L’invasione degli ultraidioti | Riflessi di Natura

La serie di aforismi Riflessi di Natura è un tentativo di ridefinire l’umanità, a partire da una riflessione iniziata con La materia che amava chiamarsi umana.


L’invasione degli ultraidioti

 

10.

L’übermensh, l’oltreuomo, che tanto hanno aspettato per un secolo, dal suo evocatore Nietzsche in poi, è la materia che un tempo amava chiamarsi umana, mentre ora ha preso coscienza di essere metamorfica Natura cosciente di sé, cyborg femminista mutante nomade trans.

 

11.

La cultura europea non ha elaborato una pratica di concentrazione riconosciuta da tutta la comunità. I maestri e i docenti, nelle scuole e nelle palestre, dicono alla materia che ama chiamarsi umana: “concentrati”. Non dicono come, però, in genere. Si lascia che a insegnare le tecniche di concentrazione, in Europa, sia chi insegna yoga e zen. Per concentrarsi si impara a meditare.
Una elementare tecnica di concentrazione, che si apprende nella pratica di meditazione zen, è la respirazione. Quando si distrae, la mente che ama chiamarsi umana è tratta a fissare un punto distante da quello che dovrebbe puntare.
Respirando si elimina la causa della distrazione, scorre via con il respiro e la mente può tornare a puntare nella giusta direzione.
Quando la materia che amava chiamarsi umana respira, mente e corpo sono un’unica sostanza, palpitante. La mente svuotata diventa uno specchio su cui gli oggetti, le persone, il mondo riflettono se stessi. Corpo tra corpi, atomi tra atomi, in un respiro differente e universale: ecco l’illuminazione, il satori.

 

12.

La coscienza, secondo Giulio Tononi e Marcello Massimini, è data dall’interazione tra elementi diversi: dalla differenza, dall’enorme ricchezza di informazioni che il cervello deve escludere quando elabora le percezioni, e dall’unità, dall’assoluta integrazione delle informazioni elaborate. La coscienza si è sviluppata nel cervello che ama chiamarsi umano ma ovunque possa darsi interazione tra differenza e unità potrebbe nascere la coscienza. Non potrebbe avere coscienza una macchina senza vita, tuttavia, perché la coscienza è un attributo del vivente cosciente, consapevole di sé e di ciò che lo circonda. Dotare di coscienza ciò che cosciente non è: questo è un delirio antropomorfico, eppure è necessario un dialogo tra la materia autocosciente che amava chiamarsi umana e il resto della materia. All’intercultura occorrerà aggiungere la transcultura. Ai dizionari bilingue dizionari translinguistici. Per dotare di coscienza ciò che non ha coscienza, l’animale inconsciente, occorrerà imparare la sua lingua e insegnargli la nostra, in modo che possa sdoppiarsi e pensarsi.

 

13.

Perché homo sapiens, la specie che amava chiamarsi umana, deve difendersi da homo oeconomicus? La lotta politica è diventata una lotta evolutiva. Homo sapiens deve sconfiggere homo oeconomicus nella struggle of life, nella lotta per l’esistenza.
Fino al 1800 homo oeconomicus non esisteva. Era una figura astratta, un modello per calcoli economici, inventato da James Stuart Mill nel secolo precedente.
Homo oeconomicus era un fantoccio per allenarsi nel tiro a segno economicista e fare sempre centro. Per avere ragione, come i matti, gli economisti, secondo Mill, devono prendere in considerazione solo le ragioni economiche delle azioni umane, sgombrando il campo da tutte le irrazionalità, le convenzioni, i costumi morali e le altre regole di condotta che incidono nelle sue decisioni. Le ragioni economiche, insomma, non prevedono altre ragioni, seppure tutte umane. La ragione economica è la ragione di un essere alienato o, se preferiamo, alieno, extraterrestre.
Da fantasma, però, da concetto astratto e demone dell’iperuranio homo oeconomicus ha preso vita nel corpo di homo sapiens, che, una volta posseduto, ha subito una mutazione antropologica.
Sapiens, mutato in oeconomicus, è cresciuto in altezza e peso, nel 1800, con l’imperalismo e lo sfruttamento del mondo intero, poi, nel 1900, con l’imperalismo economico dei due blocchi e, dopo la caduta del Muro di Berlino, delle multinazionali. La globalizzazione è l’impero di homo oeconomicus.
Oggi homo oeconomicus è un malato terminale, in crisi totale, ma fa di tutto per sopravvivere con trasfusioni di sangue da ciò che resta di sano nei sapiens.
Per convincere i sapiens a donargli il sangue, il tempo e la vita, per convincerli a farsi possedere oeconomicus ha imposto la sua lingua, la lingua economica, una lingua speciale, particolare, privata, un idioma. Homo oeconomicus è idiota perché conosce solo questo idioma e traduce tutto in termini economici.
I sapiens sono sopravvissuti sulla Terra grazie all’intelligenza, che consiste nel connettere ciò che è distante, lingue, culture e fenomeni, per risolvere i problemi posti dall’ambiente.
Homo oeconomicus ha ridotto l’intelligenza alla ragione economica e ha escluso dal calcolo l’ambiente.
Per la ragione economica tutto diventa merce, piante animali persone, allo scopo di massimizzare la ricchezza. Ogni lingua, cultura e fenomeno è tradotta in termini economici, perché homo oeconomicus conosce tutte le lingue umane ma pensa in una sola, la lingua del denaro, e tutte le lingue umane riduce a quella.
Ha diritto di parola per homo oeconomicus solo chi parla la lingua del mercato, lingua di frode e propaganda.
Homo oeconomicus è idiota proprio per questo, perché pensa in una sola lingua, una lingua particolare, speciale, individualista, una lingua di chi si concentra solo sulla propria vita privata, sul proprio profitto privato e non partecipa alla vita pubblica. Paga, finanzia chi lo fa per lui. Homo oeconomicus subordina la vita politica alla vita economica.
Tuttavia, la vita economica è una vita al servizio di ciò che vivo non è, al servizio del denaro, inanimato. La vita di homo oeconomicus è una vita drogata che mira al godimento nei paradisi artificiali, tutti surrogati di un paradiso immaginario inesistente, quindi tutti paradisi insoddisfacenti e frustranti. Homo oeconomicus è frustrato e malato, depresso e ansioso.
Nella lingua idiota di homo oeconomicus l’artificiale, commerciabile, si sostituisce al naturale. E, da idiota, homo oeconomicus parla di intelligenza artificiale. Intelligente è sapiens, non i suoi artifici. È da idioti credere che un ammasso di circuiti possa essere intelligente, cioè sapiens. Neanche se formerà reti neuronali sarà intelligente, almeno finché non amerà chiamarsi umano, finché non sarà vivo, finché il sangue non scorrerà nelle sue vene. Ma a quel punto sarà vivo e non più artificiale. Intelligenza artificiale è una figura retorica, un’ipallage. A essere intelligente non è l’artificio ma l’artefice. Il fatto che la materia artefice del proprio destino, homo faber fortuna suae, abbia attribuito alle macchine la propria qualità distintiva, l’intelligenza, testimonia il dominio degli oeconomici sui sapiens.
La lotta politica contro l’idiozia economicista è diventata una lotta per l’esistenza delle specie oltre che dell’ambiente in cui la materia che amava chiamarsi umana si è sviluppata in questi 250 mila anni di evoluzione.

 


Riflessi precedenti:

La Natura allo specchio (1-8)

Il senso della vita (9)

(L’illustrazione è di Tommaso Buldini, Paesaggio triste vol. 1, 120×90 cm, acrilico su tavola)




Sii me stesso (di Andrea Franzoni) (il diseno è di Jean Marc Dupuy)

Sii me stesso è un libro in costruzione condivisa. Uscirà per Argonline ogni due lunedì. L’autore invita chiunque ne abbia il desiderio ad interagire con i testi, con domande o commenti. Per farlo, potete scrivere a – gentileapparenza@libero.it 


SII ME STESSO

(progetto di rieducazione sentimentale)



by

















Introduzione

Nonostante l’angoscia della mia individualità finita trovo il coraggio nella fede della validità del gesto, e lo compio col mio libero rischio. Ciò è possibile in quanto quella mia fiducia, nel suo fondamento, nella sua origine, è certezza di qualcosa che continuamente mi giustifica, mi determina. Fede è memoria di questa certezza nascosta, intima, primordiale, per la quale sento che la mia azione non può andare perduta.

[…] abbiamo visto che se l’angoscia ha un grido, il “grottesco” è un grido stonato: se l’angoscia è il silenzio della estrema tensione, il “grottesco” è il silenzio vuoto, il silenzio relativo.

In un certo senso anche il “grottesco” ha il suo grido: “lasciami tranquillo”. È il grido che annienta l’io-debbo, l’io-posso, l’io-voglio. Ma c’è una voce più forte di lui (una voce che chiama nel deserto), una voce fraterna che raggiunge il solitario senza dialogo, l’assonnato tiranno di un popolo di nani, sul piatto scoglio della sua grigia solitudine. Quella voce, risuscitata alla fine dall’insostenibile rimpianto dell’occasione perduta, canta una vecchia e pur sempre nuova canzone: “voglio darti la gioia. In te ho riconosciuto me stesso, e in me ho riconosciuto per mezzo tuo la presenza della vita.”

Braibanti.













[-1]

Per arrivare a te, sii me stesso. Non quella birra.
Neanche quel lavoro o quella scema.

La personalità non ha destino.

Gli ubriachi fanno rabbia ma non ti amano.
Non fino in gola, dove chi ti ama davvero

È un fazzoletto.

Per arrivare dentro, sii me stesso. Non quella verruca,
la verità o l’altra cosa. Non confrontarti.

La personalità non ha destino.

Ci annunciamo e tanto basta
A chi (non) t’ascolta.

















[0]

Ho bisogno d’un utero. Una mosca deve uscire e
le ho chiuso la finestra.
È importante
chiudere il significato e aprire
La parola

È importante restare discreti, al limite della fede, agire in aderenza e
Consiglio climatico.
È importante
Essere primavera             (arrabbiato come un fiore)

Ma più importante è chiudere la finestra
perché la mosca cerchi
Sul vetro
E non nell’aria la trasparenza

che le è propria.

















[1]

Sii me stesso viene dalla mia personale incapacità ad essere me stesso. Ritenuto dapprima come sbaglio, poi come debolezza e infine come difetto di sistema, ho voluto finora negare l’esistenza di questo fenomeno, giustificandolo dietro argomentazioni di tipo sociologico, economico, psicologico o morale, se non quando affettivo, difendendo talvolta l’idiotismo poetico o mascherandomi talaltra dietro il mio stesso silenzio, facendo di me il traduttore d’altri. Il fallimento o semplicemente l’esaurimento in me della figura del critico o del folle, del taciturno o del professore, mi ha portato ora ad assumere il corpo dell’autore. Finirà anche questo: finirà perché l’ho incominciato.

I versi qui di seguito sono frasi in forma di cosa: si tratta di parole che, per non essere state dette, sono divenute un oggetto (nella memoria, sulla carta, nella lingua, ecc.). L’oggettualità delle frasi è l’inferno in cui vive la lingua poetica contemporanea, inferno da cui ho preso le mosse per cercare, poesia dopo poesia, di parlare ad un interlocutore che non fosse, appunto, il critico, il professore, il lettore, o peggio ancora me stesso. Cercavo un interlocutore “reale”: ho trovato un testo.

Da espressione viva di un corpo condiviso — il contesto in cui nasce — la frase che dico (scrivo) diventa “la mia frase”. Quest’appropriazione la rende immediatamente e irrimediabilmente sola. La solitudine la porta allora a cercare frasi a lei simili, sole come lei. Tra di loro si trovano, ma — a meno che non fingano retoricamente di parlare davvero — non riescono a dire niente. E se riescono per coincidenze o contrasti a dire qualcosa, il loro messaggio si esaurisce rapidamente nel diluvio di messaggi che le precede e che le segue.

Come le “nostre” parole, così tra di noi sembriamo oggi, sempre più spesso, sinonimi che non si parlano più. L’arte della parola, rubataci dal preordinamento finanziario della comunicazione, viene a mancare nelle azioni più semplici, intime, amichevoli, familiari, amorose, e infine poetiche: la parola non apre al gesto, ma chiude, sigilla nel concetto. Ho voluto dunque partire da questa profonda chiusura per rivolgere ad altri le mie parole non dette. Ne è uscito fuori un insieme di testi accostati, un contesto di testi soli, come un collage dell’anima che mi è stata tradita, e che ho deciso qui di esporre, per narcisismo, ma nella speranza anche che gli specchi, disposti ad una nuova memoria, si parlino (si ascoltino) e che dalla vicinanza dei riflessi si formi una relazione utile all’espressione d’altre relazioni, umane o meno che siano.

 

 













[2]

Sono un cervo sperduto in una casa.
Calma.
Ti amo e sono un cervo sperduto in un barattolo.
Come quando ti regalano una noce.
Ho una metro.
Non ho una casa. Ho una lingua e un cuore
Di cera.
Piano.
Un cervo di cera e un fuoco che ti chiama
Piano.
Senti meglio.
Piano.
Sono un cervo aperto in un cuore di cera
Ti amo, incendio.

















[3]

Curioso che io ci sia quasi. Lo specchio si forma, si sviluppa, si avvicina alla realtà, sta per nascere, sta per entrare e d’improvviso, non si sa perché né quando, è passato di là. Dall’altra parte. Là dove la coscienza è un ricordo e non è coscienza, ma è conformità alla rappresentazione dietro cui siamo accucciati, piccole farfalle rintanate nel soffio di chissà quale bambino, in noi, in chissà quale prova di bolla, e chissà se la bolla ha veramente vissuto quella meravigliosa tenebra dei sentimenti che volano, e chissà se ha davvero viaggiato e per quanto tempo e quand’è scoppiata. Chissà se la bolla sapeva di dover scoppiare, chissà perché, sapendolo, è voluta volare comunque, immanenza temeraria dei suicidi, suicidaria meccanica della vita, spendi e sarai comprato, compra e sarai venduto alla cosa, al desiderio rintanato nella cosa che volevi, e che come la bolla non si presenterà più, non avrà più la pulsione elementare del proprio bisogno, l’urgenza di essere e basta, contro qualsiasi progetto di identità o direzione. Così vado e profumo in una realtà, e non ci sono mai esattamente, sono un po’ qui nella scarpa che avanza e un po’ lì nel Buco che si specchia serpeggiando tra le sue storie di Dei ripieni e Sfidanti del vuoto, laddove una parte di noi deve rimanere da sola e amarla davvero significa raggiungere l’odio, la sua prova, la malattia di una fedeltà cieca, mentre Cupido sorride, come un maresciallo che sa cosa hai fatto e, da quello che hai fatto, sa cosa farai. Siamo così, tutti. Ma tutti ci ammaliamo di essere poi sempre in mezzo, e allora uno si fa da parte per sempre e l’altro si mette sul palco, magnificando la vanità con cui l’abbiamo lasciato giocare, mentre seduti sulla panchina del pensieroso pensiero impariamo invidiando, offrendo i nostri occhi in sacrificio al carosello, umili vittime della protezione, e del suo albero di linguaggio.

















[4]

Fare un figlio, significa saperlo cancellare.

―  non è un buon giorno
per spiegare
l’altezza delle cose umili.

Credere è un muscolo. Un muscolo
è il Miracolo di perdere tempo per dare coraggio e
perdere gusto e senso e

Fare un figlio, significa
saperlo rifare.

― non è un buon giorno per
spiegare l’altezza
delle cose basse.


Esiste, perché può esistere, una poetica dell’idea parlata: dopo la parola data, c’è sempre la parola ritratta ― dopo la parola detta, c’è sempre la parola rifatta. Buchi bianchi ci stanno dentro da una ventina d’anni poetici. “La poesia s’è rifatta le labbra” = significa che si narra in essa la volgarità originaria di una bellezza che si paga ― le ali a tre euro ― ben al di là di un naturalismo orale o culturismo metrico che non può captare l’orfanezza delle cose che ritornano. Niente torna, in natura. L’uomo sì. Non nel senso del tempo. Perché il tempo non ha senso.


















[5]

Cara Audrey,

ti scrivo perché non ti conosco, perché conosco il tuo desiderio, perché conosco ciò che volevi e ciò che hai ottenuto, fecondando te stessa in chissà quale antico progetto di esplosione, tu nel guscio di mandorla, tu nella vasca piena di fragole, accanto alla stanza dove entrava il freddo. È strano scriverti da questa distanza geografica, ti immagino, chiusa nei tuoi pensieri, a filare il tuo ruolo con la stessa incertezza dell’antichità che ti ha spinto ad assumerlo. L’italiano è una lingua tenera, che tu non capisci e che proprio per questo credo sia opportuno, qui, per parlarti, di utilizzare. Scrivere poesia è stato e credo sia ancora parlare a qualcuno che non ti capisce, da una lingua che neanche tu, che la scrivi, capisci esattamente. L’esattezza è un esercizio, un allenamento continuo a perdere da sé i propri fini, come i fili che intrecci per la tua creatura, per proteggerla dal freddo di una realtà che non ha niente a che vedere con la persona che la vive, con il suo destino interno, quello stesso destino che mi porta a scriverti, proprio perché non ci sei, proprio perché non puoi capire questa lingua, proprio perché ti conosco appena: perché dalla piccolezza soltanto si possono fare le cose grandi, come esporsi (cioè assentarsi) in un libro, utilizzare una voce che si taglierà le braccia di pagina in pagina, che imploderà di vergogne e giudicherà se stessa fino ad imporsi di subire quello stile che è, sì, imitazione, ma che dall’imitazione è se stesso, proprio come una madre è il proprio bambino, e cercare di distinguere tra i due è una violenza pari soltanto alla verità. La verità è un arresto che va da sé, come la sorgente scappa da sé per correre in rivolo: la purezza, la purezza muore continuamente. La verità è sempre accanto a sé stessa. È il pericolo questo ed è al tempo stesso il gioco dell’imitazione. Parlo alla tua immagine e ti perdo continuamente; ma parlo alla tua immagine perché ti perdo continuamente. Capisci? Se ti perdo continuamente allora debbo continuamente fecondarti nelle mie parole, devo continuamente resistere alla tenebrosa inerzia con cui ti perderei, se tu fossi tu, e se io ti parlassi veramente (non avrei niente da dirti del resto). C’è uno scarto. E in questo scarto scivolano alcuni sentieri di alcuni sentimenti. Solo la poesia lo può dire, perché ― ed è la cosa più facile da capire, e la più difficile da accettare ― perché non dice niente. Che dice un filo d’erba? Ora tu sei tu lì dove sei, ma qui, qui sei questa commistione di vasche cuneiformi dove coltiviamo suoni, che non sarà dato a noi di ascoltare. Queste vasche, queste poesie dove non possiamo lavarci, possono davvero essere utilizzate come contenitori. L’antichità del destino interno chiama ciascuno a provare: terra, compost, irrigazione, luogo, posizione e speranza, affetto, amore. Le cose che crescono non dipendono da noi, ma il lavoro nostro soltanto può aiutarle a dipendere da sé stesse. Ti parlo, e chissà perché ho la sensazione esatta di non sapere ciò che sto dicendo. È una piccola umiliazione. Non so perché questa lettera si è manifestata qui. La scrivo perché difenda la poesia che le sta intorno. Perché impedisca alla Cancellazione di essere la Madre che non la riconosce. Non ho la coscienza di questo. Ma ne ho l’intuizione. Un figlio, credo, sia l’intuizione che ci difende.

                                                                                      Tuo,
                                                                                               A.

















[6]

Saliva di un’esistenza strana
Con le parole, potrei scalare un villaggio o
Cadere dalla finestra.
Un figlio mi è caduto dal cuore,
Questo pomeriggio
Sei stata tu a guardarmi troppo.
E poi
A poco a poco
Anche io sono caduto dal cuore.
E il tuo sguardo di nascosto
Sotto le mie gambe
Erano una poesia di piedi al freddo
Primaverile
Una voglia, la campana che suona
Una voglia: tenerti vicina
E ricordarmi
Chi sei
Se questa è una parola.

















[7]

Il segreto degli uomini: imbarcarsi in imprese
che non li rendono felici, se non attraverso la donna.

Christa Wolf

[8] Modalità di un problema (un approccio)

Nella sfera non razioide i fatti non si sottomettono, le leggi sono dei setacci, gli eventi non si ripetono, ma sono individuali e variano all’infinito. […] La sfera non razioide è la patria del poeta, il regno della sua ragione. L’antagonista del poeta cerca il dato fisso, ed è soddisfatto se riesce a impostare un calcolo nel quale il numero delle equazioni è uguale al numero delle incognite che si trova di fronte. Qui invece le incognite, le equazioni, e le possibilità di soluzione sono per principio infinite. Qui il compito è un altro: scoprire soluzioni, rapporti, connessioni, variabili sempre nuove; costruire dei prototipi che prefigurino il corso degli eventi; indicare dei modelli invitanti, che insegnino all’uomo come può essere uomo; inventare l’uomo interiore. Spero che questi esempi siano abbastanza chiari per escludere qualsiasi riferimento a una conoscenza, a una comprensione, eccetera, di tipo “psicologico”. La psicologia fa parte della sfera razioide.[…]Se la sfera razioide è il regno della “regola con eccezioni”, la sfera non razioide è il regno delle eccezioni sulla regola. Può darsi che sia solo una differenza di grado. Ma si tratta di una differenza polare, che impone un completo capovolgimento dell’attitudine conoscitiva. Nella sfera non razioide i fatti non si sottomettono, le leggi sono dei setacci, gli eventi non si ripetono, ma sono individuali e variano all’infinito.

Robert Musil

Cara Elisabetta,

se la tua intuizione è vera, io starei utilizzando la questione femminile per dare acqua, o meglio direi annacquare il mio mulino. Vi sono tappe nella vita, stagioni, in cui non è possibile considerare positivamente un’azione, in cui non è possibile “agire” nel senso attivo del termine. Ecco dunque che per far funzionare il mio mulino con l’acqua di una tematica devo prima annacquarlo, devo prima imbrigliare i rapporti già definiti (les idées reçues) dal/nel mio spirito, al fine di poter osservare come gli elementi del discorso agiscono, in me, certo, ma “me” considerato come arena in cui toro e torero entreranno in lotta, scambiandosi il sostrato psichico e ricreando dunque il conflitto tra le parti nello spettacolo di sé, “sé” considerato come un universo politico agente nella sfera privata. Ora, quello che cercavo di spiegarti, è che senza l’arena, sia il toro che il torero non hanno nessuna voglia di scontrarsi, anzi. Il primo problema per affrontare un problema è individuare l’inerzia del problema. Da maschio, so che niente si muoverebbe in me se non definissi un contorno spazio-temporale entro cui agire: un momento, un modo, un terreno. Se non erro, la tua opinione è che la circoscrizione soggettiva di queste tre coordinate impedisce la relazione oggettiva delle parti, ovverossia che il maschile attraverso il quale determino la cornice, impedirebbe il femmineo della relazione. O se non lo impedisce, lo predetermina, falsificando dunque ogni scontro futuro, perché la lente di lettura dei conflitti sarebbe già di parte. Personalmente, penso sia ozioso da parte mia cercare di considerare la mia natura come non-maschile, ovverossia cercare di proporre un linguaggio di discussione artistica che non provenga da me: anche “me” infatti, è corpo soggetto al destino di produzione del reale: anche il mio corpo è un contenitore, anche se meno evidente. Occorre individuare per prima cosa allora “di cosa” il mio corpo (o il suo statuto di corpo maschile) si fa veicolo, che cosa può veramente accogliere della problematica trattata. Entrare in relazione con una tematica non significa appropriarsene, ma va considerato che, senza la dinamica di appropriazione, cioè d’individuazione e metabolizzazione, la tematica (cioè il conflitto toro-torero) non si esprimerà. O se si esprimerà lo farà per via vaga, per fumi d’arrosti precotti, per l’esigenza vanesia e pubblicitaria della ricerca d’attenzione, dell’egocentrismo non dichiarato. In qualche modo, ho sempre pensato che farsi veicolo di problematiche fosse la prima cosa da fare. Una volta che sono veicolo, le parti possono lottare liberamente per il posto del guidatore. L’importante diventerà così il veicolo, il quale porterà semplicemente il discorso attraverso i sentieri tortuosi dell’individuo morale, del personale, laddove insomma si manifesta ciò che poi, di là dalle grida collettive, uno pensa veramente, laddove l’eroe cerca affetto, e la guerriera cerca l’amore. La vera lotta è dunque questa: tra il bisogno di autonomia e il bisogno d’amore: l’una esclude l’altro? In questo, non ho che l’onestà ― buona e cattiva, vera e falsa ― della mia percezione, che mi possa fare da guida. Attraverso l’onesta, i problemi del maschilismo che mi è stato indotto si presenteranno secondo la loro natura: è ammettendo la malattia ― per quanto sia disgustosa o falsificata da millenni di patriarcato ― che si può curarla.
Cerco di dire soltanto che sono allo stadio dell’ammissione della malattia. La cura verrà in seguito. Del resto, la stessa ammissione mi pare essere una prima forma di cura. Non credo si debba decostruire l’uomo. Non credo si debbano separare decostruzione e ricostruzione. Il bisogno di definirli è un bisogno legato alle modalità di conoscenza. Nella coscienza, credo, sono indistinti. Il linguaggio della mia deco-ricostruzione del maschile che mi abita, parte da questa unione tra le parti. L’indistinto esonda dal soggettivo in questo: il “mio” appartiene al “nostro”. E in questo si può fare testo, e indirizzarsi senza ipocrisia ad altri.

È evidente che tutto questo include discorsi molto più grandi e complessi di come io li pongo. Ma penso che soltanto essendo piccoli possiamo concepire lucidamente le cose grandi (i bambini ne sono un esempio). Pongo allora come materia condivisa questa lettera, sperando che dal tuo punto di percezione si possa formare una risposta. E sì, anche questo è un gioco letterario. Ma chissà che nella disciplina del gioco si possano esprimere meglio i contendenti. Chissà che attraverso la leggerezza del dialogo non si riesca a capire meglio la pesantezza del silenzio.

tuo,
Andrea.



[to be continued…]




mixis#16a

Sarah D’Angelo illustra il racconto di Elisa Ciofini | Mixis #16

Di specchi bagnati, sciarpe e piccole dimenticanze. Sedicesimo appuntamento con Mixis.

In un viaggio notturno come tanti, un autobus come luogo di storie diviene vascello dell’immaginazione e della rappresentazione. Siamo nel portato metaforico del lapsus come realizzazione improvvisa, come dubbio e paranoia crescente, come inciampo esistenziale.
Ed è qui, nello spazio comune che raccoglie figure indefinite e mostri interiori, che il racconto di Elisa Ciofini1 incontra il graffio dal nero di Sarah D’Angelo, un urlo strozzato che si fa pelle ruvida e rugosa di un interno-esterno avvolto nel buio.

PICCOLE DIMENTICANZE
Solo quando fu sull’autobus si accorse di essersi sbagliato; appena si mise a sedere, una volta sistemata la valigetta sopra le ginocchia, venne colpito da una leggera percezione di fastidio, come se avesse dimenticato qualcosa. A dire il vero era da quella mattina che si sentiva disturbato da un timore ignoto, lieve ma assillante, e invano aveva provato a liberarsene, a trovarne la causa ed eliminarla alla radice; invece era ormai sera, faceva buio, e ancora non aveva scoperto niente.

Fu alla vista del suo riflesso nel vetro bagnato di pioggia che intese il motivo: quella mattina non si era specchiato, e quando non ci si specchia per un certo periodo si rimane stupiti di fronte alla propria immagine, sembra che il tempo intercorso fra uno specchiarsi e l’altro abbia di soppiatto scavato nuove rughe. Stava invecchiando ed era stanco, lo sguardo era vuoto e gli occhi avevano perso la brillantezza e la vivacità di un tempo; eppure sembrava ieri quando con quell’autobus tornava a casa ancora pieno di energie e aspettative per il giorno successivo. Appunto, era impossibile. Si guardò la giacca, non era sgualcita, i capelli, bianchi ma ordinati, forse davvero era l’età, ma poi fece in tempo ad accorgersene: aveva sbagliato sciarpa. Era stato convinto per tutta la giornata di avere addosso il foulard di velluto blu. E invece nell’uscire di casa aveva distrattamente preso la sciarpa della squadra di Vittorio. Ecco perché Maria lo aveva guardato in modo strano quando si era chiuso la porta alle spalle per andare al lavoro, ecco perché la segretaria gli aveva rifiutato i consueti complimenti, ecco perché il suo socio aveva respinto con tanta decisione la proposta di un’operazione avventata ma vantaggiosa. Maledetta quella sciarpa, gli aveva rubato la gioventù!

Avrebbe voluto alzarsi e gettarla fuori alla prima fermata, non appena l’autobus avesse aperto le porte, poi però si rese conto di non essere solo. Il veicolo era pieno di altre persone, non meno stanche e rugose di lui, non meno cariche di pensieri e valigie, e tuttavia fu preso dalla preoccupazione di essere visto e deriso. Poteva togliersi subito quella stoffa dal collo, ma rischiava, forse lo avrebbero notato ancor più facilmente, se già qualcuno non lo aveva fatto prima. Tutti quei volti che affollavano l’autobus era come se fossero scomparsi ai suoi occhi, e non c’erano più persone, bensì figure minacciose e irrisorie; la pioggerellina nebbiosa che si attaccava ai finestrini sembrava essere penetrata anche lì dentro, rendendo i passeggeri spettri, proiezioni di strane paure.

Per fortuna arrivò la sua fermata a salvarlo. Le porte si spalancarono sulla luce dei lampioni, un paesaggio cupo ma conosciuto; sollevato, corse subito giù e, trovatosi fuori, tirò un lungo sospiro di sollievo. Anche se non aveva l’ombrello e i capelli bianchi si stavano inumidendo sotto la pioggia, volle rimanere a osservare l’autobus che si allontanava nel buio come un vascello fantasma.

Vide che, pur senza averlo meditato, ci aveva lasciato sopra la sciarpa. Vide appunto la sciarpa e, a osservare meglio, questa era avvolta attorno al collo di un uomo, un uomo con una valigetta, i capelli bianchi, la faccia rugosa. E anche lui si allontanava nel buio, su quel vascello fantasma.




Serena Jajani illustra il racconto di Elisa Ciofini | Mixis #15

Di insetti volanti, consegne e dubbi. Quindicesimo appuntamento con Mixis.

È nel ronzio costante, nel gesto immediato che cancella il peso dei dubbi, che il breve ma incisivo racconto di Elisa Ciofini2 incontra la tecnica mista di Serena Jajani. Una contaminazione di carta, inchiostro, pennelli digitali e supporti analogici, che si fa groviglio inestricabile dell’attimo interrotto.

LA MOSCA
Se avesse potuto l’avrebbe uccisa. Il corpicino nero nero strisciava lungo la parete umida, porosa, e la lucida trasparenza delle ali ne rendeva maggiormente visibile la forma. Era proprio quel colore intenso a infastidire di più, a rendere la viscida creatura una macchia incancellabile e innaturale, una piccola voragine vagante, come un puntino d’inchiostro scuro stampato per sbaglio su una foto a colori.

Era da più di un quarto d’ora che percorreva lo stesso identico tragitto nell’aria senza mancare una sola tappa: dal soffitto spiccava il volo, roteava intorno alla lampada, finiva per sbatterci e, disorientata, tornava alla parete. Continuava, imperturbabile, a scottarsi sulla polvere di quella luce bianca e a cercare dopo di riassettarsi il pelame, sfregando ossessivamente le zampine contratte e setacciando con la bocca quello strano pavimento che in realtà era il soffitto: è la stupidità della mosca che la rende così repellente, e la totale mancanza di senso nella sua esistenza disturba almeno quanto il suo martellante ronzio.

Il garage era desolato, ma pieno di automobili costose. I minuti sembravano non passare mai. Ci incontreremo là alle nove in punto, gli era stato detto, e lui non aveva sgarrato di un secondo, era da anni che svolgeva il servizio. Il compito era semplice, doveva solo consegnare un pacco e andarsene via senza dir nulla a nessuno. Non si era mai chiesto cosa il pacco contenesse o a chi fosse diretto, né doveva farlo.

A lui però non piaceva la consegna, pure altre volte aveva meditato il proposito di opporsi, ma la pigrizia aveva sempre avuto la meglio, in fondo era implicato in quell’operazione da così tanti anni… E poi aveva anche una moglie, dei figli, e non se ne era accorto bene nemmeno lui di come fossero realmente andate le cose e di come fosse finito a trovarsi lì, in un garage pieno di automobili di lusso.

– Eccola, la stavamo aspettando – una voce tuonò, rimbalzando sulle pareti di cemento armato – Immagino che abbia con lei il nostro pacco.

Si avvicinò alla voce misteriosa con le mani leggermente tremanti. Stava sudando freddo. Un pensiero vertiginoso lo invase; lui era una brava persona, o almeno una persona normale, con una famiglia sulle spalle, cosa ci faceva in quel posto? Era un uomo onesto, e la sola idea di poter avere fra le mani della sporcizia gli provocava una tale ripugnanza che non avrebbe più potuto tollerare. Doveva liberarsene e lo avrebbe fatto adesso, davvero.

– La ringrazio molto. Ora torni pure a casa ma, mi raccomando, prenda l’uscita posteriore. Ci rivedremo per la prossima consegna.

Il pacco era scivolato da una mano all’altra senza che nessuno vedesse, sentisse, parlasse o si rendesse conto di niente.

La mosca, dopo l’ennesimo tentativo di lotta contro la lampada, cascò, esanime.




Giulia Coralli anima la poesia di Samir Galal Mohamed | Mixis #14

Proteste, impegno sociale e politica nel quattordicesimo appuntamento con Mixis.

Le immagini in movimento apparente, in vita grazie all’animazione 2D di Giulia Coralli, incrociano le parole in dedica di Samir Galal Mohamed. Il risultato è un incrocio dell’attimo che ancora si compie, di una lotta di ieri, dell’oggi e del domani.

A Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò 
[Questo testo, scritto nel maggio/giugno 2014 ed edito da Marcos y Marcos nel 2015, viene oggi riproposto dall’autore con alcune importanti modifiche, ed è dedicato a quattro giovani attivisti No Tav: Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò – all’epoca, già in carcere dal 2013 per i fatti del 13/14 maggio (accusati di sabotaggio di un compressore nel cantiere Torino-Lione). Durante il processo, che si sarebbe svolto nel dicembre dello stesso anno, i quattro furono poi assolti dall’accusa di “terrorismo”, «perché il fatto non sussiste[va]», ma ritenuti colpevoli di aver “sabotato” il compressore e tutti condannati a tre anni e sei mesi di reclusione e al pagamento di cinquemila euro di multa.]

I
È il contenuto del vostro sacrificio contro la legge
formale che, in quanto tale, non sa che farsene di voi,
se non assimilare l’azione al terrore/l’azione alla mafia,
uniformando la modalità processuale. Ingenuo
è colui che ritiene sia possibile non strumentalizzare:
non esiste voce imparziale. Io voglio strumentalizzare,
poiché la strumentalizzazione dichiarata è,
quanto meno nel mio caso, un atto d’amore,
di riconoscenza, debito e rispetto morale.
Io sono – o potrei essere – un fratello, qualora voi voleste
accettare: chi vi scrive non lo fa con intenti e stile paterni,
ma con la voce rotta di paura, con il balbettio dell’insicuro,
l’intelligenza dell’escluso: con un borghesismo formale.
Con le squame.
Insomma, se fossi un fratello, saprei.
Saprei se tacere oppure parlare. Purtroppo, ora non conosco
che l’ottimismo della vostra volontà;
così non posso fare altro
che cominciare con il chiedere:
posso tacere o devo parlare?

II
Avrei voluto vivere la vita di ognuno di voi,
anziché affrontare la condanna per moderazione;
per la mia giusta – sebbene mai dolosa – medietà…
drastico, invece, riverbera l’arbitrio che fu tutto
oppure niente, puro ed empio. No, non sono, questi,
quattro vangeli che possa interpretare, questo tempo:
non un’ermeneutica civile che traduce
in terrore quella vita attiva farsi luce.
Quanti amici mai venuti – al mondo.
Quanta intelligenza – ancora in grembo.
E nessun interlocutore, nessun contraddittorio…
dov’è la mia comunità?
Che io sia così contemporaneo?
O tanto reazionario?
(Non una parola che non sia soverchia, in poesia;
né assoluto che non si dia azione, in ideologia…).
Madre lontana, come ti hanno scopata male:
senza lambire le pareti – le tue valli –,
addomesticando le tenebre – i tuoi abissi –,
stemperando quell’alba amaranto di rancido
sole. Terre mute e misericordiose, di museruole
sante vi vestirono. Terre padroni e salvatrici.
In fila come tanti devoti nel giorno della scepsi
saremo – anche – redenti. Allora voi sarete stabbio,
noialtri, pigmenti.