Simone Carucci racconta l’illustrazione di Luca Bontempi | Mixis #11

Pistole, cacce e cieli stellati. Undicesimo appuntamento con Mixis.

È nella fusione fra legno e metallo, nell’impugnatura esperta delle dita e nelle notti di Luna piena, che l’illustrazione di Luca Bontempi incontra la narrazione di Simone Carucci. Il risultato, un mix-is di composti aromatici che si diffondo nell’aria e colpiscono senza esitare. Una caccia dell’estasi e della frenesia.

Storia del mio uomo
Ho visto tutto con un solo occhio, ma sarebbe troppo lungo da raccontare.
Sono nata nel 1978 a Houston, Texas; da un’idea di Peter Remford e dalle mani di John Skrietfield, poi il sole, l’officina Mc Clouddest e il buio. L’odore di legno e metallo, una cassa chiusa dove c’erano altri miei simili. All’inizio però nessuno parlava, sentimmo dei rumori, tipo il rombo scatenato del vento, poi Frank disse di essere diretto a Milano; aggiunse che il suo uomo non aveva nome, o se ce l’aveva non voleva dirlo in giro. Allora Josephine disse: «Bordeaux». La seguirono Eveline William e Carlos con «Catanzaro» e il gruppo degli indiani con «Roma». Io dovevo andare a Borgomastro. Ci salutammo all’aeroporto consapevoli che non ci saremmo più rivisti.
Ho viaggiato fino ad incontrare la luce in un’aria fresca, di montagna, il rumore di qualcosa che friggeva in pentola. Lui si è avvicinato a me con passi misurati ma pesanti, non si è presentato. Mi ha stretto forte sul calcio, mi ha annusata. Io ho provato vergogna, aveva la mano ruvida, piena di calli, odorava di arancia e eccitazione. Ne aveva già maneggiate molte altre, lo sapevo, ma nessuna precisa e potente come me. Brillai in festa, lui mi sistemò nella tasca dei pantaloni. Strusciavo sul suo coso duro, ma non mi tolse di lì. Anzi, sembrava provarne piacere.
Non facemmo i preliminari, mi portò nel bosco, ci fermammo in una radura, mi tirò fuori dalla tasca e schiacciò il grilletto. Io gridai con tutta la voce che avevo dentro e lanciai il colpo contro un cinghiale. Dritto dritto tra gli occhi. Quando mi rinfilò nella tasca io ero ancora calda, e lui aveva bagnato le mutande.
Si instaurò presto qualcosa di molto malato tra di noi; eravamo spesso da soli, non parlavamo se non strettamente necessario, e anche in quei casi il linguaggio non era umano. Le parole erano fruscii gutturali, codici segreti che ci scambiavamo e che gli altri fingevano di comprendere. Lo apprezzai da subito, ma cominciai davvero ad amarlo a metà del sesto giorno; quando un cinghiale grosso come un orso ci corse incontro inferocito e dovetti ripetere il colpo due volte per stenderlo. Il brivido di paura ed eccitazione che unimmo si fuse con l’attimo secolare delle piante, me lo ricordo come se fosse adesso: ci sembrò di entrare in una porta metafisica di piacere, dove la conoscenza si era di nuovo piegata all’istinto e gli atomi di metallo avevano formato legami insolubili con il tessuto epiteliale; molecole e ormoni un mix di polvere da sparo e testosterone. Il suo cuore nel mio calcio. Capii che avrei fatto di tutto per lui, e che lui non avrebbe fatto niente senza di me.
Le nostre giornate tipo iniziavano all’alba, lui faceva colazione mentre io sgranchivo la struttura nell’aria fresca, poi ci incamminavamo nel bosco. Vagliavamo le possibili soluzioni per occludere le vie di uscita, sistemavamo gli ostacoli sul sentiero, costruivamo delle trappole con rami e foglie e infine ci appostavamo. Il silenzio sarebbe potuto durare giorni e, ancorché quasi assoluto, era il nostro modo più profondo di comunicare. Quando gli animali si svegliavano trovavano il terreno predisposto per la caccia, ma non avevano intelletto, e lentamente si avvicinavano a noi. Di solito alla radura arrivavano per primi quelli di piccola taglia, li lasciavamo andare. Aspettavamo i cinghiali. Lui stendeva il braccio, interrompeva il respiro, premeva il grilletto e io colpivo. Forte, preciso, mortale. Eravamo un killer professionista, il migliore.
Le dinamiche si sono ripetute uguali fino al trentasettesimo anno, poi, per cause inspiegabili, gli animali fuggirono dal bosco. Lui cadde in depressione quasi subito. Io provai a distrarlo sistemando dei barattoli di latta su un pianale. Colpirli da venti, dieci, cinque o cinquanta non faceva differenza. Non si divertiva più. Io persi un po’ di quell’amore brutale che ci teneva uniti, lui perse soprattutto la vista. Avrebbe cominciato a mancare i bersagli se io non avessi corretto il tiro. Entrammo in crisi, in qualche momento ho pensato di finirlo, lui avrà pensato di smetterla di premere il grilletto. Ma rimanemmo insieme e io aspettai la notte del nostro anniversario per suggerirgli nel sonno di dover ricominciare. Non dai cervi, non dalle lepri, non dagli uccelli, ma dagli unici esseri viventi che continuavano ad abitare la nostra zona: i suoi simili. A lui l’idea piacque, ma non sapeva come fare. Il giorno dopo ci svegliammo all’alba, lui fece colazione e io mi stiracchiai, e andammo nel bosco.
Preparammo trappole e ostacoli come al solito. L’umano avrebbe dovuto convergere verso la radura. Lui era sudato quando mi prese e per un attimo mi risistemò nei pantaloni, poi giunse un uomo, e io urlai.
La routine degli uomini ringiovanì il nostro legame; almeno un paio di orgasmi al giorno, la sua mira di nuovo centrata. Le mani ruvide e calde che stringevano il calcio. Mi sembrava non dovesse finire mai, che nell’eternità ci sarebbe dovuta essere la sua mano, il mio colpo e un cadavere.
Mi sbagliavo: stamattina un uomo ha suonato alla nostra porta, ha fatto il nome del mio uomo e gli ha messo le manette. Ora io sono sola, al freddo, e non so a chi sparare.




Sergio Kalisiak illustra il racconto di Riccardo Bartoletti | Mixis #10

Spazzatura, religioni e anime parlanti. Decimo appuntamento con Mixis.

È nello spazio biografico di chi sceglie cosa essere, che le atmosfere “accumulative”, divaganti, delle diapositive raccontate di Riccardo Bartoletti si fanno immagine oscura e iconica attraverso l’illustrazione di Sergio Kalisiak.

«Le alette di pollo di quel nuovo supermercato vicino alla stazione sono le migliori che abbia mai assaggiato negli ultimi quindici anni. Comunque voglio dire, esiste qualcosa di più buono delle alette di pollo? Rappresentano quello che gli indiani del Guyarat chiamano Poornata, la Perfezione. Non è qualcosa che puoi individuare a priori, la perfezione.
Però l’essenza dell’aletta di pollo, l’anima sotto la pelle abbrustolita, quella è la perfezione, quello è il Poornata. Una volta provai a spiegare il concetto dell’aletta di pollo intesa come poornata a Dan Quayle, il vicepresidente di Bush padre, ma lui mi confessò di essere vegetariano da almeno venti anni, da quando sua moglie Melly, o Marylin, lo aveva lasciato per un cazzo di santone africano capo di una congrega che adorava il DioM’butzu.
Gli dissi che non esisteva nessun Dio M’butzu nella mitologia africana, e io conosco almeno i tre quarti delle divinità esistenti. Quel santone si era probabilmente inventato qualche stramaledetto modo per portarsi a letto un po’ di donne tra cui la moglie del vicepresidente americano e ci era riuscito.
Ma Dan è uno stupido osso duro, è stato il più giovane Senatore degli Stati Uniti d’America e quelle cose lì, ma la storia del santone lo aveva talmente scioccato da farlo diventare vegetariano non appena gli recapitarono via posta prioritaria direttamente dal Kenia l’avviso di divorzio. Cazzo, un vicepresidente cornuto che viene mollato via posta dalla moglie fuggita con un santone finto del Kenia! Così era diventato vegetariano e aveva cominciato ad appoggiare le più importanti battaglie ecologiste del Nuovo Millennio, niente più termometri col mercurio e OGM nel piatto, il Rinascimento dell’Anima, lo chiamava, scorciatoie hippies talmente strampalate da far saltare sulla sedia qualsiasi Repubblicano medio, figuriamoci Bush padre. Voglio dire, lui che aveva imbastito tutta la prima campagna presidenziale sullo stereotipo dell’americano col cappello da cowboy ora si trovava accanto un vicepresidente che mangiava solo verdure e ai buffet delle riunioni di gabinetto obbligava i catering a sostituire il latte normale con quello di soia. Ma di cosa cazzo stavo parlando? Ah sì, delle alette di pollo. Ne vuole una? Senti, possiamo darci del tu?».

«Ho vissuto i miei primi diciotto anni con mia madre proprio in questa casa, a Portersville, due palazzi e un incrocio nello Stato della Pennsylvania a nord di Pittsburgh. Dio quanto ho odiato da piccolo la Pennsylvania. L’hai mai vista su una cartina geografica, la Pennsylvania? Aspetta, dovrei averne una qua, sotto la poltrona, tieni questa lattina per favore… ecco, la cartina della nostra America.
Che poi voi europei chiamate “America” tutto il nostro Continente sempre senza specificare un cazzo, cosa vuol dire “America”, qualche volta ci infilate dentro pure il Canada, è come se io dicessi “Europa” pensando anche alla Turchia, capisci cosa intendo?
Ci sono una marea di Stati solo nell’America del Nord, poi ci sono i rivoluzionari del Centro e tutto il Sud che Dio solo sa cosa sta succedendo laggiù, hai visto il Venezuela? Laggiù si sparano veramente, mica come a Pittsburgh, dove ogni tanto un ragazzino tira due fucilate per sbaglio a un uccello sul filo dei panni e subito si grida al terrorismo.
Comunque guarda qua, questa è la Pennsylvania, siamo ad uno sputo da NewYork, la Grande Mela, che Dio l’abbia in Gloria. Due anni fa è venuto qui l’ex Primo Ministro cinese, Li Peng, o Peng Li, non ricordo mai, e mi ha detto che nelle scuole cinesi tutte le città americane hanno nomi cinesi. Pazzesco, vero?NewYork è Niǔyuē, Los Angeles Luòshānjī, che significherebbe “il Sole che muore”, perché è a ovest, capisci? Il Sole nasce ad est e muore ad ovest, è così in tutto il mondo. E Philadelphia, gli ho detto? Non la conosceva. Cristo, Philadelphia, in Pennsylvania, capisco che è uno Stato del cazzo ma voglio dire, ci hanno anche girato quel film con Tom Hanks, conosci Tom Hanks, gli faccio. Non conosceva nemmeno Tom Hanks. Cazzo, sei un ex Primo Ministro cinese e non conosci Tom Hanks, ma come vi scelgono a voi in Cina? Almeno Bruce Springsteen lo conoscerai, chiedo, e gli sillabo il nome: Bruuuuce Spriiiingsteeen, ha scritto la colonna sonora del film, guarda, mi ci sono fatto anche una foto insieme quando è venuto qua, allora prendo la foto che è lì, sul mobile della televisione, la vedi? Quella lì, esatto, prendo la foto, gliela faccio vedere e gli dico: questo è Bruce Springsteen. Lui stringe la foto, se la rigira un po’ fra le mani, guarda me, poi la foto, mi indica e se ne esce con un: Bruuuuuce Spriiiingsteeen. Cazzo, due mesi dopo lo avevano arrestato per corruzione e detto fra me e te hanno fatto bene. Comunque la Pennsylvania è uno Stato del cazzo, lascia la foto e prendi la cartina, eccolo, lo vedi?
Che poi è come se noi fossimo un po’ cugini, insomma, parenti quasi, l’America è un popolo meticcio, fatto da olandesi, inglesi, italiani, africani, gli unici americani veri li abbiamo messi in un bel recinto e mascherati da attrazione per i rodei. Cristo che storia quella degli indiani, dei nostri indiani, dico. E i popoli del centro America, coi loro riti sanguinari sterminati da un raffreddore qualunque? Ha fatto più morti il vaiolo della baionetta. Lo sai che Shitala Devi, una delle divinità dell’Induismo, è associata al vaiolo? Anche Sopona, della religione del popolo Yoruba. Ci sono almeno sette divinità al mondo associate al vaiolo, e noi ci siamo preoccupati per anni di Bin Laden, pace all’anima sua. A Pittsburgh lo avrebbero accolto a braccia aperte. Viene a radere al suolo tutto, vieni a buttare giù questa città del cazzo che sembra costruita da un cinese ubriaco. Gli avrebbero noleggiato gli aerei, a BinLaden, per radere al suolo Pittsburgh, ne sono sicuro».

«Mia madre faceva la cameriera da Donald’s,gran posto, mi ci portava tutti i Martedì a mangiare frullato di banana e biscotti ripieni di burro d’arachidi. Me li serviva Agatha Mellys, una cameriera tutta tette che quando si sporgeva dal bancone mi faceva vedere il paradiso. Mia madre ha lavorato lì per trentacinque anni. Trentacinque cazzo di anni, capisci, a servire birra a camionisti ubriachi che cercavano di violentarla tutti i finesettimana.Uno di quei camionisti alla fine ce l’ha fatta ed è diventato mio padre, ma dopo il parto non si è più fatto vedere, spero si sia schiantato in qualche foresta del Nebraska. Comunque, sono cresciuto con mia madre e fino all’età di venti anni credevo che il vecchio Donald fosse mio nonno e Agatha mia zia. Vieni dalla zia Agatha, mi diceva con quelle tettone che sballonzolavano, vieni dalla zia Agatha, cosa cazzo deve credere qualcuno quando gli dici così? Che sei sua zia, semplice. La verità la scoprii al funerale del vecchio Donald, di ritorno dall’Europa, quando vidi i suoi parenti ricevere baci e abbracci e nessuno che veniva a consolarmi. Lì capì che gli adulti sanno essere crudeli, e che non vale la pena vivere una vita dentro le regole».

«Oh, certo, c’è questo discorso della spazzatura. È la prima domanda che fanno tutti quando arrivano qua: ma come fai a vivere in mezzo a questo casino? E la seconda è: tutta questa spazzatura l’hai prodotta tu? La risposta alla seconda domanda è sì, tutta la merda che vedi in questa stanza e nelle altre cinque della casa l’ho prodotta principalmente io negli ultimi venti anni della mia vita. Sono sei stanze che ricordano i Sei Continenti del Mondo. L’idea me l’ha data Bob Geldolf a metà degli anni Novanta. Io non avevo ancora quarant’anni e ti assicuro ero lo stronzo più stronzo che potessi incontrare nella tua vita. Il mio primo incontro con la spazzatura è stato da piccolo, quando mia madre mi lasciava a casa e se ne andava a lavorare da Donald’s. Non fare danni, diceva, e se hai fame il frigo è pieno di cibo. A quindici anni non è che te ne intendi molto di noveulle cousine e ingurgiti quello che ti capita sottomano. La mia vita, sopratutto il mio cibo, si accumulava fuori e dentro di me ad una velocità impressionante. Riempivo sacchetti tutti uguali di diversi colori per favorire una raccolta differenziata che all’epoca in Pennysilvania era all’avanguardia e non chiedermi perché. Di giorno smistavo spazzatura nei differenti sacchetti e la sera mia madre controllava se avessi svolto diligentemente il mio lurido compito, l’unico che riuscissi a sbrigare con una certa solerzia. A scuola per esempio ero un disastro, discutevo con tutti, professori e compagni, e su tutto. La scoperta dell’America? Chi ci racconta che sia andata così? La matematica? La scienza più religiosa fra tutte le scienze. Mia madre viveva nella disperazione più nera perché il suo unico figlio era, ed è, a tutti gli effetti e senza possibilità di errore, una emerita testa di cazzo. Il ragazzo è molto intelligente ma non si vuole applicare, le dicevano. Tutti mi chiedevano ossessivamente cosa avessi voluto fare da grande e io non sapevo rispondere. Cosa voglio fare da grande, replicavo Perché nessuno mi chiede cosa voglia essere, da grande? Fare cose è molto semplice, costruire palazzi o scavare fondamenta per i ponti d’America. Ma essere qualcuno è molto più difficile. E nessuno mi chiedeva dove volessi mettere la mia anima, forse perché avevano paura della risposta.
Poi un giorno il preside mi spedì dritto a casa perché avevo tirato dietro il libro di geografia a Mrs. Dobliff, l’insegnante di storia. Mia madre non poteva venirmi a prendere e allora mandò il vecchio Donald che era in giro per qualche visita medica. Dissi che era mio nonno e mi lasciarono uscire. Il vecchio Donald mi parcheggiò a casa sua, una villetta monofamiliare vicino al vecchio zuccherificio. Io devo ancora finire i miei giri, disse, se ti va leggiti qualche libro. Uscì e mi lasciò dieci dollari per le emergenze. La sua casa puzzava di una dignitosa solitudine. I muri piangevano, in quella casa. C’erano appese le foto dei figli, Michael e Janet, che vivevano chissà dove a fare chissà cosa e non si presentavano mai per saldare il loro debito di figli ben cresciuti. C’erano le foto del signor Donald e di una moglie che non c’era più da molti anni prima al mare, poi sui laghi, con bellissimi abiti da cerimonia e lungo un crinale che sembrava non avesse fine. Quelle foto erano il mondo interiore del signor Donald. Passeggiare in quella casa dava l’impressione di essere visitatori segreti di un museo che non avrebbe mai aperto le sue porte al pubblico. La stanza che cambiò la mia vita era la sala da pranzo. Un grande tavolo al centro, un divano blu ad angolo, nessuna televisione ed una immensa, gigantesca, faraonica libreria. Non avevo mai visto così tanti libri in vita mia, neanche nella libreria della scuola. I libri esposti trattavano esclusivamente argomenti spirituali. Mia madre mi spiegò poi che alla morte della moglie il signor Donald aveva perso la testa per qualche mese e si era fatto venire l’idea di prendere i voti e diventare seguace della Chiesa del Cristo Redentore. Poi i figli gli avevano fatto una doccia fredda con acqua e sensi di colpa e lui non ne aveva fatto più nulla. Però in quei mesi aveva letto e studiato tutti quei libri. La Bibbia, certo, e il Corano, come no. Poi i testi sacri dell’Induismo, del’Ebraismo, diverse edizioni del Popol Vuh delle civiltà del centro america, dissertazioni su dèi antichi e divinità minori. In quella libreria c’era tutto ciò che di spirituale l’Uomo avesse prodotto nei suoi diecimila anni di storia. Trascorsi quel pomeriggio saltando da un libro all’altro degli scaffali, proprio come un ragazzino in pasticceria incapace di scegliere tra un bignè alla crema e un croissant al cioccolato. Quando il vecchio Donald tornò mi trovò sul tappeto della sala da pranzo arroccato in un castello di libri. Mi guardò e sorrise, lo sapevo, disse. Da quel giorno barattai una condotta un po’ meno eccentrica con la possibilità di far visita al vecchio Donald quando volessi. Uscì dalla scuola con una sola bocciatura e diversi calcio in culo. Mrs. Dobliff godette nel sussurrare a mia madre che suo figlio sarebbe diventato di certo una schifosa nullità. Lei non batté ciglio, ma quella notte la sentì piangere nel buio pesto della sua piccola camera da letto comprata a rate».

«Se sei qua, probabilmente il resto della mia vita dovresti averlo letto su quel libro appena uscito, TrashGod, la mia autobiografia non autorizzata. Dopo la scuola sono fuggito a Miami, dicendo a mia madre che riuscivo a mantenermi facendo il cameriere. In realtà spacciavo droga, roba pesante, gli anni Settanta sono stati duri per molti di noi, tanto che un tizio ci ha lasciato la pelle e le palle e sono dovuto scappare in Nicaragua dove i sandinisti stavano facendo un gran bel casino. Lì ho conosciuto Lady Sanders e il suo denaro mi ha fatto comodo per un po’, fino a farmi arrivare in Europa, in Francia, e poi di nuovo in America, e poi di nuovo in Europa e da lì nell’est del mondo,dove sono diventato ciò che sai, una delle più grandi autorità in religiose di questo nostro stramaledetto pianeta. Tutta questa spazzatura nella quale sono immerso, le stanze di questa casa riempite del peggio dei Sei Continenti del mondo, non sono altro che il negativo della bella foto di famiglia che abbiamo scattato per ingannare noi stessi. La spazzatura che infetta il nostro povero mondo è il diavolo del ventunesimo secolo e nessun esorcismo sarà mai tanto potente da farla scomparire nel nulla. Allora io ho deciso di mostrare Satana, il demonio, di viverci dentro, di renderlo parte di me. E le persone mi amano per questo.
Spazzatura eri e spazzatura ritornerai, nessun peccato originale da poter assolvere con quattro parole, solo l’orribile consapevolezza che questa merda l’abbiamo creata noi per sguazzare in uno stile di vita impossibile da sostenere. Bisogna morire per poter rinascere, ricorda, bisogna mostrare il male, anche il proprio male, per sapere riconoscere il bene. E questo è quello che faccio. Di ritorno dall’est del mondo, con una folle consapevolezza interiore, ho cominciato con qualche curioso, venivano qua e immersi nella spazzatura facevamo la cosa più difficile del mondo: parlare. Forse tutto questo casino gli manda in pappa il cervello, niente più filtri, niente più sovrastrutture, solo l’irrefrenabile desiderio di dirmi tutta la verità. E questo irrefrenabile desiderio colpisce anche me di fronte a una storia, a un dubbio, a una richiesta, e non posso fare altro che dire ciò che penso, ciò che secondo me ognuno dovrebbe fare per sentirsi al meglio con se stesso. Registro i miei pensieri su queste musicassette che mi ha regalato uno degli ultimi indiani d’America e le dono a chi mi sta davanti. I curiosi sono diventati sempre di più, e da lì si è passati alle celebrità, ai nomi noti, ai famosi. Dice il mondo fuori da qui che c’è più verità sulle etichette delle mie lattine di Pepsi che in tutti i libri sacri delle religioni monoteiste.
Chiamano quelli che mi seguono “trasher”, suona bene.
Non so se è vero quello che dicono, di certo qua dentro non ci sono re e regine, santi o imperatori, ma solo un vecchio uomo che se ne sta seduto su una montagna di spazzatura a sparare le sue cazzate.
Ma basta parlare della mia storia, il resto lo leggerai sul libro.
Dimmi di te, cosa vuole raccontarmi la tua anima?».




Luca Bontempi illustra il racconto di Manuela Mazzi | Mixis #9

Fra scelte, solitudine e cantine buie. Nono appuntamento con Mixis.

È in un vorticare frenetico e martellante, che l’elencazione paratattica di Manuela Mazzi, propedeutica a soluzioni terapeutiche, incontra l’illustrazione sintetica di Luca Bontempi. Un ronzio interno che esplode nello spazio privato dei propri pensieri, un verbo esausto che inventa punizioni e disperazioni.

Oggi sei salvo

Mi martella il cervello. Il cervello. Il cervello. E tu pensi, no. Non voglio. Non sento. Non. No. È un angelo che trasfigura e sbava come un dobermann rabbioso che ti lecca mostrando i canini gocciolanti. Gocciolano le dita. È colpa sua. Tasto il suolo con le mani. Il pavimento è ruvido e sporco. Non vedo lo sporco. C’è odore di sporco. Sento lo sporco con i polpastrelli. Sassolini su lastre di vecchio granito scolpito dall’acqua del fiume che scende dalla montagna. Aria. Che manca. Sento scricchiolii nel buio. Ho gli occhi aperti, ciechi. Sono sorda. Voglio essere sorda. Non è scroscio, è un muoversi viscido. Caduta in ginocchio non prego, ho il culo che mi pesa a destra. Sento un filo d’aria come una lama sul collo, che si affila con l’appiccicoso sudore, umidità di cantina, casa antica. Culla di morti e spettri. Mi giro per respirare. Cerco ossigeno. Ma la bocca si riempie solo di polvere. Sento salirmi sulle mani. Camminano zampette che mi solleticano. Insetti. Scarafaggi o formiche, forse ragni. Mi camminano. Mi abitano. Li lascio abitarmi. Potrei nutrirli con il mio male: vorrei raggiungessero il collo, che me lo riscaldassero e poi che entrassero nei miei orecchi, perforassero i miei organi, si cibassero della mia polpa cerebrale. Sto meglio. Starei meglio. Mi appoggio sulle mani e mi tiro in piedi. Mi fanno male le ginocchia; sono rimasta troppo tempo per terra. Le mie membra si sono scrollate di dosso gli insetti che ora, a piedi nudi, lentamente, schiaccio per raggiungere la parete. È rugosa. Calcestruzzo granulato tirato con una spatola. La porta è chiusa a chiave. La chiave è da qualche parte dopo essere rimbalzata contro qualcosa. Nel buio. Lanciata a terra. Magari la sentirò sotto i piedi. Tasto centimetro per centimetro quei granelli piccoli e grossi che pungono le dita, certe volte, mentre altre sono tonde che mi viene voglia di leccarne la superficie, come capezzoli poi da mordere, fare andare a sangue, secchi. Sento una fuga, una crepa nella muratura, odoro la fessura, sentore di mattoni. Sanno di ferro e terra, i mattoni. Non ha finestre questo posto. Faccio un altro passo, alzo il piede, sento il ginocchio ancora rigido che appesantisce la coscia, e invece il polpaccio pare essere animato di vita propria. Sono instabile. Non è colpa mia. Non dovrei essere qui. Faccio quello che posso. Appoggio il tallone e sotto la pianta che adagio piano piano percepisco un rigonfiamento di stoffa, uno straccio. Mi chino a raccoglierlo e lo avvicino al naso. Olio di motore. Mi sarò sporcata mani e faccia. Sento salirmi una strana eccitazione. Ancora sporco. Sporca come mi sento vorrei sporcarmi di più. Cammino con le mani a tastare il buio, braccia tese. Colpisco con il mignolo del piede sinistro una scatola. Un dolore affilato mi ferisce in mezzo alla fronte, una scossa elettrica che dal piede mi attraversa in un lampo. Sento un brivido di gioia. Ho bisogno di scaricare la tensione. Il cuore che mi batte in gola non perde colpi. La rabbia di prima mi morde ancora la giugulare. Quando ti senti soffocare tendi a liberarti del male, vorresti cacciarti una penna in gola o infilarla negli occhi del cane che ti azzanna. Scuoterlo. Lanciarlo. Bruciarlo. Colpirlo. Zittirlo. Fermarlo. Mi martella il cervello. Il cervello. Il cervello. Dentro. E gli insetti sono troppo piccoli per mangiare martello e cervello. Placenta marcia che partorisce aborti. Il cervello. Mi lascio cadere a terra dopo aver raggiunto la parete più a sud. Allargo le gambe, sputo sulle mani e le lavo immaginando che si sporchino spalmate dello stesso sporco di prima. Poi le asciugo nella maglia, alzo la gonna tirandomela sopra le ginocchia. Inserisco le dita in bocca due di entrambe le mani, ci stringo sopra le labbra e le ciuccio. Sanno ancora di latte e pappa. Perché l’odio fa male? Le faccio scivolare in mezzo alle cosce, scosto gli slip, e sdrucciolo tra le labbra, cerco quella piaga maledetta e con forza ci infilo le due dita della destra, appoggiandomi con l’altra mano a terra. Saliva sputo polvere sporco. Finisco sulla chiave della porta. L’ho trovata ma non sono pronta. Levo le dita della destra poi le succhio mescolando i miei umori alla mia saliva, e con quello che mi resta in bocca succhio e bagno anche la chiave; gigantesca vecchia ferrosa chiave da portone di legno. Con la sinistra mi infilo la chiave lacerando le pareti interne, facendole fare avanti e indietro e con la destra che quasi gocciola scivolo tra le labbra e sforbicio il clitoride, poi aumento poco a poco la forza l’energia con la chiave a farmi male a simulare una violenza che distrugga il piacere che rovini la possibilità di godere di desiderare di prendere ancora dentro di me danni e maledizioni che non debba più fare figli e sentirli piangere e strillare e vociare e martellare il cervello. Il cervello. Tutte le notti. Da sola. Tutti i giorni. Tutto il giorno. Il cervello che vorrei venisse risucchiato da quel buio e morire stanca in quella cantina dove mi rinchiudo per non impazzire, per non fargli del male per non guardare in faccia il mio piccolino che piange e piange e piange e piange e piange e non so nutrirlo o accudirlo e piange e io non lo sopporto più e se non ci fosse la cantina dove rinchiudermi nel buio gettando la chiave dove non so per farmi passare questo attacco di rabbiosa voglia di soffocare quell’esserino che non ha fatto niente di male che non sono io una buona madre che forse non so che cosa e come si fa se ha mangiato ed è pulito. Che. Cazzo. Vuoi? Non piangere più per piacere.




Riccardo Bartoletti “filastrocca” l’illustrazione di Aurora Andreani | Mixis #8

Di amori, di fede e di ricerche. Ottavo appuntamento con Mixis.

Mixis rinnova il suo appuntamento settimanale con un testo un po’ filastrocca un po’ stornello in rima di Riccardo Bartoletti ispirato dall’arte grafica di Aurora Andreani. Colori e toni scanzonati scandiscono il tempo dispari di questo viaggio lungo (quasi) una vita.

LA MARIANINA

C’è chi d’amore va in cerca di notte
lungo le strade ed i vicoli stretti,
per coglier fiori in mezzo alle cosce
e lasciar pargoli beati nei letti.

Lady Marianna era come una pulce
nata nel sole d’aprile a Livorno
ricciolo d’oro, bel viso a contorno
di un gran sorriso da spargere intorno.

Figlia di donna davvero puttana,
abbandonata quand’era bambina
figlia di padre con altra regina
che non voleva saperne di lei,

la Marianina, com’era chiamata
crebbe con suore, coi preti, coi pazzi
poi lavorò con la Vergine e i Santi
come perpetua del Don in città.

Ma quella vita le stava un po’ stretta,
e la sua mente volava lontano,
libera, via verso Poggio a Caiano
fino a Ribolla e poi si vedrà.

E fu così che del suo patrimonio,
della genetica, non tanto bancario,
fece tesoro, e con molto vespaio
aprì le gambe con gran dignità.

Tutti le urlavano “Bagascia!”, “Baldracca!”,
“Sei proprio zozza!”, “Tu travi i mi’ bimbi!”,
ma lei rideva e accettando consigli
spiegava a tutti la sua verità.

“Io sono figlia di madre puttana
a far l’onesta io non ci riesco,
lavoro sodo e ormai mi mantengo
con il mestiere quotato di escort”.

La Marianina girò per l’Italia,
giù negli Abruzzi e in terra lombarda,
fino in Sicilia, in Molise, anche in Spagna,
fin nella Roma dei Papi pascià.
Qui fece feste di tutti i colori,
accampamenti di alti prelati
tutti ‘mbriachi, corrotti e fumati
ma la domenica da SuaSantità!

E fu così che conobbe Roberto,
seminarista in servizio da Ancona,
timido dentro, ma grande persona
tra le coperte al segreto dei più.

La Marianina bruciò di quel fuoco
che scalda dentro, che scuote d’ardore,
che fa sentire le campane nel sonno,
che tutti gli altri chiamavano amore.

“Povera me, io son digraziata”,
si lamentava col nostro Roberto,
“il mio mestiere mi vieta codesto
coinvolgimento di sensi e d’intento.

Fosse per me ti prenderei al volo,
e tornerei nella bella Livorno,
a far l’amore, ma solo di giorno,
e a guadagnarmi la vita col Don”.

“Ma sai che c’è?”, rispose Roberto.
“Mi sento come quel Paolo a Damasco,
il tuo bel viso mi ha reso d’incanto
tutto smanioso di credere ad altro.

Tu sei la Dea, a te dono i miei voti,
ti pregherò notte e dì, fossi matto
di restar sempre fra uomini è un passo
che sento di non poter rispettar”.

E poi fu sera, e poi fu mattina,
presero il treno che porta in Toscana
l’uomo mai prete, lei mai più puttana,
sul lungomare si amarono là.




Sergio Kalisiak illustra la cartolina di auguri di Matteo Grilli | Mixis #7

Incontri, interpretazioni, lingua(ggi) — Primo appuntamento del 2019 con Mixis.

L’esplorazione non conosce limiti, né confini. Stabilito un nuovo contatto, parlare, prima che capirsi, apre l’altro a una corrispondenza simbolica e tangibile con la mente e con la concezione del mondo in essa presente. Basta pensare un sì.

Racconto di Matteo Grilli, illustrazione di Sergio Kalisiak

Artraxas heubendi kals43er03re cod3ere3 01
Erdu54r edrde d musker leggi?
Forse ora 4rot4erdurent kahrn
Dovremmo esserci allineati, confermi? Basta che pensi un “si”.
Sono l’immagine e il mio nome tradotto nella tua lingua è: Arkham dimenticata.
Non chiedermi il significato, è una traduzione simultanea basata sulla tua lingua e la tua cultura.
Spero che per te sia evocativo tanto quanto lo è per me. Dopotutto l’ho scelto io, il mio nome. Per te è strano? Hanno scelto altri il tuo nome? Per me la parola “genitori” è intraducibile.
Volevo parlarti di questa immagine, che rappresenta un tempo e un luogo non tuoi, vorrei parlarti di me stesso. Perché dovrei dire me stessa? Femminile e maschile sono due parole intraducibili per me. Andiamo avanti.
Sono nata in un tempo non tuo e ti sto parlando senza spiegare (come dite voi) cosa voglio comunicarti.
Nel nostro tempo “comunicazione” è una frase che tradott@ alla lettera vuol dire: cammina con me portando quella pala. Ho cercato di renderla più comprensibile possibile. La frase. Il senso mi chiedi? Non capisco.
Forse neanche “parlare” è esatto, ma ci sto provando. Mi stai sentendo vero?
Io sono questa immagine e ti porto qualcosa. Non sono la prima a farlo. Forse sono la prima a uscire dal mio tempo e chiederti di parlare con me. Prima ho detto qualcosa che ti ha fatto pensare al mio contenuto?
Nella mia lingua non esistono tutte queste distinzioni. È molto complesso il vostro tempo.
Che poi chiamate “mondo”, per noi sono sinonimi.
Mi piace molto comunicare con te. Non importa se con difficoltà. È difficile tradurre tutto questo.
Quello che vedi, quello che senti. Dei modi in cui prendi il mio tempo e lo immetti in una cosa chiamata “ricordi” e sono altre immagini. Quanto tempo hai dentro? Dentro la tua testa, dico. Sei strano, io sono una cosa che tu chiami montagna. Noi abbiamo dei Reutrag luminosi, se vuoi saperlo. Queste figure sopra la tua montagna le stai definendo tu “figure”.
Non conosco la traduzione di “corpi”, “setta”, “dark souls”, “sauron”, “viaggio”, “natale”.
Mi dispiace non riuscire a tradurre tutto, ma sono…er34r di essere qualcosa che ricorderai.
Ah, non è una cosa sicura? Potrebbe non accadere? Non so se mi dispiace. Forse al mio portatore, che mi ha dato accesso al dr3d4lo, la voce del tempo. La si sente quando non si parla. Sogni? Forse è questa la parola? Non lo so.
Sto facendl mllta fatica a continuare la comunicazion1 quindi tento l’impossibjle. Cerco.di riposare nei tuoi ricordi. Noi immagini portiamo molto ma non abbiamo una erhofer che voi chiamafe “casa”. Ora ci pproverò. Noi immagini andiamo da sogno a sogno e i portatori ci dañno una wetyum e quanso troviamo una casa succede una cosa nel nostro tempo. Difficle da spiegare nella.tua lingua.
Redjgi difficile contknuaee, lasfsa lasciamo un piccolo ricordo dove trasformare. Ti ringraziamo tutte.
Buone feste
Restud