Till death do us party | Racconto di Jacopo Nacci

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Cecilia aveva messo sul piatto il vinile di True Blue, aveva acceso il giradischi, aveva appoggiato la puntina sul bordo del disco ed era andata a sedersi al centro del divano, distendendosi sullo schienale e lasciando che le braccia si adagiassero ai lati occupando quasi tutto lo spazio, e ora fissava Ferruccio con occhi duri, dalle palpebre immobili. Ferruccio la guardava, poi volgeva la testa a destra e a sinistra, gemeva, si grattava il capo e poi passava le mani sui pantaloni all’altezza delle cosce, e di nuovo la guardava con gli occhi lucidi, implorando una spiegazione.
– Non vali niente, – disse lei, – sei un incapace totale senza cervello e pure brutto, una merda di scimpanzé, un fallimento senza speranza.
Batté una mano sul cuscino del divano.
– Io e te abbiamo chiuso. Mi fai schifo. La tua faccia mi fa schifo, il tuo corpo mi fa schifo.
Ferruccio abbassò il capo e mandò un altro gemito. Tornò in cucina, a sorvegliare la preparazione della cena. L’orologio segnava le 20.31: gli ospiti sarebbero arrivati a momenti.

Mentre era chino sui fornelli Cecilia gli passò accanto, e lui sentì il suo profumo e il tocco lieve del suo fianco sul sedere, provò una disperata nostalgia dei baci e del corpo di Cecilia, del calore e della pace del suo seno. Cecilia afferrò dal cesto il cavatappi nero da sommelier, estrasse il verme e lo infisse con un colpo secco nel sughero della bottiglia di Pignoletto ancora gelida di frigo. Ferruccio la sentì alle sue spalle fremere dalle narici mentre piantava il dente sulla bocca della bottiglia e sradicava il tappo. Il braccio destro di Cecilia si tese sulla spalla destra di Ferruccio per prendere un calice dal mobile alto, poi versò il vino nel bicchiere e si allontanò tornando al divano.
Trascorse appena un minuto durante il quale Ferruccio continuò a sollevare i lembi della pasticciata dal fondo della padella, girò il riso, preparò altri due tramezzini, poi il campanello suonò e Cecilia si alzò per andare ad aprire. Premette il pulsante del portone del palazzo, girò la maniglia e lasciò la porta bianca accostata, tornò al divano, si sedette, si rialzò, appoggiò il bicchiere sul tavolinetto di vetro, si passò le mani sui jeans tesi, si aggiustò i capelli, indossò un sorriso, e attese gli ospiti nel mezzo della sala con le braccia abbandonate sui fianchi, i talloni lievemente sollevati, il viso un po’ in avanti.
Si sentirono prima le voci: – Permesso? – e uno a uno gli amici comparirono da dietro il rettangolo della porta aperta: prima Manlio, poi Lavinia, Diana con il minuscolo Flavio in braccio, e infine Valerio.
Cecilia baciò tutti e tutti baciarono Cecilia; sollevò lieve un pizzo della cuffia di Flavio – Che amore, mamma mia, Diana! – mentre Valerio entrava per primo in cucina e salutava Ferruccio:
– Ferruccio, ciao! Ti dai da fare, eh?
Ferruccio abbandonò il cucchiaio di legno sul bordo della padella e si voltò sorridente verso Valerio cercando di nascondere gli occhi ancora lucidi in un abbraccio per poi voltarsi subito ai fornelli, ma entrarono anche gli altri.
– Eccolooo! – gridò Diana, e gli diede un bacio sulla guancia, piegandosi in avanti e tenendo Flavio tra loro.
– Il protagonista indiscusso della serata! – disse Manlio.
– Ciao Ferruccio, – disse Lavinia, accarezzandogli la spalla.
– Ehi, – disse Manlio con un ghigno, – qui c’è una pasticciata! Cecilia, stasera fai un’eccezione?
– Chi? La vegetariana di ferro? – disse Diana.
– Be’, – disse Cecilia abbassando il capo e sorridendo, – sulla pasticciata ci penso.
Diana le accarezzò i capelli. Valerio rise.
– Intanto vi verso il vino, – disse Cecilia, accostandosi a Ferruccio che si abbassò per permetterle di prendere più agevolmente i bicchieri. Cecilia versò il vino nei calici svuotando la bottiglia di Pignoletto, aprì il frigorifero e ne tirò fuori una identica, la aprì con il cavatappi nero e la lasciò sul piano della cucina. A due a due, portò i calici agli altri che si erano accomodati in sala, Diana con Flavio in braccio e Manlio sul divano, Valerio sulla poltrona, Lavinia su una sedia. Cecilia allontanò dal tavolo una sedia per sé, andò al tavolinetto di vetro, prese in mano il suo calice, tornò alla sedia e si sedette in punta.
Ferruccio dalla cucina li ascoltava. Parlavano dei concerti e del teatro e delle mostre cui erano appena stati, di alcuni eventi notevoli degli anni passati, e di quelli che stavano per arrivare e per i quali si stavano organizzando. Portò in tavola i tramezzini sul vassoio d’argento. Si voltarono a guardarlo, – Grazie Ferruccio, – dissero uno dopo l’altro. Tornando in cucina Ferruccio vide Manlio alzarsi e prendere il vassoio e cominciare a fare il giro della sala per porgerlo agli altri, continuavano a parlare di ciò di cui parlavano. Mentre Ferruccio spegneva il fornello sotto la pasticciata, l’ultima canzone del primo lato del disco finì e ci fu un momento di silenzio; sentì Diana dire:
– Allora? Questo Giulio?
Diana aveva formulato la domanda a un volume più basso rispetto a tutte le altre cose che si erano detti fino a quel momento; seguì una seconda domanda, probabilmente più specifica, che Ferruccio non comprese; ci fu un nuovo momento di silenzio, e poi la voce di Cecilia, che bisbigliò qualcosa a un volume ancora più basso, e infine le risate soffocate di tutti. Una lacrima gli cadde nella pentola del riso, due, tre, finché non si passò il dorso peloso della mano sugli occhi. Qualcuno, di là, girò il disco e riavviò il piatto.
Assaggiò il riso: era pronto, lo scolò e lo portò in tavola assieme alla pasticciata. Gli ospiti presero i loro posti.
La cena fu breve, nessuno mangiò troppo e Ferruccio meno di tutti; gli amici non fecevano che complimentarsi con lui, Cecilia non gli rivolgeva uno sguardo; di tanto in tanto si era alzato per cambiare i piatti e liberare il tavolo dai recipienti vuoti: li portava in cucina, nel lavello, apriva il rubinetto e si tratteneva a sciacquarli, lontano da Cecilia, mentre da di là venivano i discorsi sui vecchi tempi, e di lì, transitando attraverso le consuete professioni di incredulità sui quarantanove anni di Cecilia, si era finiti al suo rigore fisico e spirituale, la floriterapia, lo yoga e la fluida attività dei suoi chakra.
– Il corpo riflette la serenità interiore, – stava dicendo Cecilia quando Ferruccio uscì dalla cucina per cambiare lato al vinile, – ragazzi, ma per forza, su: essere in armonia, non fare del male a nessuno, è tutto qui: non covo brutti pensieri.
– Su di te, – disse Diana, mentre Ferruccio tornava alla sua sedia.
Cecilia sorrise e scosse il capo come per levarsi di mezzo una mosca, posò il bicchiere sulla tovaglia, si voltò alla sua destra, verso Diana che scrutava il musetto addormentato di Flavio.
– Sarebbe?
– Non covi brutti pensieri su di te, Cecilia, – disse Diana girandosi a guardarla e sorridendo – io non sono come te perché le mie bruttezze le contengo responsabilmente dentro di me.
Risero. Ferruccio sentì che stava per scoppiare a piangere; si alzò e cominciò a raccogliere i piattini del dessert e i cucchiaini per portarli nel lavello della cucina.
– Ferruccio, sei proprio l’eroe, stasera, – disse Manlio.
Ferruccio lo guardò, disse – Uh! – e sfoderò il miglior sorriso che aveva, digrignando tutti i denti, arricciando le labbra fino a mostrare le gengive.
Si allontanò con i piatti, entrò in cucina, e li lasciò cadere nel lavello facendo un rumore di cui subito si vergognò. Aprì il rubinetto scatenando un flusso d’acqua spesso e compatto, e scoppiò a piangere.
Entrò Cecilia, si chiuse la porta alle spalle.
– Ma guardalo! Piange, anche! Ma che cazzo piangi! Tanto non cambia quello che sei, una merda! Pensi che io stia bene? – si appoggiò alla porta della cucina con le mani dietro la schiena, – credi che io sia, non so, felice e luminosa, dopo che mi hai costretta a impartirti la lezione che meriti? E non guardarmi così! Sì, sì, te la meriti. Per quello che sei, sei schifoso!
Uscì lasciando la porta aperta. Ferruccio chiuse il getto del rubinetto e rimase immobile, le mani accartocciate sul bordo del lavello, i peli delle mani bagnati e neri. Allora sentì distintamente Diana sussurrare: – Era necessario?
Non capì la risposta di Cecilia. Li sentì parlare piano, tutti, tra loro. Fino a che Cecilia alzò di poco la voce e disse:
– No, non lo faccio io. Già l’ho lasciato.
Seguì un istante di silenzio, poi la voce di Lavinia.
– Lo faccio io.
Lavinia entrò in cucina e passò dietro Ferruccio ancora chino sul lavello, prese il cavatappi e il panno di spugna che usavano per asciugare i piatti: gli si avvicinò e gli avvolse con dolcezza il panno attorno al collo, come una sciarpa, gli accarezzò il capo, gli passò un dito dall’alto in basso sulla spina dorsale, gli aprì la mano sul bacino. Ferruccio ebbe un fremito. Lavinia disse:
– Grazie, tesoro.
Ferruccio fu accecato da un dolore alla base della nuca. Qualcosa era entrato dentro di lui, dove non doveva stare; gli piovve in bocca un sapore metallico, e nella carne avvertì la consistenza fredda dell’acciaio, lo sentì scavare nella sua testa. Poi vide bianco, bianco senza scampo.

Lavinia tornò dalla cucina con un sorriso larghissimo sulle labbra e il cavatappi insanguinato in mano; sollevò le braccia in segno di vittoria. Tutti si alzarono e dissero: – Eeeh! Evviva! – e applaudirono. Cecilia si alzò dalla sedia, girò intorno al tavolo saltellando e andò ad abbracciare e baciare Lavinia.
– Dài! Diamoci una mossa! – disse Valerio.
Mentre Cecilia e Lavinia sgomberavano il tavolo, Manlio e Valerio andarono a prendere il corpo di Ferruccio. Diana li guardava sorridente dalla poltrona, cullando Flavio. Valerio e Manlio adagiarono il corpo di Ferruccio sul tavolo, a pancia in giù; aveva le maniche della camicia tirate su per via del lavoro in cucina, e le braccia abbandonate, come in attesa di un massaggio. Cecilia andò a prendere la falce e i cucchiaini. Porse la falce a Manlio:
– Vuoi fare tu?
– Oh yeah! – disse lui, Cecilia rise e lo baciò sulla guancia, poi appoggiò i cucchiaini sul tavolo, accanto al fianco di Ferruccio.
Manlio prese la testa di Ferruccio tra le mani, aggiustò un poco la posizione, poi con la sinistra la tenne ferma allargando il pollice e l’indice sulle tempie, e con la destra cominciò a ruotare la falce intorno al cranio; terminato il primo giro, afferrò con la mano sinistra i lunghi peli neri sulla sommità del cranio, annodandoseli bene attorno alle dita strette a pugno, e con l’altra mano continuò a girare la falce attorno al cranio, finché non si udì lo schiocco, e la calotta si staccò mostrando il cervello striato di sangue di Ferruccio.
– Eeeh! – gridarono tutti, e applaudirono.
– Aspetta aspetta, – disse Cecilia precipitandosi in cucina, – il Prosecco!
– Le bollicineee! – disse Lavinia.
– Super! Scimmia e Prosecco! La morte sua! – disse Valerio, – fortuna che ci hai pensato, sennò rimanevamo come l’ultima volta.
– Mamma mia, – disse Diana, – è stato più di vent’anni fa, e tu ancora ti ricordi che non avevamo il Prosecco?
– Eccolo, eccolo! – disse Cecilia tornando, – su, scolate!
Cecilia fece saltare il tappo mentre Diana proteggeva la testolina di Flavio con una mano e gli altri svuotavano i calici; quando tutti ebbero appoggiato i bicchieri sui tavoli, Cecilia li riempì.
Brindarono.
– Veloci, dài, sennò si guasta, – disse Valerio.
– Tieni, vegetariana, – disse Manlio prendendo l’ultimo cucchiaino rimasto sul tavolo e porgendolo a Cecilia. Cecilia baciò di nuovo Manlio sulla guancia, vicino alle labbra.
– Ehi, vacci piano! – le disse Lavinia, e risero tutti.
Si riunirono in cerchio attorno alla testa di Ferruccio. Cecilia immerse il cucchiaino nel cervello di Ferruccio, ritagliò una piccola porzione, poi affondò, e mosse orizzontalmente, per separarla, e se la portò alle labbra.
– Eeeh! – fecero gli altri, e anche loro cominciarono a servirsi.
Diana fece il gesto di avvicinare il cucchiaino con una particola di cervello alla bocca di Flavio.
– Diana! – gridò Lavinia, – per favore!
Risero tutti di nuovo.
Lavinia accarezzò il minuscolo braccio di Flavio, prese un ciuffo di peli nerissimi tra le dita e se li rigirò.
– Mio Dio, senti come è morbidooo!
Cecilia sentì la bocca riempirsi di quel sapore agrodolce che la riportava così indietro nel tempo; guardò Flavio, e le voci degli altri le parvero attutirsi all’improvviso: certamente il piccolo sarebbe stato il loro ultimo dessert speciale, e forse qualcuno di loro non avrebbe visto quel giorno. Girò lo sguardo sui suoi amici, e fu come se vedesse per la prima volta i capelli striati di grigio di Diana, i muscoli ogni anno più sgonfi di Manlio, la pelle che si arrendeva attorno al mento di Lavinia, le rughe che si sprigionavano dagli angoli degli occhi di Valerio. E capì di non avere scampo.




Scalare, scavare | Racconto di Claudio Morandini

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«Giochiamo a scalare le montagne!»

Lo ha detto Alberto, e a noi è sembrata subito una buona idea. Giusto dietro casa mia c’è un cantiere abbandonato in cui possiamo fare quel che ci pare. Prendiamo nella rimessa del padre di Luchino tre badili e un piccone e ci avviamo.

Per scalare una montagna ci vuole la montagna, e nel cantiere non c’è neanche un monticello, un cumuletto. Tutta la terra estratta dai primi scavi è stata portata via da tempo, sui camion, sennò avremmo usato quella. Dovremo tirarcela su noi, quella montagna, poi ci saliremo enfatizzando gli sforzi e i gesti, come alpinisti veri, e il primo che arriverà lassù in vetta scaricherà zolle e fango su quelli ancora in arrampicata. Ecco perché ci servono i badili e il piccone.

Discutiamo a lungo sulla zona più adatta a erigere la montagna. Che sia lontano dalla strada e dalle finestre di casa mia, o ci scopriranno subito, e allora addio divertimento. Che la terra sia morbida, o faremo troppa fatica e rischieremo di stancarci prima di finire. «Ecco, qui. Che vi pare?» dice Saverio indicando con l’aria dell’esperto un punto qualsiasi del terreno. «Certo, bene» approviamo in coro, dandoci un tono anche noi.

Cominciamo a scavare da una parte, per ammucchiare le palate di terra da un’altra, e andiamo avanti in questo modo per un’ora, due. Per non sentire la fatica ci raccontiamo storie, ci sfidiamo in gare di insulti o bestemmie, ma come sempre finiamo a parlare della scuola, dei compiti che sono troppi e troppo complicati, dell’ansia che durante certe lezioni ci fa sentire il cuore proprio in fondo alla bocca, del rischio di vomitare ogni volta che un professore prende la scatoletta dei numeri per tirare a sorte gli interrogati. La vita, a parlarne così, ci sembra tetra e disperata. E chissà per quanti anni ancora dovremo sentirci il cuore in gola e la pancia in tumulto. Allora, mentre scaviamo, sudati, già ricoperti di polvere, con i moccoli che penzolano dalle narici e ci scivolano in bocca, pensiamo a quello che faremo da grandi, ai mestieri che non richiedano studi troppo lunghi, fatti di pochi gesti netti, come il macellaio (Alberto), il poliziotto (io), il gruista (Luchino, che è figlio di un gruista), l’ammazzatore di bestie al macello (Saverio), il bidello (Peppo, che crede che i bidelli siano figure di spicco, giacché sgridano un po’ tutti, compresi gli insegnanti).

Ogni tanto ci fermiamo, per misurare con lo sguardo l’altezza della nostra montagna. Ma la troviamo sempre bassa, un cumulo insulso da cui ogni badilata rotola giù e che sembra non elevarsi mai. «Non ce la faremo per oggi» dice Peppo. «Continuiamo domani» dico io. «Ma domani non avremo più voglia di giocare a scalare la montagna!» «Perché? Io ho sempre voglia di…» «Perché… perché…»

Ci mancano le parole per definire quella specie di volubilità che ci coglie spesso di fronte a cose che fino a poco prima ci sembravano indispensabili, e ci costringe a rinunciare tra mille sbadigli che ci riempiono gli occhi di lacrime. Però è vero: dobbiamo tirare su la montagna oggi, prima di sera, salirci, riempirci di zolle in testa fino a stordirci, e tornare a casa contenti. Domani chissà che cos’altro ci inventeremo. Così, sbuffando, ammucchiamo terra per un’altra oretta, scavando sempre più in profondità.

Adesso nessuno ha più voglia di parlare. Sbuffiamo, rantoliamo, tiriamo su con il naso, ed è tutto, alla nostra età è come parlare. Però, ecco, dopo la terza ora il cumulo prima informe sembra prendere una sua fisionomia, assomiglia a una piramide sghemba, è una montagnola, anzi una montagna, poche balle! Ci fermiamo, ansanti, per ammirarla. È più alta di noi, e tanto basta. Da lassù, dalla cima a cono, il primo arrivato scaricherà sui nemici tutta la sua collera, finché non smotterà giù anche lui, ma a quel punto sarà l’ora di cena.

Poi guardiamo ai nostri piedi: per erigere la nostra montagna, a furia di strappare palate di terra alle radici e alle pietre abbiamo creato una montagna al contrario, un grosso buco polveroso, imbutiforme. Saverio ci si è anche immerso, in quel buco, per tirarne fuori la terra con più agio, e ora che è lì dentro non vorrebbe uscirne. «Vieni su!» gli diciamo. Lui nicchia. «Venite giù voi» dice. «Ma il gioco è un altro.» «I giochi si cambiano.» Si accuccia nel buco, respira a fondo come se dovesse tuffarsi, si prende le gambe con le braccia, abbassa la testa sulle ginocchia. «Guardate, sono morto» dice.

«Potremmo riempirlo di terra da quassù» suggerisce Peppo, che di noi è il più sveglio. L’idea sul momento ci diverte: ma non lo facciamo, perché ci attira di più scendere accanto a Saverio per accucciarci e fingerci morti anche noi. Così ci caliamo e continuiamo a scavare finché il fondo non è abbastanza largo da accoglierci tutti. Stiamo stretti, è vero, nella terra nera, ma anche questo ci piace, ci conforta. Della montagna che ci ha fatto faticare per più di tre ore non ci importa più niente. Volevamo fare gli stambecchi o le aquile, e ci ritroviamo arrotolati come lombrichi, ma va bene così. Quaggiù i grandi non ci troveranno mai, fantastichiamo, accovacciati come Saverio. Ci chiameranno, quando sarà ora, e noi non risponderemo. Ci cercheranno, ma a nessuno verrà in mente di guardare in fondo a un buco che prima non esisteva e si confonde nel terreno accidentato del cantiere. Tra un po’ sarà buio, e allora sarà impossibile vederci. Riappariremo tra la gente come spettri, e sarà uno spasso.

Be’, siamo ancora qui sotto. Respiriamo appena, ci sentiamo respirare. Ogni tanto ci scappa da ridere, per un niente, poi torniamo seri. Ci raccontiamo sottovoce quanto dolore proveranno i grandi a crederci scomparsi. Assaporiamo la malinconia, la nostalgia di casa, l’inerzia, il freddo, l’intorpidimento degli arti, il senso crescente di fame. Ci commuoviamo quasi a immaginare il lutto impotente dei nostri amici, dei parenti. Sarà questa la morte? ci chiediamo immersi nella nostra montagna al contrario, sarà questo senso di torpore, dolore, noia?

Quando, senza dirci nulla, decidiamo che è sufficiente e ci tiriamo in piedi, ci sentiamo aggranchiti come dei vecchi. Uscendo dalla fossa all’ombra della montagna che abbiamo tirato su, ci chiediamo se qualcuno ci sta già cercando nei campi, tremante di angoscia.

Nessuno ci ha cercati, scopriremo una volta tornati a casa.

 




Lo scrivano Fedyf | Racconto di Federico Roncoroni

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La sera era scesa rapidamente, quasi di colpo. Il sole, pallido per tutta la giornata, al tramonto aveva acceso il cielo lontano di mille fuochi rossastri. Il vento che soffiava gelido infilandosi giù dal Nord, dai contrafforti del Libano, come lungo una pista millenaria, aveva spazzato via ogni più piccola nube, e la notte si preannunciava limpida e fiorita di stelle.

Fedyf, finita la sua giornata, tornava a casa, perso nei suoi pensieri. Le stradine di Bethlehem erano ormai deserte. Le comitive di Galilei e di Samaritani che erano venute in città per registrarsi erano scomparse. Alcuni gruppi erano già sulla via del ritorno. Altri avevano forse trovato ospitalità presso parenti. Altri ancora bivaccavano nei recinti delle pecore, appena fuori l’abitato.

Fedyf era stanco. Aveva cinquantotto anni, e una lunga, misteriosa malattia che lo aveva lasciato prostrato, vuoto come un guscio di noce. Di tanti sogni e di tante speranze gli erano rimasti solo i suoi studi. Era uno studioso, Fedyf. Studiava il Libro. Lo studiava da anni, da sempre. Vi cercava un più solido appiglio alla sua fede vacillante e vi cercava anche se stesso. Studiava, ma per vivere lavorava. Era scrivano, addetto all’anagrafe e all’annona nella sede locale dell’autorità governativa: un umile servitore di Erode, quel re che era re solo di nome, perché ormai in Palestina comandavano i Romani. Il lavoro, piuttosto noioso, lui lo svolgeva coscienziosamente. Tanto, poi, la sera e la notte si consolava leggendo il Libro o ripensando a ciò che poteva essere e non era stato.

Quell’anno, però, gli era capitata un’incombenza diversa dalle solite, e in un certo senso anche piacevole. Gli era stato affidato il censimento degli abitanti di Bethlehem, quel censimento – voluto da Romani ma condotto secondo le leggi di Israele – che aveva messo in movimento tutta la Palestina, con famiglie che, per registrarsi, attraversavano il paese da nord a sud e da sud a nord, dalla costa alle montagne, dalle montagne alla costa.

Davanti a lui sfilavano i suoi compaesani. Molti li conosceva, e non aveva neppure bisogno di chiedere loro il nome. Altri ignorava chi fossero, perché erano troppo giovani. Ma i più venivano da fuori, spesso da lontano, da molto lontano. Il censimento prevedeva infatti che ognuno si registrasse nel luogo di origine della sua stirpe. E così molti venivano da Yerushalayim e da Bethania, molti dalla Samaria e molti ancora più da lontano, dalla Galilea, da Naim, da Nazareth e da Cafarnao.

Come quei due. Quell’uomo alto e possente, e quella bambina, la sua sposa, dal viso così dolce e dal pancione più grosso di un otre. A vederli era rimasto colpito. Era gente povera, affaticata da un lungo viaggio, ma attirava l’attenzione. Soprattutto per la tenerezza che li animava, l’uno nei confronti dell’altra: lei, con quella pancia enorme, che si appoggiava a lui con totale fiducia e lui che la sosteneva con la dolcezza con cui il gambo sostiene la corolla del fiore.

Quando poi l’uomo aveva detto il suo nome, Fedyf era trasalito, e si sarebbe anche alzato in piedi per rendergli omaggio, se non si fosse vergognato del suo giovane e ironico assistente. “Sono Yoseph, aveva detto l’uomo, della stirpe di Dawid”. Della stirpe di Dawid! Fedyf ripercorse in un attimo il lungo elenco di personaggi che, come aveva letto tante volte nel Libro, legavano quell’uomo forte e squadrato al grande re Dawid. Lo guardò e colse, o gli parve di cogliere, nei suoi occhi di persona umile e buona, un lampo di regalità. Ma gli occhi di lei… teneri e grandi come occhi di cerbiatta, lucidi e luminosi come gocce di rugiada, ridenti e schivi come gli occhi di una vergine. E quel pancione, così grosso per una bambina come lei. Si chiamava Miryam. “Questa è Miryam, la mia sposa” aveva sorriso Yoseph. “Da dove venite?” “Da Nazareth.” “È lontano.” “Si, abbastanza”. E sorrise tranquillo. Sorrideva anche la piccola Miryam. Sorrideva, poi vacillò un attimo e un breve gemito le uscì dalle labbra. Yoseph la sorresse, come il tralcio sorregge il grappolo. “Siamo vicini, eh?” “Sì, ormai il tempo è arrivato.” “E quando sarà?” “Quando Lui vorrà”. E se ne erano andati, lei appoggiata a lui con l’abbandono con cui la spiga matura si lascia carezzare dalla brezza.

Fedyf entrò in casa. Si gelava, là dentro: tra quei muri sottili il freddo si faceva sentire più forte che fuori, tra i sassi e l’erba dei magri pascoli. Fedyf accese il fuoco. Ma nell’accingersi ad appendere all’anello il coccio con il latte da riscaldare per sé e per il suo gattino, si fermò. Era stato improvvisamente colto da un dubbio. Più che altro uno scrupolo. Forse infondato. Certo inutile. Ma il lavoro si fa bene o non si fa. Quella donna, Miryam, era prossima a partorire. Forse l’avrebbe fatto proprio lì a Bethlehem, perché certo in quelle condizioni e a quell’ora i due non potevano essersi rimessi in viaggio. Forse quella creatura sarebbe nata proprio lì, prima della chiusura del censimento. Cosa doveva fare Fedyf?

Aveva registrato due nomi, Yoseph e Miryam. Ma quelli ormai erano tre e non più due. Che fare? “Niente”, gli avrebbe detto, se fosse stato lì, il suo giovane assistente. Niente. Eppure non sarebbe stato corretto. Forse non era neanche legale. No, no. L’indomani avrebbe aggiunto un nome in più accanto a quello di Yoseph e Miryam, ad allungare di una nuova generazione le cento generazioni della stirpe di Dawid.

Ma quale nome? Come si sarebbe chiamato il bambino? Il bambino? Perché un bambino e non una bambina? E di colpo una luce aprì gli occhi della mente di Fedyf. E Fedyf ricordò. Miryam, la piccola donna con la pancia, aveva detto, mentre si parlava del suo parto ormai prossimo, di essere sicura che sarebbe stato un bambino; e in un soffio, a voce bassa, come se parlasse con se stessa, ma non tanto bassa da non farsi sentire da Yoseph, che aveva sorriso, e da lui, che quasi non ci aveva fatto caso, aveva pronunciato anche il nome con cui l’avrebbe chiamato: Yeshua.

 




The queen of Chinatown | racconto di Francesco Muzzopappa

 

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Sono arrivato in via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese, nel suo momento peggiore, quando ancora la via non era stata pedonalizzata e migliorata esteticamente con la distesa di sanpietrini, aiuole e dehor. Sono pugliese e, devo ammettere che in famiglia non abbiamo mai avuto molta dimestichezza con il popolo cinese. Quando una sera, chiamando casa, annunciai ai miei genitori che sarei andato fuori con amici a mangiare riso alla cantonese, mio padre pensò subito al Canton Ticino.
Per lui si trattava di risotto svizzero.

In quegli anni le leggende metropolitane sul mio quartiere si moltiplicavano ed erano tutte più o meno attendibili. Domenico, un mio amico agente immobiliare, mi raccontò di aver venduto un appartamento con cantina a una famiglia cinese di quattro persone. Nel giro di due mesi le quattro persone divennero diciotto e nello scantinato, al momento dello sgombero, furono rinvenute sessanta bombole di gas. Fu sempre Domenico a raccontarmi di quel ristorante dodici vetrine in zona Aleardi chiuso dalla polizia in seguito al ritrovamento in cucina di ceneri umane.
Dite quello che volete, ma a Lambrate cose del genere non accadono. Al di là dell’interregionale da Genova in ritardo sul binario 2, di vicende eclatanti non ce ne sono.

Eppure, escludendo questi piccoli inconvenienti, a me i vicini di quartiere piacciono molto. Il senso del surreale che io coltivo da anni, loro ce l’hanno nel sangue.
In Paolo Sarpi, per esempio, noi non abbiamo Tiffany & Co., troppo pretenzioso e scontato. Abbiamo Anelly & Co., con un’insegna che ne imita perfettamente colore e lettering.
Nel caso mi servissero un paio di occhiali avrei l’imbarazzo della scelta: potrei entrare da Amici, l’emporio che in sette metri quadri, come recita l’insegna, ha un “vasto assortimento di bigiotteria, profumeria, pelletteria e occhialia”. Oppure da Simpatia, il negozio all’angolo della traversa in cui abito, specializzato sia in ottica che in tastiere per computer. Ha misteriosamente a catalogo entrambe le categorie merceologiche.
Non mi scandalizzo, in fondo anche Armani ha nello stesso palazzo sia fiori che tappeti. Penso anzi sia questa la nuova frontiera dei negozi: libreria e igiene intima, panzerotti e tergicristalli, infissi e animali da giardino.
Il futuro è nel meltin pot.

Di fronte al balcone di casa mia ho tre centri massaggi.
Nati come importanti studi di riflessologia plantare, ogni sera si riempiono di ragazzini che, fino alle due di notte, hanno bisogno di cure specifiche per il loro piede gonfio.
La caratteristica principale di questi centri di nuova generazione sono le massaggiatrici in abiti succinti, tacchi a spillo e trucco vistoso che attendono i clienti passeggiando davanti alla porta d’ingresso, a volte invitando alla prova. Tutte giovanissime, spudorate e piene di acne, non perdono tempo a mostrarmi il dito medio quando talvolta mi affaccio dalla finestra. Ma io sorrido e mi ritengo fortunato. Non voglio immaginare il dolore che si prova quando a regalarti il lieto fine è una cinesina con l’apparecchio.

Girare per via Paolo Sarpi di notte è come fare una visita al set dei Sopranos.
Davanti alle macellerie è un via vai di lussuose Audi tirate a lucido solitamente guidate da ragazzi ancora alle prese con la pubertà, di norma pettinati come Lorenzo Lamas. Escono dall’auto e con passo trafelato aprono il bagagliaio e scaricano interi quarti di bue ancora grondanti di sangue.
Uno come Dario Argento da scene simili ci tira fuori una trilogia.

Se c’è però un posto da non perdere è la sartoria in cui porto a rammendare i miei pantaloni.
Invecchiando – la parola esatta è ingrassando – si rompono quasi sempre sul cavallo oppure sul sedere. Non sto parlando di piccoli buchi, ma di autentiche voragini che si aprono sul culo, a sorpresa e nei momenti più imbarazzanti.
Tempo fa, in occasione di una premio letterario, sono salito su un palco davanti a una platea di intellettuali pronti a impallinarti per una perifrastica di troppo. In quella situazione rassicurante, i miei pantaloni neri, ampi al punto di giusto da evitare strappi improvvisi, decisero di regalarmi comunque, a sorpresa, una presa d’aria sotto i testicoli.
Quella sera indossavo mutande chiare e portai avanti un lungo monologo sull’importanza della narrativa umoristica americana di stampo ebraico con un buco proprio lì.
Quella stessa sera fui invitato in trattoria da altri amici scrittori e giornalisti. Posai addirittura per qualche foto, seduto a gambe aperte mentre sorridevo pensando ai pamphlet satirici di Swift.
La mia compagna, che era con me, non ebbe la forza né il coraggio di raccontarmi del cerchio bianco che avevo nei calzoni. Solo recentemente, a due anni dall’accaduto, in una vacanza a Bilbao ha trovato le parole per raccontarmi tutto, vietandomi di comprare altri pantaloni confezionati con la carta velina. Io però, affezionato ai miei feticci, li porto di nascosto a riparare da Monica.
Monica, in realtà, non si chiama Monica. È il nome d’arte di una donnina cinese che ha rilevato il vecchio negozio del mio storico sarto siciliano.
A guardarla, Monica è una donnina pacifica, sorridente. Sarà alta un metro e quaranta. Nelle sue intenzioni, la grossa crocchia nera sulla testa dovrebbe probabilmente slanciarla, ma l’immagine che se ne ricava è quella di una signora schiacciata da un meteorite scuro ancora appollaiato sullo scalpo.
Il piccolo laboratorio è a vista: sullo sfondo si staglia una mezza dozzina di macchine da cucire, tutte professionali, gestite da ragazze di un’età indecifrabile. Potrebbero avere venticinque anni come anche undici. Ogni volta che entro nel negozio le trovo sempre ingobbite sulla loro postazione, accatastate l’una accanto all’altra come bastoncini dello Shangai mentre lavorano con cura al rammendo di abiti da riparare o al confezionamento di vestitini per bambini, prendisole estivi e cappelli con insulti alla moda tipo Nigga o Slut.
Tanto gentile verso di me, Monica si trasforma però nell’anticristo con i sottoposti.
Da perfetto ingenuo, ho sempre pensato che andare dal sarto non debba portare necessariamente all’arresto cardiaco, ma mi sbagliavo. Il suo tono di voce è di qualche tacca superiore alla sirena di un antifurto. A ogni urlo della virago, la mia aorta minaccia cessazione di attività. Certe volte mi chiedo come mai, dopo aver inventato le essenze di violetta e ciclamino, la Ambipur non si sia dedicata alla produzione di diffusori allo Xanax, fragranza di cui, per come la vedo io, in certi ambienti di lavoro si sente la mancanza.

Succede che un giorno ho portato a riparare i miei pantaloni camouflage, rotti anche stavolta sul didietro. La sartina ha fissato prima me e poi il buco tentando di trovare, lo intuivo dal suo sguardo sornione, un legame tra il grosso foro e le mie scelte sessuali.
Guardi, è l’usura. Li uso da anni e a un certo punto si sono rotti, le ho detto.
Niente. Seguitava ad ascoltarmi sorridendo, trattandomi come fossi un tizio che si sforza di raccontare storie che non stanno in piedi, tipo quelli che vanno in pronto soccorso con una melanzana nel culo millantando di esserci caduti sopra.
Per come la vedo io, nessun professionista in procinto di offrirti un servizio a pagamento dovrebbe mai ridere delle tue disgrazie. È come andare dal dermatologo per un problema di calvizie e sentirsi dare dello sfigato, prima di essere sommerso dalle risate. Non funziona così. Non si fa.
Tla sette giolni, va bene?, mi chiese sorridendo, ancora, lasciando passare il sottointeso che per rammendare una voragine del genere fosse necessaria una lunga settimana di lavoro. E che per qualche tempo avrei dovuto lasciar perdere i miei incontri gay in giro per le periferie di Milano.

Quando mi trovo in situazioni del genere cerco sempre di calmarmi da solo, ben sapendo che non appena la situazione degenera ho bisogno di tranquillanti per cavalli.
Il fatto è che io di quei pantaloni avevo proprio bisogno.
Nell’armadio avrò circa duecento t-shirt ma di pantaloni ne ho solo due paia, uno per l’inverno e uno per l’estate, corto, e girare per Milano con i calzoni corti a novembre come fossi alle Bahamas, non mi pareva una buona strategia.
Le dissi, così, che purtroppo, avrei dovuto cambiare sarto. Sette giorni erano troppi.
Immediatamente il suo volto cambiò. Da che faticava a trattenere le guance dal ridere, il sorriso di Monica si trasformò in un’espressione di morte.
TU CAMBI SARTO?, mi chiese con un italiano perfetto, smettendo accento cinese e ghigno sarcastico.
SÌ, risposi, con lunga pausa a effetto. Che faccio, le dissi, regalandole una nuova fiammante, lunga pausa. Vado via?
NO!, rispose, stringendo gli occhi in una espressione di sfida. OGGI POMELIGGIO, annunciò con forza, lasciando il resto del lavoro sporco al sopracciglio così alto da perdersi nell’attaccatura dei capelli.
Qualsiasi persona normale, a quel punto, sarebbe rimasta disgustata dal mio comportamento, e io per primo. Ma non feci una piega, lasciando la sartina a rigirarsi il buco dei calzoni tra le mani mentre io prendevo la porta ribadendo, con la stessa acidità di una ragazzina delle medie, “a oggi pomeriggio, allora!”.

Tornai a casa e immediatamente accesi il computer.
Volevo prendere appunti sull’episodio ma non riuscii. Pensai solo, davanti allo schermo acceso, che in una guerra tra psicopatici io potevo avere molte chance di vincere.
E che abitavo in un quartiere davvero multietnico, in cui cinesi che scaricano cadaveri dalle Audi riescono a integrarsi alla perfezione con italiani come me, che arrivano a ricattare una sarta per rammendare un paio di calzoni.

 

 




Passi perduti | Racconto di Angelica Paolorossi

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“A volte mi pareva d’essere una nube nera, pronta a trasformarsi in una fioritura di tuoni e di lampi, sempre sospesa, sempre incombente, ma mai capace di grandi cose. Se sapeste com’ero coraggioso, quando non c’era alcun bisogno di esserlo… Se sapeste come amavo la letteratura e con quanto disprezzo, invece, la respingevo!”

Emanuel Carnevali

 

 

 

 

PASSI PERDUTI

 

Mai più. Non volevo più scrivere. Ma mi bracca un silenzio invalido boccheggiante di parole, spremendo forze che impongono alle dita di consegnare alla carta i ricordi. A che serve, mi chiedo, a che serve raccontare le storie, se non sanno mutare gli eventi. Eppure non è una mia scelta, non mi posso sottrarre, non riesco a fuggire da questo. Mi legate le mani e la penna, momenti, chiedendomi d’essere raccontati con forza! Mi svelate eclissandomi un vostro piano preciso, ignorando criteri di racconti irreali, raziocini bugiardi che ingabbiano storie, perché la vita è ben altro, tutt’altro che logica, e ogni trama fittizia, al sentimento, è prigione.

 

Stringendo menzogne le cercavi la mano, stremata fuggente nervosa, di questo puoi dipingere ora, mentre crollo dal viso le mani sui bordi dei fianchi di un pavimento gelido quasi quanto la tua mano affilata. Coltelli ti dico, sei un uomo tutto coltelli. Hai avuto a che fare con lei quella notte, ma non ti sei accorto. Non t’accorgevi di niente. Dondolava i piedi nervosi dai bordi del letto, camuffando i suoi polsi malconci dentro maniche assurde quasi quanto il tuo desiderio d’averla. D’io padre figlio e spirito stanco. Amen. Si cullava il delirio avanti e indietro col capo chino, dondolando il suo timido impaccio di pose, senza alzare lo sguardo, le labbra tremanti pendenti sorrisi imbastiti alla buona, gettandoti solo qualche occhiata sfuggente. –Mi vedi?- domandava implorante il suo inquieto mutismo. Tu cieco fissavi pareti in diversi punti imprecisi, aspettando di vederle gli occhi svuotarsi sul pavimento. –Alzati, alzati e vattene- le ripetevo all’orecchio (ogni volta), ma non le riusciva di alzarsi, o di sentirmi, o di ascoltarmi. Ti credeva. Lei ti ha creduto sempre. Io mai. Non avresti dovuto giocare con lei, non avresti dovuto giocarle quel tiro. Provavo pena per voi, per le vostre sconcezze, per il tuo ghigno insincero e per il suo bisogno d’amore, per la tua assenza d’onore e la sua mancanza d’ingegno. E ancora mi dolgo di non avervi fermati, di non avervi arrestati su carta fissando parole, di non avervi inventati impedendo che poteste esistere in vero, di non avervi guidati, coi polsi, verso qualcosa di serio. Di questo mi pento, solo di questo mi pento, e con tutto il cuore mi dolgo, di non avervi salvati. 

 

Parlando con me, dei miei versi, hanno detto perfino petite musique célinienne, ma di ben altro che  di stile s’interessavano quelli, intrigati piuttosto da cene, caffè o sotterfugi verso chissà quali istanze. Non mi riusciva di credere al tempo sprecato a parlare di storie che non avrebbero letto. Denigravo interdetta ogni tipo d’approccio, disprezzando ogni intento che eccedesse i contorni di un foglio. Ch’io ricordi nessuno mai mi chiese qualcosa cui avrebbe avuto senso rispondere.

 

Ebbe inizio con lei ad una mostra. Ne notasti curioso l’incaglio dei gesti, tra una mano ben tesa ed un’altra nervosa, a riaccostare capelli filtrati per caso da un’acconciatura imbastita alla buona –Ti posso offrire un caffè?- mormorasti. C’era un bar lì di fronte. Lei sorrise e ci venne. T’incantava in quel quadro: impacciata ad un tavolo mentre tormentava lo zucchero…la bustina, sia inteso, non l’avrebbe mai aperta, soltanto rimaneggiata e torchiata e lisciata più volte, quasi assente lo sguardo, come caduto per sempre nel fondo di una tazzina scheggiata. L’ascoltavi vaneggiare senza troppa attenzione.  -È qui, non lo vedi? Quasi un taglio, o lesione…il caffè è il suo suicidio, ad un passo, l’aborto… Non senti? Davvero? Lei piange, ti dico, la tazzina! S’inchina perfino! Pregando a ogni istante e non muore, ancorata al dolore d’un gesto maldestro, trattenendo qualcosa o anche niente,  soffocando in silenzi, ricorda… continuamente ricorda… qualcosa, o anche niente. –  Non sapevi che dire e tentasti –Te la faccio cambiare se vuoi.- -Oh no! Oh no no, voglio questa.-  Non si tratta di cambi, alle volte. Non c’è niente da scegliere. Ci si trova così e ci si assegna, l’un l’altro. È il destino può darsi, o un evento casuale, l’incontro, fosse giusto una tazza, o l’amore. Cambia solo il valore, nell’intento in segreto, tra chi accetta il convegno e chi non riesce a spostarsi. Lei era lì, bendisposta, e già nuda di maschere. Tu non avevi ancora l’accenno di sbottonarti i polsini.

 

Posso ingannarmi scrivendo, illudermi di padroneggiare il senso di qualche cosa. Guardo sempre ai vent’anni come a un precipizio irreversibile, come a una resa indefessa agli errori caduti lì dentro. Rinuncio ogni giorno a specchiarmi per non fissare un rimorso. E intanto il tempo s’ammucchia, si ripiega su se stesso, istanti si sovrappongono accidentalmente a decenni, come i lembi scomposti della coperta di un’ insonne. Da qui oltraggiosamente, né io né alcun progetto, varchiamo la soglia dei sette secondi.

 

Pallida e ingenua, lei, quasi stupida come chi crede d’arrestare scrosci dal cielo con un ombrello.  Oscuro e sagace, tu, quasi arguto come chi non si bagna nei temporali, ma se ne resta in casa piuttosto, mentre gli altri… bè, gli altri che se li porti la pioggia! M’indisponeva, questo tuo fare egoista, ma lei, la svenevole, t’ammirava perfino, ti credeva spontaneo, reale. Ne ridevi? Hai detto che no, non ne ridevi per niente, ti divertiva stare tranquillo e lei non ti divertiva affatto. Non avrebbe imbevuto certe tue notti di lacrime se non l’avessi lasciata accostare, ma tu le tendevi beffardo le braccia, quasi ci fosse qualcosa alla fine dei polsi. Non le avresti mai stretto la mano, non l’avresti tenuta al tuo fianco e non le avresti mai detto ‘non saresti per me che parentesi quadre’. Si truccava un dolore del volto, marcando imprecisa contorni di occhi sfumati di nero. Certe linee pesanti le davano un’aria grottesca, tra il serio e il faceto. Non mancava di certo chi la trovasse intrigante, chi le offrisse da bere per ritrovarla ubriaca. Finì con uno una volta, alla seconda bottiglia. La chiamasti puttana. –Brutta puttana, gliel’hai preso in bocca?… Stai zitta, stai zitta,  non lo voglio sapere.- Dopo il tempo trascorso senza guardarsi negli occhi, le strattonasti le spalle e la chiamasti puttana. La scoprivi entusiasta d’esser ripresa, sopraffatta d’ardore per la tua rabbia imprevista. –Sono geloso, contenta ?- Sì, era contenta. E non disse niente.

 

L’ho mai scelta io, sia ben chiaro, un’esclusione del genere. Certi scrittori li vedi, pavoneggiarsi incauti da orgogliosi incapaci a emeriti imbecilli. La scrittura è una maledizione e non la si porta a spasso come un vestito elegante in una busta di plastica trasparente. Io a loro non dico. Travisate la speranza perché non conoscete la disperazione. Ciò di cui mi parlate è vanità, ansia di mostrare le facce agli applausi, incapacità di leggere parole nelle vene dei polsi. Mi tediate oltremodo coi vostri insulsi discorsi e la vostra alterigia insolente. Non vi sarò madre gioconda a cui mostrare disegni, non s’allargheranno per voi le mie braccia assonnate. M’annoiate! Questa vostra interminabile ricerca di ovazioni m’annoia. E vorreste insegnarmi che cosa? A tenere dritta la penna mentre chino la testa sui fogli? A fuggire il dolore con l’inganno del suono? Il solo sentimento che si possa fuggire è quello che non si prova, e tanto è più facile per voi decorarne l’inutile, quanto più arduo per me tollerarne il frastuono. C’è una sala di specchi, al luna park, un labirinto grottesco che potrebbe piacervi; io mi odio in riflessi, intera o a brandelli, e lo trovo un posto terribile.

 

-Non mi va di parlare di quadri, di fosche tinte studiate per ammonticchiare denari. Son così quasi tutti, i pittori: proiettati ampio spettro in giardini di case maestose, con uno stuolo di fan aggrappato ai cancelli, impellente d’entrare. Non mi importa di questo. Non mi importa di niente.- Ti versavi da bere e non volevi parlarne. –Tu ne vuoi?- Domandavi. Faceva di sì con la testa. Faceva sempre di sì con la testa: non le riusciva di imporsi o di rassegnarsi in parole, semplicemente s’adattava coi fatti. Taceva nei fatti e s’aggrappava a speranza. Speranza alle volte era fune gettata in un pozzo che afferrasse una mano da sollevare; Speranza alle volte era corda attorcigliata ad un collo che cercasse il riparo di un gancio.  Non piacevi, di chi l’aveva a cuore, a nessuno. Lo sapeva ma non ci badava. Era facile in fondo, le bastava evitarli o dissimulare, schivare gli sguardi e o i discorsi. La maggior parte del tempo la passava con te, quando c’eri, o a rincorrerti poi, col pensiero. Le pareva adesso di non aver nulla da fare; ce ne sarebbero state, di cose, ma nessuna per cui valesse la pena alzarsi dal letto. Quei colori che tanto bramava, ce li aveva finalmente, ma non le riusciva di dipingere niente che non avesse il tuo volto. –Passerà tutto questo- le hai detto –funziona allo stesso modo per tutti, ti basterà non vedermi, non sentirmi e lasciar passare del tempo.- Che non sarebbe stato difficile, avevi  aggiunto non contemplando obiezioni. Lei silenziosa pensava a strapparti la bocca per averla in ricordo… e che non sarebbe stato difficile… che sarebbe bastato afferrare quelle pieghe di labbra, e tirare.

 

Francesca Woodman. Sergio ci mostra il libro finita la cena. Si scusa per un sugo che c’è parso buonissimo. Lore già sfoglia incantata le pagine a scovare la foto più bella. – E’ questa- le indica lui – lo sfondo, le scale, lei stravolta, lo specchio, il nudo che non c’entra col sesso, lei svestita d’accordo, ed è bella, ma non c’è nulla di erotico..- Lui non vede, ricorda. Spiega tutto benissimo, un’altra foto in parole e la sua voce è una nikon 80 sapiente su un tempo che posa spavaldo. S’è ammazzata prestissimo non voleva invecchiare, ne aveva il terrore. Lore dice che il primo capello bianco non l’ha potuto accettare, che si tingerà i capelli di rosso ben presto, ma che a uccidersi non ci ha proprio pensato. E in quel momento mi fissa. Pure Sergio mi guarda, in quell’istante mi guarda, anche  senza guardarmi, mi guarda. E mi vede, mi vedono entrambi. Io sorrido distratta con un po’ d’imbarazzo e descrivo una foto per dissimulare l’angoscia. -Io adoro questa, l’incontro dei muri, lei poggiata e accovacciata da un lato e dall’altro, eretta e leggermente inclinata, una calla quasi affacciata sull’angolo.-  Basta un attimo a volte, alle volte anche un niente mi basta per ritrovarmi a tremare. Ho paura sovente mi spiaccio e vorrei essere altrove.

 

Quanto d’ipocrisia ci si sbraccia, e d’opportunismo. Ci si graffia distratti, come i gatti le tende, soltanto per rifarsi le unghie. Hai voglia a dire –questo sono io- di fronte a rammendi impossibili a  imprevedibili squarci. L’angolo accanto alla sedia rimaneva vuoto, la valigia la portavi chissà dove, all’altro capo del mondo, ostinato fuggendo quegli occhi gomitolo che ti giravano intorno. Era così d’improvviso. Da un giorno all’altro non c’eri. Mica facile, allora, ottenere risposte. Chiedevo a te –dove sei- e rimanevi in silenzio. Chiedevo a lei –cosa attendi- e rispondeva –non so.- M’assaliva il disagio di equivocare schierandomi. Era quello, può darsi, il tuo modo di essere, un bisogno d’altrove che prospettasse una scelta. E si trattava, magari, per lei d’attenuanti, di scuse in attesa alla sua affabile ignavia. A chi dare una colpa, una palla, o una mossa? E perché, per che cosa? Mi recavo distratta al lavoro e continuavo a pensarvi. Non riuscivo a spiegarmi il fervore di lei né la tua indifferenza. Eppure la odiasti e ti amò, e viceversa. –E’ lo stesso- dicevi. E davvero lo era. Stesso intenso dispendio d’armonia e di dissenso in mancanza di senno.

 

Il trillo del telefono. Un messaggio. -Passo accanto all’uscita Porto Recanati e ti vedo luccicare il sorriso nella tempesta di cenere e sole. Ti mando una carezza nel tuo lontano.- ALESSIO. Io ti penso ancora con un affetto indicibile. Ti ho scritto che quando scendevi, tu, alla stazione, avevi occhi terribili che scavano dentro, e voci portavi nei miei silenzi di tomba, forti abbastanza da spaventarmi. –Ho paura di te- ti dicevo – Di incontrarti, di tenerti vicino e di tenerti distante. Ho paura dei passi che abbiamo già fatto e di quelli che non faremo mai insieme. – -Cosa non ti spaventa- chiedevi – Se pure il mio canto al tuo orecchio è terrore del suono.- Non avevo risposte che non fossero giochi di mani snervate e mutavo i miei umori, come gente che odio, in tremendi silenzi. T’osservavo le labbra sollevarmi in sorrisi, ma non ero leggera se non nei tuoi fogli, dietro quella matita che mi disegnava le ali. Facevi di me, per me, uno spettacolo, ma io ho sempre amato e temuto ogni tipo di palco. –Che cosa non temi- diresti,  forse non più sorridendo, ora che sai i miei silenzi meramente vigliacchi. Per te io non mossi parole alla danza ma sempre –temendo- vicino ti tenni all’amore, e a distanza.

 

I rapporti sono tutti rasoi ed è da stolti giocarli a viso scoperto; tu lo sapevi, lei no, e ti veniva a cercare nuda come chi ha smesso finzioni. -Ci sarà un motivo- diceva -se ho questi tagli alle braccia.- Non foste fatti per stare insieme, lo so, per stare divisi neanche, però. E continuaste a cercarvi. C’era attrattiva o non c’era, in verità? In mistero o in menzogna, c’era fascino? Vi  camminavate accanto distanti, lungo i bordi di un pozzo di malintesi che v’era precipitato dagl’occhi. E non aveva guardie, quella prigione di stenti, che non fossero alibi dei vostri orgogli in divisa. Eravate voi, sentinelle disabili, che fingevate di andarvene zoppicando all’unisono dall’altra parte di voi. E m’era insopportabile, sapervi indivisibili sempre, inaccessibili e identici, contrari e gemelli, come binari morti. La ragione era il mostro con cui scusavi combatterla, il coltello che impugnavi per tenerla a distanza, ma lei che di logica impazziva non avendoti accanto, non conosceva battaglie che avessero nome diverso da parlami. Parlami ti chiedeva, per favore parlami. Non riusciva a frenare quell’angoscia di amarti. Tu dimmi, avevi perduto la voce, o la bussola? Nelle attese che non poteva colmare di passi, scendevano notti su notti a spalancarle gli occhi, a tenderli tenui e sfibrati fino allo sfumare dell’alba. In quei giochi di luce sottile affidava parole alle ombre sperando tu potessi sentirla. Io no, io speravo di no, giacché si trattava di suppliche, di preghiere e di baggianate del genere, d’immondo incensare desideri a un altare: superfluo, superfluo, era tutto superfluo. C’era qualcosa di assurdo, come un suono terribile, che sembrava da sempre abitarti le iridi, e lei che di insonnia aveva stremate le palpebre, di baci avrebbe voluto ammazzare i tuoi occhi per farti dormire, per riuscire a dormire.

Per farti dormire e per riuscire a dormire

Almeno un minuto

Almeno un minuto per sempre

Almeno un minuto per sempre, una volta.

 

Mi considero a volte come un tizio in missione. Per conto di chi non lo so, ma qualcosa mi sento come il peso di un compito. E’ il delirio può darsi, molto più che un’ipotesi, quasi ormai una certezza. Ma son mica un’eccentrica, no, in questo mondo insensato! Un’idiota qualunque, piuttosto, un’alienata comune in un pianeta di pazzi. Chi si cura del figlio invertito consegnandolo a un prete.  –Che cosa ti ha detto?- ti ho chiesto atterrita quando me l’hai raccontato. –Niente.  Che Dio ha fatto l’uomo e la donna, come due cose diverse, che non le puoi mescolare e che non c’è niente da ridere-. –E tu?- -Io gli ho detto che è ok, che non mescolo niente, che sono donna convinta, ma mi concio da  maschio fino ai diciotto per compiacere mio padre. – – E lui?- -Ha detto che sarebbe meglio fumassi, come gli altri ragazzi-. –e tu?- -io non gli ho più risposto; che cosa puoi dire a qualcuno che non ragiona?-. Ero orgogliosa di te, del tuo tono di voce. Ti penso con affetto e timore. Chissà dove sei ora e con chi, come stai e chi sei tu, veramente.

 

Nick Cave. –Siediti e ascolta- Le hai messo in mano il libro con le traduzioni dei testi. Lei sfogliava le pagine a caso. –Leggi questa.- le hai detto, e stavi pensando ad Elizabeth. “..Credo nell’amore E so che anche tu ci credi Credo che esista una strada Lungo la quale potremmo incamminarci, tu ed io Perciò fate bruciare le vostre candele Per rendere il suo viaggio luminoso e puro Affinché lei torni ancora Sempre e per sempre Fra le mie braccia..” Tutta la stanza era piena della sua assenza, dell’essenza di lei che non voleva più andarsene. Lacrimavano i soffitti la sua immota presenza, dai muri a supplire, i ricordi, alla mancanza di braccia. Gli occhi tuoi erano pieni di strade in cui lei passeggia, e mentre irrefrenabilmente parole d’amore ti scivolavano via dalla bocca, sembrava quasi che lei stesse per arrivare, che fosse sul punto di venire a sedersi sulle tue labbra. Inchinato a quella notte di stanza in penombra celebravi perfino coi gesti l’immutabilità di un legame ancora vivo, mai sciolto. Era lei soprattutto a mancarti, a riempirti d’addii, a tirarti via da una storia mai davvero iniziata. Solo questo da capire, nient’altro. T’era altrove l’amore, nessun modo di darti. –Vattene- le ho detto. –Alzati e vattene- Ma non le riusciva di muoversi. T’osservava dolente e avrebbe voluto parlarti. Le accarezzavi avvilito le braccia senza nemmeno guardarla. Non sarebbe tornata, non lo avrebbe più fatto. Ma non avrebbe voluto lasciarti. – Metti questa- ha indicato, senza aggiungere altro. –Mi vedi?- avrebbe chiesto. –mi vedi?- -No- avresti risposto. Avresti risposto di no. Non serviva tenerti ma lo faceva lo stesso. Le poggiavi il viso alla mano, quasi scivolandoci triste ad accarezzarti da solo, mentre leggendo la traduzione tratteneva a stento le lacrime. “ Così se te ne stai seduto tutto solo e senti bussare alla tua porta E l’aria è piena di promesse, bene amico, sei stato avvisato E’ molto peggio essere l’amante dell’Amore che l’amante che l’Amore ha rifiutato.”

 

La vita è nel frattempo, Beniamino Cavalli. Ci vado con Sere, alla presentazione del libro. –Tu che scrivi- mi chiede. –Io niente- rispondo. L’aperitivo è discreto. Da mangiare c’è poco, ma il vino è squisito. O almeno così pare dopo il terzo bicchiere. –tu studi?- domanda il tizio col cavatappi che vuol essermi amico –porto a tavola- spiego. Sembra deluso, mi saluta e si allontana. Avrei dovuto mentirmi, inventare una vita diversa. Non te ne andare, lo giuro, in passato avrei avuto un futuro da editor. Ce ne andiamo con Paolo in un locale lì accanto. Altri aperitivi mentre aspettiamo il suo agente e la sua compagna. Quando Monica arriva sono brilla abbastanza da volerla abbracciare. Ha l’imprudenza di chiedermi com’è che non scrivo. –C’è quest’ uomo- le dico- che m’ha spezzato il cuore e la penna- e incomincio a tediarla con la mia storia pietosa –soffro di più per il cuore, ma mi dispiace più per la penna-… il delirio, presumo… ma non sono sicura perché non ricordo…Ordinammo bottiglie per attendere Paolo che s’era assentato… Alberto, l’agente, era un tipo piacevole, avrei voluto baciarlo…ma magari era il vino, tristezza, o incertezza di esistere… la mia amica Sere gli mangiava dal piatto quand’era distratto, la riprendevo ogni tanto e la strattonavo da un braccio –non fregare le carote all’agente di Paolo!-; m’opponeva i suoi occhioni ubriachi dicendo –c’ho fame- e allora le lasciavo la manica, perché è molto magra…si scherzava con l’oste per via del denaro, che non ci sarebbe bastato… quando Paolo ritorna ha la testa in sul principio sfuocata che alla fin fine si sdoppia e lui è due persone: Paolo e Paolo, vi guardo, voglio bene un po’ a entrambi, ma  credo d’essere sbronza da secoli. Noti secoli dei secoli, amen. 

 

Non credo a banche d’affetti dove depositare carezze, né a pezzi di carta dove va scritto per sempre, ma credo a promesse d’intenti consegnati alla pelle. Vieni pittore, ti mostro l’assenza del tuo corpo al suo fianco. Guarda: ho di nuovo lasciato morire una donna, ma sei tu che l’hai scelto sta volta, sconvolgendo le gote di un rosso incolore che ha nome vergogna. E cosa mai avrei potuto io contro quell’imbarazzo dell’anima? Solo stendere pagine e pagine come trasparenti lenzuola su membra ormai immobili. Cosa c’è di sbagliato se dico che è morta? Sta lì e non si muove, non le importa di niente. Fissa l’immutabile con cecità di pensiero, con quella mancanza d’intenzione che sfuma nella devianza. Sta lì e non si muove, non le importa di niente. Il blister semi vuoto caduto per terra. Sta lì e non si muove, non le importa di niente. No pittore, non alzare le braccia, non ti vedo le mani. Non aprire la bocca, non ti trovo le labbra. Resta solo in ascolto tra i fogli. Il tuo tempo di dire è passato e l’hai speso in silenzi, giocando il tuo turno di occhi chiusi a lanciare dadi truccati. Cosa vorresti e per chi, ora che lei non ti sente? Dare un senso a che pro, a tutti i gesti incompiuti? Voglio solo tu sappia per sempre di non aver capito mai questo: non come il tuo vuoto era il silenzio di lei, quello suo era pieno, era un tuono, era dolore gridato alle tue orecchie d’ovatta.

 

Bisognerebbe amare col contagocce, centellinare l’affetto, dosare se stessi prima di darsi. E invece andiamo all’amore come ghiaccio nel fuoco, seguendo l’istinto di annullarci nell’incendio, senza pensare che inevitabilmente non potremo che uscirne vapore disperso. Uscite, vi chiedo, solo questo è importante, dal mio spazio mentale. Non voglio pensare più a voi, né a te, né alla sciocca. Restate per sempre una buona volta tra i fogli, smaniosa, sono ansiosa, anzi astiosa di restarmene in pace, in silenzio, di chiudere il testo, su di voi, maledetti, e a te io ora dico: in eterno ti ama, non provare a cercarla.

 

[Foto di Francesca Woodman]