Anna e Mister Roosevelt | Racconto di Franco Faggiani

“Babbo… scusa…”.
“Che c’è?”, domandai con un tono leggermente gracchiante che di solito non era il mio.
“Niente”. Probabilmente si era accorta della mia apprensione.
Alzai lo sguardo dalla strada sterrata che separava in due il fitto bosco dei larici e tentai di fissarlo sullo specchietto retrovisore che tremolava ai sobbalzi della Bugatti avuta in prestito, per l’occasione, da un collega del giornale; facoltoso, monarchico e gran cacciatore di zitelle della
Borghesia torinese più defilata ma, per questo, più danarosa.
Un po’ di sudore agli angoli degli occhi e la polvere della strada entrata dentro contribuivano a rendere più difficile la messa a fuoco.
“Che c’è!”, chiesi di nuovo e con maggior veemenza, facendo roteare gli occhi dallo specchietto alla strada, per via dei due tornanti secchi in arrivo.
Anna non rispose. Tentò di sorridermi, notai con la coda dell’occhio. Era pallida e sudava per il caldo e il vestito nuovo accollato. Accanto a lei, sul sedile posteriore, Franklin Delano Roosevelt, detto Frank per comodità nel richiamo, stantuffava alito a ritmo sostenuto, con gli occhi chiusi e cisposi e la lingua ormai quasi bianca e rugosa.
Anna aveva undici anni ed era mia figlia. Sua madre era morta sei anni prima e lei aveva vissuto buona parte della sua infanzia con i nonni, a Roma, e un po’ con me, quando il giornalismo nomade attraverso le province del nord ovest italico subiva fortunosi attimi di sosta.
Ora, però, anche per me la situazione stava per cambiare.
Frank era un golden retriver che mi aveva regalato due anni prima, al mio ritorno dagli Stati Uniti dove avevo seguito vari avvenimenti, comprese le elezioni presidenziali, una signorina di buona famiglia biellese con la quale avevo avuto una relazione lunga e, credevo, solida. Invece non lo fu poi tanto. Si innamorò di un altro (quando me lo disse lo avevo capito già dalla premessa: “Non ci sei mai quando ho bisogno”) e non ci furono neanche tanti convenevoli. Semplicemente non si fece più viva e Mister Roosevelt era tutto quel che mi rimaneva di lei.
“Babbo… mi viene da vomitare”, disse Anna in un perlage sempre più fitto di sudore. Lo disse in un fiato crescente. Alzare gli occhi al cielo, imprecare e poi pentirsi, schizzare dalla macchina fu un tutt’uno.
Mister Roosevelt, piuttosto eccitato per l’aria fresca e l’inaspettata libertà, saltò giù come un felino, nonostante la stazza e l’indolenza, quasi travolgendo Anna.
Lei scese lentamente.
Rimase per un po’ con le braccia conserte e gli occhi acquosi a fissare i vapori che salivano dal sottobosco, per via della calura che risucchiava voluttuosamente l’umidità della notte. Poi piegò leggermente il busto in avanti e vomitò. Con molta dignità.
“Scusami babbo”, disse poi, “sono emozionata”.
Mi intenerì, con questa sua giustificazione; forse non sapeva neanche bene il significato di emozione.
“Non potevi fare tutto prima, quando ti sei fermata a fare pipì?”, le chiesi cercando di scherzare.
“Ma non mi veniva”, rispose seria.
“Stai meglio?”. Poi, senza aspettare risposta, avevo aggiunto, “torna in macchina che è tardi”. Mi misi a fischiare per richiamare Frank, subito partito alla ricerca di qualche capriolo nel bosco, con cui ingaggiare una gara da perdente, un inseguimento di breve durata. Un vezzo, più che una caccia.
Il cane tornò subito e saltò dietro con la solita irruenza, finendo in grembo ad Anna che rise e lo accarezzò. Era andato a bere in una pozza e c’era pure entrato dentro. Le gocciolò acqua e fango sul vestito, sul quale avevo già fatto finta di non notare alcune tracce di saliva. Ma così era davvero impresentabile.
E adesso? Non potevo tornare indietro, ero già in folle ritardo. Mi venne l’ispirazione quando vidi il cartello di latta ammaccata che indicava l’alpeggio di Francesco Cappellari, malgaro e addetto alla manutenzione delle mulattiere.
Girai con decisione verso il vallone, affrontando la salita con la Bugatti che faceva schizzare il pietrisco dappertutto e mi fermai solo davanti alla porta della cucina spalancata sul prato. La macchina era ingiallita dalla polvere pesante e dalla terra bagnata.
“Rossella!”, gridai, “Francesco!”.
La possente signora Cappellari uscì dalla tenda azzurra della porta e mi abbracciò con vigore. “Monsieur Umberto, che bello. Auguri… ma qui, a quest’ora?”.
“Guardi”, dissi quasi piangendo, puntando l’indice accusatore, senza voltarmi, sulla mesta Anna.
Rossella, donna delle terre alte, di lavori duri, di tempeste e soprattutto madre di sei figlie femmine, non esitò. Prese Anna in braccio e zompò dietro la tenda gridandomi un perentorio “entri!”.
Invece rimasi fuori, a guardare il sole che cercava di intrufolarsi tra i tronchi e i rami dei larici. Infilai la mano nella tasca del panciotto ormai sgualcito per cercare con timore l’orologio. Non c’era, era rimasto a casa, appoggiato chissà dove. Quando ritrassi la mano, sotto le unghie avevo dei minuscoli grani di lavanda. Ce li aveva messi Anna. Lo faceva spesso. “Così le tue mani d’inchiostro si profumano un po’”, diceva con quel suo fare protettivo.
Mi guardai istintivamente le mani. Erano un po’ sudate ma le punte delle dita si erano normalizzate dalle grinze bianche e non odoravano più di sapone da cucina. Prima di uscire di casa avevo lavato pentole e padelle e due pile di piatti della sera precedente. Gli amici e i colleghi della Stampa e quelli del locale settimanale cattolico La Valsusa avevano democraticamente scelto la mia grande cucina per discutere fino a notte fonda, sfiorando a volte i limiti della rissa, su quanto si erano detti il giorno prima Hitler e Mussolini a conclusione del loro incontro a Venezia. E poi per cercare goliardicamente di convincermi a non caderci una seconda volta. E infine, visti vani i loro sforzi, per farmi gli auguri.
A mie spese però, viste il prosciugamento indiscriminato delle bottiglie di Grignolino e di Barolo che proteggevo da tempo in una nicchia, non poi così tanto ben nascosta, nel muro della cantina.
Era fine giugno del 1934, io avevo quarant’anni e stavo per sposarmi di nuovo. Martina aveva trentuno anni, era una torinese della Collina. Era allegra e bionda, con i capelli tagliati cortissimi, da ragazzo, e suonava la viola in un’orchestra da camera e tutti la guardavano con attenzione. Come del resto avevo fatto anche io, lo scorso anno. Di sicuro con molta più attenzione degli altri.
Mister Roosevelt, che era venuto ad accucciarsi e a sbavare pure sopra le mie scarpe, alzò la testa di scatto.
“Pronti!” disse Rossella uscendo di corsa e buttando, quasi, Anna sul sedile posteriore della Bugatti.
“Tenga il cane davanti e non chiuda tutte le finestre della macchina, che l’aria deve entrare, sennò la bambina non respira. Se arriva un po’ scapigliata fa niente, è bella sempre. E tanto”, aggiunse ammiccando verso il fondo valle, “la sposa lo stesso, stia tranquillo, anche se si presenta con quelle scarpe lì e il vestito un po’ conciato…”.
Non finii di ascoltare le raccomandazioni, partii senza nemmeno ringraziare.
Anna stava meglio, aveva ripreso un po’ di colore. Era pettinata e profumata nel vestito celeste a fiori, un po’ démodé, della figlia più giovane di Francesco e Rossella.
Mi sorrise nello specchietto. Mi infilai finalmente sulla strada principale, che regalava per fortuna qualche tratto dritto, pigiai a fondo il gas.
Il rumore del motore sembrava voler annunciare un temporale estivo. Dopo i rettilinei, ma ancora lontano, c’erano tre grandi curve e poi la chiesa, le cui campane dovevano aver smesso di echeggiare per la valle da un pezzo.
Ero in ritardo di quasi un’ora. Martina però la vidi subito, sulla soglia, tra gli ospiti che le stavano intorno, forse per consolarla. Guardavano tutti verso di me. Il polverone che saliva dietro la Bugatti come il fumo di un incendio, doveva avermi annunciato e, nelle curve, avevo anche suonato timidamente il clacson, simile al verso della cornacchia sfrontata che veniva a chiedere il pane vecchio becchettando sul vetro della finestra della nostra cucina. C’ero quasi, la nuova vita stava per cominciare.
Anna e Franklin Delano Roosevelt s’erano nel frattempo addormentati.

 




La festa del ritorno | Racconto di Romano De Marco

“Ecco, questa è l’opera originale, la celeberrima “Madonna dell’Umiltà” del Beato Angelico. La osservi bene… Pensa di essere in grado di realizzarne una copia accettabile?”
Il direttore del Museo Nazionale San Matteo, di Pisa, è un uomo alto, longilineo e austero, sui sessant’anni. Mi guarda con un sopracciglio alzato e le mani intrecciate dietro alla schiena.
“Penso di sì. Anzi, ne sono certo. Mi sono laureato discutendo una tesi sui lavori giovanili del Beato Angelico, ho studiato le sue opere per anni. Sarà un onore per me, misurarmi con un incarico così prestigioso.”
Annuisce ma non sembra convinto. Lo sguardo, dietro le spesse lenti degli occhiali, è scettico.
“Capirà che non possiamo assicurare sin d’ora di accettare l’opera finita. Il corrispettivo pattuito potrà esserle riconosciuto solo dopo che una commissione interna presieduta dal sottoscritto e formata da membri del museo e della Soprintendenza, avrà effettuato una attenta valutazione. La copia è stata commissionata dal Comune di Peccioli, ma noi del museo abbiamo carta bianca dal punto di vista del giudizio artistico. Qualora il suo lavoro fosse ritenuto… non adeguato, le saranno comunque riconosciute le spese per il tempo occorso alla realizzazione.”
“Professore, quest’impresa è una sfida anche per me, sarei il primo a fare un passo indietro se non ritenessi all’altezza il risultato finale.”
“Bene, bene…” annuisce lui. “Le sarà concesso di lavorare all’interno del museo, in questa sala messa a disposizione, in presenza dell’opera, come da sua richiesta. A quanto mi diceva, impiegherà sofisticate tecniche fotografiche.”
“Sì, porterò qui tutta la mia attrezzatura. Voglio lavorare in maniera estremamente precisa anche sulle imperfezioni del dipinto e del supporto, sugli inevitabili segni lasciati dal tempo. Voglio fare in modo che chi guardi la copia abbia un’idea concreta delle condizioni dell’originale. Ma non le anticipo altro, sarà lei, dall’alto della sua esperienza, a giudicare.”
“D’accordo giovanotto. Allora la lascio al suo lavoro. Spero proprio che gli elogi che i suoi docenti le hanno tributato siano meritati… Quando pensa di iniziare?”
“Domattina. Ora, se non le dispiace, vorrei rimanere per qualche minuto da solo, a osservare il dipinto. Scatterò anche delle foto con questa macchina digitale portatile. Ho bisogno di raccogliermi, di assorbirne le suggestioni.”
Sembra perplesso, si vede che l’idea di lasciarmi da solo, con l’opera, non lo entusiasma. Del resto, nei prossimi giorni dovrà farlo per forza. Alla fine annuisce poco convinto. “Faccia pure… l’aspetto nel mio ufficio per gli ultimi accordi logistici. Inutile che le raccomandi di non toccare il quadro e non esporlo alla luce del flash.”
“Toccarlo? Ma scherza? Non mi permetterei mai! E poi fotografo sempre senza flash, in alta definizione… Non si preoccupi, pochi minuti e sarò da lei.”
Quando esce, posso finalmente dedicarmi alla mia verifica. Osservo con attenzione il sistema di fissaggio del dipinto e controllo la presenza di eventuali allarmi collegati al supporto.

 

Due mesi dopo

“E’ incredibile. Il suo lavoro è davvero incredibile…” La responsabile della Soprintendenza dei Beni Ambientali e Artistici si avvicina al pannello ligneo cuspidato, sgranando gli occhi. “Ma come ha fatto a replicare in modo così perfetto ogni particolare, ogni segno del tempo? Sono sbalordita…”
“In realtà, dottoressa, molto è frutto della tecnologia di riproduzione fotografica che ha fatto passi da gigante.”
Mentre parlo con la simpatica signora cinquantenne, gli altri membri della commissione si alternano nell’esame accurato dell’opera.
“Ma… è identica all’originale!” esclama un uomo elegante, sui sessant’anni. “Lei è un genio!” Credo sia il sindaco di Peccioli, il comune di cui fa parte il piccolo borgo di Cedri. È stato lui a volere che una riproduzione venisse collocata all’interno della chiesa di San Giorgio, dove per più di un secolo e mezzo, fino al 1952, fu esposto il dipinto originale.
“Beh, beh, identica…” esclama il direttore del museo “Adesso non esageriamo!”
Si fa largo fra gli altri membri della commissione, fendendo il gruppo con la sua altezza e ponendosi di fronte all’opera. La osserva con una mano sul mento e le solite sopracciglia alzate. “Diciamo che è sicuramente un buon lavoro.”
“La ringrazio” dico chinando il capo “Detto da lei è un complimento straordinario.”
“D’altra parte” si affretta ad aggiungere “replicare la grazia del tratto originale, l’austero distacco dell’espressione della vergine, l’accuratezza dei particolari… beh, è un altro discorso. Occorrerebbe un genio ispirato dalla grazia divina, come lo fu il Beato Angelico… e lei, mio giovane amico, glielo dico con tutto il rispetto… forse non lo è.”
“Ma ovvio che non lo sono professore.” Mi schernisco “Se il mio lavoro è perlomeno accettabile lo devo proprio al fatto che mi sono limitato a copiare. La mia non è altro che una fotografia tridimensionale dell’opera originale, dove ogni singolo tratto di pennello, ogni segno di usura e di invecchiamento, sono stati riprodotti con tecniche artificiali. La genialità dell’artista, naturalmente, non può essere clonata.”
“Giusto, giusto… proprio così” si affretta ad aggiungere lui. “Lei mi scuserà, quindi, se osservando l’originale continuo a provare delle sensazioni, delle suggestioni profonde e illuminanti che la sua copia, purtroppo, non riesce a dare.”
Gli altri membri della commissione annuiscono, un po’ confusi, e sorridono al professore che li guarda, ad uno ad uno, per verificare che concordino con la sua affermazione.
“Beh, certo, l’originale è l’originale…” esclama la dottoressa della Soprintendenza.
“Eh sì… la differenza si nota eccome…” gli fa subito eco il sindaco di Peccioli, per nulla convinto.
“Ma vogliamo scherzare?” si azzarda a rincarare la dose un altro esimio accademico “Ora addirittura paragonare l’opera del Beato Angelico a una pur pregevole riproduzione… suvvia, colleghi!”
“Spero, comunque” mi intrometto io “che valutiate il risultato accettabile. Io ho fatto del mio meglio e mi rimetto al vostro giudizio!” Sottolineo l’affermazione con un inchino e il direttore del museo si avvicina battendomi in modo paterno una mano sulla spalla. “Mio caro ragazzo, sa cosa le dico? Che la prova, per quanto mi riguarda, è superata! Sempre con il consenso dei colleghi…” Aggiunge facendo roteare la mano verso i presenti.
“Assolutamente sì” esclama la direttrice della Soprintendenza.
“Eccome se è superata!” aggiunge il sindaco.
“D’accordo con il nostro presidente!” sancisce definitivamente un terzo esperto.

 

Giugno 2019, Cedri. Festa del ritorno.

La Chiesa di San Giorgio è stracolma di gente, almeno trecento persone, venute ad assistere alla messa solenne celebrata da sua eccellenza il vescovo. È un evento istituito sei anni fa allo scopo di raccogliere fondi per la ristrutturazione e la manutenzione della Chiesa. Il piccolo borgo, che conta appena 30 residenti, ogni anno si rianima, nell’ultimo sabato di giugno, intorno a quel luogo sacro, gestito dalla Parrocchia di Peccioli e simbolo di una comunità del passato ormai dispersa nel territorio circostante. Per l’organizzazione della festa è molto attiva anche la Misericordia di Fabbrica, altra frazione del Comune di Peccioli, in barba alla proverbiale rivalità fra le città toscane, tipica anche dei borghi più piccoli.

Quest’anno la festa è particolarmente sentita, perché nella chiesa di San Giorgio, sulla controfacciata sopra il portone d’ingresso, è stata collocata la copia della “Madonna dell’Umiltà” del Beato Angelico, donata alla comunità di Cedri nel 1791 dalla famiglia fiorentina degli Alessandri, feudataria del piccolo borgo. In prima fila siedono il sindaco di Peccioli, il direttore del Museo Nazionale di San Matteo, la direttrice della Soprintendenza e la direttrice della Fondazione di Peccioli per l’arte, la cultura e la solidarietà, più altre personalità locali e regionali. Un posto d’onore è stato riservato anche al giovane autore dell’opera che è tornata ad occupare la sua posizione originale.

“E se oggi la nostra comunità, può tornare ad ammirare la bellissima espressione di questa vergine Maria” esclama il vescovo nella sua omelia “posizionata proprio dove fu, per oltre centocinquant’anni, l’originale, lo dobbiamo senz’altro all’impegno e alla lungimiranza del Sindaco di Peccioli… all’attenta opera di supervisione del Museo Nazionale e della Soprintendenza… e a questo bravo giovine che ha realizzato la copia… Ma prego, giovine, venga… venga un attimo qui.”
Mi alzo, imbarazzato, e percorro i passi che mi separano dall’altare. “Ecco il nostro artista… Facciamogli un applauso!”
Mentre tutti battono le mani, mi inchino ripetutamente in segno di ringraziamento. “E lei, caro ragazzo, si chiama, si chiama?” mi chiede il vescovo avvicinandomi il microfono alla bocca.
“Matteo Alessandri!” esclamo sorridendo.
“Ma bene, bene… che coincidenza! Un Alessandri donò a Cedri l’opera originale, un altro Alessandri, oggi, gli dona una bella copia! Bene, bene… ora torni pure ad accomodarsi.”
Me ne torno al mio posto continuando a sorridere e ringraziare con la testa mentre tutti mi guardano con ammirazione. Prima di sedermi, rivolgo uno sguardo alla “Madonna dell’Umiltà”. Quella originale, del Beato Angelico. La mia copia, ora, è esposta al museo Nazionale San Matteo. È una vita che aspettavo questo momento. Restituire un dono dei miei avi a coloro cui fu destinato.
Sì, quella di oggi è davvero la festa del ritorno.




Il catechismo | Racconto di Marco Rinaldi

L’anno scorso, andare a scuola non mi piaceva per niente, forse perché ero piccolo, o forse perché era ancora vivo il nonno, che poi non ho ancora capito perché è morto, che non si è neanche operato. Col nonno era tutta un’altra cosa, e a me non mi andava di lasciarlo per andare a scuola. Lui mi voleva bene più di tutti gli altri, mi raccontava un sacco di cose; erano sempre le stesse, le cose che mi raccontava, ma siccome era anziano, ma anziano parecchio, a un certo punto si confondeva, mischiava quelle cose con altre cose, e poi con le notizie e i film della televisione, e io mi divertivo un sacco. Mi divertivo anche quando lui e la nonna litigavano, cioè tutti i giorni, però mi dispiaceva tanto quando la nonna parlava male della signora Fiorella, perché lui non diceva più niente e diventava triste triste.
Adesso invece, che sono più grande e a casa mi annoio, andare a scuola mi piace abbastanza… ma non sempre. Per esempio, non mi piace quando non ho fatto i compiti, quando piove, o se il giorno prima sono stato dal barbiere, che mi viene la faccia rotonda. E non mi piace neanche quando so che viene il fisioterapista della mamma perché è molto muscoloso, e non vorrei che gli facesse male. Certe volte alla mamma gli viene il mal di schiena, e allora, quando il papà è in viaggio e in casa deve fare tutto da sola, chiama questo signore che, dice, le fa un po’ male, ma la rimette a posto.
La mia scuola è molto grande, un palazzo intero. Fuori è vecchia e fa tristezza, un po’ come la nonna quando si alza la mattina coi capelli sciolti che però non si sciolgono perché sono appiccicati, e c’ha ancora la faccia tutta ammucchiata intorno al naso, come quella del cane di Filippo, che abita al secondo piano.
Ok, fuori non è bella, la mia scuola, ma dentro ci sono un sacco di cose: le stanze, gli armadietti, il pavimento, i gessetti, le matite colorate e il gabinetto. Mi piace soprattutto il gabinetto, anche se l’odore è così così, perché mi ci porta sempre la maestra Francesca, che è bella e giovane, più giovane della mamma – più bella no. La maestra è anche più gentile della mamma, nel portarmi al gabinetto, ché la mamma si scoccia sempre perché dice che sono grande e devo andarci da solo; ma io ancora non sono tanto pratico, e poi il gabinetto nostro è in fondo al corridoio e io c’ho paura del fantasma del nonno. A scuola, però, ci faccio solo la pipì, di fare quell’altra cosa non mi va, perché se la maestra Francesca sente l’odore che c’ho dentro, mi sa che poi al bagno non mi ci porta più.
Nella mia classe ci sono simpatici e antipatici: simpatici siamo io, Lorella, Sofia e Marilena, invece antipatici sono Fabio, Marcello e quel ciccione di Giulio; gli altri non sono né simpatici né antipatici. Io mi sono fidanzato con Marilena, perché è simpatica e magra, e soprattutto perché mi ama. Lo sanno tutti che siamo fidanzati, perché facciamo merenda insieme e, qualche volta, ci teniamo pure per mano; i bacetti, invece, ancora no. Io, a dire la verità, mi volevo fidanzare con Sofia, che è bella e ha i capelli lunghi, ma lei ama Fabio, perché è antipatico, e alle femmine belle gli piacciono quelli antipatici. Non tutti, però: quel ciccione di Giulio, per esempio, anche se è antipatico, non lo amano né quelle belle né quelle brutte, ma a lui non gliene importa niente perché è immaturo.
Io, per quanto riguarda le femmine sono maturo, per il resto non lo so.
Don Panetta, per esempio, dice sempre alla mamma che lui non è d’accordo che faccio la comunione, perché non sono ancora pronto per accogliere il Cristo. Loro due non vanno tanto d’accordo, perché lui dice che lei va in chiesa solo ai matrimoni e ai funerali, e invece lei dice che lui si muove come una femmina, e c’ha pure la voce, da femmina, tanto che a casa lo chiama suor Panetta. Però, da quando ha deciso che devo fare la comunione, la mamma fa finta che don Panetta gli sta simpatico; gli dice sempre che sono tanto buono e conosco a memoria tutte le risposte alle domandine del catechismo (chi è Dio, il Decagono dei comandamenti, quanti erano gli Aposteri, eccetera eccetera), e questo è vero, anche perché dice che se non le imparo, il nonno torna dall’inferno e fa il fantasma – oh, lui sta all’inferno per quella
cosa della signora Fiorella, credo. Per convincerlo, poi, la mamma ha anche detto a don Panetta che la sera le chiedo sempre di leggermi la Bibbia, e questo invece è vero così così; cioè, io gli chiedo solo di leggermi quella cosa di quando Dio fa piovere le rane che poi si spiaccicano per terra, e poi manda le zanzare e le mosche velenose che ammazzano gli egiziani. Queste cose me le hanno raccontate Billo e Fabrizio, i figli della zia Bisa e dello zio Saro, quelli ricchi, che anche loro due devono fare la comunione, e sono più avanti di me col catechismo. Fabrizio dice che è maturo, perché ha un anno e mezzo di più, e da grande farà il prete come don Panetta, ma senza la voce da femmina, dice; invece secondo me Billo non è maturo per niente, perché è piccolo come me, e poi è fissato che vuole sempre toccare il sedere di Betty, la sorella, che anche lei è figlia della zia Bisa e dello zio Saro… cioè, dello zio Saro forse, perché il papà dice che c’ha i capelli ricci ricci come lo zio Armando, il marito di zia Lisa, ché è sempre stato un tipo sveltino.
Però, don Panetta, a Billo mica glielo dice che è immaturo, anzi, gli fa un sacco di complimenti, se lo tiene sulle ginocchia durante le lezioni, e certe volte, mentre gli suggerisce le rispostine all’orecchio, gli dà i bacetti, che a Billo gli fa pure schifo, perché dice che c’ha la bocca colla saliva.
La mamma, a parte che quelle cose della Bibbia non me le legge perché le fanno schifo le ranocchie spiaccicate, dice che, maturo o non maturo, devo fare la comunione insieme a Billo e Fabrizio, perché così facciamo un ricevimento solo, che lo paga la zia Bisa che è ricca; e dice pure che così avrò gli stessi regali da ricchi che i parenti devono fare a Billo e Fabrizio per non fare la figura di pezzenti, tipo la Playstation 4, il Nintendo 3DS, la bicicletta… o addirittura il motorino, che me lo tengo in garage finché non c’ho quattordici anni.
Don Panetta, però, dice che alla comunione non si dovrebbero comprare i regali perché è una cosa religiosa, mica un compleanno; ma, secondo me, senza i regali la comunione la farebbero solo le persone anziane, ché dei regali non gliene importa niente, e in chiesa ci stanno meglio che a casa, perché a casa c’hanno paura di morire da soli.
Don Panetta dice pure che non bisognerebbe comprarli neanche a Natale, i regali, perché anche quella è una cosa religiosa, e poi Gesù è nato nella grotta. Io non sono d’accordo: okkei, Gesù è nato nella grotta, ma con le comete, gli angeli, i pastori con la pecora intorno al collo, i remmaggi con le cose d’oro, e pure la birra.
E poi, Gesù c’aveva il bue e l’asinello, che magari ce l’avessi io, che a me non mi fanno tenere neanche un micetto.
E comunque, i regali di Natale mica si comprano, quelli li porta Babbo Natale, che di cose religiose, secondo me, ne sa più di don Panetta. Anzi, visto che Babbo Natale non si sa dove sta, esiste da sempre, non si fa mai vedere, e ci devi credere e basta, potrebbe addirittura essere lui, Dio.
E questa sarebbe davvero una bella cosa, perché Babbo Natale è grasso come il nonno e è sempre allegro. Invece il Cristo, per carità, io gli voglio un bene dell’anima perché ha sofferto tanto e dice pure che è morto per noi, però era serio serio come la nonna, pure quando non soffriva tanto.
Io questa cosa l’ho detta solo a Marilena, ché i fidanzati si devono dire tutto: mi sa che c’ha ragione don Panetta, a dire che non sono pronto per il Cristo, perché a me colla comunione mi piacerebbe di più accogliere Babbo Natale.




Minutaggio #1 | Racconto di Michelangelo Franchini

 

3′

 

Tesoro ti prego non cominciare adesso. Non cominciare un’altra volta le dico, ma la porta del bagno attutisce i rumori, e chissà che sta facendo dall’altra parte, perché il silenzio è davvero inquietante, capito tesoro?, trovo il silenzio inquietante, le dici ma non serve a niente perché la porta non si apre e siete fermi a quella situazione, a quello stesso stallo delle scorse volte quando ti ubriacavi e lei era lì pronta a coglierti in fallo perché quello era diventato il matrimonio. Finché morte non vi separi, finché uno non uccide l’altro, piuttosto, pensavi incazzato quando succedeva. E succedeva. Ormai succedeva sistematicamente, ma prima non era così, ti dici, dove ho sbagliato. Non lo sai, non c’è una risposta. C’era un tempo in cui scopavate come conigli e guardavate la televisione e parlavate di tutto per ore, e adesso c’è d’improvviso il tempo in cui ogni piccola, insignificante manchevolezza dell’altra o dell’altro è un motivo per fregarlo, farglielo notare, e allora vaffanculo, subentra la rinuncia e allora tutto è lecito, ed è quasi un piacere morboso farla arrabbiare, e distruggere tutto, perché non lo sai, però è così, dillo che lo fai apposta, stronzo bastardo seduto sul cesso con quei pantaloni da uomo d’affari e quella cravatta allentata, cosa sei un broker di wall street cocainomane, magari cazzo. Magari.

 

3′

 

Quello che puoi fare ora è provare a uscire e scusarti e cercare di cavartela così, anche se questa volta, dopo quello che è successo, non è che puoi proprio sperare di non aver tracciato un segno indelebile che resterà – resterà, capito?, provi a dire, non c’è risposta. Questa cosa resterà, ma noi diventeremo più forti. Il silenzio ti uccide, perché non parla? Perché non gioisce nel mostrare che il fallimento della sua vita è colpa tua, solo tua, e che quindi lei può indossare il comodo abito della vittima quando a pranzo da sua sorella in Toscana lei le prende la mano e le dice, sei stata sfortunata, sei una brava donna. Una brava donna nonostante tutto – come fosse poi colpa mia se ha fallito con l’università, ti dici – ma è una cattiveria, come puoi pensarlo? Te la ricordi la prima cattiveria che hai pensato su di lei? O è davvero così connaturata al vostro rapporto che fin da subito evitavi di dirle che avevano chiamato per cercarla al telefono, pensavi, così impara a non stare a casa, a non curarsi dei suoi affari, visto che usciva sempre – questo è innegabile, non si può dire il contrario, ma potevi parlargliene – e allora ecco che ti viene quell’assillante, fastidioso dubbio che viene alle persone in crisi chiuse in bagno che si chiedono come sono arrivate a questo punto dopo tutta quella gioia – un dubbio che il silenzio ti obbliga a sentir risuonare nelle viscere.

 

3′

 

Esci sempre, le dicevi, e lei rispondeva e quindi. Ed era talmente bella, dopo una giornata di lavoro – lavoro sodo, sai?, per permetterci tutto questo – e lei rispondeva: anch’io che ti credi – che volevi solo sbatterla e poi non parlarci più, e invece le hai detto che esce sempre, lei ha detto e quindi, ha stappato una birra, una sola per sé stessa, e ti sta ignorando. E allora non ci vedevi più e qualcosa scattava dentro di te, ma era la rabbia per quel fizz della birra, e il resto era solo malinconia, per cui ti lasciavi andare sul divano, perché quell’e quindi preparava alla tua risposta e la tua risposta era che pensavi che ti tradisse e quindi accendevi la televisione. Accendevi la televisione e guardavi uno di quegli orrendi quiz per novantenni che danno all’ora di cena in cui bisogna indovinare qualche parola e cercavi davvero di impegnarti a capire cos’hanno in comune una guglia una guardia svizzera e una lada perché così il cervello poteva innocuamente giacere. È questo che voglio, perché non lo capisci. Lo pensavi ma non lo dicevi, non è che si può sempre dire tutto, tipo che in realtà sai che avrebbe ragione a tradirti perché non vali un cazzo e non sai cos’è una guglia.

 

3′

 

Esci sempre era quasi peggio che quell’altra cosa che le hai chiesto quando siete tornati dal viaggio, e tu hai tenuto il broncio perché lei ha fatto la civetta col bagnino fighetto ventenne – ma è solo per avere l’ombrellone in prima fila, non fare il musone. Quell’altra cosa, ovvero, che intendeva tua sorella. La stronza della sorella, una donna bellissima, uguale a lei in tutto e per tutto – la gente ci prendeva per gemelle, ti ricordi quella pubblicità che facemmo? – ma ha sposato un riccone che la fa vivere in Toscana, ecco la differenza, la differenza è che tuo cognato ha i peli del petto grigi in vista e con gli occhiali rayban e un panama da mafioso ti offre un sigaro e ti dice che è un cubano. È un cubano, capito, un sigaro pregiato, gustatelo. La vita è bella, dice, ma non è vero, vorresti rispondere, la vita è bella perché tu hai belle cose, perché sei un figlio di puttana che fa insider trading e io sono un figlio di puttana che lavora alle poste, e questo evidentemente non è abbastanza per quella stronza, e quindi si scopa qualcuno di alto e moro. Non ci pensi però e ti fumi il sigaro, e poi gli chiedi se per caso da loro hanno un posto per uno che di finanza insomma, non è che ne sa moltissimo, però capito, potrebbe imparare in fretta, no? Niente, dice lei, non intendeva niente.

 

3′

 

La sorella in particolare è qualcosa che ti fa incazzare a bestia, con quel suo sguardo di compatimento misto a invidia sul quel bar della riviera mentre il cameriere porta gli spritz, alla sorella, la povera sorella che non indossa un vestito di versace che fa vedere il color lilla delle mutandine di pizzo – sgualdrina, ecco il tuo vero lavoro – e che si traduce in un labbruccio corrucciato, povera sorella mia che non hai avuto la brillantezza mentale di sposarti un riccone anche se sei arrivata quinta a miss Italia da ragazza – dovresti vedere le foto. E le dicevi che intendeva la sorella, e lei rispondeva, ma che vuoi che intendesse. Minimizzava, diceva, non capisco che mi stai chiedendo, è mia sorella, è ovvio che è preoccupata.

Tu: preoccupata?

Lei: beh per la situazione economica sai…

Tu: tua sorella parla con Draghi che si preoccupa della situazione economica?

Lei: dai, hai capito, la nostra.

Tu: la nostra, non ha motivo di preoccuparsi per la nostra, mi pare che stiamo bene.

Lei: non dico questo.

Tu: stiamo bene, no?

Lei: sono stanca.

Tu: ti ho chiesto se stiamo bene. Stiamo bene?

Lei: sì, stiamo bene, che pesante che sei. Stiamo bene, non dico questo…

 

3′

 

Non dice questo, che cosa dice? Niente dici, prendi e te ne esci, pensi, ma non lo dici, anche se dovresti, tu non dici nulla, lei non dice nulla, si beve quella birra con estrema lentezza e poi mette i piedi sul tavolo e vorresti farle qualcosa, e adesso si lecca anche le labbra. Si era leccata le labbra per provocazione, ecco perché, pensi, è senz’altro così, è tutto preparato, tutto quello che è successo è colpa sua. Ha messo in vista quelle belle gambe atletiche di quel bel corpo atletico e ha aspettato che crollassi, perché era ovvio che saresti crollato, e ormai sei fottuto amico mio, ed è inutile che te ne stai in quel bagnetto con le mani nei capelli a pensare a come risolvere l’irrisolvibile, il mondo è pieno di gente come te e non risolve mai un cazzo quella gente.

 

3′

 

Scusami, ti viene da dire, ti viene da scusarti per qualche motivo, anche se sai che non risponderà, che oltre quella porta non verrà emessa alcuna risposta, e che tanto non servirebbe a nulla. Scusami per tutto quanto, ho sbagliato io, avresti voluto dirle, poi magari fare l’amore – dopo tutto cosa vi manca, avete una bella casa, un po’ di belle cose le avete, potete sperare solo di migliorare, no? Possiamo migliorare ma andiamo bene tutto sommato amore, non ti pare, questa casetta è tutta nostra, non è grande ma possiamo fare un viaggetto quest’estate, le vorresti aver detto, e che bello sarebbe stato, tutto così facile, senza bisogno di complicazioni morbose, guardare quella che era la ragazza bionda più fica del liceo che si metteva le gonne lunghe che tu le alzavi nel bagno – te lo ricordi? E invece lei aveva alzato i piedi sopra al tavolo lasciando che il vestitino scivolasse indietro, come se potessi scordarti quant’era fica. Togli i piedi da lì per favore.

 

3′

 

No che non potevi scordarti quant’era fica, e lei non poteva fare a meno di ricordartelo, e anche se se ne stava lì, se ne stava semplicemente lì con le gambe all’aria e la fica che si intravedeva appena, abbassa i piedi ho detto. Lei era lì, era fica, tu cos’eri? Niente, nessun talento, un perfetto uomo comune che vivrà e morirà senza ottenere un cazzo di nulla, potresti almeno fare insider trading stronzo, cos’è, non hai le palle, eh? Mi fai veramente incazzare avevi detto, e ti eri accorto che iniziavi a sudare e se n’era accorta quella stronza fica che diceva lo so. Diceva lo so, capito? Non gliene fregava un cazzo, voleva solo ribadire che lei era fica, e tu potevi anche incazzarti, e infatti ti sei incazzato e adesso sei lì, chiuso in bagno, ad aspettare chissà cosa e chissà come, a metterti le mani in testa come se questo potesse cambiare quello che hai fatto, come se questo potesse cambiare qualunque cosa, tipo che davvero non sei mai stato nessuno e non puoi farci nulla, quindi piangi, ma in realtà ce l’hai solo con te stesso.




Portrait / TiloS30 | Racconti di Manuela Mazzi

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No. Lei non si spazzola. Però è pulita. Quando sale, alla stazione dopo quella principale, guarda dritto. Lavora in periferia. Ma non le importa. È abituata agli sguardi cittadini che fa scivolare di lato. È vestita comoda, fuorimoda. Sembra seria. Sembra. C’è un posto libero vicino a dei ragazzi. Urlano, ridono, si fronteggiano; loro. Chiede se può sedersi; lei. Svogliati, spostano le loro borse. Lei lancia lo zaino sul porta valigie, armeggia con giacca e borsa, poi si lascia cadere sul sedile. È ancora seria, ma ha appena accennato un sorriso di ringraziamento. Un segno di non pensiero. Quando il volto torna asciutto, gli occhi riprendono a muoversi. Si potesse leggere dentro quel cervello, ci sarebbero dirottamenti, albe ubriache, lettere impastate, fondali aridi, temporali messicani, una cucina condivisa con un ragazzo d’Israele, più basso di lei (gambe corte, volto bellissimo), un segreto non condiviso, battaglie d’onore, ma soprattutto un sacco di silenzi. È oltre. Non è sul treno. I ragazzi si tirano bottigliette d’acqua vuote, ma lei non se ne accorge: le passano davanti, ma gli occhi non si fermano sulle bottigliette. Prova a leggere una pagina ma non ce la fa. Non per colpa del caos. Riprendere il filo dei suoi pensieri per rinchiuderli non è possibile: non riesce a fermare gli occhi nemmeno sulla pagina. Prova con un taccuino, vorrebbe scrivere qualcosa, ma gli occhi continuano a roteare, girano e girano e girano. Lei sta camminando lungo una strada libera, un ampio sentiero, si sta allontanando sempre di più, ma persone, cose, ombre fastidiose continuano a tirarle la giacca, a slacciarle le stringhe, a trattenerla avvinghiandosi alle sue caviglie. Zavorre. Si ferma, guarda quelle ombre per capire. Non solo le sue ombre. Non capisce. Riprende a camminare. Nel silenzio, mentre le lingue nere alzano la voce. Come ti permetti? Le chiedono. Non ho chiesto niente, pensa tra sé la ragazza. Il mondo è una distrazione. Chi ostacola la distrazione è fastidioso. E gli occhi roteano roteano roteano roteano, poi si rimettono in carreggiata. Andrà lontano. È la sua fermata: “Lontano”. Scende, invisibile, imperturbabile, e riprende a camminare, fuori, oltre il finestrino.
 
portrait / TiloS30 / 013
 
È bellissima. Alta. Magra. Pelle liscia. Taglio parigino. Colorito delicato. Occhi freschi. Postura elegante. Gambe accavallate sottili e lunghe. Proporzionata. Con un carisma naturale che immobilizza. È stata plasmata da un artista la cui mano ha generato imbarazzo invece di innamoramento in chi guarda la sua opera. Sì. La bellezza non richiede parole complicate. La bellezza è semplice. Lei è bella. Non è sfacciata eppure si fa notare, traliccio dopo traliccio, come passi cadenzati da tacco 12, tic-tac-tic-tac, e se le scappa un sorriso ne piega una dozzina. Lei è bella. Tutti lo vedono. Tutti lo sanno. Tutti in silenzio pensano che lei sia davvero molto bella. Lei è così bella che tutti quelli che pensano che sia davvero tanto bella, cioè tutti, non osano avvicinarsi a lei, o prendere posto in sua presenza. Piuttosto stanno in piedi. È troppo bella. E alle cose belle, e dunque semplici, non è semplice avvicinarsi. Le persone belle rischiano di rimanere più sole di quanto non capiti alle persone meno belle. Attorno a lei pare essersi formato un vuoto di rispetto. Un distacco da “tanto manco lo vede uno come me”, o da “quella, ma chi si crede di essere solo perché è bella?”. Tutti vedono quanto sia bella, ma lei non capisce perché quella distanza dovrebbe essere causata dalla sua bellezza. Lei si sente trascurata. Tutti parlano tra loro, si raccontano storie e sciocchezze. Lei avrebbe tanto bisogno di una sciocchezza. Immaginava di essere bella, ma ora è certa di non piacere. Sorride con timidezza sincera, ché quella di posa rende brutti. Cerca sguardi che la evitano. Rimane spesso a guardare dal finestrino. Mentre gli altri la sbirciano senza farsi notare. Si girano con delle scuse. Abbassano il libro che stanno leggendo. Si distraggono dai pensieri. Destreggiano coi telefonini per rubarle un’immagine. Eppure lei di tutto questo movimento non ha contezza. Lei è bella ma la gente ha il potere di farla sentire brutta, perché la ritiene troppo bella. Le belle persone non sono abbastanza imperfette per far parte dei semplici. I non luoghi dove vivono i belli e le belle sono isole sconosciute, Maldive senza turisti. Lei è bella ma vorrebbe essere un po’ più brutta per fare due chiacchiere con un’amica che non la guardi con disprezzo o scambiare una battuta sul sedere di una che passa, lì per caso, con un uomo che si dimentichi per un attimo che lei è una donna, e pure bella. Molto bella. Troppo bella. Così bella che non sa neanche più che cosa sia oltre al fatto di essere bella. Non ha modo di scoprirlo perché nessuno le ha mai chiesto come sta, che sogni ha, lei, non la sua bellezza. Mai vista una donna tanto triste e tanto sola, tanto bella.
 
portrait / TiloS30 / 020
Il ragazzo con cui stava parlando ha chiuso la telefonata già da qualche minuto, ma lei è rimasta appoggiata al cellulare a sua volta schiacciato contro il finestrino. È mezza storta, giacca indossata a metà, capelli scompigliati, un ginocchio sollevato, jeans strappati, scarpa sul sedile, l’altra gamba allungata là, sotto l’altro posto a sedere. È rimasta con gli occhi semichiusi. A parole pareva fredda, sicura di sé, una risata tranquilla, ma certo, fa mica niente se non ci si vede questo fine settimana, anzi avevo proprio qualcosa da fare così ne approfitto, un altro sorriso, non ti vede lui, ma tu mostri davvero i denti e tiri un po’ su le labbra ma gli occhi restano annacquati di una delusione dolorosa. Ma sì, lo so, che non hai avuto tempo per quella cosa che mi dicevi che avresti fatto, non c’è problema, va bene così.
No, il cinema poi non sono riuscita ad andarci… non m’andava da sola. Qualche battuta ancora e poi aveva iniziato ad annuire e assecondare. Si era staccata dalla realtà già a metà chiacchierata, forse non se n’è nemmeno ancora accorta che l’amico ha già abbandonato il campo. È rimasta lì, a guardare il niente, abbracciandosi il ginocchio, due battute semi-fredde: quanto è faticoso trattenere un affetto profondo? Lei è graziosa, un tipo, diciamo, uno che può anche piacere ma che nessuno si gira a guardare. Non piange. Non è davvero triste. Sta come una foglia colorata ma secca. Come una pianta senza acqua. Non alza la testa, non si muove, non sorride, non sposta lo sguardo, non abbassa la
cornetta, non bada alla gente che parla, non è qui. Non si può immaginare dove si trovi in questo momento ma è certo che ha un carico di bene che la immobilizza. Non ci sono cose molto più soffocanti e paralizzanti di una spinta a voler bene trattenuta. Avete presente quando vi trovate davanti a un bambino bellissimo, dolce, bisognoso di una cura, di un’attenzione che la madre distratta non riesce a dargli e voi, Dio, quanto vorreste poterlo prendere in braccio e coccolarlo e farlo sorridere e dirgli delle parole rassicuranti e giocarci un po’ insieme ma proprio a quel punto vi torna in mente che siete uno straniero e che per questo qualsiasi gesto potrebbe venir frainteso? Ecco lei, la ragazza graziosa era sconosciuta nella sua vita, era un grumo di affetto trattenuto, era straniera di un’amicizia inesistente. Abbassa il telefonino, fissa lo schermo per un paio di minuti senza muovere dita, senza guardare il display ma il vuoto che c’è tra questo e i suoi occhi, poi lentamente si riprende, lascia scivolare il telefonino nella borsa, si abbraccia meglio il ginocchio e torna a guardare fuori dal finestrino, sul quale il suo riflesso si fa sempre più trasparente, invisibile: a volte scomparire è la condizione più naturale per alcune persone.
 
portrait / TiloS30 / 005
 
Ha una faccia triste ma fiera. Non felina. Sicura e intransigente. Deve aver pagato un prezzo caro per difendere la sua posizione. La schiena è dritta, ma due linee scure incise nella pelle tra le sopracciglia raccontano uno sforzo costante, l’ombra di una lotta giusta. Quella di un’autodeterminazione fondativa. Nessuno le ha tenuto un posto a sedere. Non ha nemmeno sbirciato lungo gli scomparti. Si è fermata nell’area di stazionamento di fronte alle porte. È mattina, ma il suo corpo riflette l’oscurità di un cielo invernale. Basta a sé stessa, non per scelta, ma per sorte. Come la notte. Senza coperte. Si leva la borsa a sacca sfilando la tracolla dalla testa. Ha una calma incarnata, lo dice il cappellino stile irlandese che cade per terra due volte, la prima con la striscia di stoffa della borsa che se lo trascina, la seconda dopo averlo afferrato male. Il suo volto è disteso, asciutto. Non è turbata. È sopravvissuta. Si riprende il cappellino se lo infila pazientemente. Poi appoggia con cura la borsa, incrocia le gambe come una molla a spirale e si siede così a terra, senza appoggiare le mani prima di arrivare a fine corsa. Tre compagne la squadrano da poco lontano; ridono come scimmiette curiose, indicandola con smorfie. Abbassano le voci. Lei non si cura minimamente di loro. Non ama i giochi infantili, le ripicche, le sberleffe da permalose, i complotti adolescenziali, le amicizie di parata, le scimmie invidiose, i
dispetti da bullette. Prende un taccuino, sfila dalla borsa una matita, si accomoda meglio, sistema la giacca in modo da coprirsi le reni, non bada al risvolto rialzato dei calzoni di velluto marrone, smolla una bretella che la fa sentire costretta in un momento di libertà, e comincia a solcare un foglio bianco avorio, ruvido. Una ragazza del gruppo, quella che si dà più arie, si alza con il ghigno, sussurra qualcosa alle altre, poi saluta. Si voltano tutte verso la disegnatrice. Mentre la più popolare si avvicina alla porta per scendere alla sua fermata, fa una giravolta su sé stessa vicino alla ragazza seduta per terra e, inavvertitamente, finisce per calpestare la borsa; un crash di matite rabbrividisce gli
impassibili passeggeri che occupano gli altri posti anonimi. La ragazza popolare si esibisce in scuse e risate consumate, la disegnatrice abbassa lentamente le palpebre, respira, e poi le riapre alzando lo sguardo più che severo, fermo e schietto, bruciante. Non è incattivita. Ma la minaccia è reale. La giovane spavalda maschera l’imbarazzo con uno scatto da prima donna. La disegnatrice spolvera la borsa e ricomincia a disegnare. Linee precise e curate, leggère come il suo spirito, fredde come la sua decisione, dolci come il cuore che cerca di proteggere, volatili come le sue aspirazioni, profonde come le rughe della sua fatica.
 
portrait / TiloS30 / 006
 
Da commerciante all’ingrosso a ristoratore reinventato, ora sta andando a Berna per un colloquio di lavoro. Lo racconta a una conoscente. Troppo impostato per essere suo amico di vecchia data, pur trattandola come tale. Deve presentarsi per cercare un accordo che potrebbe permettergli di aprire una filiale in Ticino. Ricciolo composto, fermo. Calzoni con la riga; giacca grigia di taglio classico, calda. Un signorino a modo. Sorriso collaudato, di quelli da parata, di quelli che modellano il volto partendo dagli angoli esterni degli occhi: due rughette alte, tre centrali ad attraversare le tempie, tre basse e lunghe verso orecchio, guancia e mento. E poi? Poi vi sono tre o quattro scavi lungo tutta la fronte, frutto di un lavorio teatrale, fatto di risate contenute intercalate da finte sorprese che spingono verso la stempiatura le curate sopracciglia; circa ogni due minuti. Sorride anche mentre spiega che lavorare in un ristorante è molto dura e non c’è più vita, né sociale né famigliare, sorride anche quando dice che non è stato facile passare da cameriere a contabile, e
sorride anche quando dice che alla fine è fallito. Lui sorride e intanto si tortura le dita delle mani: con la sinistra gratta
l’interno della destra, cerca pellicine, stringe e smolla le tensioni invisibili. Comprime e allunga la pelle tra indice e
pollice. Ginocchia unite, talloni aderenti. Gli manca una stagione di pugilato, un filo di rabbia sana, qualche striscia di colore sul volto, una goccia di malvagità che renda vera la sua pacatezza, una cicatrice nella carne che riprenda a sanguinare. Gli manca di trovarsi nudo in mezzo a una spianata di ghiaccio mentre un branco di lupi lo preda. Non per mettersi a lottare, ma per finalmente fingersi, mostrarsi, sentirsi davvero morto, immedesimandosi nella morte stessa. E che poi risorga… davvero più forte, davvero vivo, non per finta.
 
portrait / TiloS30 / 015
 
Tiene una lattina di birra aperta con entrambe le mani, tra le gambe, altezza genitali, ginocchia divaricate. Braccia distese. È un corpo rilassato. Non felice. Non triste. Stanco. Si è abbandonato sul sedile, non per mettersi comodo ma per esaurimento delle forze. O per recuperarne almeno un pochino. A questo gli serve usare entrambi le mani, per non rischiare di lasciar cadere la lattina. Come fosse un neonato da non stringere troppo, da proteggere, da cullare per godere del suo ristorante sonnecchiare. Siamo a fine giornata. Si rientra. Tutti più o meno stravolti da una levataccia, la solita levataccia quotidiana che ha accumulato nella giornata un altro carico di stanchezza, che pesa come un binario morto e arrugginito. La testa leggermente inclinata. Gli occhi, una feritoia sempre più stretta. Gonfi. Non preoccupati. Solo stanchi. Puzza di ferro, di polvere di ferro, di ferro smerigliato. Non si è tolto il berretto di maglia che ancora gli ricopre le orecchie. Ha freddo. Deve aver lavorato tutto il giorno all’aperto, su una strada oppure lungo la ferrovia, lo dicono i vestiti arancioni per farsi notare, e il rossore delle dita che arriva fino alle nocche delle mani. Comincia forse ora a ricircolare il sangue, grazie a qualche grado alcolico di quella birra bevuta a sorsi lenti e lunghi. La barba curata, il naso a punta, un piercing al sopracciglio sinistro. Le scarpe col rinforzo da cantiere. Potesse addormentarsi lì su quel sedile parzialmente imbottito lo farebbe senza problemi. Ma anche se il lavoro è finito, il suo corpo dice di essere solo in pausa. L’aspetta un pupino a cui badare questa notte, per dare il cambio alla mamma anche lei ormai esausta. Un po’ per uno. Questa notte tocca a lui correre per le coliche del pupo. C’è ancora però mezz’ora di treno da potersi godere, lui, un vuoto di pensieri e la sua birra, che non gli scivoli di mano.