Un nuovo inizio | di Alessia Racci Chini

Brano tratto da il romanzo L’Ottava confraternita, di Alessia Racci Chini. Fanucci Editore. 
(dal Capitolo 6)

*

[…] L’incanto venne rotto dall’ingresso della professoressa Sing Sing. Sotto la toga indossava un abito dalla fantasia floreale che ricordava un vecchio divano e in testa il cappello accademico decorato con la retina scura, l’insetto e il fiore esotico. Tutto nella sala si fece silenzioso.
«Buongiorno ragazzi, voglio aprire questa lezione congiunta di Teoria e storia delle paure – rivolta tanto ai nuovi studenti quanto ai vecchi, ai quali un ripassino non farà di certo male – con un’importante domanda…»
La professoressa avanzò fino a raggiungere la prima fila di banchi e con tono solenne chiese: «Che cos’è la paura
Un acceso mormorio animò la grande aula.
«Su, non siate timidi. Mi rivolgo in particolare alle matricole. Non abbiate paura di rispondere!» disse divertita dal suo stesso gioco di parole.
La mano di una studentessa in seconda fila si alzò.
«La paura è un’emozione molto forte che fa battere il cuore e a volte fa tremare anche le gambe.»
«Molto bene. Come ti chiami, cara?»
«Giselle… Giselle Ohayon.»
«Grazie, Giselle. Qualcuno vuole aggiungere altro?Avanti!»
«La paura è quella cosa che ci prende quando ci troviamo di fronte a un pericolo» osservò timidamente la ragazza seduta accanto.
«Ottimo, e tu chi sei?»
«Mi chiamo Alice Mezzanotte.»
«Poltergeist!» urlò qualcuno.
Alice affondò il viso tra le mani mentre la professoressa Sing Sing fulminava con lo sguardo un paio di studenti nelle ultime file.
«Grazie anche a te, Alice. Vi viene in mente altro?»
«La paura ci aiuta a crescere, diciamo…» disse il ragazzo del secondo anno con gli occhiali spessi. «Se non avessimo mai paura non dovremmo trovare il coraggio di affrontare le prove. Allora resteremmo per sempre dei bambini, diciamo
«Grazie, Peter. Sei stato molto convincente.»
Peter Limon trattenne a stento una smorfia di orgoglio. Sing Sing rilanciò la questione: «Riuscite a immaginare come sarebbe la vita se non provassimo mai paura?»
«Bellissima» rispose in coro metà dell’aula.
«Eh no! V’invito a riflettere, ragazzi: senza la paura non ci accorgeremmo dei pericoli. Pensate cosa accadrebbe se vi trovaste di fronte a una belva feroce senza temerla.»
Ancora una volta Peter Limon prese la parola: «Be’, io diciamo che me la darei a gambe. E molto saggiamente, credo. Grazie a Dio sono un fifone.»
Tutta l’aula esplose in una risata.
«Quindi… fatemi capire,» intervenne una ragazza del primo anno con una massa di capelli rossi e il viso pieno di lentiggini «dobbiamo dire grazie alla paura perché a volte ci salva la vita?»
«Esatto, cara. Come ti chiami?»
«Anita Kismet.»
Sing Sing si avvicinò agli studenti e il volto s’illuminò con un’espressione materna.
«Non c’è nulla di sbagliato ad aver paura. In questa scuola dovrete vincerne molte e riconoscere i vostri punti deboli vi permetterà di lavorarci su con più efficacia.»
La professoressa tirò fuori da una borsa di cuoio un foglio ingiallito. Scorse con gli occhi il contenuto, poi domandò: «Gli scienziati sostengono che ogni essere umano ha almeno sette paure. Queste cambiano nel corso della vita, ma non si diventa mai immuni del tutto. Qualcuno di voi si sente così audace e incosciente da poter affermare di non aver paura di niente?»
Nessuno degli studenti mosse un dito.
«Molto bene. Adesso faremo una prova. Ciascuno di voi dovrà alzare la mano quando riconoscerà di provare ciò che dico. Mi raccomando siate onesti.»
Sing Sing infilò un paio di occhiali, poi cominciò a leggere:

Paura del buio.
Paura delle malattie e degli ospedali.
Paura degli esami, delle interrogazioni e delle prove.

Alzò un istante gli occhi per controllare l’aula…

Paura delle persone arroganti e aggressive.
Paura di fallire, di compiere degli errori, di fare brutte figure.
Paura delle guerre.
Paura dei terremoti.

Lanciò una seconda occhiata…

Paura di perdere le persone care.
Paura di ciò che non riuscite a comprendere.
Paura delle vostre facoltà.

Quando Sing Sing alzò di nuovo lo sguardo vide che tutti gli studenti, nessuno escluso, avevano alzato la mano.
«Come vedete, ragazzi, nessuno è immune alla paura. E crescere forse vuol dire proprio questo: trovare il coraggio di fare le cose giuste, anche quando abbiamo paura di farle.»
La professoressa mostrò quindi il suo copricapo accademico e raccontò come gli oggetti che lo decoravano raccontassero una sua vittoria personale.
«Ciò che amo di più del mio cappello è quest’animaletto verde. Vedete? Sono da sempre terrorizzata dagli insetti. Basta che un coleottero mi passi accanto per farmi precipitare in una crisi isterica dalla quale riesco a riprendermi solo con i sali da svenimento. In gioventù ho rinunciato a molte scampagnate, che peccato. Col tempo però sono riuscita a impedire che questa paura mi rovinasse la vita.»
Gli studenti osservarono la donna divertiti. Qualcuno la immaginò prossima allo svenimento alle prese coi sali. Sing Sing comprese il pensiero, ma non fece una piega.
«Quest’animaletto un giorno mi si posò sulla spalla e io pensai di morire. Invece sono qui, come vedete. Così imparai sulla mia pelle cosa intendeva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche quando diceva ‘Ciò che non mi uccide, mi rende più forte’.»
La professoressa scrisse alla lavagna la frase in lettere cubitali.
«Questa facoltà si chiama resilienza, ragazzi, e non va confusa con resistenza. La vita non è una prova a chi ha la scorza più dura, ma richiede adattamento perché è un continuo divenire. Durante il nostro corso capiremo come le paure possano aiutarci a lavorare su noi stessi per lasciarci trasformare in persone più forti.»
In tutta l’Aula degli arazzi aleggiò un riflessivo silenzio. Alice alzò timidamente la mano catturando di nuovo tutti gli occhi su di sé.
«Professoressa, esistono paure dalle quali è meglio non guarire?»
«Certo, cara. Tutte quelle che nutrono la sana umiltà, il buonsenso e la saggezza.»
Sing Sing mostrò il fiore esotico sul cappello.
«Immagino lo troviate grazioso, così insolito e variopinto. Ma non lasciatevi ingannare perché si tratta di una temibile pianta carnivora. Mi ci imbattei durante un viaggio in un Paese equatoriale. Un mio collega – che si divertiva a sfidare il creato – si ferì gravemente a causa della sua condotta irresponsabile e spericolata.»
«Venne ferito dalla pianta carnivora?» domandò con apprensione Anita, la ragazza con i capelli rossi e le lentiggini.
«Oh, no, cara. La pianta l’ho scelta io come simbolo perché la natura ci insegna che non siamo onnipotenti. Possiamo solo tentare di penetrare i suoi misteri con l’impegno, lo studio e la dedizione.»
Un ragazzo tra le ultime file prese la parola. Era Ólos, lo studente che sentiva gli oggetti.
«Professoressa, è da tanto che vorrei farle una domanda. Le paure sono il suo pane quotidiano. Ogni giorno c’insegna a farci i conti, ma… ricorda un momento della sua vita in cui la paura le è sembrata atroce e invincibile?»
La donna si fece seria di colpo. Tagliò l’aria con gli occhi, misurò le parole nel silenzio. Poi fece un lungo respiro.
«È stato molti anni fa, Ólos. Un tempo la nostra scuola era diversa. Meno protettiva. Noi docenti compivamo esperimenti che oggi non sono più ammessi qui. Tentavamo di penetrare il mondo degli spiriti con ostinazione.»
«Cosa intende per esperimenti
«Evocazioni, sedute, rituali di liberazione… Pensavamo di agire a fin di bene, ma una volta aperte le barriere non siamo noi a governare le forze che possono attraversarle. Accadde che durante uno di quei rituali un mio collega subì un… incidente. Da allora la paura che possa succedere ancora, specie a voi allievi, non mi ha più abbandonato. Ci faccio i conti ogni giorno, per questo indosso una retina scura sul cappello. Mi obbliga a ricordare quel momento.»
Un fremito percorse la schiena di ogni studente. Sing Sing era sempre sorridente e bonaria, nessuno tra loro – nemmeno i più anziani – l’aveva mai vista con dipinta sul volto un’espressione così cupa e luttuosa.

 

 

 




Pericolante e pericoloso | Racconto di Massimo Angiolani

Forse Mino la morte la cercava. Arrivato a una panchina si distese lungo a smaltire le bevute, l’auto parcheggiata poco distante. Le tre di notte erano passate da un pezzo.

Chi lo scuoteva lo faceva con strattoni ruvidi e cattivi, aperti gli occhi vide il grigio dei pantaloni e le righe rosse. La polizia.

«Ci sei!?!» disse brusco il poliziotto biondo, «sei sveglio!?!.»

Dietro, la pantera blu con la scritta bianca, dentro il collega seduto con il microfono della radiotrasmittente in mano.

«Come ti chiami!?!» disse sempre aspro il poliziotto biondo.

Mino tirò in verticale il tronco e mise giù le gambe dalla panchina, era seduto ora, il poliziotto biondo gli stava in piedi di fronte, Mino andò con la mano verso la tasca destra dei pantaloni, a cercare il portafoglio. Le mani aperte del poliziotto biondo andarono dritte al petto e spinsero violente, le spalle batterono e scricchiolarono sullo schienale di marmo. Il ginocchio destro del poliziotto biondo colpì lo stomaco, e rimase lì, piantato. Stelline gialle brillanti si accesero tra il whiskey e la birra dentro al cervello di Mino.

«Che cazzo fai!?!» disse duro il poliziotto biondo.

Quando le stelline si spensero, Mino alzò lentamente gli occhi fino a puntare quelli del poliziotto biondo. Aveva svuotato lo sguardo, le mascelle tirate, il volto inespressivo, «recupero il portafoglio» disse cupo, «ci sono dentro i documenti.»

«Ok» disse il poliziotto biondo togliendo il ginocchio dallo stomaco di Mino, l’ossigeno ricominciò a passare.

«Nome e cognome!?!» grugnì il poliziotto biondo mentre Mino gli passava la carta d’identità senza aprire bocca.

«Il tuo cazzo di nome!?!» grugnì ancora il poliziotto biondo.

Con la testa Mino fece un cenno ad indicare la carta d’identità.

La sberla arrivò secca, con rumore sordo, col dorso della mano destra inanellata. La guancia destra si incendiò all’istante, lo sbrego si aprì netto e continuo sulle labbra, dal labbro superiore a quello inferiore, in bocca il sapore era quello del sangue.

«Stronzo devi rispondermi» disse basso il poliziotto biondo avvicinando minaccioso la faccia a quella di Mino, «devi dirmi anche quante volte vai al cesso se te lo chiedo» continuò con la faccia ad un millimetro da quella di Mino.

In quel momento arrivò l’ambulanza, scese un uomo alto e grasso con i baffi, giacca e pantaloni arancioni, «ci hanno chiamato» disse rivolto al poliziotto biondo, «tutto bene?» disse poi guardando Mino.

«Tutto a posto» disse Mino, «ho bevuto un paio di birre di troppo, tutto qui.»

L’uomo dell’ambulanza vide il sangue rosso e fresco nel mento, «ti devo comunque misurare la pressione» disse dopo qualche istante.

Il poliziotto biondo si era allontanato, aveva portato la carta d’identità al collega e la stavano controllando al computer.

L’uomo dell’ambulanza tornò con lo strumento medico, «misuro la pressione» disse al poliziotto biondo, anche lui era tornato verso Mino.

«Due ritiri della patente per alcool» disse il collega parlando ad alta voce sempre seduto dentro la pantera, «segnalazione per possesso e uso di hashish e per rissa» concluse.

«La pressione è buona» disse l’uomo dell’ambulanza, «se non ci sono problemi aspettiamo noi che si riprenda» disse al poliziotto biondo, poi si avviò verso l’ambulanza per riportare lo strumento medico.

Il poliziotto biondo si abbassò leggermente e piazzò rapido in successione un gancio destro nel fianco sinistro di Mino e poi un gancio sinistro nel fianco destro.

Mino si alzò di scatto, il poliziotto biondo fece un passo indietro e beffardo mise l’indice della destra in verticale tra il naso e la bocca, ad indicare il silenzio.

Guardandolo sempre negli occhi Mino caricò un sorriso sgraziato, mostrando tutti i denti e fece l’occhiolino.

Passarono tre lunghi e immobili secondi, poi Mino smontò il ghigno e si risedette lento nella panchina, sempre guardando il poliziotto biondo dritto negli occhi. Lo sguardo di nuovo svuotato, le mascelle tirate, il volto inespressivo.

I cazzotti non erano stati potenti, ma il dolore interno era infinito. Infinito. Ma non come quello di Leopardi.

*

Illustrazione “Pericolante e Pericoloso” realizzata da Roberta Spegne, 2018. 
(Tutti i diritti sono riservati – Contrabbando e Pirateria Edizioni).
 



Gli spiriti immondi | Racconto di Marco Montanaro

(Liberamente ispirato a Il vangelo secondo Marco di Borges)

…Quanto a Sofia, aveva capito subito come andava trattato il tipo: niente SMS, chat o mail quando non erano insieme; meglio dal vivo, meglio ancora il silenzio.
Per iscritto, il tipo tendeva infatti a farsi prendere la mano. Da un momento all’altro la chiacchierata più innocua poteva trasformarsi in discorso edificante, il tono da scherzoso diventava solenne e la leggerezza, comunque di facciata, si annacquava nell’annuncio clamoroso dell’imminente tragedia. Una volta, via chat, il tipo le aveva chiesto se le sue amiche fossero a conoscenza del fatto che lei frequentava uno scrittore. Sofia disse di no. Strano, disse lui, visto che queste tue amiche, da quel che hai detto, sembrano lettrici piuttosto accanite.
Un’altra volta le spiegò, però dal vivo, in un locale piccolo e male illuminato, che la relazione con uno scrittore, soprattutto all’inizio, funziona come l’attraversamento di una strana porta dimensionale. Sulle prime, la tua vita di lettrice è sconvolta. Il tuo appartamento si riempie di libri insoliti, inaspettati, in altri termini opere minori – minori per pubblico e critica, certo, ma fondamentali per uno scrittore; poi questa prima fase si esaurisce, ma se tutto va bene resta del buon – che dico buon, direi ottimo!, ottimo sesso. Al che il tipo descrisse a grandi linee, con la sua tipica gestualità pittorica, spezzata (cubista, secondo Sofia) il modo in cui certi scrittori farebbero l’amore.
E a quel punto è oggettivamente difficile, mia cara – posso dirlo? lo dico – è oggettivamente difficile farne a meno.
Le ripeté che trovava davvero inusuale il disinteresse delle sue amiche per la loro relazione; ma tutto sommato, concluse, questa mancanza di curiosità potrebbe essere imputata proprio al fatto che si tratta di lettrici accanite, dunque lettrici poco propense ad accettare l’idea che anche i vivi scrivano, o meglio l’idea che anche quegli autori morti che tanto amano siano stati vivi – certo, persino loro – un tempo non troppo lontano.
Poi tacque, e si accorse che Sofia gli stava guardando le mani.
Non sembrano mani da scrittore, disse Sofia. Indicò i calli, le screpolature.
Il tipo scostò lo sguardo. Quando tornò a guardarla aveva un che di malinconico negli occhi. Che assurdità. Sentiamo: come dovrebbero essere, le mani di uno scrittore?
Non lo so. Tipo quelle di un pianista, ma potrei sbagliarmi.
D’accordo, d’accordo. Il fatto è che al momento faccio altro, per mantenermi. Ma non sarà così per sempre, te lo assicuro.
Altro di che tipo?
Lavoretti. Soprattutto pulizie, quando mi chiamano.
Dopo qualche mese, i due si lasciarono o semplicemente smisero di sentirsi, scriversi o vedersi. Per un po’, Sofia continuò a pensare al tipo come a “il tipo” e non come a Marco – il suo vero nome – almeno finché non accadde quello che accadde giù al campo, col senno di poi un fatto curioso, più che cruento, di cui Sofia sarebbe venuta a sapere dalla stampa locale – salvo alcuni dettagli che avrebbe preferito non conoscere e che invece arrivarono alle sue orecchie da amici di amici (cui erano stati riferiti da altri amici di amici), particolare che non implica affatto, come vedremo, che si trattasse di testimonianze poco o punto attendibili.

Ma voi chi dite che io sia?

Il campo fu allestito verso fine gennaio nell’atrio della piscina comunale, un vecchio impianto che aspettava di essere ristrutturato da una ventina d’anni. Le docce e le cucine furono installate vicino alle uscite d’emergenza. L’acqua calda andò via dopo qualche ora.
Gli ospiti, all’inizio un centinaio, furono sistemati fuori, nel parcheggio, sotto delle tende di tela così scadente che col primo sole di marzo si sarebbero presto trasformate in piccoli inferni portatili – questo a detta di Marco e dei suoi colleghi della ditta di pulizie.
Nelle prime settimane, i residenti del quartiere scesero in strada per protestare. Formarono dei capannelli davanti all’alta recinzione metallica che era stata innalzata attorno al parcheggio e lì si misero a cantare dei cori pittoreschi e confusi. Pian piano andarono comunque abituandosi alla visione quotidiana di uomini, donne e bambini che uscivano dalla tende per mangiare, fare due tiri con un pallone o lavare gli stracci che avevano con loro.
Una volta Marco si trovò a dover fronteggiare uno dei pochi residenti che aveva deciso di proseguire nella protesta. Era un pelato sulla cinquantina, proprietario di un negozio di animali esotici all’angolo della strada. Diceva di far parte del comitato di quartiere.
Era vero, spiegò quest’uomo senza smettere di masticare una gomma inesistente, che la piscina era chiusa già prima dell’arrivo di quelli lì – certo, chi lo nega, dannazione, non sono mica stupido, da queste parti non puoi mica permetterti di essere stupido, se vuoi vivere qui devi essere molto, molto, come dire?, strutturato, ecco, per non dire cazzuto, schiena dritta e occhi aperti, per carità, ma adesso puoi giurarci che non la riaprono più, la piscina. Sta’ a vedere se non ho ragione.
Alla fine fu sufficiente lasciar parlare l’uomo a ruota libera per un paio d’ore, senza intervenire se non quando il discorso si fu spostato su questioni meteorologiche, perché quello si placasse e se ne tornasse al suo negozio.
I dirigenti dell’organizzazione che aveva messo su il campo si congratularono con Marco. Dissero che aveva gestito al meglio la situazione. Così, dopo i primi due mesi di lavoro come addetto alle pulizie, gli proposero un rinnovo del contratto. Stavolta lo avrebbero assunto come custode.

A volte, quando l’interlocutore era il suo doppio, riusciva finalmente a tenergli testa.

L’idea di continuare a lavorare al campo non era male. In fondo, mentre dava un’occhiata alle tende avrebbe potuto leggere e scrivere in assoluta tranquillità. Oltre al rinnovo, Marco accettò che gli fossero raddoppiati i turni; man mano che gli ospiti diminuivano, accettò di buon grado di lavorare anche senza la presenza di mediatori o interpreti, a volte persino senza medici.
Col passare delle settimane, l’orario di Marco iniziò a dilatarsi come i minuti alla fine di un lungo viaggio in treno. Quando nel campo non furono rimasti che venti ospiti, restò con lui soltanto un’infermiera volontaria, un donnone sui sessanta per la quale ogni sorriso sembrava uno strappo, una smorfia o una concessione comunque troppo ampia da accordare all’intero genere umano.
Sulle prime, specie durante i turni di notte, Marco provò a parlarle: forse a lei poteva dirlo, di non essere davvero uno scrittore – nel senso che non aveva un contratto, un editore e tutto il resto. Ci pensò a lungo, ma alla fine si limitò a chiederle se le cose che si rompono sono quelle più fragili – dunque le più preziose? – o piuttosto quelle che presentano già delle crepe all’esterno – o all’interno? – del loro involucro.
L’infermiera lo guardò con intensità. Nel bianco dell’occhio destro le galleggiava una macchiolina di sangue. Disse che lo trovava strano.
Non tu, spiegò, ma il tuo modo di fare da perfetto paraculo che sta per mettermelo in quel posto. Non me ne frega niente di tutte queste stronzate, se vuoi saperlo, e se proprio vuoi saperlo non me ne frega un bel niente neppure di te. La donna sapeva bene che a breve avrebbero mandato via anche lei, tenendo invece Marco – il cui costo orario era decisamente inferiore a quello di un’infermiera, per quanto volontaria.
E così fu, in effetti, quando nel campo non restò che una famiglia soltanto, bloccata sotto le tende in attesa dei documenti nuovi.

Non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.

La famiglia era composta da quattro neri. Non si avevano notizie circa il paese d’origine. L’unico nome che Marco era riuscito a registrare era quello del capofamiglia, Abu, un omone dall’aria bonaria con gli zigomi rigati da lunghe cicatrici, procurate – per quel che era riuscito a spiegare lo stesso Abu – da un machete, da una trebbiatrice o da qualche strano animale.
Poi c’erano il fratello di Abu, uno spilungone dall’aria afflitta che non parlava mai (Marco pensò che fosse muto) ma si dava un gran da fare nell’orto; e infine i due ragazzini, un maschio e una femmina, entrambi figli di Abu. La madre doveva essere morta durante il viaggio. Marco la immaginava bella e coraggiosa, dai tratti semplici e definiti come quelli della Vergine Nera di Częstochowa, che riportava, sul volto scuro, degli sfregi simili a quelli sulle guance di Abu. L’aveva dipinta uno dei quattro evangelisti.
In generale, la famiglia era molto tranquilla. Lavavano i panni fuori dalla tenda e cucinavano per conto loro dopo che anche gli addetti alla mensa erano stati licenziati. Di tanto in tanto si occupavano dell’orto, anche se chiamarlo orto era un’esagerazione: si trattava di un piccolo rettangolo di terra che si apriva tra il cemento del parcheggio e la recinzione metallica.
Un giorno il fratello di Abu piantò qualcosa, qualcosa che non sarebbe cresciuta e che il muto continuò a curare nella sua invisibilità. Ogni tanto i ragazzini lo aiutavano.

Solo in un’occasione Abu sembrò protestare per la storia dei documenti nuovi, anche se Marco non riuscì a stabilire con certezza di cosa Abu si lamentasse. Se da un lato l’omone cominciava infatti a parlare la sua lingua, da un altro pareva trasformarla in un idioma nuovo, del tutto personale e difficilmente comprensibile persino per i suoi familiari.
Anche per questo Marco decise che avrebbe preso l’abitudine, dopo pranzo, di leggere dei testi in italiano ai quattro ospiti.
Qualche vecchio romanzo? La guida della città? O perché no, qualcosa di mio. Alla fine, scelse di leggere dei passi dalla Bibbia.
Un pomeriggio, mentre cercava un martello nel capanno degli attrezzi, aveva trovato una vecchia edizione con le lettere dorate sulla copertina. Era finita tra i pacchi di riso e biscotti scaricati nel corso dell’ultimo rifornimento di qualche settimana prima. Mentre sfogliava il vecchio libro, Marco pensò al fatto che non aveva idea se Abu e compagnia fossero cristiani o meno; che importa, concluse, la cosa da fare era dargli una lingua e una storia, una qualsiasi, raccontata però nel modo più semplice possibile.

Vi farò pescatori di uomini.

Dopo qualche giorno da solo con la famiglia, Marco smise definitivamente di uscire dal campo. Le provviste sarebbero bastate per qualche mese, e del resto con l’arrivo della primavera non gli sarebbe costata troppa fatica dormire in tenda. Nel frattempo, nessuno era venuto a controllare che le cose andassero per il verso giusto, né l’organizzazione che gestiva il campo né gli abitanti del quartiere.
Devono essersi dimenticati di me come hanno fatto con i documenti di questi poveri diavoli.
Gli ospiti, intanto, avevano iniziato a trattarlo con una certa riverenza. Si consultavano con lui prima di fare qualsiasi cosa, che fosse cucinare l’ennesima pentolata di riso, lavarsi con quel po’ d’acqua che arrivava dalle docce o andare a dormire. Marco sentì allora di essersi trasformato nel capocantiere di una costruzione inesistente: devo stare attento, pensò, li sto guidando come si guidano i personaggi di un romanzo. Porto una fiaccola invisibile, devo averne cura.

Quanto alla Bibbia, decise di leggere dal Nuovo Testamento. Sulle prime pensò a San Luca – anche per via della Vergine Nera – ma poi si orientò sull’evangelista che portava il suo stesso nome. Quella scelta lo avrebbe ricondotto alla scrittura senza più porsi il problema di essere uno scrittore professionista. Diamine, disse tra sé e sé quando ebbe deciso.
E poi si trattava di testi semplici, dal valore universale, in fin dei conti abbastanza ottimisti. Quei quattro, del resto, il diluvio lo avevano già attraversato. Meglio dedicarsi a quello che viene dopo.

Io vi ho battezzati con acqua, ma Egli vi battezzerà con Spirito Santo.

Verso metà marzo, poco prima della pioggia, si presentò una ragazza. Si fermò dietro la rete metallica, dalla parte dell’orto, e da lì iniziò a fare ampi gesti con le braccia. Il fratello di Abu fece un cenno ai ragazzini perché andassero a chiamare Marco.
I piccoli gli sembrarono piuttosto cresciuti. Da un giorno all’altro. Il maschio avrebbe potuto iniziare a dedicarsi alla terra, in un vero campo di pomodori o patate, con risultati decisamente migliori dello zio; mentre la ragazzina, be’, adesso certamente doveva assomigliare alla madre.
Quel pensiero gli mise tristezza. Si avviò verso la recinzione con passo stanco, senza neppure aver capito di cosa si trattasse.
La ragazza aveva i capelli rossi. Marco pensò che doveva essere un po’ più giovane di Sofia. Subito dopo si maledisse per aver formulato quel pensiero. Gli venne voglia di tornare nella sua tenda. Poi la ragazza disse di essere una giornalista. Aveva un’aria familiare, o forse lo era il tono con cui si rivolgeva a lui.
Dal modo in cui lo guardava, Marco capì che la barba doveva essergli cresciuta molto, e che in generale doveva avere un aspetto non troppo gradevole, ma comunque antico, rassicurante.
La ragazza spiegò che lavorava per una redazione locale. Di solito si occupava di sport, ma da qualche giorno l’avevano spostata alla cronaca.
Così ho deciso di venire a dare un’occhiata. Non ne parla più nessuno, in paese.
Tutta quella storia non era un affare da cronaca locale, pensò Marco. Non sapeva bene di cosa si trattasse, ma cronaca certamente no – ancor meno locale. Comunque non disse niente, a parte: va bene.
Va bene? Davvero?
Certo.
Allora puoi raccontarmi qualcosa?
Marco ci pensò un po’ su. Abbassò gli occhi.
Da quando sono qui, disse, ho imparato un mucchio di cose. Il verso degli uccelli, ad esempio. Di primo mattino, soprattutto, li senti svegliarsi in coro. Facci caso, noi esseri umani non…
La ragazza sorrise, una mano aggrappata alla recinzione come se ci si tenesse per non cadere all’indietro; nell’altra un piccolo registratore nero.
Ma anche la notte non è male, proseguì Marco. Anzi, è ancora più eccitante. Te ne stai lì tutto concentrato nel tentativo di scovare l’autore di un certo verso, un fischio leggero o una specie di ululato appena sospirato, ma è inutile. La verità è che puoi solo aspettare che sia lui, il misterioso rapace, a concedersi, sempre che ne abbia voglia. Oppure non lo scoprirai mai. Adesso scusami, di là mi aspettano.
Marco si voltò e tornò verso il campo. Si sentì chiamare per nome. La ragazza aveva una voce strana, come disincarnata. Ripeté il suo nome. Doveva trattarsi, senza alcun dubbio, di una strana forma di allucinazione sonora.

Dopo la lettura del Vangelo, Abu e gli altri andarono a riposarsi. Marco ne approfittò per tornare nell’orto. Della ragazza non c’era più traccia. Sedette, si mise a pensare.
Un’amica di Sofia, come escluderlo. Forse ti ho vista proprio con lei, qualche mese fa.
Un’amica di Sofia, certo, a cui Sofia ha detto – almeno a lei – che frequentava uno scrittore.
Così ti sei lasciata affascinare dall’ipotesi di incontrarmi.
Sei venuta qui per me, per lo scrittore, non per gli ospiti o per il campo.
Magari fuori di qui si parla di me, di questo scrittore che vive con l’ultima famiglia rimasta sotto le tende. In fondo, sai, non c’è posto migliore in cui possa andare a ficcarsi uno scrittore: un’isola in un’altra isola con ospiti sconosciuti e misteriosi.
Ma nessuno, fuori di qui, può conoscere davvero il mistero. No. Perché il mistero è la verità e la verità è che adesso nessuno può sapere più niente. Niente di niente.
Quanto a me, sono ormai troppo lontano da tutto; e tutto si disgrega piano – perciò sono nel giusto, mia cara: si è nel giusto solo quando ci si costringe a una certa marginalità.
Richiuse la Bibbia, si lasciò andare nella terra. Vide il cielo che si copriva lentamente di nuvole alte e irregolari, sentì gli uccelli che cominciavano ad agitarsi e a cinguettare sui rami di un vecchio cipresso. Le prime gocce lo sorpresero ancora disteso, gli occhi socchiusi e la Bibbia in grembo.

E nessuno ebbe più il coraggio di interrogarlo.

La piccola tempesta durò due giorni. Spazzò via le tende e compromise il tetto di legno del capanno, che riportava ora un buco a forma di rombo. L’orto invece era esploso, la terra aveva invaso il cemento.
Marco non si aspettava rinforzi, e del resto non li avrebbe graditi: dovevano sistemare tutto da soli, come in ogni tribù che si rinnova nel sacrificio.
Abu, insieme ai figli e al fratello, chiese se potessero trasferirsi e dormire nel capanno, una volta riparato il tetto.
Be’, le tende ci vuol poco a rimetterle in piedi. Ma se preferite così, va bene.
Capannofresco, solemattina cade testa, disse Abu.
La mattina ci svegliamo soffocati dal caldo, nelle tende, tradusse il ragazzino.
La ragazzina invece scoppiò a piangere. Si allontanò. Marco pensò di nuovo alla Vergine Nera e agli indicibili sfregi portati a colpi d’ascia dagli Ussiti. Domandò cosa fosse preso alla piccola.
Grazielingua, disse Abu indicando il petto di Marco. Figliagrazie te.
Vorrebbe riuscire a ringraziarti nella tua lingua, tradusse di nuovo il ragazzino.
Perché non le date una mano a impararla, allora?, chiese Marco.
Abu, sorrise, allargò le braccia e tornò nel capanno. Il ragazzino andò con lo zio a sistemare la terra dell’orto.

Il giorno dopo l’orto era come nuovo. Il muto dava pesanti colpi di zappa nella terra frolla. Ogni tanto si fermava e strappava via qualcosa d’invisibile. Avvicinandosi, Marco pensò a delle erbacce. Il ragazzino le raccoglieva e infilava nel secchio, che restava vuoto.
Cosa avete intenzione di piantare?
Il ragazzo lo guardò, sorrise. Un grosso spazio nero separava gli incisivi.
Vedi, disse indicando la terra, c’è già qualcosa.
Marco osservò il piccolo manto marrone. Incrociò le braccia. Decise di stare al gioco.
Sai come si chiamano?
Rossi. Pomodori.
Esatto. Poi? Quello verde… Mento.
Menta, corresse Marco. Il muto fermò la zappa e li guardò entrambi, seccato.
Cos’ha?
Il ragazzino si grattò il mento.
Non gli piace qui. Non gli piaci tu. Ma sa che è meglio di prima.
Capisco. A tua sorella invece piace, qui.
Sì. Per questo è invidiosa. Perché tu stai imparando la lingua e lei no.
Sì.
Il ragazzino si abbassò sulla terra. Afferrò qualcosa di invisibile e la portò al naso, che toccò con due colpetti dell’indice tozzo e rugoso. Indicò il frutto invisibile che aveva raccolto, assunse un’aria interrogativa.
Profumo, si chiama profumo, disse Marco, e andò via.

Qualche giorno dopo tornò la giornalista, o almeno così sembrò a Marco. Vide la piccola figura lontana, trasparente e tremolante dietro la recinzione come il vapore liquido che si solleva sull’asfalto nei giorni d’afa. Agitava un braccio con la stessa aria leggera dell’altra volta.
Lui restò disteso fuori dalla tenda a leggere i passi del Nuovo Testamento che avrebbe voluto sottoporre agli ospiti.
Sei venuta per me? O per l’alluvione? Ma mia cara, l’acquazzone è passato e lo scrittore, con grande coerenza e spirito critico, ha smesso da tempo di esistere.
Marco rise di se stesso e delle circostanze meravigliose in cui si trovava. Si tastò la barba, sempre più lunga, e si girò su un fianco.
Quando tornò a guardare dall’altra parte, la ragazza era sparita: vide solo l’ombra, stavolta netta e larga, di una figura maschile che si allontanava.

La pioggia, nel frattempo, aveva rafforzato in lui l’idea di leggere dal Nuovo Testamento. Una volta terminato quello di Marco, sarebbero passati agli altri vangeli. Ma Abu non fu d’accordo. Protestò anche a nome degli altri: disse che preferivano rileggere qualche vecchio capitolo, per capirlo meglio.
Per capirlo meglio: i miei poveri bambini, pensò Marco, che al cambiamento preferiscono la cantilena, la ripetizione – e lo pensò ancora quando, nei giorni successivi, li vide inginocchiati a pregare, tutti e quattro, nel capanno degli attrezzi, dopo un’intensa giornata di lavoro e di impegno attorno a quel nulla che li fortificava proprio come lo Spirito Santo, per mezzo dei vangeli, aveva forgiato una nuova umanità.

Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi.

Una notte Marco sognò un diluvio in miniatura all’interno della vasca della piscina comunale. L’acqua si agitava in tanti piccoli mulinelli per poi raccogliersi in un unico grande gorgo; a quel punto esondava con veemenza fino a occupare i locali del vecchio edificio e sfondare le uscite d’emergenza, travolgendo così nuovamente le tende, l’orto e il capanno degli attrezzi.
Lo svegliarono, un attimo prima di vedere l’arca, la pioggia e una lunga serie di martellate che si abbattevano come tuoni in lontananza. Fuori dalla tenda trovò Abu che lavorava sul tetto del capanno, con l’acqua che gli bagnava la grossa testa pelata, mentre il fratello e il ragazzino tenevano ferma la lunga scala di ferro su cui si era issato.
Tutti e tre gli sorrisero: Marco ricambiò in fretta il saluto mattutino e rientrò in tenda per non bagnarsi.

Un’altra notte, verso la fine di marzo o i primi d’aprile, sentì dei passi leggeri fuori dalla tenda. Era qualcuno che si muoveva piano, a piedi nudi. Che lo volesse o meno, sarebbe entrato: così si limitò ad aspettare.
Quando la vide, nuda, graziosa e vestita dei soli riflessi blu della notte fuori, Marco pensò che non conosceva ancora il suo nome.
La sentì accoccolarsi nel lettino e trovare subito la posizione ideale perché lui potesse avvertire il suo alito di denti giovani e bianchissimi sulla barba.
Non disse mezza parola. Quando iniziò a toccarlo, Marco disse no, no e poi no, non sono venuto al mondo per questo. Neppure tu. Poi, con un piccolo scatto del bacino, lei gli fece intendere che certo doveva aver conosciuto qualche uomo, nella sua vita precedente, e che anche quello doveva essere stato amore, per quanto in una forma a lui sconosciuta. D’istinto Marco balzò in piedi.
Torna dagli altri, disse. La ragazzina iniziò a singhiozzare con una serie di fischi striduli. Lui l’abbracciò pensando ai richiami dei rapaci là fuori. Quando si fu calmata, la mandò via.
Questa storia, concluse Marco verso l’alba, in solitudine, non la saprà nessuno. Nel dirlo ebbe la certezza che prima o poi sarebbe uscito dal campo, che anche quella famiglia si sarebbe disgregata, che anche quella comunità sarebbe stata sciolta.

E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

Il giorno dopo una pioggia di spilli finissimi bagnava l’asfalto del parcheggio. Più in là, Abu lavorava stavolta all’interno del capanno. Marco aspettò un po’, dopodiché decise che era il caso di parlargli. Lo chiamò, si sistemarono a qualche metro dall’ingresso del capanno il cui interno, da fuori, sembrava un antro misterioso appena ravvivato dalla luce color mercurio che filtrava dal tetto aperto.
Mentre parlavano, il cielo cominciava piano ad aprirsi. Marco esitava, così Abu prese a fare delle domande su Cristo: se era morto anche per loro e in generale se era morto per tutti gli esseri umani. E cosa era toccato a chi lo aveva ucciso. Aspetta un attimo, disse Marco. Mi sembra che qui stiamo passando da un aspetto narrativo a un altro, diciamo, più teologico della questione.
Abu inclinò leggermente il capo, scoprendo il collo robusto.
Voglio dire… Comunque sì, Cristo è morto anche per te e per tuo fratello, per i tuoi figli. Per tua moglie. Cristoassassini?
Be’, è complicato da spiegare. I romani lo portarono alla croce, è vero, ma in un certo senso tutta l’umanità… Comunque morì anche per loro, certo. Anche se non se lo aspettavano, mettiamola così.
Bene, concluse Abu.
Volevo parlarti di un’altra cosa, disse Marco. Abu sorrise.
È inutile girarci attorno. Verresti comunque a saperlo. E poi non voglio che le cose si mischino. Non voglio che pensiate che ho fatto quello che ho fatto per… O peggio ancora che i documenti non arrivino perché io… Oh, com’è difficile.
Abu sorrideva ancora. Le tre cicatrici gli si aprivano e si allargavano sulla guancia, come se respirassero per conto loro. Grazie, disse Abu.
Grazie? Diamine, la verità è che non posso fare nulla, per voi. Dovreste andarvene, ecco cosa. La verità è che vi ho solo fatto perdere tempo. Quanto al motivo per cui ti ho chiesto di parlarti: stanotte…
Grazie per nottelei, lo interruppe Abu. Iodetto: vai, lascia qui copricorpo e da lui vai. E tu nottelei. E io grazie. E lei nottete quando vuoi, ancora.
Io non…
Mio fratello, ombretenda mentre tu nottelei.
Ma non…
Grazie, disse Abu.
Grazie, ripeté Marco. Certo. Grazie. Si sforzò di sorridere, abbassò il capo. Una striscia di fuoco gli percorreva l’esofago dall’alto in basso e poi al contrario. Si scusò, si alzò e andò a vomitare nei dintorni della sua tenda.
Quando tornò, Abu martellava qualcosa con regolarità compulsiva nella penombra del capanno.

Quel pomeriggio, dopo pranzo, Marco vide la giornalista affacciarsi di nuovo dietro la recinzione. Con lei c’era il tizio del comitato di quartiere.
Marco pensò all’acqua della piscina comunale, se ce n’era ancora e se era la stessa del diluvio, e pensò a una zattera più che a un’arca. Salutò la famiglia e si affrettò verso la recinzione. Una volta lì ci si aggrappò come aveva fatto la ragazza la volta prima. La guardò e stavolta fu certo che fosse un’amica di Sofia, anche se non era vero. Pensò di strapparsi la barba davanti a lei, pensò di arrampicarsi per scavalcare la rete e stringerla tra le sue braccia come aveva fatto quella notte con la ragazzina.
Il pelato se ne stava un po’ in disparte, come se avesse fretta d’andar via.
Questa gente non dovrebbe stare qui, disse la giornalista.
Marco sospirò, si guardò intorno. Allora il pelato si avvicinò. Aveva una maglietta con il nome del suo negozio e una vipera bianca disegnata sopra.
Ha ragione, disse masticando la sua gomma immaginaria. C’è da scommetterci che avete finito i viveri. Noi qui siamo disposti a darvi una mano, ok? A patto che ve ne andiate entro qualche giorno. Non potete stare più qui, e la piscina non c’entra. Chiaro?
Le acque hanno esondato, mormorò Marco. Ma si sono abbassate. Manca poco. Poi guardò per terra: era scalzo. Gli sembrò di sentire un’ombra alle sue spalle.
La giornalista e il pelato si guardarono.
Se nessuno vuole intervenire, disse il pelato, allora ci penseremo noi. Lo scriva, che gli abbiamo offerto il nostro aiuto, e che il responsabile del campo o quello che è ha rifiutato. Lo scriva, dannazione.
La giornalista accese il registratore.
Può ripetere?
Il pelato tirò su col naso. Grugnì qualcosa d’incomprensibile si gettò sulla recinzione come se volesse aprirla a mani nude. D’istinto Marco si fece indietro. Si allontanò ancora mentre la giornalista cercava di calmare il pelato. Quando si voltò scoprì che il muto e il ragazzino lo avevano seguito. Sentì qualcuno che ripeteva, sottovoce: manca poco, e pensò che fosse stato il muto.
Camminò fino al capanno. Iniziava a fare buio. Si vedevano le prime stelle appese nel cielo terso come splendidi cristalli.

Non appena lo videro entrare, il muto e il ragazzino si inginocchiarono sul pavimento, come in attesa di una benedizione.
Abu si inchinò e disse: signoremio grazie, grazie. Poi lo maledisse, gli sputò addosso e lo spinse in un angolo, lo stesso in cui stava rannicchiata la ragazzina.
La piccola piangeva, le mani a nascondere il volto.
Il corpo del capocantiere fu issato un’ora dopo, quando la notte era ormai scesa, nel silenzio rotto solo dalle martellate regolari. Ancora lucido nonostante i chiodi e il dolore, Marco sentì un uccellino gridare e fu certo che si trattasse di un cardellino. Ne sorrise, finalmente grato a se stesso, sforzandosi di restare cosciente: erano giusto a metà della processione verso l’uscita dal campo.
Nel capanno mancava una parte del tetto: Abu e i suoi avevano tirato via le travi per fabbricare la loro croce, il loro capolavoro di legno.




Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove zero zero | Racconto di Sara Giudice

Marta va in circolo nella stanza. È una stanza piccola, quattro metri per quattro. Un cubo spazio-temporale in cui le cose non procedono, semplicemente si aggrovigliano e girano intorno a loro stesse. Marta cammina in avanti e torna indietro. I piedi ripercorrono i sentieri già percorsi. Marta si siede sul pavimento. Sente le cosce umidicce di sudore toccare il pavimento. Vi si appiccicano sopra. Sa che farà fatica ad allontanarsi da lì. Si alza e se ne va. Rimane negli stessi quattro metri per quattro. La stanza è molto alta. Potrebbe essere un cilindro, l’interno di un albero cavo oppure un invisibile palo di niente. Marta sente di essere un invisibile palo di niente. Continua a camminare in cerchio. Continua a camminare in cerchio sulla superficie quadrata della stanza cubica, sfondando lo spazio con una certa apatia. La sola forza di inerzia la fa procedere avanti in un disperato tentativo di rivalsa.

Se la stanza esistesse davvero, Marta non sarebbe intrappolata. Se la stanza non esistesse davvero Marta sarebbe intrappolata. Si sente chiusa in uno spazio che nessuno ha costruito. Nessuno dipingerà mai le pareti di quella stanza. Nessuno mai si metterà seduto sul pavimento lucido color rosa antico a scrivere questa cosa mentre ascolta musica che non conosce e che non capisce se sa apprezzare pensando contemporaneamente a quello che dovrà preparare per cena. Alla sua sinistra non ci sarà il letto ancora sfatto dalla mattina nonostante siano già le sei meno venti del pomeriggio. È quasi sera. Marta sente un vago senso di fame. Non sono crampi, non è dolore. In lontananza, sente che ha fame.

Una volta Marta ha aiutato la madre a fare la spesa. Sono andate al supermercato insieme, hanno preso la macchina insieme, hanno messo la frutta nelle bustine biodegradabili, hanno selezionato il numero del prodotto sulle bilance, hanno pesato i peperoni, le melanzane, i ravanelli, hanno afferrato dagli scaffali i pacchi di fette biscottate, le scatole di cereali, i pacchetti di biscotti industriali e li hanno messi nel carrello. Insieme hanno scelto il tipo di pane al banco del fresco. Camminavano insieme nell’ultimo corridoio del supermercato, quello dei surgelati, quando Marta cominciò a vomitare. Vomitò la colazione mista a succhi gastrici, all’improvviso, mentre sua madre, di schiena, prendeva dal grosso frigorifero una busta di piselli surgelati. Continuò a vomitare anche mentre la madre cercava disperatamente di trascinarla via, oltre le casse piene di gente che guardavano inorridite, mentre gli premeva sulla bocca la giacca che sua madre si era tolta per cercare di trattenere la massa di cibo non digerito che usciva a cascata dalla bocca di Marta. Quando un infermiere l’aveva fatta sdraiare su un lettino scomodo del pronto soccorso, Marta aveva continuato a vomitare. Succhi gastrici e schiuma bianca, più che cibo, che ormai non era più presente nemmeno in minima parte nel suo piccolo stomaco da bambina. Scossa dai crampi, pregò sua madre di farla stare meglio mentre ciò che la flebo le stava versando lentamente nelle vene. Sedativi, anti-spasmodici. Il suo rapporto col cibo non era mai stato dei migliori, soprattutto nell’ultima parte dell’infanzia, in cui aveva cominciato a soffrire di problemi che andavano molto oltre quello che all’inizio la pediatra aveva ipotizzato potesse essere cancro allo stomaco, poi ulcera, poi gastrite e infine si era rivelato essere una lunga serie di intolleranze alimentari. Dall’episodio del supermercato, Marta aveva cominciato ad avere gli incubi. Quello che ricorreva più spesso era quello in cui aveva fame e non poteva mangiare.

Marta entra in cucina e apre gli occhi chiedendosi perché è in piedi davanti al tavolo da pranzo con i soli slip addosso e perché la luce è accesa. Si guarda in giro. Sbadiglia e controlla che tutto sia al proprio posto: la frutta nel cesto, i cuscini sul divano, i piatti sullo scola piatti del lavandino. Apre i cassetti per controllare che utensili e posate siano ancora lì. È una cosa che la tranquillizza. Apre gli sportelli per controllare che i piatti non si siano mossi, che il tagliere di legno non si si mosso, che il cibo nella dispensa non si sia mosso, che i coltelli soprattutto non si siano mossi. Quando apre il frigorifero vede la frutta nel cassetto della frutta, la verdura sui ripiani principali, lo yogurt di soia sullo sportello insieme a una bottiglia di acqua, un tubetto di maionese, un barattolino azzurro in cui tiene aglio e cipolla usati a metà. La cipolla è avvolta in un pezzo di carta stagnola. Chiude il frigorifero e si rende conto di avere le mani appiccicose di qualcosa di zuccheroso. Si lecca le dita con la punta della lingua. Nota una pesca mezza mangiata sotto a una sedia e si china per raccoglierla. Si siede in terra e finisce di mangiarla perché tanto, si dice, il pavimento è pulito e buttare una pesca giusto perché è caduta per terra non è una buona motivazione. Poi getta il nocciolo rossastro nel cestino dell’umido e lo guarda stare sugli altri resti di frutta, verdura e fazzoletti di carta usati. In uno dei fazzoletti ci si è pulita il naso dal muco la sera prima.

Cristiano varca la soglia della stanza arrivando dal piccolo corridoio.

“Che fai qui?”, parla con la voce ancora impastata dal sonno. Si passa una mano sugli occhi, che non riescono a reggere il colpo della luce accesa.

“Non lo so. Mi sono svegliata qui. Penso di aver camminato nel sonno”

“Non sei mai stata sonnambula”

“Lo so. Magari domani chiamo mia madre e le chiedo se l’ho mai fatto” indica il cesto della frutta “Stavo mangiando una pesca”

“Era buona almeno?” le si avvicina per abbracciarla e convincerla a tornare a letto. Anche lui indossa solo le mutande. Sono di cotone bianco.

“Abbastanza, ma non è importante”. Marta e Cristiano si danno un bacio e il cellulare squilla. Cristiano allunga la mano verso il cellulare anche se non è il suo.

La sera prima Marta lo aveva lasciato sul tavolo della cucina. Lo aveva dimenticato lì perché era troppo impegnata a spingere Cristiano in corridoio e poi in camera da letto per poterselo scopare alla luce dell’abat-jour. L’unico momento di pace in una giornata che non era stata delle migliori. Dopo una lunga giornata in ufficio, Marta era tornata a casa in taxi, aveva oltrepassato la porta del palazzo, preso l’ascensore fino al settimo piano e poi aveva usato la chiave di casa, la più grande del mazzo, aveva aperto la porta e poi aveva lasciato cadere pigramente la borsa sul divanetto sul quale, la sera prima, aveva succhiato il cazzo di Cristiano fino a farlo venire. Senza usare le mani. Si era tolta le scarpe, poi la giacca. Era andata in bagno, aveva pisciato, si era lavata le mani ed era tornata in cucina a piedi scalzi per preparare la cena. Funghi e piselli, con i quali avrebbe condito della pasta. A Cristiano piaceva molto la pasta condita con i funghi e i piselli. In bianco, senza panna. La panna lo disgustava. Quando era tornato a casa dal lavoro, Cristiano aveva dato un bacio in fronte alla sua giovane moglie e poi era andato in bagno. Aveva cacato ed era rimasto in bagno venti minuti. Poi era tornato in cucina e aveva cenato insieme a Marta. Non avevano parlato molto. 

Il cellulare di Marta segnalava un messaggio. “Dobbiamo parlare”, da Marco.

“Chi cazzo è Marco?”, Cristiano mostra a Marta la notifica sullo schermo del cellulare. Marta dice: “Nessuno”.

“Se fosse nessuno non ti direbbe che ti deve parlare a quest’ora del mattino”

“Marco è solo un collega in ufficio. Sarà per qualche pratica, qualche cosa in ufficio… non lo so. Non è niente di importante, tesoro. Sta’ tranquillo”

Cristiano lancia il cellulare di Marta sul pavimento. Lo schermo del cellulare si rompe in mille pezzi. I danni sono molto superiori a quelli che Cristiano intendeva causare al cellulare della moglie, che poi erano danni che avrebbe voluto causare al messaggio scritto da Marco e di riflesso a Marco. Il cellulare è da buttare.

“Che problemi hai?!” urla Marta. Cristiano la guarda. Non dice e non fa niente. “Perché cazzo lo hai fatto?”. Marta si preoccupa vagamente di abbassare la voce per non svegliare i vicini. “Sai benissimo quanto cazzo è costato quel cazzo di cellulare! Che ti prende?”

“Te lo sei scopato?”

“Chi?”

“Quel coglione”

“Di chi cazzo stai parlando?”

“Il coglione che adesso non potrà più mandarti nessun messaggino del cazzo”

Marta lo guarda allibita. Rimane ancora più allibita quando Cristiano le tira uno schiaffo. Marta pensa a tutte le volte che Cristiano ha usato le mani e i piedi per comunicarle che lo stava facendo arrabbiare. Una volta, Marta aveva sorriso troppo al cameriere e Cristiano le aveva tirato un calcio sotto al tavolo. Marta ne aveva riso. Poi c’era stata quella volta in cui Cristiano le aveva tirato uno schiaffo sulla nuca perché non le era piaciuta la sua battuta sulla lunghezza del suo pene. Anche in quel caso, Marta ne aveva riso. O ridacchiato. O forse si era solo sforzata di non dargli peso.

Cristiano le tira uno schiaffo “E reagisci, cazzo. Non stare lì a guardarmi e basta. Mi fai incazzare”. Marta si porta una mano alla guancia colpita. Ha gli occhi pieni di lacrime.

“Mi hai fatto male”, parla piano. Era la prima volta che Cristiano le faceva davvero male. Non le piaceva. Cristiano le tira un altro schiaffo. Al terzo, Marta gli afferra la mano. D’istinto, gli morde l’avambraccio. Forte. Cristiano dice che gli ha fatto male. Schiaffeggia di nuovo Marta, sull’altra guancia. Poi la spinge in terra.

“Non fare la stronza con me”, la minaccia con l’indice.

“Perché lo stai facendo?”

Cristiano afferra la fruttiera di porcellana e rovescia tutto il contenuto sul tavolo senza preoccuparsi di niente. La alza sopra la testa. Marta si raggomitola sul pavimento, si copre la testa con le braccia. Con un rumore atroce la fruttiera si rompe in mille pezzi, come lo schermo del cellulare, che ancora giace in terra. Alcuni dei pezzi della fruttiera finiscono sul dorso del cellulare morto. Marta urla quando un frammento di porcellana le si conficca in un dito del piede. Urla.

“Non voglio più vedere o sentire il suo cazzo di nome” Cristiano continua a minacciarla con l’indice “Hai capito?”. Marta annuisce. “E adesso pulisci il casino che hai fatto”

Il matrimonio di Marta e Cristiano durerà per trenta lunghi anni. Sarà una storia di alti e bassi, fatta di schiaffi, abusi e falsi sorrisi. Dopo l’episodio del messaggio di Marco, Marta farà richiesta di trasferimento. Continuerà il suo lavoro d’ufficio in un altro ufficio, con altri colleghi, altre colleghe. A casa la aspetterà Cristiano e quando sarà Marta quella ad arrivare a casa per prima, tutto dovrà essere perfettamente al suo posto.

Cristiano torna in camera da letto a piedi nudi, con le sole mutande di cotone bianco addosso. Calpesta le mattonelle per tutto il corridoio e poi aggira il letto per raggiungere il suo posto. Si siede sul materasso e poi si sdraia. Si copre perché camminare scalzo gli ha fatto venire freddo. Si addormenta quasi subito.

 




Incomincio a sentirmi straniero | Racconto di Massimiliano Piccolo

Un esile capriolo nella boscaglia. Le gambe scarne che tremolano. Acquattato con gli occhi sporgenti, terrorizzati. Saranno dieci o quindici minuti che sono tra queste tre sottili mura di plastica. Tanto sottili che avverto la gente lamentarsi, tossicchiare, o prendermi a male parole. C’è anche chi sta pensando di bussare per farmi uscire con la forza. Risuona tutto così triste e antidemocratico. E pensare che mentre guidavo per venire qui, pensavo a quanto potesse essere lontana la Corea del Nord, Kim Jong-Un e quella acconciatura da pazzo totale. Quasi peggio di quel suo ghigno da bambino killer mentre spara razzi in un oceano a casaccio.
 
Qua dentro mi sento a Pyongyang. Una specie di gabbiotto che mi pare un armadio poco segreto all’interno della residenza del bizzarro dittatore. Stringo la matita per provare a scacciare il timore che si è impossessato dell’intero corpo. Un paio di fogli colorati davanti a me, nomi, caselle, simboli, enigmi indecifrabili. Non riesco a decodificare nulla, la vista è appannata, i nomi potrebbero essere un misto di arabo, cinese e sanscrito. Sospiro e mi acciglio, arriccio il naso e mi avvicino, cercando di focalizzare cosa appare su quei due fogli che mi ritrovo a pochi centimetri dagli occhi. Rimango a fissare il vuoto apparente e lentamente ritrovo un barlume di lucidità. Ma non di speranza. D’un tratto riesco a mettere a fuoco nomi, simboli e caselle. Mi ricordo il motivo per cui sono chiuso tra queste tre mura grigiastre e quella tendina azzurra che sta dietro le spalle, insieme agli sbuffi, alle lamentele volanti, ai sacramenti che volano
nell’aria stantia di una cittadina di provincia.
 
La vista si fa nitida. A questo punto la lucidità d’occhio si scontra con la mente annebbiata. Un invernale camposanto di neuroni. Riconosco ciò che c’è scritto, ma non ho idea di dove apporre questa cazzo di croce. Sarà poi una croce che devo segnare? Consulto nomi e simboli, credo mi stia per venire un attacco di panico. Ho una paura fottuta.
 
Partiti di sinistra che se ne stanno accovacciati nella colonna di destra, quelli di destra in posizione di attacco in quella di sinistra. Al centro intersezioni che non comprendo. Nomi e cognomi che risuonano da tempi più che sospetti. Altri che paiono nuovi e che odorano già di marcio. Separatisti che vogliono l’unità contro il male scuro e oscuro. Falci e martelli che arrugginiscono ad ogni occhiata. Ultra-destre che stanno ai margini della scheda, come se fossero aggrappate alla scheda coi nervi tutti tesi. Movimenti complottisti che sembrano recensioni di Tripadvisor. Nemmeno Will Hunting riuscirebbe a mettere mano a queste formule. Non si intravede il minimo principio di logica. Lui bestemmierebbe contro tutti questi e sbatterebbe il gessetto per terra.
 
Vorrei mettere la croce su: mi sento qualunquista. E giuro che non lo sono mai stato, ma in questo momento sento che l’uomo qualunque si è impossessato del mio corpo. Sono posseduto. Vade retro, uomo medio. Sono in preda ad un stato ansioso fuori controllo. Sudo caldo, poi freddo, le tempie sono piscine olimpioniche e le guance cascate del Niagara. Le
schede si cominciano a bagnare, a inzuppare di disperazione, a inondare di incertezza.
 
Un altro colpo di tosse. Da appena fuori la cortina, sopraggiungono venti di guerra. Infuria la bufera, ma il vento, in questo caso, non fischia, parla. Una voce baritonale risuona come un colpo sordo. Come un tronco che si spezza. Ed io sono qui, in attesa del tonfo dell’albero che si schianti al suolo.
 
«Signor Piccirilli, sono quasi venti minuti che è dentro. Si sta creando la coda. Potrebbe accelerare?»
 
Il tono austero del presidente di seggio. Lo riconosco. Una frase, contenuta, onesta, tollerante, quasi democratica. Non riesco a rispondere e la mano riprende a tremare. La matita rumoreggia contro il flebile listello di legno che rappresenta il piano di scrittura. Non sapere dove apporre la croce e il fiato sul collo della folla esterna che si lamenta attraverso la voce profonda del presidente. Serro gli occhi, alzo il braccio con la matita stretta tra le dita, come se fosse un pugnale, poi lo scaglio di colpo contro al foglio. Il frastuono fa tremare la stanza, ma la punta non è rotta. Apro gli occhi e osservo dove è finita, dove ha lasciato il segno. La sorte ha voluto la parte libera, pulita, senza alcuna macchia di stampa. Faccio una croce dove non c’è nulla e prendo l’altro foglio, mettendo la x, dai tratti tremanti, nella medesima posizione della prima scheda. Cerco un senso a questa scelta casuale, osservando i simboli e i nomi che sono una mescolanza senza alcun significato. Mi volto, scosto la tendina di plastica blu e dura, antipatica al tatto, e muovo passi incerti verso gli scatoloni che dovrebbero rappresentare un tesoro inestimabile, la volontà del cittadino. Avverto i lamenti della folla che sembra pronta all’assalto ai forni, poi mi dirigo verso il centro del ferro di cavallo creato da banchi scolastici. Porgo le schede al baritono presidente e cedo la matita ad una delle scrutatrici che mi guarda incuriosita, forse stizzita, non so. Prendo la carta d’identità e comincio a correre, veloce, come quando da ragazzino sognavo di essere Michael Johnson sui duecento metri piani. Sono vecchia scuola, Usain Bolt lo lascio alla gioventù. Del resto ho l’età per votare anche al senato. Schiena dritta, braccia attaccate al petto, passo corto e via celere tra la
mandria incazzata. Esco dall’aula, percorro il corridoio come gli ultimi cento in rettilineo, e taglio il traguardo della porta d’uscita della scuola. Niente fotofinish, la medaglia d’oro mi appartiene. Sono paonazzo, sudato e sfinito. Mi domando se accada a ogni buon cittadino che svolge il suo dovere. Poi cammino verso il niente, con quel mio sguardo rivolto verso il nulla cosmico. Mi fermo nel parchetto vicino casa e tiro fuori l’ultima sigaretta del pacchetto. Mi siedo sulla panchina, aspiro forte, e mentre tutto è tremendamente uguale a sempre, incomincio a sentirmi straniero.