Aurora Andreani illustra il racconto di Simone Carucci | Mixis #6

Fra incanti e lingue di fuoco, sesto appuntamento con Mixis.

Generata dall’incontro fra l’arte della superficie al contrario di Aurora Andreani e il sogno liquido di Simone Carucci, la polvere di farfalla si fa cipria che cade nelle pieghe dei corpi nomadi che colorano questo sogno. Brilla in una danza del divenire elettrificata dalla frenesia sospesa del (con)tatto straniero.

Alte vise
La polvere si incastra tra le narici. Mi soffoca. Poi scende, raschia la gola. Scende ancora nei polmoni, si ferma. Li appesantisce. Provo a tossire, ma non funziona.
Cammino sotto un sole alto senza ombra sulla strada, non ho né caldo né freddo. Cammino su un campo di terra secca, lontano ci sono delle tende. Sembrano perlopiù rosse, viola e arancio. Dal nulla compare una donna, porta un velo, mi sorride. Non so se sorride davvero a me,comunque toglie il velo emette un cappello. Comincia una litania. È il cappello a parlare? La donna scompare e io avanzo, sotto le tende colorate spuntano roulotte lattee. I canti diventano urla di babbuini, o di uomini che li imitano. Non posso andare oltre. Scopro la terra delimitata da una recinzione verde, provo ancora a tossire. La sento muoversi dentro di me, la polvere o qualunque cosa sia, si muove, sono sicuro. E nel muoversi mi obbliga al movimento e al canto. Allora capisco, ero io a cantare, non il cappello. Mi sento vulnerabile.
Bambini si affacciano dagli oblò, le porte delle roulotte si aprono, voci femminili li invitano ad uscire. Sono presto circondato. Hanno portato degli strumenti musicali, ma mi accompagnano soltanto fischiando. Sopraggiungono gli uomini, spezzano il cerchio dei bambini e ne creano un altro misto, poi afferrano gli strumenti e iniziano a suonare. Qualcuno dice alle donne di aprire i rubinetti delle case. Le roulotte scaricano acqua sulla terra, si formano grosse pozzanghere. Dall’arcobaleno di sale nascono dei girini che subito diventano rospi e fungono da tamburi. Adesso la musica è completa di ogni elemento e anche le donne possono uscire ad ascoltare. Io capisco di dover lasciare loro il centro. Mi ammucchio tra i bambini che applaudono e gli uomini che suonano con ferocia crescente. Io sono uno di quegli uomini. Non posso più tornare indietro. Il campo si muove, la recinzione vortica impazzita. Si allarga e restringe, inghiotte la porta da dove sono entrato.
Allora l’unica soluzione sarebbe ascendere, ma la polvere è salvezza e punizione divina. Non volano nemmeno gli uccelli in questo campo di galline allevate alla libertà. Quindi la musica diventa specchio, e i denti d’oro mattoni scagliati contro. Mi vedo in mille pezzi in una litania che invero è un canto infernale e appena lo apprendo i bambini si nascondono sotto le vesti delle donne, costringendole a diventare cerchio e gli uomini punto centrale. Io sono il raggio stilizzato. Sotto la sabbia emerge la legna, un uomo dai lunghi capelli neri e gli occhi verdi apre la bocca, penso stia per intonare un altro canto. Uno terribile. Invece fuoco. Sputa fuoco luminoso e caldo, caldissimo. Di colpo ho bisogno di togliermi il cappotto. Rimango maglione pantaloni e scarpe. Via via le figure umane scompaiono. Rimango solo in un fuoco immenso. Dimentico il pudore; mi tolgo i vestiti.
Il membro è freddo, unico componente freddo in un corpo caldo. In un mondo caldo. È molto buio intorno, in una notte senza luna dove le stelle sono coperte dalle nuvole. Piango. Una donna che pensavo Sputafuoco si avvicina lentamente. Mi guarda negli occhi e mi tira un ceffone, segue un’altra. Poi un’altra ancora. Tutte le donne del campo hanno picchiato la mia pelle che da bianca è diventata marrone,poi viola e infine grazie al vento che ha preso a soffiare gelido si è stabilizzata sul rosso.
Soltanto allora ricompare la prima donna e, con lo stesso passo lento, si inginocchia. Prende il membro tra le mani, lo scongela. Lo fa sentire un canarino, mentre qualcuno mi solleva dalle ascelle. Il calore delle fiamme invade la schiena, e poi entra nello stomaco e infuoca i lombi. Sono sdraiato sulle fiamme. Non provo dolore. La prima donna è nuda, ha i capelli viola, sorride. Mi infila un dito nell’ombelico e spinge. Le fiamme si arrestano, la legna diventa brace. Compare un letto, poi viene coperto da un baldacchino antico. La primadonna apre le gambe. Io avanzo. Tocco il velluto del letto, entro. Lei grida. Grida di piacere e dolore.
Io non posso più fermarmi, sento il seme uscire, fecondarla. Lei sospira e se ne va. Davanti a me si spalanca la percezione del tempo e abbatte lo spazio, sbriciola la materia. Sono un corpo celeste che se ne sta assurdamente supino sul materasso quando ne viene un’altra. Penso di aver già dato tutto, ma lei si spoglia e capisco di avere ancora più forza. La vedo strisciare sul soffitto del baldacchino, poi cadere sul materasso e strisciare ancora. Sento accrescere la mia forza nel suo movimento. Gridiamo insieme. Ma io so che le sue grida contengono una percentuale maggiore di dolore.Vengo ancora. Lei inietta tutto il suo veleno nel mio collo, se ne va. Perdo la cognizione delle donne che entrano, gemono, godono, urlano e scompaiono. Sono all’acme della mia lucentezza quando capisco di aver soltanto un’ultima donna. Questa è timida, scuote le tende col naso, mostra mezzo viso. Ha paura di entrare, trema. La desidero ardentemente.Voglio
prenderle ogni lembo di pelle e farne un tappeto di endorfine. Lei forse mi sente pensare, o forse guarda il mio membro gonfio. Il dolore delle donne l’ha fatto crescere a dismisura. Quindi sembra decidersi, mette un braccio sul materasso, poi fa per ritrarsi ma le rimane il palmo attaccato. Io allora mi alzo, le accarezzo i capelli. Le dico che non c’è solo un modo in cui le cose devono andare, quindi le lascio libera la mano. Di colpo il letto, e la donna con esso, scompaiono; io cado a terra, nudo. La terra è fredda e sono molto stanco, il membro è un frutto appassito. I bambini escono come sciami d’api dalle loro roulotte e mi circondano. Ridono, mi lanciano le loro caccole. Arriva Sputafuoco e apre la bocca, li sparpaglia, mi porge degli stracci. Il tempo torna ad essere una definizione credibile, così come lo spazio muto e la pesantezza della materia.
Ricompare l’uscita, esito. Mi guardo intorno. Sento la polvere del primo momento muoversi nei polmoni e poi risalire raschiando la gola. Soffoco. La vedo uscire al naso. Il sole si avvicina. Luce. Garbatella, nextstop Garbatella. Right side have sit.
Vedo la donna dai capelli viola scendere. L’infante che porta in braccio sorride. Forse mi sorride. Io guardo il suo piede destro, poi il mio ginocchio sinistro. Le scarpe bianche e rosa che l’hanno carezzato lasciandogli un po’ di sporcizia. Sorrido, ma già sento nostalgia della sua storia.




Nicolò Gugliuzza illustra la poesia di Davide Galipò | Mixis #5

Abitare la tenebra, quinto appuntamento con Mixis.

È dove l’errore (im)previsto custodisce il molteplice nel piccolo spazio di uno sguardo di sintesi, che si è generato l’incontro fra la poesia di Davide Galipò e l’illustrazione di Nicolò Gugliuzza.  In una topografia di sguardi e strade, fra schegge magenta, corpi, voci e ieri roventi di un fuoco di cenere.

Scrittori di conforto
Abbatti il tuo ego,
             taci le sembianze
da poeta avanguardista
e sbatti le tue pesanti palpebre
              sugli orizzonti
dell’innegabile talento
che hai, nell’attirarti addosso
i complimenti
             di nasi impomatati
e guanti bianchi sui vassoi.

Hai letto la notizia?

Ieri in piazza
hanno bruciato
i manichini del governo

e in Cina, una luna artificiale
a illuminare il cielo catrame, ma
Nick mi sta aspettando, continuo a pedalare,
direzione Cesare Balbo.

Gira l’hula hop sulla gamba
            della ragazza-clown
al semaforo di corso Belgio
con sfondo Po al tramonto
— se non fosse che devo
sgombrare l’incrocio
arriverei in ritardo
per poterle condonare
            un circo intero.

La ragazza seduta
al tavolo accanto al mio
confida all’amica che lui
l’ha conosciuto a Parigi
ed è stato subito amore
— ma poi, ogni tanto,
sparisce ed è straziante
— troppo tormentato
dal pensiero della madre —
per questo, splendida, vagherà
senza attenderlo a lungo,
              solo un poco:
il tempo del prossimo
lampo di vita
tra gli spari al cinema
e gli edifici in fiamme.

 Arriva Nick, incespicando
con la Peroni da 66 cl in mano
mi dice che ieri in piazza
hanno bruciato
i manichini del governo:
la mia, la tua tassidermia
— i passeggeri sull’autobus
si voltano a guardare —
si siede e performa la storia
di un preside che l’ha trattato
male; ogni tanto, un’auto passa
e il rumore del clacson
copre la sua voce:

lo osservo parlare senza volume,
mentre le nostre ombre
perdono peso sotto le luci flebili
di piazza Santa Giulia.

Al terzo bicchiere di vino rosso
dolcetto a 3,50€
ci raggiunge Piero Negri,
che parla con accento irregolare
e tradisce la cadenza partenopea
nelle parole “buono” e“slamme”.

 Passandoci una canna
per un attimo vien meno
la legge del più forte,
la cultura della competizione.

Barriere suonano come campane
contro i colpi dei tubi di metallo
in ricordo di Soumaila:
nero, sfruttato, ribelle
rivive nelle scritte dei compagni

             — e non è forse anche questo
             sfruttamento di una morte,
             nell’esasperazione del dissenso?

             Guardo il sole surfare sui tetti
— una muta distanza
si esprime dalle guglie —
e comprendo
tra i resti ammuffiti
degli avanzi di ieri,
tra le macerie
di questa città esplosa

non avremo più canti né altari:

saremo, se va bene,
scrittori di conforto
– se e quando ci toccherà di parlare –
per mentire ancora al nostro pubblico,
riaccendere in loro un lume di speranza
e mai una volta
                    affrontare
                                    l’orrore.

             Ieri in piazza
hanno bruciato
i manichini del governo;
ho guardato i volti
di quei feticci
di carta e fieno:
sembravano noi.




Alessandro Ceccherini racconta la fotografia di Laudisia Colonnelli | Mixis #4

 

Fra trame sovrapposte e trasparenze dell’incubo, quarto appuntamento con Mixis.

Restituire con occhio lucido e voce (in)esatta la polvere delle ombre e l’intreccio mostruoso dei rami urbani è il risultato dell’incrocio cronotopico fra la fotografia di Laudisa Colonnelli e il racconto di Alessandro Ceccherini. Congelare l’attimo per farne abitazione di un dolore insaziabile.

IL MOSTRO

Eccoti qui, vecchia ombra, seduto sul secondo gradino della scalinata. Ti alzi senza voltarti a guardare in alto, dietro di te, il tempio della Gran Madre di Dio e il cielo morto sopra di lei. Non mangi da tre giorni, ci sei quasi. Da due giorni non torni a casa. La notte è fredda sotto i portici, fredda come la fine del mondo. Guardi dove guardano gli occhi della Fede mentre fissano il Graal, ti incammini in quella direzione. Arrivi al semaforo, è rosso. Ti accorgi che ti sei mosso senza sentire le gambe, come levitando. Guardi in basso per assicurarti che ci siano: ci sono. Il corpo sta bruciando le risorse conservate per i momenti bui, sta bruciando se stesso per permetterti di camminare e non sentire le gambe. La gestione d’emergenza focalizza le energie su poche attività a sforzo minimo, ma su quelle puoi contare. Lentamente, come una mantide zoppa, potresti arrivare chissà dove. E intanto puoi pensare, un pensiero alla volta, ma in quello ci puoi annegare. È ancora rosso. Il globo luminoso brucia se stesso per illuminare, l’elettricità lo attraversa in miliardi di esplosioni infinitesimali che stremano le molecole per farle urlare di luce. Tra un po’ si fulminerà, verrà gettato sotto terra in attesa che arrivino i millenni a rubargli il calore serbato nel ferro, nella plastica, nel rame, finché tutto sarà congelato e immobile. Un enorme orifizio cosmico, miliardi di anni fa, ha sganciato una mostruosa scoreggia fiammeggiante, una nebulosa incandescente nel freddo assoluto e inconcepibile; di questa, alla fine di tutto, non rimarrà che una variazione di qualche grado sopra l’inferno di ghiaccio. Verde. Attraversi le strisce, prendi il ponte della Gran Madre. Ti fermi, poggi i gomiti al parapetto umido, guardi nel Po. Sei morto con lei, quindici anni fa. Ricordi prima, quand’eri vivo, quando lei era viva. C’erano un sacco di cose che avevano importanza e che ti colmavano come un’anfora dal profilo indubbio. Ricordi lei, dolce e piccolina, con la treccia, innamorata di te come non tutte le figlie lo sono dei padri. Ricordarla ti fa male, come sempre. Non c’è più niente. Le onde si sono propagate sull’acqua e tu le hai seguite allontanarsi concentricamente, allungarsi, annaspare, come eco affievolirsi e scomparire. La superficie del fiume è un tessuto nobile liscio e blu. Eva non ha sopportato che la vita finisse lì, non ha accettato di finire trascinata nella voragine con te. Speri che le cose le vadano bene ma sai che non è così. Tu invece sei rimasto sempre lucido, sei precipitato da solo al di sotto della crosta terrestre, nel magma che la forma e la fonde. Non hai eluso il destino che la vita ti ha riservato, e così l’hai cercata, la verità: la faccia del mostro. L’investigatore per l’ultima indagine ti è costato i risparmi che non avevi e ha aperto un’altra finestra sul nulla. L’acqua passa sotto di te fredda e dura. L’hai contemplato, quel nulla. Sei caduto in ginocchio, hai sbattuto le tibie sullo spigolo della gradinata, hai sentito il sapore minerale dell’umiltà davanti a una statua senza volto. Hai chinato il capo, hai abbandonato la ricerca, e quindi l’ultimo legame con la carne. Nella periferia destra dello sguardo intravedi un luccichio familiare, ruoti un po’ il collo: c’è una specie di polvere luminosa che viene soffiata via dalla sponda del ponte e vola sul fiume, nitida e compatta come un nastro di seta. La guardi a lungo. Ti avvicini alla sorgente del fenomeno. Ti affacci al di là del parapetto, vedi lo squarcio sul muro. La pietra si sta sgretolando in particelle che vengono espulse in un flusso di sabbia finissima e candida che il vento fa arrivare lontano; un fiotto molecolare espulso da una vena ferita della città. L’hai già vista una cosa così, ieri, o stanotte, o forse hai sognato. Riprendi il cammino verso Piazza Vittorio Veneto e te ne accorgi subito: da uno dei lampioni a cinque torce, spento, sgorga lo stesso pulviscolo di materia degradata. Ancora più su, sta cadendo da tutti i palazzi, si è addensato in una specie di nube carica di elettroni che ricopre la piazza e galleggia sopra le teste della gente. Una coppia ti passa accanto, li guardi. Lui la abbraccia e la trascina via; lascia dietro di sé una scia di cellule epidermiche che gli colano dalla punta del naso disgregantesi e ti si depositano sul giaccone su cui ha pisciato un cane due notti fa. Riprendi a camminare, superi il ponte, svolti a sinistra, verso il Parco. Tieni la testa bassa. Sei lento.

Lo senti, l’odore della terra umida. Senti i latrati dei cani che hanno sbranato tua madre e tuo fratello e che poi ti hanno inseguito fino a farti lanciare nel vuoto del dirupo. Apri gli occhi per cancellare il terrore. Vedi le piante, le foglie che annuiscono piano, la luce di un sole giallo e guasto. Sei ancora vivo, lo senti. Non basta. Sei qui, ancora. Ruoti su un lato e alzi il busto appoggiandoti al gomito. La piazzetta col pozzo centrale, il cortile interno del piccolo borgo medievale, il posto in cui preferiva venire quando uscivate. Era nei giorni autunnali e infrasettimanali, quando c’erano poche persone, che era più bello. Ricordi che da piccolo avevi un castello Lego, e che ci hai giocato per così tanto tempo e con così grande sforzo immaginativo che è forse per quello che anche a te è sempre piaciuto venire lì, qui. Non ti senti respirare. Chiudi gli occhi. Vedi le pupille tutte nere di tua madre ancora viva mentre gli strappano la carne e i cacciatori che si avvicinano ridendo. Senti due vetri strusciare uno sull’altro dietro gli orecchi, dentro la testa. Lo stridio si fa più acuto. Apri gli occhi. Una bambina col vestito rosa e la treccia mora sta correndo. La vedi appena perché scompare subito dietro l’angolo della piazzetta. Sei già in piedi. Raggiungi l’angolo del cortile e ti sporgi sul vicolo. Non c’è. Ti scrocchia il collo nel girarlo a sinistra. C’è il negozio di gadget sotto il porticato. Entri. C’è la commessa. Guardi bene in giro tra gli espositori. Non la trovi. C’è un vecchio telefono in mezzo a delle bacchette magiche di Harry Potter. Guardi la commessa. «Scusi», dici. Il telefono squilla e ti interrompe. La commessa non si muove. «Si?», domanda. Alzi un dito a indicare il suono, lo fai come per dire “non lo senti, il telefono?”. Lei sembra spiazzata e un po’ preoccupata. Non lo sente. Ti avvicini al vecchio telefono nero con la corona di numeri metallizzata sul davanti. Squilla come squillava il telefono verde di tua nonna. Afferri la cornetta, la posi sull’orecchio. Lo senti sospirare. Alzi la testa, scruti tutto intorno cercando non sai cosa. Lo senti ansimare per l’emozione. C’è la commessa che prova a comunicare con te. La saliva ti si è disidrata in bocca ed è diventata calce. Lo senti ridacchiare. Vuoi parlare, vuoi chiedergli dov’è. Apri la bocca ma non esce niente. «Mi scusi, dovrebbe lasciare quel telefono». Cerchi di parlare, vuoi parlare. Non ci riesci. Stai per piangere, lo senti. «Perché?», riesci a domandare con le vene del collo gonfie. «Ma come perché? Perché il telefono non è suo». Ridacchia ancora. «Chi sei? Fatti vedere», dici. Non risponde. «Sei qui, vero? Sei vicino?» Hai parlato coi denti inchiavardati, sbuffando dalle labbra; stringi così forte la cornetta che non senti più le dita. Riattacca. Guardi la commessa. È tornata dietro al banco, ha il cellulare all’orecchio; lo abbassa, ti guarda, sorride nervosa. La faccia, la sua faccia, è composta da sabbia sottilissima che si muove appena, vibra. Apre la bocca e dal labbro inferiore la sabbia inizia a colare come il flusso di una clessidra. Molli la cornetta, esci, corri in mezzo al vicolo e d’improvviso ti senti le gambe, stanche e molli. Non ce la fai a correre. Caracolli fino al ponte levatoio. Cadi in ginocchio sul legno umido, senti l’acqua scorrere sotto di te. Respiri a fondo, senti i polmoni bruciare. C’è un suono cupo, un rombo; sale dal basso, da sotto la terra. Sale fino a esplodere invadendo la superficie, e allora tutto inizia a tremare. Alzi la testa. Il cielo è una superficie piatta di metallo, la parete interna di un cubo d’acciaio. Guardi a destra, oltre il salice, sull’altra sponda del Po. I palazzi vengono giù in enormi calcinacci o si liquefanno in rivoli bianchi che scorrono sulle facciate fino alla strada. Gli edifici sembrano distruggersi eppure non perdono la loro forma. A dieci metri da te, sulla sinistra, uno squarcio apre una fessura sconnessa nel terreno; ne emergono cavi elettrici che non dovrebbero arrotolarsi e palpitare nell’aria come vermi in calore. Il frastuono cessa. Accanto a te c’è la bambina. È poco avanti a te, tre quarti di schiena, le intravedi il profilo del naso. Ti allunga una mano. La afferri. Ti alzi. Lei fa un passo e si ferma. Tu fai un passo. Lei si muove in avanti. La segui. Con quella coda e la gonnellina che svolazza ti ricorda Dorothy Gale. E tu chi sei? Non l’Uomo di latta, il cuore ce l’hai. Anche il coraggio. Forse il cervello, quello ti manca, perché non c’hai capito un cazzo. Sei lo Spaventapasseri. Lei avanza con un moto uniforme, come se sfilasse su rotaie. Ogni volta che dimezzi la distanza tra voi, lei ha allungato di un altro po’. «Non preoccuparti», dice, e la sua voce sembra arrivarti da dietro. «Ci sono io qui, tu non lasciarmi la mano. Non guardare giù, sull’argine del fiume, il grande salice iridato da un unico raggio di sole». Ti fermi, ti volti verso destra, le lasci la mano. Vedi le foglie dell’enorme albero che brillano cadendo fino a terra, e il singolo ed esclusivo fascio di luce che lo travolge da sud. L’albero ha una forma strana, per niente compatta; è pieno di rami sporgenti e insenature che la luce compone in ombre nette. Ti volti. La bambina si è allontanata. «Non andare», sussurra, «vieni via con me, via da tutto questo». Scendi giù per il prato. Le gambe tremano a ogni passo. Siamo alla fine, resta poca linfa. Non sai come, prosegui restando in piedi. Passi in mezzo a due alberi giovani, bassi, larghi, con le foglie ingiallite e rossastre, e i rami intricati in forme definite e contorte, da bonsai. Li superi. Il salice è a pochi metri da te, lo vedi bene: un naso sporgente, due occhi corrucciati, un sorriso sghembo. Le gambe non ci sono più. Cadi in ginocchio, poi giù, a sedere. «Chi sei». Gli occhi si chiudono e si aprono sempre più lentamente. Ripeti la frase cercando di accentuarne l’aspetto interrogativo. Non sei certo di esserci riuscito. Apri bene gli occhi per guardare meglio quella faccia sbagliata e ci provi ancora. Il raggio di luce scompare di colpo e la faccia con lui. Davanti a te il verde profondo, e ora immobile, del salice. Stai sudando, sei fradicio. Gli occhi ti bruciano, li chiudi, respiri con la bocca. Una risata isterica: l’hai sentita, soffocata nel ventre vegetale. Apri gli occhi, non dici niente, non respiri. C’è un ronzio. Sei in piedi. L’albero si avvicina sempre di più. Per un istante è l’intero orizzonte. Laceri le fronde, ti liberi delle funi, prorompi negli intestini; gli sbatti contro, lo afferri alle spalle, gli blocchi le braccia, lo trascini; è più alto di te, ha le spalle più grosse di te, ma non è forte quanto te; non emette un suono, non sbuffa, non puoi vedergli la faccia. Gli occhi ti bruciano. Li stringi forte e ti tuffi. Il gelo dell’acqua lo senti appena. Attraverso le palpebre filtrano i riflessi del mondo che si allontana. Senti i muscoli delle braccia tesi come i becchi di una pinza che stringono senza scampo. Tu sei il perno attraverso cui si applica la forza. Trattieni il fiato. Non morirai prima di lui. Tu sei la zavorra che lo trascinerà tra le alghe. Il cibo degli antichi egizi è ancora lì, è solo diventato minerale.




Giulia Coralli anima la poesia di Edoardo Angrilli | Mixis #3

La poesia che si fa animazione nel nuovo appuntamento bidimensionale con Mixis.

È con parole immobili che scorrono verso un piano inesistente che la poesia di Edoardo Angrilli prende vita grazie all’animazione 2D di Giulia Coralli. Gocce digitali, fra solidi amorfi, cristallizzano un in-visibile.

Gocce
sui finestrini di un’automobile
corrono
trasparenti

 C’è una disperata necessità –
di sapere –
di non essere –
come loro,
ma non sapere
di essere
come loro.

 




Graziano Gala racconta il dipinto di Paola Coppi | Mixis #2

Dalla tela alla pagina, un dipinto che si fa racconto nel nuovo appuntamento con Mixis.

È con un dipinto di Paola Coppi e un racconto di Graziano Gala che prosegue il lavoro di magnetizzazione e traduzione bio-artistica che la rubrica interdisciplinare Mixis ha voluto e vuole mettere in campo. Il colore, percezione visiva del sensibile, fissato sulla tela si apre e si con-fonde col fluido inchiostro della narrazione.


OBBLIGHI DI SERVIZIO

Mi chiamo Ludovica Paramatti, arrivo qui in metropolitana, ho trent’anni abbondanti quasi trentadue, adoro il giallo, sarò la vostra docente di matematica.

Nel tacchettare nervoso sé movente ad aula vicina a firma acquisita a emozione crescente a primo giorno ufficiale d’incarico lavorativo in scuola del regime alla Nostra, asfittica, le parole pensate da dirsi rimbalzavano nelle orecchie pulsando come chicchi di grano su ardere di brace.

Tranquilla, si diceva, tranquilla, e tranquilla avrebbe voluto essere, ma l’emozione era tanta, il corridoio sfilava meglio delle collezioni autunno invernali e ogni passo d’acquisizione maturato era una sottrazione di metratura a quella trincea che aspettava da tutta una vita: paura, fauci asciutte e palpitazioni più che comprensibili.

Li sentiva, passando, GLI ALTRI.

Aula per aula, un concistoro di voci operanti alla pubblica utilità, un unisono di intenti paideutici, uno stuolo inarrestabile di montessoriani collodiani piagettiani convinti ed educanti, con porte chiuse alle loro spalle, toni

perentori e squillanti e silenzio ecclesiastico studentiano ad assistere alla scolastica celebrazione.
Non vedeva l’ora, voce bianca, corda vocale debole ma entusiasta, di prendere il suo posto nella navata, di penetrare la porta numero 34, di affiancare la sua disciplina a tutte quelle altre di una nazione che chissà come chissà quando chissà soprattutto perché sembrava curare meticolosamente la fruizione delle discipline stesse.

Nulla si sapeva più del comparto scuola, da anni, se non che i tassi di alfabetizzazione erano tornati altissimi e il numero dei diplomati sorprendente, se non che al personale del comparto scuola stesso era imposto un silenzio e una segretezza da confessionale eucaristico, tanto per restare nel clima sopra citato. La preparazione culturale italica era elevata a tal punto, si diceva in radio, da doverla rendere impenetrabile alla curiosità oltremontana che avrebbe voluto ghermire ogni singolo segreto, ogni singolo particolare di metodo, ogni intimo fruscio sibilato dall’inestimabile corpo docente prima risorsa di questa nazione – così, avevano detto perentoriamente a trasmissioni unificate.

E l’essere corpo e l’essere sangue e l’essere metodo inumidiva non poco le ascelle della semovente Paramatti che, in questa sua particolarissima cabala corridoiale, nel pescare il bussolotto col 34, ‘a capa, per la smorfia, sperava tanto di mantenerlo, questo livello, senza cadute che segnassero il punto primo del precipitare futuro nel baratro di una nazione sprovvista di futura classe dirigente a causa di una qualche non voluta mancanza da parte della docente Paramatti suddetta.

Eccola, la porta, intonsa, neppure violata da qualche impronta sudata visibile in controluce: all’ordine e alla pulizia il ministero teneva non poco.

Eccolo, il silenzio alle spalle della porta, di classe misticamente pronta all’acquisizione delle più profonde dottrine aritmetiche.

Eccola, la mano fazzolettata sul pomello, a non essere da meno nel non maculare l’ingresso del sapere.

Eccola la classe, bancata di noce, indorata di formalina come un vestito appena sconfezionato, proporzionata sistemata progettata utilmente in ogni centimetro di sua metratura, SPROVVISTA al momento di corpo studente in agognata attesa della professoressa di matematica che, pensandosi in anticipo sulla sua personalissima ora di lezione, guadagnava la cattedra con il rispetto e l’ascesi di sacro ministro in procinto di celebrar messa sperando che i tre minuti che separavano le e 57 dalle 00, tondo principio d’ora incipiente, scorressero in una grande e risoluta rapidità lasciando entrare nel tempio tutti gli affamati della cultura numerica principiata con l’araba invenzione del numerico conteggio.

E 58. Ancora due minuti. Sbattere nervoso di tacchetto docente su ferro cattedratico.

E 59, un minuto al capodanno, allo scoccare della campanella annunziante lo sciame alunnico ingrediente sé disponente nei banchi appositamente costruiti coi legni della nostra bella e ricca nazione – questa, in realtà, non l’aveva sentita alla radio, ma al corso di preparazione alla docenza.

E 00, 01, e 08, e 12 e aggiungeteci pure ogni orario che vi pare, al quadrante dell’orologio, giacché a Paramatti sudante, a vociare grondante altrove due e sei muri più in là, a canovaccio pronto sul tavolo a fotocopie adagiate sui banchi a formule impilate in mente nessuno vi dico nessuno sembrava destinarsi alla classe 34 lasciando Ludovica alle sue metropolitane, al suo maglione giallo, ai suoi trent’anni abbondanti quasi trentadue a sfibrare pazienze ed attesa nello sperare che qualcuno anche uno solo varcasse la soglia.

Le domande si accatastavano nella testa, l’incertezza imperava nella maglietta d’ordinanza guadagnando le cuciture della giacca, lo sconforto lentamente occupava le sedie della stanza.

Che il giorno fosse sbagliato? Che non fossero state effettuate le giuste comunicazioni? Che la classe fosse impegnata in una qualche visita guidata?

Tutto impossibile per un ministero che faceva dell’efficienza comunicativa il suo punto cardine.

Alle 11 e 07, quando tutto crollava e nulla aveva senso e l’impazienza era diventata sgomento e i bottoni progressivamente si erano allentati e là fuori chissà quante metropolitane avevano traghettato chissà quanti alunni negli adibiti appositi edifici, qualcuno bussava alla porta.

Sì, qualcuno bussava alla porta, e la Paramatti soffocava quasi nel riguadagnare un briciolo d’autorevolezza, nell’impettirsi, nello spingere via dalla finestra tutto quello sconforto precedentemente sprigionatosi.

Prego.

Al suo prego, alcun saluto di risposta.

Un trotterellare d’anziana signora curata per i banchi. Un constatare, da agrimensore. Uno scrutare decifrare razionalizzare il contesto tramite spesse lenti bifocali inforcate in punta di naso.

Perdoni, chi è lei? Si qualifichi. La Paramatti avrebbe certamente appaltato buona parte della richiesta autorevolezza in cambio di un dialogo rivelatorio. O forse di un qualsiasi dialogo, giacché la solitudine, in quelle tre ore aveva spolverato a sufficienza lei, i suoi appunti e ogni singola superficie del noce bancale.

Ah, lei è Paramatti, la nuova – il metro quadrato dirigenziale diceva tutto questo senza smettere di svolgere quell’incomprensibile attività. Io sono Conticini, riprendeva, la sua preside. O quello che le pare, faccia lei.

O quello che le pare, faccia lei. La giacca, la maglia, i bottoni della docente iniziavano a non capire.

Non si aspetti alcun alunno, né oggi né mai. Siete tutti così il primo giorno, disperati, poi subentra l’abitudine, e un buon grado di disciplina che aiuta sempre in situazioni come queste.

Lo smarrirsi di Ludovica era perimetrabile.

Niente capiva, niente. Il contratto la firma l’attesa le ore il corso post laurea la laurea il diploma le medie le elementari l’asilo la mamma che raccomandava di studiare che sarebbero arrivati tempi bui e solo un pezzo di carta solo un pezzo avrebbe salvato, diceva la mamma, qualche muro dal crollo. Il trottolare impazzito di quest’essere buffonesco tra i banchi nel fare qualcosa di razionalmente incomprensibile e il suo parlare, così candidamente, di qualcosa ai limiti del reale.

Venga, le faccio vedere – gli occhi dirigenziali percepivano docenti interrogazioni.

Il corridoio, al contrario. Un riavvolgersi di numeri e classi. 32, 30, 28, 26.

Entri qui.

La mano, non più fazzolettata, solcava le barriere di una classe in ora di scienze tecniche: questo, almeno, il percepirsi da fuori.

Buongiorno dirigente.

Paolo Fresi interrompeva il suo soliloquio a spalti vuoti per salutare le ingredienti.

Le presento Ludovica Paramatti, collega d’aritmetica. È il suo primo giorno qui: il tempo di abituarsi.

Sorrideva triste e comprensivo il Fresi, suggerendo che il primo anno sarebbe stato il più duro.

Uguale identico meccanismo per il Fioroni, disegno, stipato nella 26, per Maribel, fondamenti, nella 24, Sacchetti, italiano, nella 22, e per tutto il resto del corpo docente minuziosamente collocato a due aule di intervallante distanza.

È per non farvi impazzire, e per non farvi socializzare eccessivamente. Gli ispettori del ministero potrebbero arrivare in qualsiasi momento a verificare l’adempimento del programma. Eventuali mancanze sarebbero punite in modi che non le voglio raccontare. Gli studenti non si presenteranno mai: l’obbligo di frequenza è stato sospeso da anni. Anche l’obbligo d’esame, di firma, di voto. Siamo gli ultimi ad aver effettuato un corso di studi normalizzato, in tempi di democrazia. Si tenga forte. È tutto cambiato molto velocemente. Vada nella sua aula di pertinenza, cominci. Continui ogni giorno, non si fermi. Lo dico per lei, mi creda, è l’unica soluzione possibile.

Il braccio stretto forte, nel parlare sottovoce tra i denti, nella paura ascoltasse chissà chi da chissà dove, nel timore arrivasse qualcuno da un momento all’altro a cogliere in fallo la compagnia organizzante. Delle rughe, sul viso, d’amarezza, di anni passati così, a cercare normalità nell’anormale, ad assumere competenti mazzieri per trasformarli inesorabilmente in solitari. Dei canini, serrati sul labbro, di impotenza, di rabbia e dispiacere.

Un trotterellare ripreso più in là, chissà dove per chissà quale mansione da svolgere nelle ore lavorative di competenza.

Un risolcare il corridoio, fino alla 34.

Un tacchettare triste sudato di maglia gialla in bottoni di giacca.

Un riprendere posto, un riprendere fiato.

Un incattedrarsi.

La mamma, gli studi passati, ogni benedetta domenica sacrificata saecula saeculorum amen nella pura speranza di essere degna di occuparla, quella cattedra. I tempi bui, arrivati così, senza raccomandata. La bocca sprofondare all’ingiù, gli occhi abbassarsi, desertificarsi la classe. Lo sconforto, a posto ripreso, insieme alla tristezza e al dispiacere ai primi banchi. L’umiliazione, qualche posto più in là. Il dovere, sempre immancabilmente di fianco.

Un respiro, coraggioso.

Un alzare lo sguardo.

Un fermo e costante tono di voce.

Mi chiamo Ludovica Paramatti, arrivo qui in metropolitana, ho trent’anni abbondanti quasi trentadue, adoro il giallo, sarò la vostra docente di matematica.