“Fumettisti contro Youtubers”: la satira delle contraddizioni

Riflessioni in forma di intervista sulle vertiginose trasformazioni del panorama multimediale

Chi non sa cos’è un’intervista? Ne siamo abituati, assuefatti sino al midollo. L’intervista può essere un gioco dialettico sapientemente preparato tra il famoso giornalista e lo scrittore, oppure l’esplosione di rabbia del manifestante che si racconta a favore di telecamere, ancora una confessione, come in quelle interviste-verità che tanto piacciono a certe persone; esiste l’intervista strutturata, semistrutturata, destrutturata e distrutta; c’è l’intervista formale, magari davanti a una scaffalatura in mogano ripiena di libri formali, con poltrone formali, saluti formali e formule di cortesia squisitamente formali; oppure l’intervista per strada, davanti a una casa, o in stazione, mentre passa la gente, con la pioggia o il sole, di notte o di giorno, d’estate o in pieno inverno; un’intervista a un altro, un’altra, molti altri, a se stessi; un’intervista tranquilla oppure inaspettata, graffiante, ruggente; in tutti i casi l’intervista passa dagli occhi, dalla “vista” dell’etimo, ed è a tutti gli effetti dialogo che si instaura innanzitutto attraverso gli sguardi, non importa se in mezzo c’è solo un metro d’aria oppure lo schermo di un computer. Il vedere diventa la reale condizione di chi è davvero disposto ad ascoltare la voce dell’altro, e a far sentire la propria con entusiasmo, e magari un po’ di arroganza. Ripartendo da questo significato di confronto che spesso viene messo da parte proponiamo un nuovo modo di domandarsi e di domandare con gli occhi: l’intercritica. Solo là dove il confronto è più acceso e diretto, dove le opinioni divergono e il dibattito si colora, dove ogni punto fermo viene rimesso in discussione si può capire e criticare le scelte e le idee dell’altro, che può ribattere e giustificarsi: in altre parole, è solo con la critica che l’intervista si trasforma in specchio per vedere veramente non solo dentro di noi, ma anche dentro l’altro.

Marcus L., nome d’arte di Marco Lanza, è un fumettista. Attualmente vive e lavora in Norvegia, dove si è trasferito dopo la laurea in Storia dell’Arte. È fondatore, negli anni Duemila, dell’etichetta Blatta Production, con la quale ha realizzato due fumettometraggi  ( Sfattanza con Simone Danieli e Consigli armati ad un giovane scrittore con Vincenzo Notaro), un avanguardistico progetto di fumetto in lattina (La Storia dell’Uomo) e la rivista collettiva «Naked Women Inside». In passato ha pubblicato storie per varie riviste tra cui «Argo» ( vol. XII, vol. XIV, vol. XVI) e «Pillole» del collettivo romano dei Dissociati. Più recentemente, sempre con Blatta Production, ha pubblicato Crisis Comix, serie autobiografica a puntate. Lo scorso ottobre Marcus L. ha pubblicato un’antologia satirica, intitolata Fumettisti contro Youtubers. In questa raccolta, composta da sette racconti a fumetti, veniamo catapultati nella storia di due adolescenti in cerca di successo a qualunque costo su Youtube; una giovane fumettista che cerca disperatamente di emergere col proprio lavoro; un alter-ego di Piero Angela che viaggia nel tempo per raccontarci la storia degli “youtubers”; una patata antropomorfa che diventa influencer e finisce nel giro di un losco individuo; le palle di un fumettista che lottano contro i propri istinti suicidi; un cartoonist ignorato da tutti a una fiera del fumetto come tante; e un fumettista che, imbattendosi sul video di uno youtuber, comincia a riflettere sul significato del proprio lavoro artistico (per maggiori informarsi consultare il sito: www.blattaproduction.com). Le storie sono state disegnate, oltre che da Marcus L., da Stefano Werne, Chiara Gabrielli, Sal Modugno, Roberto Cavone, Ruben Curto e Fabio Valentini. Tutti gli autori si sono concentrati principalmente sul rapporto tra due mondi, quello della china e quello del mouse: universi diversissimi che sono entrati in rotta di collisione. Andrea Plazzi, che ha curato la postfazione del volumetto, scrive:

“È questa la guerra, è questo il conflitto.
E deflagrano ora.”

Ho contattato Marco per approfondire con lui tutti gli aspetti di questa battaglia.

Terminata la lettura di Fumettisti contro Youtubers, non possa inosservato il carattere corale che permea le storie. Dai racconti dei fumettisti, anche se di formazione assai diversa tra loro, emerge unanime la condanna a un certo modo di fare video su Youtube, o più in generale a un certo tipo di Internet. Questa risposta compatta è senza dubbio problematica per l’interpretazione del messaggio: in un certo senso rappresenta il tallone di Achille e insieme la forza di questa antologia. Allora ti chiedo se, da coordinatore del progetto, hai dovuto discutere a lungo con gli autori che hanno collaborato prima di impostare una critica così concorde, oppure se questo carattere è emerso spontaneamente.

Prima che concepissi l’idea dell’antologico avevo già realizzato la mia storia. Solo dopo, all’incirca un annetto, decisi di coinvolgere altri fumettisti. Non diedi loro alcuna indicazione in particolare, dissi semplicemente che volevo fare un antologico satirico intitolato “Fumettisti contro Youtubers e li invitai a  leggere la mia storia. Non lo feci per dare un modello, ma semplicemente per mostrare le tematiche che io avevo voluto trattare, lasciandoli assolutamente liberi di fare altrettanto. Le uniche indicazioni furono il formato, il numero di pagine (approssimativo, non tutte le storie sono lunghe esattamente lo stesso, ma volevo che l’antologico fosse il più equilibrato possibile tra i vari autori) e ovviamente una coerenza col titolo. Ciò che accomunava tutti noi era il nostro essere fumettisti e l’esserci in qualche modo dovuti rapportare con dei media che offrono una maggiore velocità di realizzazione dei contenuti. Ognuno ha affrontato la cosa senza nessuna discussione collettiva, ne è venuta fuori una critica così concorde perché, presumo, pensavamo cose simili sull’argomento. Questo ha stupito, piacevolmente, anche me. Ma non era per nulla scontato.

Una tavola da L’importanza dell’immagine di Fabio Valentini (in Fumettisti contro Youtubers)

Come hai giustamente notato le vostre storie sono legate da alcuni tratti comuni: l’appartenenza al mondo del fumetto e il rapporto con il vertiginoso mondo dell’informatica. C’è un altro elemento che vi accomuna. Comparando le vostre biografie si scopre che, mediamente, chi ha partecipato al progetto è nato nella seconda metà degli anni ’80. Gli autori, dunque, durante la loro giovinezza, hanno vissuto due epoche distinte: quella delle autoproduzioni, figlia della cultura anni ’90, e quella del cosiddetto Web 2.0. In quest’ottica Youtube rappresenta un po’ il simbolo della possibilità di rendere virale qualsiasi tipo di contenuto a prescindere dal contenuto stesso. Vorrei che, dal tuo privilegiato punto di vista anagrafico, mi dicessi dove si è consumata la frattura da cui muove la vostra satira e, conseguentemente, qual è la tua visione utopica di Internet?

Perché un’operazione satirica abbia un senso chi la compie deve trovarsi nel punto di osservazione giusto per poter criticare il fenomeno in questione, e per poterlo fare devi avere dei termini di paragone. Nel caso di Fumettisti contro Youtubers credo che i nati negli anni Ottanta abbiano un punto di vista anagraficamente privilegiato. Sono abbastanza giovani per capire e usare i nuovi linguaggi (molti di loro sono anche youtubers!), ma anche abbastanza vecchi per ricordarsi di quello che c’era prima. Fumettisti contro Youtubers è un’operazione che un millennial non avrebbe nemmeno potuto concepire, tanto più che oggi il confine tra fumettisti, youtubers, blogger e simili è molto sottile: l’intermedialità è normale e credo che sia cosa buona e giusta. La vera grande differenza tra il periodo delle autoproduzioni degli anni Zero e oggi è che in quel periodo si sperimentava stampando (o fotocopiando) e buttandosi direttamente nel circuito di distribuzione più o meno underground, senza filtri, senza l’ansia di piacere a tutti i costi, semmai con la sola ansia di rifarsi delle spese. Anzi, in quella scena, l’essere difforme dalla produzione mainstream era un valore da esibire con orgoglio. Oggi le autoproduzioni esistono ancora e sono anche di qualità tecnicamente migliore di quelle di una volta. Prima di stampare è però d’obbligo il consenso sul web, e per poterlo avere un fumettista deve omologarsi ad un tipo di linguaggio che funziona sui social, che deve essere semplice e virale. Persino i grandi editori pubblicano senza battere ciglio chiunque abbia successo sul web, a prescindere dalla qualità delle loro proposte. Scelte economicamente ineccepibili, ma culturalmente avvilenti, che hanno portato in libreria libri e fumetti davvero tremendi. Date queste premesse è ovvio che un autore oggi voglia essere virale (quindi mainstream), l’essere difformi non porta like immediati, non porta alla pubblicazione, non porta a nulla, quindi nessuno vuole più farlo. L’underground, come spazio culturale, è quindi praticamente estinto poiché questa rivoluzione del linguaggio tende a svilire forme di espressione che usano meccanismi diversi. Youtube e tutte le piattaforme social, non rendono virale ogni contenuto, ma solo quelli che funzionano all’interno di esse, penalizzando gli altri. Il problema non sono i contenuti in sé, ma la loro omologazione. Questa frattura è avvenuta in questi ultimi dieci anni, col web 2.0, ma ovviamente è un processo in corso e non penso si possa parlare di un momento preciso. In fondo non credo nemmeno che sia tanto drammatica: da sempre il fumetto ha dovuto confrontarsi e anche adattarsi a media differenti. Credo anche che un modo diverso di utilizzare Internet sia possibile, più libero e lontano da piattaforme proprietarie, anche se per adesso, in mancanza di meglio, dobbiamo confrontarci con esse. Fumettisti contro Youtubers è un’operazione di satira massmediale, che analizza esattamente questa frattura da un punto di vista smaccatamente (e orgogliosamente) di parte.

Parlando dell’analisi di questo scisma uno dei temi che suscita più dibattito riguarda la trasformazione delle fiere del fumetto in Italia: da qualche anno infatti in queste occasioni gli spazi riservati ai cosplayer, ai videogiocatori e agli youtuber sono cresciuti con straordinaria rapidità. Il risultato è che i fumettisti hanno visto decrescere l’interesse dei partecipanti nei loro confronti. Se però questa situazione viene criticata il rischio è di passare per “rosiconi”, invidiosi dell’inaspettato successo altrui. Hai appena parlato dell’intermedialità, descrivendola come una cosa buona e giusta: lo è anche aggregare discipline diversissime per ricezione e diffusione, complice l’uso di diversi media, in nome di una cultura nerd trasversale e di interessi economici?  

Non ho mai capito la gente che stigmatizza l’invidia. L’invidia è un sentimento umano diffusissimo, credo il più diffuso di tutti. Siamo tutti invidiosi di qualcuno, soprattutto oggi che i social ci bombardano costantemente con ragazze più sexy della nostra, disegni più belli dei nostri, vite più interessanti della nostra. L’invidia sembra più diffusa che in passato per l’aumentare dei modelli di confronto, ma allo stesso tempo è il sentimento di cui ci si deve più vergognare, perché se invidi sui social passi per rosicone, appunto. E non ce lo si può permettere, tutti sui social dobbiamo apparire dei vincenti, il modello è quello americano e ormai lo abbiamo assimilato alla perfezione. Personalmente non mi pongo il problema. Il fumetto, come tutte le forme d’arte quando sono libere da condizionamenti di vario tipo, parlano direttamente della realtà vera, non della sua rappresentazione. Fumettisti contro Youtubers esprime in maniera cristallina anche un certo rosicamento, che esiste davvero tra addetti ai lavori. Una narrazione che si pone fuori dai circuiti imposti dai social media, che valorizzano solo le narrazioni vincenti, può anche rappresentare una condizione da perdenti, da incazzati idealisti, in fondo è un retaggio di quell’orgoglio nell’essere difformi di cui si parlava prima. L’invidia ha un’energia potente e se la sprechi solo con commenti caustici sul web stai sprecando energia, è come consumare tutta la libido in seghe piuttosto che facendo l’amore. Che poi se ne consumi troppa non te ne resta nemmeno per fare l’amore. Lo stesso coi social. Ci abituano ad esprimerci con commenti su piattaforme preimpostate e ci tolgono il tempo e l’energia per esprimerci con forme d’espressione più personali. È stato proprio questo il motivo per cui ho fatto il mio fumetto: dopo la visione di un video in cui uno youtuber affermava che i fumettisti non stanno facendo nulla per il mondo dei fumetti ho preferito prendermi qualche tempo per scrivere e disegnare una risposta che non fosse un commento incazzoso tra i tanti, ma un’operazione intellettuale tutta mia, giocata su un terreno autonomo. Confermo quanto detto prima sull’intermedialità: è cosa buona e giusta che i media si contaminino e sarebbe ridicolo pensare il contrario dato che è un processo che c’è sempre stato e che ha sempre arricchito le arti. Ci tengo a ribadire questa cosa perché la nostra operazione rischia di essere letta come un invettiva luddista contro i treni a vapore che tolgono il lavoro ai cocchieri. Fumettisti contro Youtubers non è una critica verso il nuovo, ma una satira sulle contraddizioni che il passaggio tra il vecchio e il nuovo genera. Una testimonianza satirica di un momento storico, non un manifesto poetico. Se per “aggregare discipline diversissime” intendi le fiere del fumetto di cui parliamo nelle nostre storie, la risposta l’hai già data nella tua domanda: interessi primariamente economici. Qualcuno addirittura arriva a dire che bisognerebbe creare degli eventi a parte, qualcun’altro dice che della grande affluenza portata dagli youtubers comunque beneficiano anche i fumettisti. Non so quale sia la soluzione giusta, so che però questo mischione ha portato alla creazione di manifestazioni solamente fumettistiche che pare vadano anche piuttosto bene (penso all’“Arf!” ad esempio). Non so se sia giusto o sbagliato creare manifestazioni che contengono di tutto, in fondo la cultura nerd è davvero trasversale e anche il fumetto fino a non troppo tempo fa era considerato una sorta di fratello ritardato della letteratura, mentre oggi lo troviamo anche alle fiere del libro senza nessuno scandalo. Non so davvero dare una risposta netta alla tua ultima domanda.

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Sal Modugno, autore di Col fischio o scienza?“: la storia è la parodia di un noto programma televisivo di divulgazione culturale (in Fumettisti contro Youtubers)

Mi pare però che tu abbia detto lo stesso molte cose interessanti: per esempio, è raro sentir parlare qualcuno in termini così schietti dell’invidia, un sentimento che molti covano, ma che pochi sono disposti a mostrare apertamente. Fermiamoci ancora un po’ a parlare di emozioni: vorrei chiederti cosa vorresti che frullasse nella testa di chi ha appena letto Fumettisti contro Youtubers. Non parlo solo delle molteplici idee, ma anche delle emozioni che l’opera è capace di trasmettere.

Mi piacerebbe che il lettore fosse indotto a pensare a bla bla bla e che si spingesse verso un’analisi che bla bla bla, eccetera eccetera. No, in realtà l’unica cosa che vorrei è che si divertesse leggendolo.

Concentrandoci ora sull’antologia e sull’opera di ogni singolo autore ce n’è una in particolare che ti ha colpito tra quelle dei vari collaboratori? Non voglio metterti in imbarazzo, perciò non ti chiedo quale, a tuo avviso sia la migliore: semplicemente, parlami di un’altra storia che, per una qualche ragione particolare, è riuscita a imporsi sotto un certo aspetto.

Se devi farmi sbilanciare permettimi almeno di ricordare come tutti gli autori siano stati fantastici nel cogliere in pieno il senso del progetto e nell’averlo realizzato al loro massimo.
La storia che ha più colpito me, e anche altri autori dell’antologico, è Agenzia Pallese di Roberto Cavone. È l’unica storia che non parla nello specifico delle dinamiche squisitamente nerd di cui parlano tutte le altre (e di cui abbiamo parlato in questa intervista), ma ci porta in un mondo surreale pieno di suggestioni grottesche con la sua patata innamorata e il cinico talent scout Ciccio Pallese. È stata di gran lunga la storia con l’approccio più originale, pur rimanendo ben aderente alla tematica dell’antologico. Conosco Roberto da una vita, proprio dai tempi delle fanzine ( non a caso noi due siamo gli autori più vecchi) e sapevo di andare sul sicuro quando gli ho chiesto di collaborare. Lo invidio molto per i voli pindarici narrativi che crea nelle sue storie, uniti ad un certo cazzeggio nei dialoghi e nelle situazioni, il tutto inserito in una storia che fila liscia come l’olio fino alla fine.

Anzi, già che ci sono dò uno scoop ad Argo: Ciccio Pallese tornerà molto presto con Blatta Production.

Ciccio Pallese, personaggio nel racconto Agenzia Pallese di Roberto Cavone (in Fumettisti contro Youtubers)

Wow, grazie mille per l’esclusiva! Ora vorrei farti un’ultima domanda di carattere valutativo. Il mondo che descrivi, quello digitale, è spesso definito fluido perché in continuo cambiamento, senza una forma definita: come cambierebbe la tua storia, se dovessi criticare il mondo digitale?
Non credo si possa personificare il mondo digitale, come per esempio fanno tanti giornalisti (“la rete si indigna!”). Il mondo digitale non è un soggetto, è un’evoluzione del nostro modo di comunicare. Non si può fare satira o critica su un media, il media in sé è neutrale. Invece è interessante notare l’effetto che ha il media su di noi, in tutte le sue contraddizioni. Sono un mcluhaniano convinto, credo che i media cambino le persone non certo per il loro contenuto, ma per come gli scombussolano i modi di comunicare, persino di vedere il mondo. Se dovessi rifarla non credo che la mia storia cambierebbe, ma di sicuro si presterebbe ad ampliamenti, parlerei di altri aspetti della trasformazione che stiamo vivendo.
In fondo è quello che ha sempre fatto la fantascienza, si è inventata mondi futuribili con tecnologie inquietanti e distopiche non per parlare delle tecnologie in sé, ma per evidenziare aspetti dell’animo umano, spesso portando avanti riflessioni persino filosofiche molto importanti. Oggi che il futuro immaginato da quella fantascienza è già presente, o perlomeno è già iniziato, certi cambiamenti nella società stanno già avvenendo grazie all’invasione massiva della tecnologia. Se ne può parlare anche con l’umorismo e la satira perché non parliamo più di mondi futuribili, ma del nostro presente. L’uomo contro la macchina è un elemento classico della fantascienza, un espediente retorico per interrogarci sul nostro essere umani, che nasce da ben prima della fantascienza. Con le dovute proporzioni, credo che Fumettisti contro Youtubers possa anche essere letta come una variante in chiave umoristica di questo genere. Fumettisti contro Youtubers non parla di mondi digitali. La satira, la critica, è sempre verso questo meraviglioso animale parlante che si chiama uomo e che ci continua a dare infiniti spunti creativi e di riflessione.

Francesco Faccioli




L’idea cosmica della coscienza musicale | Intervista a Emil Schult di Paolo Tarsi

[Questa intervista è un estratto da L’algebra delle lampade di Paolo Tarsi, libro dedicato all’influenza esercitata dalle avanguardie colte sui linguaggi pop, edito da Ventura. Tra schede di dischi e testimonianze dirette di alcuni tra i più importanti compositori del nostro tempo che hanno segnato la settima arte come il premio Oscar Luis Bacalov, Ron Geesin (Pink Floyd) e Roger Eno, segnaliamo anche quelle ad autentici innovatori quali Eivind Aarset (Brian Eno, David Sylvian, Laurie Anderson), Laraaji, Paolo Tofani (Area), Blaine L. Reininger (Tuxedomoon) e Crescent Moon dei Kill the Vulture.]

Emil Schult (n. 1946, Dessau) è un musicista, pittore e paroliere tedesco. Dagli anni Settanta, fino ai primi anni Ottanta, collabora con i Kraftwerk – band di culto del krautrock insieme a Tangerine Dream, Faust, Can, Popol Vuh, Neu!, Cluster – soprattutto in veste di grafico e paroliere, ma anche, per un breve periodo, come membro effettivo del gruppo in qualità di violinista e chitarrista. I suoi testi, uniti alla musica della formazione di Düsseldorf, hanno affrontato le tematiche di una società sempre più computerizzata, prevedendo con largo anticipo l’invasione delle nuove tecnologie nella vita quotidiana delle persone. Partiti seguendo i corsi del grande guru dell’avanguardia tedesca Karlheinz Stockhausen, i Kraftwerk hanno affascinato e influenzato in seguito artisti come David Bowie, Iggy Pop, Madonna, Michael Jackson, Coldplay, divenendo i pionieri indiscussi dell’electropop.

Quando è cominciata la tua passione per la musica?
Da bambino mi sono avvicinato alla musica costruendo strumenti musicali, radio incluse, modificandoli in modo da poterli utilizzare nei miei progetti creativi.

Qual è il tuo punto di vista sulla musica colta d’avanguardia?
L’avanguardia è dappertutto, è la vecchia idea di una progressione su una scala temporale lineare. Io cerco di comprendere la musica come qualcosa di cosmico, di imminente e senza tempo.

Quali musicisti e artisti visivi hanno influenzato maggiormente le tue opere?
Le informazioni di cui disponevamo nel dopoguerra erano piuttosto limitate. Posso dire di essere stato influenzato da tutti i maestri della pittura classica, dalle invenzioni di Raymond Scott e dalle innovazioni presentate all’esposizione mondiale di New York del 1964, così come dalle prime incisioni di musica elettronica, quali quelle del compositore tedesco Henk Badings. Tutti elementi che hanno contribuito a darmi quell’impostazione che mi occorreva e a fornirmi la giusta disposizione d’animo di cui avevo bisogno.

John Cage ti ha inspirato nel tuo lavoro di artista e musicista?
Considero Cage un artista completo ed estremamente versatile in ogni campo dell’arte. Per questo mi è piaciuto eseguire il suo 4’33’’ al Tampa Museum of Art, in Florida, in occasione del centenario dalla nascita del compositore americano celebrato nel 2012.

Ci vuoi raccontare qualcosa in merito agli studi compiuti con Dieter Roth, Joseph Beuys e Gerhard Richter presso l’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf?
Si tratta di tre personalità molto diverse che rispetto molto, mi sento così fortunato per aver potuto trascorrere del tempo con loro ai tempi della Kunstakademie. Dieter era un vero amico, sempre disposto a donarsi completamente, ed è questo ciò che cerco di trasmettere del suo spirito. Joseph era più giovane e coraggioso della maggior parte dei suoi studenti, mentre Gerhard era silenzioso e concentrato, poteva dipingere in modo classico se lo voleva.

Pensi sia ancora possibile effettuare delle ricerche in campo musicale senza l’ausilio dell’elettronica, oppure ritieni l’era acustica definitivamente conclusa?
Le persone erano convinte che con l’invenzione del Compact disc il vinile sarebbe diventato obsoleto. Come sappiamo, questo non è accaduto. Siamo invece testimoni di un’espansione delle categorie. Tutto sarà sempre ampliato, i file digitali non sostituiscono i dischi in vinile o i Cd. Mentre ci accingiamo a costruire nuove stazioni da lanciare in orbita nello spazio le piramidi sono ancora in piedi. La stesso principio vale per i formati con cui si ascolta la musica o il modo o gli strumenti con cui la si produce.

Parliamo del processo creativo: qual è l’ispirazione dietro alle tue composizioni artistiche e musicali? Quali sono invece i momenti in cui prendi ispirazione per un poema o per scrivere il testo di una nuova canzone?
Il processo creativo ha bisogno di essere coltivato in modo da poter affrontare molteplici sfide differenti tra loro. Prendi, ad esempio, una melodia e scrivici un testo che senti essere adatto per quella musica particolare, o viceversa. Oppure prendi un motivo o una composizione già esistente che può ispirarti a portarla in una fase successiva. L’essenza del processo creativo è in realtà il nuovo, quindi non esiste una formula che mostri come essere creativi, perché la creatività è una scintilla tra il risveglio e il sogno.

Come definiresti la tua produzione artistica?
Dopo cinquant’anni inizio ora a comprenderla lentamente.

Cosa ha ispirato i testi che hai scritto con i Kraftwerk in brani come Autobahn, Radioactivity, Trans-Europe Express, The Model, Computer World, Techno Pop?
Come ha detto il «New York Times»: i grandi temi del ventesimo secolo.

Nel 1989 uscì Words of a Mountain di Wally Badarou dei Level 42, album in cui suoni violino e flauto…
Wally era un vicino di casa e un amico, possedevamo la più recente attrezzatura fairlight che ci scambiavamo a vicenda e abbiamo collaborato in molte occasioni. Lo stimo come uno dei pionieri dell’elettronica.

Puoi raccontarci qualcosa ora riguardo alla nascita di Elektronisches Mosaic con Lothar Manteuffel?
Lothar [già al fianco di Karl Bartos negli Elektric Music, N.d.R.] è stato uno dei miei studenti. Mosso da un interesse genuino verso la musica, è riuscito a riunire come in un mosaico i molti frammenti degli studi sperimentali da noi condotti nell’ambito delle nostre creazioni artistiche, trasformandoli in un’opera di sedici minuti degna di essere pubblicata.

Ti andrebbe di ricordare le esibizioni al MoMA dei Kraftwerk nel 2012? In quello stesso anno eri stato invitato come artista in residenza presso l’Istitute for Electronic Art dell’Alfred University di New York…
È stato meraviglioso, anche se nell’insegna ufficiale sulla parete erano stati menzionati tutti i membri tranne me..

Parlarci del tuo ultimo album Test Drift (2017), realizzato insieme a Stephen Vitiello e Andrew Deutsch?
Si tratta di una collaborazione che nasce dal mio lavoro con il prof. Andrew Deutsch dell’Alfred University di New York. Oltre a svolgere la professione di insegnante, lui è anche un artista e un musicista, mentre Stephen Vitiello non l’ho ancora incontrato, abbiamo interagito a distanza.

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?
Innanzitutto migliorarmi. E poi esposizioni d’arte, la pubblicazione di un catalogo che raccoglie mie opere comprese tra il 1967 e il 2017 intitolato Fluxus to Future, ho anche in programma un concerto in Inghilterra al Reading Fringe Festival. E, naturalmente, cercare di utilizzare la mia influenza come artista per ristrutturare la conoscenza e il potere verso una coscienza cosmica in cui regni una vita pacifica per tutte le creature.




TUTTAVIA ASSIEME ALL’AMORE. Intervista a Chijioke Amu-Nnadi | Marco Bini

Su richiesta del poeta Chijioke Amu-Nnadi e per augurarvi un nuovo anno ricco di poesia, pubblichiamo l’intervista realizzata da Marco Bini per Argo – Annuario 2015 – Poesia del nostro tempo

Chijioke Amu-Nnadi, questa è la sua prima intervista per il pubblico italiano, dopo una prima apparizione di suoi testi in traduzione sul sito di Atelier nel gennaio 2015. Proviamo a conoscerla meglio: qual è il suo percorso di scrittore? Quali sono stati i momenti più importanti?

Sono uno scrittore nigeriano, e scrivo soprattutto poesia. Non mi piace definirmi un poeta nigeriano o africano, perché non c’è niente che sminuisca di più l’arte che il circoscriverla in un singolo luogo, o in un paese, o in un periodo storico. L’arte trascende le categorie della geografia, del tempo e del genere. Ho amato moltissimo Ovidio quanto Neruda; e allo stesso tempo apprezzo molto le poesie di una giovanissima nigeriana, non ancora diciassettenne, Hauwa Nuhu Shaffii, o quelle di Shade Olaoye. Sono due voci delle quali si sentirà parecchio parlare un giorno. Per dirla in modo semplice, mi considero un poeta che vive e scrive in Nigeria, un paese del continente africano. Ci tengo a esordire così, perché mi è capitato in molti posti, in Europa, America e persino in Africa, una categorizzazione dell’arte strisciante e pervasiva proprio lungo queste direttrici; così facendo, si sminuisce dell’arte il carattere universale, e se ne sminuisce l’ispirazione. Sono arrivato alla scrittura in modo quasi casuale. Quando ero al primo anno all’università ebbi la fortuna non frequente di seguire corsi assieme a un gruppo di giovani amanti della poesia. Non avevo mai studiato letteratura, e per me si trattava di una novità la frequentazione di persone che traevano grande felicità ed entusiasmo dalle parole. Però li osservavo da lontano. Una notte uno di loro mi disse che senza poesia ero come un morto, che non ce l’avrei mai fatta se non fossi andato incontro alla grazia, all’eleganza e alla nobiltà delle parole. La presi come una specie di sfida. E così, anche se un po’ tardi nella mia formazione, mi interessai alla poesia e ne ricercai lo spirito e le fonti.
Scoprii una forma di seduzione molto più esaltante persino del sesso. Visto che non avevo una cultura letteraria mi tuffai nei libri. Libri di poeti africani, europei, antologie. Libri facili e libri difficili che mi fecero sudare, come quelli di William Faulkner e Wole Soyinka. Fu più che un periodo di studio, si trattò di un rito di passaggio. Le poesie di Dennis Brutus, J. P. Clark, Leopold Sedar Senghor, Christopher Okigbo e molti europei come Keats mi ammaliavano. Divoravo letteralmente le pagine, i libri divennero i miei compagni di corso, la poesia la mia insegnante.
Poi una notte mi svegliai assillato dalle mie prime parole. Le scribacchiai e poi mi rimisi a dormire. La mattina dopo guardai quelle parole e mi sentii esultare: avevo scritto la mia prima poesia. I miei amici avevano proprio ragione! Avevo appena scoperto un mondo pieno di magia e parole che aleggiavano come fate, dotato di vita propria.
Quello fu l’episodio decisivo nel mio percorso di poeta. Negli anni seguenti ho avuto molti altri momenti memorabili. Una volta andai a trovare il grande Chinua Achebe e trovai in lui un interlocutore attento e paziente. Insegnava ancora nella mia università e io ero un cucciolo da svezzare. Sfogliò le mie prime poesie, mi disse che erano interessanti e mi fece promettere di continuare. Poi ne pubblicò una nel giornale che dirigeva, «Okike». Fu la mia prima pubblicazione, su una testata importante, diretta da niente di meno che Chinua Achebe. Mi diede una grande spinta per lavorare sulla scrittura, per migliorare le mie capacità.
Il mio primo libro, the fire within, venne pubblicato nel 2002 e lo stesso anno vinse il premio per la poesia dell’Association of Nigeria Authors. Fu un passaggio molto importante e mi spinse a scrivere ancora. Due anni dopo venne pubblicata la mia seconda raccolta, pilgrim’s passage, che negli anni successivi fu finalista sia al premio
dell’Association of Nigeria Authors che all’appena nato Nigeria Prize for Literature.
Mi ci è voluto un po’ di più per scrivere through the window of a sandcastle, la mia terza raccolta che l’anno scorso ha vinto il Glenna Luschei African Poetry Prize. In effetti avevo avvertito l’esigenza di rendere la mia voce più forte, di trovare un tono nuovo che potesse colpire. Uno di quei momenti speciali è stata la scoperta di Pablo Neruda. Nella sua opera ho capito che la poesia poteva essere un’attività intellettuale e allo stesso tempo una festa. La sua poesia mi risuonava dentro e pensai, avendo io un animo disposto all’amore ed essendo un amante dell’amore, che potevo esprimere ciò che provavo senza essere presuntuoso o affettato. Me ne innamorai.
Così per me è diventato possibile celebrare la morte di mio padre o parlare di mia moglie e farlo sempre in versi. sandcastle mi ha portato fortuna, e mi ha anche permesso di viaggiare in Europa e America, dove sono stato ospite del Centre for Black Literature, alla City University di New York.
Sono felice del mio percorso di poeta, anche se devo pagare dazio al mio lavoro quotidiano di dirigente nel settore pubblico, un mestiere a tempo pieno che richiede attenzione. Mi sono adattato a scrivere per lo più di notte, e anche stare sveglio per lunghe ore non è più così difficile come all’inizio. Amo profondamente la poesia, e ho deciso di dedicarle tutto ciò che posso.

Quali poeti hanno contato di più per la sua formazione letteraria? E quali sono i poeti da leggere della poesia nigeriana e africana in generale?

Alcuni nomi li ho già fatti. Però potrei ribadire quanto siano stati importanti per me lo stile semplice e profondo di Dennis Brutus, l’immaginazione selvaggia ma ricca di pensiero di Christopher Okigbo, l’eleganza e la delicatezza di Neruda e Leopold Sedar Senghor, il fraseggiare scatenato e articolato di Tchicaya U’Tamsi e Gabriel Okara, e la musicalità della poesia tradizionale della mia gente, in particolare nei lamenti funebri. Quando ho incontrato la poesia ho trovato molte voci stimolanti nell’antologia Poems of Black Africa curata da Wole Soyinka. È stata per me quasi un testo sacro o un reliquiario la quale tornavo costantemente per innalzarmi e crescere spiritualmente. A parte la poesia, sono stato illuminato dalla scrittura di William Faulkner, Patrick White e Gabriel García Marquez. Anche se scrivono in prosa, le loro opere risuonano di poesia, ricchissime di metafore e immagini. Trovo la prosa scritta con elementi tipici della poesia davvero affascinante e se mai avrò la diligenza per completare la mia raccolta di racconti dovrò certamente prendere ispirazione da loro. Comunque non è il mio stile che richiama certi libri o certi poeti. La poesia è un viaggio nel quale il percorso è pieno di sentieri e svolte.
Ogni viaggiatore ne trova uno che si addice alle sue aspettative e al suo temperamento, e nel mio viaggio di scoperta quelli che ho citato sono i nomi che più mi hanno ispirato a scrivere. Naturalmente ci sono molti ottimi poeti che stanno producendo in questo momento.

Sul sito atelierpoesia.it, nel gennaio 2015, sono apparse tre sue poesie in traduzione italiana. Chi le ha lette ne ha apprezzato lo stile pieno di immaginazione, di metafore ricche e sognanti, e la mancanza di punti fermi e lettere maiuscole. Può spiegare qualcosa sulle sue scelte stilistiche e linguistiche?

Mi ha fatto davvero piacere quella pubblicazione. È stata la seconda volta che mi hanno tradotto, dopo alcune versioni in russo. Si ritiene normalmente che la maniera dell’originale, le sue sfumature e il suo spirito non possano salvarsi in traduzione, e che il testo ne esca sminuito – e per me ciò che è intrinseco e meno evidente in una poesia è importante tanto quanto ciò che è più evidente. Tuttavia essere letti da un pubblico sempre più ampio è il sogno di ogni scrittore. Ho sempre desiderato di vedere le mie poesie viaggiare per il mondo e quelle traduzioni sono state come un paio d’ali che glielo hanno permesso.
Scrivo rinunciando a lettere maiuscole e punti, ma non solo. Rifiuto che il mio nome e le fotografie siano associate alla mia poesia – e per fortuna il mio editore capisce questa mia fissazione, se vogliamo chiamarla così, che per me è qualcosa di più profondo di una semplice fissazione. Come raccontavo, la mia prima poesia è iniziata nel sonno. Questa non è un’esperienza solo mia, perché ho conosciuto tanti altri poeti a cui è capitato. Con l’esperienza ho accettato che non tutto ciò che scriviamo è sotto il nostro controllo, ma è come un dono. Mi chiedo: se posso sentire voci, ricevere messaggi e trarre ispirazione mentre dormo o mentre sono semi-cosciente, come posso definire, in tutta onestà, come completamente mio ciò che scrivo? Posso dire “la mia poesia”; ma questa è solo in parte la verità. È mia, ma non mi appartiene. Quindi uso solo il mio cognome, quello che mi sopravvivrà, che mi è stato passato e che io passo ai miei figli, e che loro passeranno a chi li seguirà e così ancora per molto dopo che non ci sarò più. Non uso fotografie che mi ritraggono perché troverei narcisista e arrogante utilizzarle (NdR: per questa intervista abbiamo voluto pubblicare la foto del poeta, che spero ci scuserà).
Il nostro aspetto non c’entra con ciò che scriviamo. Invecchiamo e sbiadiamo, mentre l’arte è eterna, non invecchia mai perché lo spirito che la genera è senza età. E quindi cosa siamo? Siamo piccole barche, pianticelle fragili che si rompono facilmente attraversate dalla linfa della creatività. Facciamo arte perché siamo persone fragili. La vita ha reso i nostri cuori e le nostre anime campi arati, innaffiati e pronti alla semina, dalla quale vedremo crescere i diversi generi artistici e le tante forme espressive: poesia, prosa, musica, pittura, danza, magari anche il silenzio.
Per questo le mie poesie non hanno punti e maiuscole. Anche i titoli dei libri sono privi di maiuscole. Anche il cognome è senza maiuscola all’inizio. L’arte è vita, flusso ininterrotto senza inizio e senza fine. Non sappiamo da dove viene e dove andrà a sbattere, possiamo solo farci trascinare da lei, con lei per lei, raffigurandone i momenti in parole, forme e immagini che durino. Credo che quello che facciamo in quanto artisti sia il lavoro profondamente “missionario” di onorare il precetto divino di andare per il mondo e moltiplicarci, in quanto quel comando riguarda sia la procreazione che la creazione in senso metafisico. Come posso mettere un punto alla fine di una frase, con tutti i significati e gli echi di cui può farsi portatrice? Come posso decidere che una parola deve portare la maiuscola quando non sono nulla? Sono solo una penna in balia di uno spirito che posso anche chiamare musa.
Questo è ciò in cui credo, e questo è il modo in cui ho scelto di scrivere. Con il mio stile cerco di unire arte e spiritualità e assicurarmi che la mia scrittura trascenda tutto, ogni definizione geografica, culturale e storica decisa dall’arroganza, dalla pomposità e dalla presunzione dell’uomo. Perché finché ci sarà un uomo in grado di respirare, Leonardo Da Vinci non morirà, e neppure William Shakespeare. E neppure Frank Sinatra o Michael Jackson. Sono promemoria eterni della grandezza dello spirito umano e divino, che insieme creano una metafora immortale della vita. È pensando a questo che trovo la mia lingua, semplice e senza pomposità. Chissà, forse anche ingenua.

La Nigeria ha donato al mondo alcuni grandi scrittori. Potrei citare come esempio Wole Soyinka, Chinua Achebe, Ben Okri e Ken Saro-Wiwa. Ritiene che la Nigeria sia un paese devoto alla letteratura? E come sono i rapporti tra gli scrittori che vivono in Nigeria e i molti autori suoi connazionali che invece vivono all’estero?

La Nigeria è artisticamente molto attiva, ma più a livello individuale che a livello di collettività. Abbiamo avuto la fortuna di dare i natali a grandi uomini e donne come Wole Soyinka, Chinua Achebe, J. P. Clark, Odia Ofeimun, Ben Okri, Gabriel Okara, Christopher Okigbo, Flora Nwapa, per dirne alcuni, in parte già citati. Ma ce ne sono altri che non sono stati menzionati come Esiaba Irobi, Lola Shoneyin, Uche Nduka, Afam Akeh, Femi Osofisan, scrittori di uguale talento.
Ci sono così tanti giovani autori che stanno cercando di emergere e trovare il loro posto. Ma come in molte società, scriviamo più per la passione che nutriamo che per il supporto reale dello stato o di qualche privato. Ci sono, è vero, diversi premi che servono a dare una spinta all’industria editoriale, come il Nigeria Prize for Literature, considerato il terzo premio più importante al mondo. La Association of Nigeria Authors si dà molto da fare, come stanno facendo molti che lavorano sodo impegnati in piccole ma importanti iniziative per dare più visibilità a ciò che si scrive.
Tuttavia il fuoco della letteratura è individuale, non è una caratteristica delle nazioni, è una cosa che ogni singola persona cerca di ravvivare con il proprio impegno. Siamo tutti molto presi dai nostri obiettivi ed è terribile vedere come tanti autori facciano la fame senza riuscire ad ottenere un aiuto. Ho il sospetto però che non sia un fenomeno
solo nigeriano. Ho incontrato tanti artisti in difficoltà anche a New York, e con alcuni di loro ho condiviso il palco durante le letture. In fin dei conti speriamo di scrivere opere abbastanza buone da attirare l’attenzione su di noi.
Nonostante queste difficoltà, gli scrittori nigeriani in patria e all’estero sono in contatto e condividono esperienze e ciò che scrivono in diversi modi. L’era dell’elettronica ha divelto ogni barriera, e non ci sono più confini nazionali o tra i continenti, e dunque si è creata una sorta di fratellanza letteraria transnazionale. Si tratta di relazioni
molto coinvolgenti e tutti impariamo qualcosa l’un dall’altro. Le voci importanti stanno crescendo in numero e qualità, e vogliamo continuare a crescere e nutrire i nostri legami, far crescere la qualità di ciò che scriviamo sia su base individuale che “nazionale”. E vediamo dove questo lavoro ci porterà.

Lei ha vinto il Glenna Luschei Prize for African Poetry l’anno scorso per la sua ultima raccolta di poesie, through the window of a sandcastle. Pensa che le sue opere siano rappresentative di ciò che si va scrivendo in Africa oggi? E quali sono le cose più interessanti che oggi accadono sulla scena poetica del continente?

Non sono molto informato in realtà di che cosa accada oggi nella poesia africana. Scrivere è una passione che coltivo, ma non è il mio primo lavoro.
È sempre stata più un’esperienza spirituale e intellettuale che accademica o professionale. Leggo molto però, e leggo molta poesia da tutta l’Africa su diverse piattaforme. Queste letture mi insegnano molto, mi fanno crescere. E vedo che l’Africa è un fiorire di talenti per lo più non valorizzati, che chiedono attenzione. L’Africa è quel che è. Lavoriamo in situazioni complicate, di povertà infrastrutturale e istituzionale. Per questo opportunità come questa intervista o premi come il Glenna Luschei sono davvero
importanti. Al di là della questione economica, un fattore importante è il riconoscimento internazionale, perché ci permette di raccontare le nostre storie al mondo e di trasmettere ciò che in esse può essere peculiare e interessante. E questo ci incoraggia a scrivere sempre meglio. Penso in questi anni di aver affrontato la poesia come una personale escursione nella quale ho avuto la buona sorte di poter invitare a camminare con me volenterosi compagni di viaggio amanti della scrittura. Ma quello che scrivo è prima di tutto mio. Non è la storia di un continente e non voglio che gli sia affibbiata un’etichetta. Credo si rivolga più a ciò che è umano che a ciò che è africano. Credo che nella definizione di “poesia africana” risieda un’arroganza di classe e sociale. Prendiamo ad esempio la mia poesia. In alcuni casi è stata paragonata a quella di Pablo Neruda:
un uomo da un altro tempo e da un altro continente. E quindi cos’è la mia poesia? Una parabola letteraria tutta africana o umana in senso globale?
E da questa domanda ne deriva un’altra: perché il paragone con Neruda e non con Wole Soyinka? Se esistesse una cosa come la “poesia africana”, allora il termine di paragone dovrebbe essere quest’ultimo. Se il parallelo dovesse essere temporale, allora i riferimenti potrebbero essere Tupac Shakur o Denise Duhamel. Tra me e Neruda c’è un oceano di mezzo, e un’epoca intera. Ma quello che ci lega, credo, è lo spirito di una poesia che supera ogni confine, e anche il modo in cui a piena voce cantiamo l’amore, un amore personale e universale, il modo in cui una cosa viene detta custodendo altri significati, in cui la poesia si fa viva.
Per questo non faccio distinzioni tra esperienza umana e africana, e credo che ciò che scriviamo oggi qui è globale, senza confini. Rappresenta l’animo umano, le aspirazioni, l’angoscia, la fame, il desiderio, i sogni, le speranze e il brulicare di cuori delle nostre città. Tutti ci riconosciamo nelle nostre esperienze, in ciò che vediamo, sentiamo, in ciò che ci accade e in ciò di cui scriviamo. Nelle difficoltà e nelle sfide tanto quanto nelle gioie e nelle speranze.

Le notizie che ci arrivano dalla Nigeria raccontano un paese conflittuale. Quali sono le maggiori difficoltà che uno scrittore che vi abita oggi deve affrontare? Pensa che la poesia possa avere un ruolo in una società in conflitto?

Quale paese non si trova in uno stato di conflitto? Che cos’è un conflitto? Ogni società si è definita ed è sorta da conflitti, sia nazionali che individuali. Il conflitto delle relazioni personali, conflitti di religione e culturali, il conflitto generato dalle scoperte e da nuove conoscenze, il conflitto insito nella povertà e negli indici e fattori che la descrivono o causano. Anche le semplici prese di posizione di Galileo generarono conflitto. La poesia di Ovidio fu causa di fastidio e conflitto nell’antica Roma. Salman Rushdie è diventato un bersaglio, persino. E poi c’è invece la guerra, che è la manifestazione conflagrante di un conflitto o di una combinazione di diversi conflitti. Come fu del resto la Prima guerra mondiale. O il conflitto che si sta sviluppando dalla rivolta di Boko Haram e le manifestazioni analoghe in ogni parte del mondo, in particolare nel Medio Oriente. Dipende da che tipo di conflitti si sta parlando.
Tuttavia assieme all’amore, società instabili e disperate hanno nell’arte, in particolare la poesia, la loro risorsa più potente. Quindi scriviamo ciò che scriviamo. Scriviamo della nostra vita e delle nostre esperienze. E facendo così non ci limitiamo a registrare gli umori e il momento particolare di una società, stiamo incidendo la sua coscienza nei nostri cuori e nelle nostre menti. Facciamo domande che ci premono e speriamo che la società presti l’orecchio e faccia attenzione. Speriamo che dalla scrittura e dalla celebrazione dell’amore e di ciò che conta davvero, la società possa trarre un segnale e diventare amorevole, qualcosa di cui valga la pena far parte. Ci auguriamo che le nostre voci aiutino a forgiare una società all’altezza delle nostre aspettative. Ci auguriamo che la società sopravviva non solo al conflitto, ma che ci offra l’opportunità di sopravvivere a nostra volta e di allargare il nostro interesse per l’umanità.

Quali sono i suoi prossimi progetti riguardo alla poesia?

Sto terminando una nuova raccolta di poesie, che si intitolerà a field of echoes. Credo che si noteranno progressi rispetto a through the window of a sandcastle, me lo hanno detto anche molti che hanno letto il materiale nuovo; ne dicono cose lusinghiere e mi riferiscono che le poesie nuove sono migliori e scritte meglio di quelle in sandcastle. Sarà una raccolta voluminosa, credo che conterrà circa duecento poesie su tanti temi per un totale di più di trecento pagine. Ci sono poesie d’amore, di angoscia, filosofiche, persino teologiche. Ci sono poesie che parlano di luoghi specifici che ho visitato negli ultimi anni, ad esempio New York. Accanto a questa nuova raccolta ho già iniziato a prendere appunti e a ragionare sul libro che verrà dopo. Sarà un viaggio avventuroso attraverso l’amore, con tutte le sue esaltazioni e le sue depressioni, e sarà un lungo poema che parlerà della Nigeria vista attraverso alcune sue città, alcuni momenti della sua storia, alcuni suoi monumenti, alcuni monti e fiumi emblematici, insomma i luoghi simbolo del mio Paese.

Traduzione dall’inglese di Marco Bini
da attraverso la finestra di un castello di sabbia / through the window of a sandcastle

ashes

i kick up ashes
looking for that last stubborn flame
it hides beneath waste
beneath memories of what we have shared
and killed
it flares at the air
exposed as nostrils
splutters and dies

the ash on my feet is fitting
we mark ourselves
with ghosts of our feasts

for
everything goes to waste
everything dies
everything is buried beneath
the ash of moonlight
and all we do is kick
kick and raise nothing
but dust

everything becomes dust
even our last stubborn flame

ceneri

sposto ceneri col piede
guardando quell’ultima fiamma ostinata
che si nasconde fra i rimasugli
sepolta tra i ricordi di quel che ci siamo dati
e abbiamo ucciso
divampa nell’aria
esposta come un paio di narici
crepita e muore

la cenere mi riveste i piedi
ci facciamo un segno di croce
con gli spiriti al nostro banchetto

perché
tutto si disperde
tutto muore
tutto è sepolto lì sotto
alla cenere del bagliore di luna
e tutto ciò che facciamo è spostare
spostare col piede e non alzare
altro che polvere

tutto quanto diventa polvere
anche la nostra ultima fiamma ostinata

pool

sitting
by the pool of your smile
i see light rise in our eyes
reveal all prisms of joy
and i hear you breathe
hear love whisper as the breeze
that nuzzles the pines into tenderness

you ripple as the waters
grow as waves into tempest
you grow too into something delicate
and intimate
into something to behold and bite
you are berries and all fruits of endearment
your lips full, pursed
for the kiss that seals our treachery

i pick your smile and pop into my mouth
you are this pomegranate, this tangerine
you are sweet and tangy
multilayered like a river
with drops of translucent joy

the glass bowl of your eyes
reveals many idioms and tongues of fire
you are full of liquid pleasure
full of sweet turns of phrase, piquant
and juicy

stagno

seduto
presso lo stagno del tuo sorriso
vedo luce che sprizza dai tuoi occhi
che rivela un intero prisma di gioie
e sento il tuo respiro
sento sospiri d’amore come brezza
fruscio tra i pini che intenerisce

scappi mentre l’acqua
sale in onde di tempesta
e anche tu sali e diventi delicata
e intima
diventi una cosa che si guarda e si morde
sei le bacche e ogni frutto dell’affetto
le tue labbra, contratte pronte
al bacio che sigilla la nostra infedeltà

prendo il tuo sorriso e me lo schiocco sulla bocca
tu sei questa melagrana, questo mandarino
sei dolce e pungi
hai molti strati come un fiume
con gocce di gioia traslucida

la coppa vitrea dei tuoi occhi
svela molti idiomi e lingue di fuoco
sei piena di liquida voluttà
piena di dolci giri di frase, speziata
e sugosa

Da una distesa di echi / a field of echoes

the road to princeton

america spreads her wings,
there on her star-tangled feathers
too many sins awaken her guilt
of indulgence, fill some quills
with blood to pen her memorial,
on her face the shame of one caught
lying about the size and splendor
of her goods and garbled gift

naked thighs grip, stripping me
of autumn naivete, they lay me bare
like peeled yam poised for heat,
through the mouth of a kettle
steam escapes, whistling like a cop
bearing granules of mad deceit,
mine the folly of too many balloons
buoyed with aerated dreams

landscape after bare landscape
pellets of breath run away from me
without ten toes, like an ostrich
neither taken to air nor grounded,
my fowled wings are broken, alas!
weighed down by leaded notions,
on veined leaves, transparent dew
taking selfies of a sodden sky

what leaves us empties us, what empties
us, leaves us gathering as spilled grocery
what is left of fantasy and the purity
of belief, leaves us with too little ink
to pen a memoir with faded clouds
or recreate with stanzas, like a railroad
track, the limitless line of hope
the boundless, princely expanse of dream

la strada per Princeton

l’america spiega le sue ali
qui sulle sue piume annodate di stile
troppe colpe ne destano il rimorso
d’indulgenza, intinge qualche penna
nel sangue per incidersi il monumento,
sul volto la vergogna di uno colto
a mentire su misure e splendore
dei suoi averi e dei suoi confusi doni

cosce nude si stringono, spogliandomi
di ingenuità autunnale, mi lasciano nudo
come un tubero pelato pronto a bollire,
dal beccuccio di un bollitore
fugge vapore e fischia come una sirena
assumendo folli in imbrogli in granuli,
mia la pazzia di troppe mongolfiere
ancorate da sogni in bolle

paesaggio dopo nudo paesaggio
il respiro in palline se ne fugge da me
senza dieci dita, come un’ostrica
lasciata senz’aria né seppellita,
ah, spezzate le mie ali di pollo
appesantite da nozioni piombate,
su foglie venose, rugiada trasparente
scatta foto di un cielo fradicio

ciò che ci abbandona ci riempie, ciò che
ci riempie ci abbandona come merce rovesciata
ciò che rimane della fantasia e del puro
credere ci abbandona con poco inchiostro
per scrivere memorie di nuvole sbiadite
o ricreare in strofe, come una ferrovia,
l’infinita linea della speranza
senza confini la principesca estensione dei sogni

Chijioke Amu-Nnadi è uno dei più importanti poeti della Nigeria. Ha pubblicato the fire within (vincitore dell’Association of Nigeria Authors’ Prize for Poetry nel 2002) e pilgrim’s passage (finalista del Nigeria Prize for Literature nel 2005); through the window of a sandcastle ha ricevuto – tra i molti – l’entusiasta plauso del poeta Chris Abani e, oltre a essere il vincitore del 2014 Glenna Luschei Prize for African Poetry Book, è stato finalista del Nigeria Prize for Literature 2013, vincitore dell’Association of Nigerian Authors Prize for Poetry 2013, vincitore del 2013 ANA Poetry Prize nel 2013.




Paternesi, un uomo alla batteria: “Grazie all’immaginazione tutto prende forma” |Intervista di Sara Bonfili

Attachment-1Alessandro Paternesi è nato a Fabriano il 9 maggio 1983. Con una batteria e un pianoforte in casa, il gioco è diventato prestissimo una passione che si è tramutata in professione. Dopo essersi diplomato al conservatorio “Morlacchi” di Perugia in Strumenti a Percussione nel 2007, ha studiato jazz con il Maestro Massimo Manzi, iniziando contemporaneamente ad esibirsi nei locali perugini. Si è specializzato poi con i maestri Marc Miralta, Roberto Gatto, Jimmy Cobb, Jaff “Tain” Wats, Ramberto Ciammarughi, Lele Veronesi, Ettore Fioravanti e Ron Savage. Si è laureato in Jazz al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, dove dal 2012 insegna batteria jazz ai corsi pre accademici del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, oltre che nel Conservatorio Morlacchi di Perugia. Ha partecipato ai più importanti festival, da “Umbria Jazz” (Perugia e Orvieto) a Valdarno “jazz”, da “Ancona e Fano jazz” e “European jazz expo” (Cagliari), da “Jazz in IT” (Vignola) al “Blues y Jazz” a “Rosas” in Spagna, per citarne alcuni.

Alessandro Paternesi ha collaborato con tantissimi musicisti pur essendo davvero giovane, ne citiamo solo alcuni: da Andrea Bocelli a Vinicius Cantuària, Giovanni Ceccarelli; da Franco Cerri, a Pietro Ciancaglini, Paolo Damiani, Maria Pia de Vito; da Riccardo Del Frà a Stefano Di Battista, Paolo Fresu, Javier Girotto e Petra Magoni; da Rita Marcotulli ad Ada Montellanico, da Enzo Pietropaoli ad Enrico Rava, da Danilo Rea a Cristina Zavalloni.  Vi invitiamo a leggere la biografia completa nella sua webpage www.alessandropaternesi.com.

 P.O.V. Alessandro Paternesi Quintet è il suo progetto da compositore e leader. Il primo disco è “Dedicato” a cura di Radar Egea. Altri progetti in corso sono: Enzo Pietropaoli Quartet (con Fulvio Sigurtà alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al piano), Enrico Zanisi Trio, Cristina Zavalloni & Radar Band, Paolo Damiani & Radar Band, Rita Marcotulli Quartet, SPL Trio di Fulvio Sigurtà, Luca Pirozzi Quartet, DPM Trio con Dario Deidda e Julian Oliver Mazzariello, Mirco Mariottini Trio.

Alessandro, con quali novità hai concluso il 2014?

 Il 2014 è stato sicuramente contrassegnato dalla registrazione del terzo disco con Enzo Pietropaoli, “Yatra Vol. III” (“Yatra Quartet” prende spunto da un viaggio, “yatra” appunto, fatto in India con i componenti del gruppo, ndr.) Questo disco affianca e completa i due precedenti. Un’esperienza che continua ad essere magica. Ogni qualvolta si riunisce il quartetto, per interpretare il materiale musicale più disparato, mi rendo conto di quanto sia importante suonare e condividere la musica, come la vita, con persone a cui ti senti intimamente legato. La sensazione è quella di trovarsi in famiglia: sei accettato e apprezzato per ciò che sei, pregi e difetti insieme. Comprensione e rispetto sono elementi imprescindibili e, purtroppo, non sempre scontati.
Già dal primo giorno di prove ho percepito felicemente una maturazione del gruppo: eravamo riuniti per fare Musica (con la “M” maiuscola), pronti a “sacrificare” la nostra soggettività per donare tutti noi stessi ad essa e mi auguro che l’obiettivo sia stato raggiunto.

Sono nate nuove collaborazioni in questi ultimi mesi? 

Sì. Durante le festività ho avuto l’opportunità di suonare presso il Goethe Institut di Roma con una formazione nuova. È stato un bell’esperimento. Eravamo due italiani (il sottoscritto alla batteria e Paolo Damiani al violoncello), il trombettista Maciej Fortuna, polacco e la sassofonista, Angelika Niescier, tedesca. Ognuno di noi ha contribuito non solo a livello esecutivo, ma anche compositivo dando vita a brani eseguiti durante il concerto. Il pensiero che però mi ha fatto più riflettere è stato prettamente sociale… fino pochissimi anni fa, prima della caduta del muro di Berlino, sarebbe stato praticamente impossibile unire un musicista polacco ed uno tedesco nello stesso palco… incredibile!
Un altro incontro musicale molto interessante è stato con la cantante Cristina Renzetti, ora di base a Bologna dopo una serie interminabile di viaggi e diverso tempo speso in terra carioca. Ero a conoscenza del suo talento ma non avevo ancora avuto occasione di suonare con lei. Abbiamo registrato alcuni brani in duo per comprendere se il suono fosse convincente ed i pezzi potessero funzionare, vedremo se ci saranno sviluppi…
Last but not least, ha preso forma un nuovo quintetto formato, oltre a me, da Maria Pia De Vito alla voce, Rita Marcotulli al piano, Marcello Allulli al sax tenore e Francesco Ponticelli al contrabbasso. Stiamo provando da un po’. Il repertorio coglie a piene da diverse tradizioni musicali, all’insegna di autentico viaggio sonoro; questo ci entusiasma perché siamo alla ricerca costante di sempre nuove reinterpretazioni al fine di non scadere nel banale e sancire il linguaggio del gruppo.

Quali sono le proposte dellassociazione MIDJ di cui fai parte, presieduta da Ada Montellanico? 

In questo periodo purtroppo non sono riuscito a seguire gli sviluppi dell’Associazione ma ci riuniremo la prossima settimana alla “Casa del Jazz” di Roma dove parleremo delle novità riguardanti la tutela sul diritto d’autore. Finalmente anche in Italia, grazie ad una direttiva europea, si liberalizzerà questo mercato ed ogni musicista potrà scegliere da chi farsi rappresentare.

Cosa ti entusiasma di più dell’insegnamento a Roma e a Perugia? 

Comunicare e condividere emozioni, esperienze con persone curiose, piene di gioia, che amano fare quello che fanno. Questo credo sia importante nell’insegnamento. Cerco di fare attenzione chiaramente all’aspetto tecnico, ma parallelamente cerco anche di comunicare tutta la passione che ho nel fare musica. Anche lo sviluppo di uno sguardo critico nella persona che segue un percorso didattico credo sia fondamentale. Il concetto che cerco sempre di far comprendere è quello dell’immaginazione. Grazie all’immaginazione tutto può prendere forma.

Sara Bonfili