare, perché uccello non era.
Dicono fosse un pescatore. 
Come me, come noi. 
Non parlo bene eppure serve parlare. 
Per farsi capire, per dire al mondo che in qualche modo esistiamo, e il respiro che affolla la notte e la riempie di domande non deve passare in silenzio. Ma qui, in un equilibrio che non vuole saperne di placarsi, restiamo in ascolto del mare.
Non ho molta vita sulle spalle, né grandi peccati da farmi perdonare, per questo la sua voce non riconosco ancora. 
Il suono delle onde m’inganna, e spesso mi butta giù.
L’orizzonte sempre uguale, e sembra d’essere perduti in un colore che riempie gli occhi come a soffocarli. E l’aria pregna di sale, e la brezza che non è mai gentile. Gentile con quelli come noi, che poco hanno da mangiare ed escono per altre strade. 
Ogni mattino. 
Prima che lo stesso mattino sappia d’essere vivo il nostro ansimare scroscia tra le onde e lì si perde, come se non fosse mai esistito.
Non parlo bene, eppure certe volte vorrei saperlo fare. 
Per dire. 
Per poter tirare fuori quest’anima, e il calore che sento, e il dolore che avverto.
Perché il sale lascia buchi che mai riusciremo a riempire e non lenisce le ferite, ma le porta vive e nude agli occhi. 
E lacera dentro il sale, e spezza le gambe il mare. 
E ce ne vogliono di ben salde per contrapporsi alla sua forza. 
Io non ho molti anni sulle spalle e neppure tanti peccati da farmi perdonare, ma il sale sulla pelle lo sento eccome, così come il puzzo del mare. 
Entra dentro prima che tu possa accorgertene, e s’insinua, così dicono, nell’animo profondo e lo tiene lì, soggiogato al suo volere. 
E il ritmo del tuo pensare cambia al suo mutare.
Uomo in tempesta furente, marinaio di bonaccia malinconico. Ma questa barchetta che ci trasciniamo sotto i piedi non sa di che cantare. 
Il silenzio del mare invade le mie orecchie. 
Devo distrarmi, calare la rete, girarmi, guardare l’orizzonte e socchiudere gli occhi pensando a qualcosa di migliore. Scostare il remo, evitare di pestare i piedi al mio capitano.
Devo distrarmi per non soffocare al silenzio del mare.
 
Accade di non riuscire a sentire il suono dei miei pensieri, tanto forte è il frastuono di quel silenzio che ci pervade tutti, e più delle onde ci scaraventa a terra.
Siamo uomini, piccoli uomini in balia di un silenzio che non ha fine. E ci spostiamo lentamente lungo la superficie increspata delle onde, senza far rumore.
Non mangio troppo, né bene so parlare, e gli occhi talvolta mi bruciano. 
Dovrei essere abituato mi dicono i vecchi. 
Ma così non è. 
Devo chiuderli spesso i miei occhi, e sovente devo trattenere i miei conati. Anche se non ho molto da sputare al mondo. 
Qualche volta ho voglia di lasciarmi andare tra le onde, e dentro quell’inquieto cavalcare vorrei nascondermi. 
Il vecchio capitano, come se sapesse, sorride con le sue labbra che labbra un tempo sono state, e adesso ritirate rimangono mute. 
Il silenzio del mare tutto avvolge, come quelle carovane di senza speranza, così vicini a noi, eppure lontani, oltre l’orizzonte. Un orizzonte che non riesco a immaginare più silenzioso del mio, eppure i vecchi dicono che oltre la schiena del mare c’è un silenzio che non sanno dire. Ed io ho più paura di nascondermi e stringo forte il remo, e tengo il capo di una rete che stride come se urlasse di non volere essere tirata su. E i pesci che piangono al contatto dell’aria, loro che vengono dal mare e nel mare sanno bene nascondersi.
Io no. Io non sono un pesce.
E me ne resto muto a guardare intorno.
 
 



Anno nuovo | Racconto di Andrej Hočevar, traduzione dallo sloveno di Michele Obit

Quando i bicchieri si sono ricongiunti un’altra volta sopra il tavolo, lasciando uscire qualche goccia, e le braccia sono sembrate raggi che brillavano da essi, io e Maja abbiamo preso le nostre cose e ce ne siamo andati. Abbiamo cercato di vestirci passando in mezzo alla calca. Avevamo fretta di uscire, in superficie. Fuori, senza pensarci, abbiamo accelerato il passo e ci siamo fermati poi in una piccola piazza un centinaio di metri più in basso, vicino alla città, dove di solito ci sono dei taxi. Mi sono voltato di scatto. «Cosa è stato?» ho detto. «Cosa?» ha fatto lei. «Non so,» ho detto. Per un po’ siamo rimasti immobili guardandoci negli occhi, poi ci siamo abbracciati. «Va tutto bene?» le ho chiesto. «Sì,» ha detto Maja. «Ma davvero, cosa è stato?!» ha aggiunto, e imbarazzati abbiamo iniziato a ridere singhiozzando.

«Cosa c’era poi in quell’altro spazio? È successo qualcosa?» ho chiesto quando ci siamo spostati di nuovo. «Solo un altro spazio e una sala da ballo più piccola. Non mi è del tutto chiaro,» ha detto Maja, «all’inizio era anche bello, abbiamo parlato un po’ con quei serbi, persino ballato, poi però è venuta una donna che era proprio di pessimo umore. Di fronte a tutti ha iniziato a raccontare una sua tragedia con un uomo violento, che continuava a maltrattarla. È dovuta fuggire con la figlia e sono arrivate qui, dove adesso cambia uomo un giorno sì e uno no. Occhio a quello, a questo, diceva, è violento solo con gli altri, con lei invece è sempre tenero. Se però per caso avesse incontrato il suo ex – che non vedeva da anni e non sapeva dove fosse –, l’avrebbe ammazzato all’istante. Per dire. E in ogni caso era ubriaca e si offriva, come dire, a tutti. Ma non era del nostro gruppo, era macedone, una certa Vasilija o qualcosa del genere, non è poi importante…» ha detto Maja.

«Vasa!» ho sussurrato tra me e me. «Ah sì, per altro, ho dimenticato di dirti una cosa. Ne ho abbastanza. Il prossimo anno festeggiamo in Germania. Mi hanno offerta una residenza,» ho detto un attimo prima che ci sedessimo nel taxi.

Alle spalle avevamo delle settimane faticose, l’ultima in particolare. Dicembre, come al solito, nell’attesa delle riunioni familiari e le rivendicazioni di uno stato d’animo natalizio, si era protratto senza fine. Maja girava per la casa, imprecava nel disordine e faceva progetti – il posto più indicato per l’alberello, la data del pranzo con i genitori, il menù –, io cercavo di fare il possibile per ignorarla. Mi comportavo come uno che non vuole rivelare che a metà di una settimana lavorativa festeggia gli anni, perché i suoi colleghi non lo sanno o se ne sono dimenticati, e in questo caso è meglio non sapere. Due anni prima, suppergiù, con Maja ci eravamo detti chiaramente i nostri punti di vista: più lei insisteva con l’importanza delle feste e dei pranzi, più io mi richiudevo in me, nel mio triste spazio senza valori, e passivamente cercavo di allontanarla il più possibile.

Così le nostre feste natalizie avevano avuto l’aspetto di un compromesso inatteso: Maja alla prima occasione (al primo bicchiere di vino) aveva riconosciuto che tutto quel circo era di fatto eccessivo e che si sarebbe potuto fare anche a meno di tutta quella robaccia, se avessimo litigato di meno e io avessi dimostrato un minimo di comprensione, a me invece il suo sforzo alla fin fine un po’ mi intimoriva – cosa che anche al secondo bicchiere di vino mi era difficile riconoscere. Quest’anno è stato particolarmente teso. Assuefatti ormai alla vita con il lattante, eravamo sempre esausti e l’appartamento era sempre in disordine. Bastava la più piccola allusione e già esplodevamo. Difficile dire quando fosse arrivato il culmine: l’alberello che pareva un giocattolo, l’errore di aver invitato contemporaneamente, di certo per l’ultima volta, entrambe le famiglie, o il fatto di esserci addormentati alle dieci a Capodanno. «Perché stiamo ancora assieme,» aveva detto a un certo punto Maja. «È un amore asinesco,» avevo risposto con un sorriso forzato, mentre mi era balenato in mente che forse ero andato troppo in là. Maja mi aveva solo guardato con gli occhi sgranati. «Cocciuto,» avevo detto, «più forte di una data o di un mese casuale.»

Nei primi giorni di gennaio stavamo entrambi un po’ meglio, contenti di aver lasciato dicembre alle spalle. In realtà ci eravamo entrambi calmati. Così qualche giorno dopo ho proposto di chiedere alla vicina di tenerci il figlio il venerdì sera, noi saremmo usciti a bere qualcosa. «Come un tempo, ti ricordi, quando eravamo giovani,» le ho detto. Quando il piccolo si è addormentato e la babysitter si era sistemata comodamente sul sofà, per accentuare lo sforzo e la premura ci siamo vestiti quasi come per Capodanno e ce ne siamo andati. «Non staremo a lungo» ha detto sulla porta Maja.

Nei dintorni del locale che avevamo scelto era tutto deserto, perciò abbiamo deciso di camminare ancora un po’ per la città, perché nel locale vuoto, riservato solo a noi due, non ci cogliesse di nuovo il cattivo umore. Quando dopo nemmeno un’ora siamo tornati, c’era gente con i giacconi in strada e dal locale si sentiva della musica. Attraverso la finestra del pianoterra vedevamo il dj che ballava. Maja ha fatto per voltarsi, io invece per testardaggine ho spinto la porta e sono entrato. Era pieno di gente. Siamo passati tra i tavoli, camminando accanto al lungo banco. Bei giovani, vestiti in modo accurato ma non cerimoniale, probabilmente venivano dal lavoro, senza la famiglia, sorseggiavano birra dalla bottiglia. Ho fatto un cenno verso un angolo con due tavolini, dove stava seduta una donna in un provocante vestito attillato, attorno a lei solo delle panche vuote. «Possiamo sederci?» ho chiesto, e nello stesso istante, senza attendere la risposta, ho trascinato Maja con me sulla panca. La donna ha mormorato qualcosa di incomprensibile o di irrilevante e dopo qualche istante ci ha spiegato che stava aspettando altre persone, ma per il momento non c’era problema. Si è dedicata al suo cellulare, io sono andato al banco a prendere da bere. Quando sono tornato sulle panche c’erano degli uomini che non badavano a noi, Maja si era spostata un po’ a lato e fissava rigida davanti a sé. Mi sono seduto, cercando di far finta di divertirmi.

Bevevamo lentamente, senza provare davvero piacere, e intanto la nostra tavolata si riempiva. Quando abbiamo finito la prima birra eravamo già stretti uno all’altro sulle panche, la tavola era colma di bicchieri. Facevamo fatica a sentirci, in quel baccano. Qualcuno si è accorto che i nostri bicchieri erano vuoti e ha gridato se volevamo qualcosa da bere. Da chissà dove ha tirato fuori una bottiglia e con un largo sorriso ci ha fatto un cenno. «Un po’ di grappa serba?» Io e Maja ci siamo guardati, il tipo intanto aveva già chiesto che gli portassero altri due bicchieri, riempiti immediatamente davanti a noi. Ho alzato le spalle e iniziato a brindare con quegli sconosciuti.

«Siete amici di Zvezdan?» ci ha chiesto una donna curva sotto due braccia maschili sollevate, sorridendo. «Zvezdan? Chi è? A dire il vero ci siamo ritrovati qui del tutto per caso, altrove non c’era più posto,» le ho risposto restituendole il sorriso. Mentre spiegavo la situazione il tipo che ci aveva offerto da bere si è messo ad ascoltare la conversazione, urlando allegramente che non c’era nulla di male, che eravamo tutti amici e che c’era da bere per tutti. Maja le ha chiesto se per caso fosse il compleanno del tipo con la grappa. «Il suo compleanno? No, no, oggi noi festeggiamo il Capodanno. Il Capodanno ortodosso!» ha detto la donna ridendo. Poi si è alzata, ha gridato qualcosa e assieme agli altri ha sollevato il bicchiere. Con le sopracciglia sollevate ho guardato Maja. Mi ha sorriso. «Abbiamo trovato un’altra occasione! Buon anno nuovo!» ha detto. L’ho baciata sulla bocca, poi abbracciati per le spalle abbiamo sollevato anche noi il bicchiere. Le nostre grida si sono fuse con le urla attorno a noi.

Dopo un po’ stavamo parlando con metà della tavolata. Bevevamo velocemente, senza tenere conto di cosa ordinavano o da dove riempivamo i bicchieri. C’era sempre qualcuno che usciva a prendere aria, alcuni sparivano in un altro spazio che era in qualche modo nascosto dietro uno stretto passaggio e dove c’era, come ho saputo più tardi, anche una piccola sala da ballo. Là ad un certo punto è scomparsa anche Maja. Con la coda dell’occhio ho notato la coscia nuda di una donna in un vestito attillato, Maja stava parlando con lei e un attimo dopo erano sparite entrambe. Ho disteso le mani e le ho appoggiate alla spalliera della panca. Con gli occhi chiusi cercavo di immaginarmi il punto in cui si annulla la differenza tra il rumore e il silenzio.

«Con tua moglie siete una bella coppia», ha detto uno. Ho aperto lentamente gli occhi. Un tipo dai capelli scuri mi stava fissando, prima non mi ero proprio accorto di lui. Sedeva di fronte a me, all’altro lato della tavolata. «Siete sposati, vero?» ha detto.

Ho avuto bisogno di un momento per ritornare in me, poi l’ho osservato un po’ meglio. Aveva una bella barba e uno sguardo dolce ma penetrante, che stranamente mi stava facendo passare la sbornia.

«Sì, sposati, tre anni. Tu?»

«Separato,» ha detto continuando a fissarmi.

«Hmmm…» ho mormorato iniziando a guardarmi attorno.

«Spero tu sia capace di valutare bene ciò che hai; gli anni in cui io e mia moglie stavamo assieme sono stati i migliori della mia vita», ha detto. Ho pensato che forse non stava fissando me ma attraverso di me, la parete, un altro spazio, un altro tempo.

«È vero, ho una moglie stupenda, ma so di non essere sempre il marito migliore. Negli ultimi tempi, da quando abbiamo il bambino, il nostro legame è messo a dura prova», ho detto, e con un gesto teatrale ho allungato la mano al bicchiere, che ho vuotato d’un fiato. Poi ho ne preso un altro tra quelli più o meno pieni che c’erano sul tavolo e anche di quello non è rimasto nulla.

Il tipo è rimasto qualche istante seduto tranquillo, poi ha detto che avevo ragione, e lui stesso ha svuotato un bicchiere, prima di riempirli entrambi.

«Cosa avete, un maschio o una femmina?»

«Un maschio».

«Congratulazioni!»

Ho sollevato il bicchiere per interromperlo, ma questa volta non mi ha seguito.

«Oggi qui siamo quasi tutti serbi, ma anch’io la maggior parte di loro non li conosco. Adesso vivo solo, fuori Lubiana. Sto facendo una casa sul Carso», ha detto.

Ho cominciato a pensare come potevo fare per fermarlo e quando sarebbero tornati gli altri.

«Mia moglie, Vasa, era macedone. Le volevo un bene immenso. I miei genitori in realtà erano contrari al matrimonio, ma lo sai, l’amore è cocciuto», ha continuato. Sorpreso dalle sue parole, ho sollevato la testa, ma il tipo non si è fatto turbare. «Nonostante tutto ci siamo sposati e dopo un anno abbiamo avuto una bambina. Anche se avrei preferito un maschio, è stato il momento più bello della mia vita. Adoravo mia figlia. Tu mi capisci, hai una moglie e un figlio, sai cosa significa. Oggi i giovani non si sposano più.»

Iniziavo a sentire la mancanza della ressa, volevo essere di nuovo parte del gruppo nel quale potevo parlare con tutti e con nessuno. Nella ristrettezza non c’era spazio per l’angoscia. Eravamo solo degli sconosciuti che si rallegravano con un pretesto comune. Nulla di concreto.

«Ma i tempi erano duri. Non c’era lavoro, già lo sai», ha ripreso il tipo che non si faceva turbare. «Molti dei miei conoscenti se ne sono andati all’estero. Dopo qualche anno ho deciso di andarci anch’io. Ma se non hai i documenti anche all’estero è difficile trovare lavoro… Lo sai perché i tedeschi hanno quel successo? Per via di noi meridionali. In Germania ho fatto vari lavori in nero, soprattutto nell’edilizia, aiutavo nei magazzini, cose così. Ho vissuto per mesi nei container vicini ai cantieri, dove con altri operai illegali ogni sera riscaldavamo il gulasch in scatola, come dei camionisti qualsiasi. Di fatto vivevamo davvero come in un camion. Come dei profughi. Dei senzatetto. Questo non riesco a immaginarmelo, ma anche i senzatetto hanno i propri territori che difendono con la vita; beh, come gli operai in nero difendono il proprio lavoro. Se c’è una baruffa tra operai, tutti si voltano dall’altra parte, conosco questa cosa, oh sì, anche troppo bene! È come un tacito accordo. Che se la diano di santa ragione tra di loro, gli illegali, chi se ne frega. Se non hai i documenti sei un cane. E se serve i cani si mordono tra di loro fino alla morte. La situazione è tesa, prima o poi qualcuno tira fuori un coltello e…

Nonostante tutto mandavo ogni mese a mia moglie una busta con dei soldi. Sgobbavo, capisci, le mandavo più soldi di quanti ne guadagnano, là, due famiglie, a me invece non rimaneva quasi nulla. Ma niente di male; sai cosa mi dava forza? Mia figlia. Il pensiero di mia figlia. Era l’unica cosa che mi teneva in vita. In vita, capisci? Là a nessuno interessa se giù hai una famiglia, che magari dipende da te. Se corri in giro con la tuta da lavoro perché tua moglie possa comprarsi un vestito nuovo. Se a volte per cena hai solo una sigaretta, perché tua figlia possa mangiare l’anguria.

Ma va bene, il passato è passato. No? Tutti abbiamo una macchia sulla coscienza, tutti abbiamo il sangue sotto la pelle. Quella volta nei container… Non era facile, davvero no. Che ognuno si occupi dei propri problemi e lasci in pace gli altri, non devi immischiarti nelle cose che non ti riguardano… La famiglia è sacra… Beh, dicevo, il passato è passato, non puoi cambiarlo, anche se ti piacerebbe. Adesso sono qui in Slovenia, sto facendo una casa, ovviamente in nero, dove trovi il permesso, qui comunque lavoro ce n’è poco. La differenza è che adesso i soldi non li mando a nessuno, capisci? Se posso, li metto da parte. Non lo so, per la pensione o per altro, tanto non ho nessuno, nessuno. Perché ti dico una cosa: alla moglie e alla figlia non manderò mai più nulla!

Per farla breve, quando dopo due anni sono tornato mi ha detto che non ne poteva più. Le ho chiesto cosa non poteva. Aveva un altro? Non ha risposto. Le ho chiesto cosa aveva fatto dei soldi che le avevo mandato. Ha iniziato a piangere. Ha iniziato a dire come era dura per lei, sola con la bambina. Le ho chiesto cosa le mancava; viveva in una casa, aveva il frigo pieno e la figlia aveva dei vestiti lavati freschi. Cosa le mancava, porco Giuda! Stava in mezzo alla sala da pranzo, in una lunga veste nera, con le braccia incrociate, sulle guance scorrevano le lacrime. Avrei potuto prenderla a botte. Volevo ucciderla, capisci? Ma mi trattenevo, seduto al tavolo. Ho imparato che devi mantenere i nervi saldi. Il sangue freddo. Le ho solo detto di andarsene, non volevo vederla mai più. Con la figlia se ne è andata quello stesso giorno.

Il giorno dopo sono sparito anch’io. Nulla mi teneva legato a quel posto, non avevo più nessuno. Prima volevo dare fuoco alla casa, ma poi ci ho ripensato. Che se la tenga, se vuole. Probabilmente anche lei se ne è andata da tempo, lasciando il Paese. Ecco, e io sono arrivato qui. Solo. Se prima era il pensiero di mia figlia a salvarmi, adesso mi disturba. Anche se non posso smettere di pensare a lei. Non la conosco, non so come è diventata. Questo non perdono a mia moglie, capisci? Ha un altro, fa male ma non è la fine del mondo. Ma si è presa mia figlia. Mi ha preso tutto quello che avevo. Potrei ucciderla, per questo. Ucciderla. Anche per questo motivo sono scappato via, sapevo per certo che l’avrei uccisa, se l’avessi incontrata. L’amore è cocciuto. È capace di tutto. Se è resistito a quegli ostacoli che avevamo all’inizio della nostra relazione, poi può anche uccidere».

Quando ha finito ha sollevato in modo impercettibile la testa, continuando a fissarmi con quegli occhi la cui dolcezza iniziava a spaventarmi, così come la sua apparente tranquillità. In tutto quel lasso di tempo non si era mosso.

Ho compreso che in quel momento non si aspettava da me alcuna risposta.

Riuscivo a immaginare come avesse potuto, nella stessa posa, rimanere seduto a sangue freddo nella sala da pranzo, torturando la moglie con quella voce che pareva tanto più pericolosa quanto più era controllata. Quando ti rendi conto che respiri a fatica perché la voce ti si è attorcigliata come una serpe, è già troppo tardi. Lo vedevo come all’improvviso era saltato da dietro il tavolo e senza dire nulla aveva strozzato la moglie, mentre i suoi occhi emanavano un amore immacolato.

In quel momento sono ritornati anche gli altri membri della tavolata. In un attimo ci siamo ritrovati nuovamente ammassati e i bicchieri erano di nuovo sollevati, di nuovo pieni. Il tipo ha continuato a fissarmi ancora per qualche istante dritto negli occhi, come se attorno a noi due non ci fosse nessuno, e nessun rumore. Ero paralizzato. Percepivo solo un tremore dentro di me. Poi si è messo a ridere e si è voltato. Qualcuno gli ha porto un bicchiere, che un attimo dopo era già sollevato, unito a tutti gli altri.

*

Racconto estratto dal libro “Dvojna napaka”, Cankarjeva založba 2016.




Mio nonno voltava le acque | Racconto di Valerio Varesi

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Quando la pioggia diventava insistente e scendeva da un cielo color topo per giorni e giorni uguale, mio nonno usciva vestito come lo spaventapasseri della vigna. In testa un cappello a tesa larga a fargli da grondaia e addosso un tabarro spesso, lucido d’incerata che sembrava di lamiera. In spalla il badile.

Dove vai nonno?”

E lui, senza voltarsi, parlando all’aia: “A voltare le acque”.

Voltare le acque”, per mio nonno, significava indirizzarle, evitare che ristagnassero facendo sacca, impedire che prendessero la via breve tagliando per il seminato, sgombrare i fossi dalle ramaglie, togliere i piccoli smottamenti e infine, badare al torrente che non mangiasse la sponda. Certe volte lo guardavo lavorare dalla finestra e scoprivo che quell’apparente stravaganza di uscire all’acqua, era condivisa da molti altri come lui. Tanti uomini della pioggia lavoravano, ciascuno sul proprio fazzoletto di mondo, a “voltare le acque”. Nel silenzio della campagna, si poteva sentire il coro dei loro badili raschiare la terra come quando in città nevicava e al mattino, ancora prima di giorno, un esercito di badilanti sgombrava marciapiedi e cortili.

Mi sono ricordato di quel tempo quando le scosse ci hanno fatto ballare e di colpo precipitare in una paura nera, profonda e senza rimedio. Un timore ancestrale, come quello dei bambini per il buio. In quegli istanti dove tutta la nostra presunzione svanisce e l’unica cosa che ci resta è l’implorazione della grazia, ho ripensato a mio nonno. L’ho rivisto lavorare di fino col badile, senza imprimere forza, come accarezzasse le sponde, pettinasse l’alveo dei fossi o riaprisse arando i solchi ostruiti. Tutto doveva scorrere, seguire la gravità e scolare via fino a quel mare che lui immaginava senza mai aver visto. Più che un lavoro, sembrava un rito propiziatorio intervallato da pause d’ispezione e soste di studio. O più semplicemente un tentativo di stabilire un compromesso, un armistizio, con chi è infinitamente più forte. Avrei giurato che ci parlasse con tutta quell’acqua anche se lui l’avrebbe negato persino sotto giuramento. Avevo imparato allora che niente era scontato quando si discuteva di pioggia, di vento, di terremoto o di altre cose naturali. Che bisognava solo ringraziare che non ti strappassero via qualcosa. Se non succedeva era anche per quella cura costante di amorevole manutenzione e di dedizione timorosa che mio nonno e tanti come lui praticavano con l’umiltà di un sacrificio agli dei. Mia nonna, sintetizzava tutto in poche parole in dialetto: “Quello che è nei campi è di Dio e dei Santi”.

Al contrario di mio nonno, poco incline a credere in ciò che non vedeva direttamente, mia nonna praticava un’intercessione molto più spirituale invocando i Martiri del lunario che tenevano in mano il filo delle stagioni, a essere clementi risparmiando la grandine, il secco, i parassiti o la “zoppina” nelle stalle, la maledizione peggiore: l’afta epizotica. C’era sempre un santo giusto contro la moria dei conigli, i pidocchi dei polli, la diarrea dei vitelli, la ruggine delle viti. Ogni disgrazia aveva un antidoto celeste. La natura e le sue manifestazioni erano temute più di ogni altra cosa. Della bellezza dei prati o dei boschi ai contadini non fregava granché. Erano molte più le minacce che l’incanto. Le case avevano le facciate a sud per evitare “le arie cattive” del settentrione che ogni inverno portavano la polmonite e l’unica finestra da quel lato veniva aperta solo alla mietitura per alleviare le prime calure, ma veniva richiusa già a fine settembre. I più cagionevoli indossavano la maglia di lana anche in agosto sotto la quale resisteva un biancore latteo che era il colore dell’intimità. Le disgrazie avevano insegnato nei decenni un catalogo di precauzioni a generazioni che ne conservavano la memoria. Così, la vita dei miei nonni era interamente improntata alla prevenzione, la miglior polizza per garantirsi dai guai. Un passo falso poteva costare carissimo: la miseria, la fame, la morte. Ma se malgrado tutta l’accortezza, il fiume straripava, la frana scendeva e il fuoco bruciava il fienile, occorreva unirsi e farvi fronte tutti. Era allora che i badili iniziavano a lavorare per una sola causa in un solidarismo spontaneo nella consapevolezza che quando la natura è matrigna non fa eccezioni. Questa cooperazione, prima ancora che venisse codificata in forma giuridica, era un afflato naturale di mutuo soccorso che scattava anche di fronte a momenti di fatica gioiosa come la trebbiatura, rito collettivo bisognoso dello sforzo di molte braccia. Si formava allora una compagnia errante, una sorta di festa mobile, un caravanserraglio itinerante di felicità nell’estate piena d’Emilia, nel grano che scorreva dando pane e ristoro, nel faticar contento degli uomini sotto la polvere e il solleone. Un intero battaglione di lavoranti si spostava di aia in aia al seguito della “macchina”, quel prodigio di ingranaggi che separava il grano dal loglio, l’utile dal superfluo, attribuendo a ciascuna cosa un valore e un ruolo: alla paglia, alla pula, alla crusca, al grano.

Di tutto questo mi sono ricordato dopo che le scosse hanno fatto vacillare certezze che si pensavano acquisite e che invece non lo erano e non lo sono mai state, a cominciare dalla vita stessa. Da un mondo che è il nostro passato prossimo è emersa la figura di mio nonno con tutto quello che ha rappresentato portandosi in spalla il tempo che aveva attraversato. Soprattutto quel suo andare a “voltare le acque”, antico gesto in cui si condensava la sapienza di generazioni seppellita in fretta dalla presunzione della tecnica. Il terremoto ha improvvisamente riportato a galla gesti naturali e cancellato imperdonabili amnesie. La consapevolezza della fragilità ha rotto le barriere erette da una sciocca tracotanza, la comune minaccia ha avvicinato a gregge chi nemmeno si parlava ripopolando le piazze, le vie, i cortili. La cooperazione è rinata sotto forme di improvvisa solidarietà e tutta assieme, la collettività ha ripreso a riflettere sulle proprie colpe, sulla presunzione di dominare il destino e sulla cupidigia di chi arrogantemente pensava di poter fare a meno di quella previdenza che era stata la bussola di sempre.

Ecco, a pensarci bene, i maggiori danni, più che dal terremoto in sé, sono arrivati dall’oblio dell’esperienza, dalla collettiva perdita di memoria. E le scosse sembrano aver voluto punire l’Emilia proprio cancellando i simboli dimenticati di quella identità che il nostro tempo ha ripudiato per ignoranza e indifferenza: le torri, le chiese, i palazzi, i dipinti e i monumenti. Sul volto dell’Emilia è stato buttato il vetriolo per castigare chi non sa più prevenire vivendo in un presente cieco senza la profondità del futuro nel pensare alla vita.

Eppure quell’ansia di avvenire, quel sole nascente che dava speranza e forma alle società di mutuo soccorso e alle cooperative è nato proprio qui, nelle pianure che nel bene e nel male hanno partorito l’Italia. Il terremoto ci ha scossi anche in questo come si scuote uno che dorme per farlo tornare cosciente. Ci ha voluto ricordare i nostri nonni che “voltavano le acque” e agivano secondo una sapienza antica depositata nei decenni imparando dalle disgrazie. Quelli che allevavano collettivamente il maiale che singolarmente non avrebbero potuto permettersi sfamandosi nei lunghi inverni di gelo e di nebbia. L’Emilia era anche questo: porcilaie comunali per dividere i costi e consentire un po’ di carne anche a chi stava peggio. L’Emilia era un sindaco bolognese come Francesco Zanardi capace di costruire un gigantesco forno collettivo per dare il pane a tutti a prezzo politico. Uno che pensava in grande e aveva comprato un paio di battelli per rifornire direttamente di carbone e pesce la città dalle miniere sarde e dai porti del Tirreno aggirando lo strozzinaggio dei commercianti. Questa era l’Emilia dell’utopia realizzata, del coraggio di sfondare i limiti, della politica che subordinava l’economia e orientava il mondo alla ricerca del bene comune. Poi sono venuti momenti come quelli che viviamo in cui quel pensiero è stato scalzato dal nostro orizzonte e all’idea è subentrato un comodo benessere individuale via via invelenito nell’egoismo del guadagno a qualunque costo. Il denaro ha preso il posto dell’uomo nella centralità delle nostre vite e tutto è lentamente scivolato nella barbarie. Senza traumi, senza drammi. Anzi, dolcemente, piacevolmente, persino con trasporto nel miraggio del godimento effimero fatto di giocattoli sempre nuovi.

Ricordo gli ultimi anni di mio nonno deportato in città, corrucciato senza più i suoi campi, avvilito e muto perché con la scomparsa del suo mondo non c’erano più cose da nominare. Lo guardavo passare ore alla finestra a contare le macchine lungo la via ed ero sicuro che se avesse avvistato il carro funebre che lo veniva a prendere ci sarebbe salito felice pur di abbandonare quell’esilio. Si stupiva di tutto, segnatamente del superfluo che lo circondava e che noi idolatravamo: la radio, la televisione, gli acquisti continui sostituendo cose ancora funzionanti. In ogni dove osservava cose urgenti da fare stupendosi che nessuno se ne occupasse. Non capiva la fretta che ci spingeva a correre come avessimo un forcone sul culo e nemmeno perché si mangiasse quando capitava e non a mezzogiorno. Ma la sua rabbia di alieno in città, culminava con la pioggia. Allora diventava intrattabile, ringhiava dentro di sé e si capiva che avrebbe dato tutto pur di ritornare col tabarro, il cappello e il badile a “voltare le acque” ora che i suoi campi erano orfani. Alla fine si rassegnava scuotendo la testa e mormorando una frase sempre uguale come una profezia oracolare: “Non c’è dubbio che possa mai andare bene il mondo”. Alludeva a quel mondo che vivevamo noi con la garrula fiducia dell’avere tutto e subito.

Ho capito solo oggi nel panico in cui ci ha gettato la scala Richter cosa significa prevenire e ricordare. Ho capito che la noncuranza, l’ignoranza e l’oblio producono i capannoni che si sbriciolano al primo tremore perché le loro travi sono posate a secco pensando che il terremoto non debba mai arrivare, pensando a risparmiare, all’utile, alla competitività. Solo adesso comprendo mio nonno, la sua rabbia o la feroce ironia con cui ha guardato al mio mondo. Era il suo modo di avvertirmi che camminavo verso un culo di sacco, quello che orgogliosamente rivendicavo come progresso. Dev’essersi sentito tradito e ridotto a relitto. Anch’io ho contribuito ad avvelenare i suoi ultimi anni e forse se n’è andato nella consapevolezza di non aver lasciato niente né a me né a nessun altro. E invece le scosse mi hanno fatto capire che proprio da quel suo modo di vedere le cose occorre ricominciare. Da quei gesti umili e quotidiani che condensano in sé la cura per il mondo estesa dalle cose al prossimo. Del resto è dalle avversità che tutto questo s’impara. Come dal terremoto che è venuto a svegliarci. La storia non è mai un processo rettilineo, piuttosto viaggia come un barbone: girovaga un po’ avanti, un po’ indietro, corre, rallenta, si ferma. E molto spesso imbocca la strada sbagliata ed è costretta a tornare indietro.