Sii me stesso (di Andrea Franzoni) | Seconda parte

Presentiamo la seconda parte di Sii me stesso, un libro in costruzione condivisa che esce per Argonline ogni due Lunedì. Qui potete leggere la prima parte già pubblicata. L’autore invita chiunque ne abbia il desiderio ad interagire con i testi, con domande o commenti. Per farlo, potete scrivere a – gentileapparenza@libero.it


 

 

 

SII ME STESSO

(progetto di rieducazione sentimentale)

 

by

 

 

 

 

 

 

[9]

Mi piegarono le ginocchia per convincermi
Dell’idea d’amore: rabbrividì il silenzio
Scese nel corpo il patto diventato
Braccio
E ramo
Braccio e nesso.
Chi ti stava usando era la vita
E quella non ebbe, da lei, altro che sé stessa.
I baci diedero un figlio e
Un figlio fu lo sguardo di quelle ginocchia: non potere
Tremare di non potere sul desiderio
Di restare.
E scivolano le stelle nella greppia dei desideri
Un uomo
Una donna
Una spada ricoperta di cenere.
Si stinse così il fiato di quel fiore.
E dovevamo vivere ancora
Di quel flauto diventato libellula
Libertà che ti stringe quando scema la tristezza
E ti vuoi
E non puoi che volere perché il resto
Trema.

 

 

 

 

[10] Da una lettera di Carla Lonzi

Non posso venirti incontro se tu non mi dai un cenno, non ho nessuna intenzione di continuare a fare la sorella maggiore che indica la strada alle altre, posso capire che questo mio ruolo sia stato odioso ai tuoi occhi, ma finché non ti parlo di me vedrai sempre solo quel lato, così come di te vedrò sempre e solo il lato frenante.
Se ti ho detestato è perché ho sentito in te il dubbio che ci fosse un aspetto disonesto nella mia vita per quanto ti sei scandalizzata di me tutto il tempo.
È un linguaggio indiretto quello con cui cerchiamo di fare passare le nostre scelte o propensioni: sperando che l’altra non se ne accorga abbastanza da schierarsi contro, ma abbastanza da rimanere colpita. È un gioco assurdo, molto raffinato, ma nella sostanza un corpo a corpo. perché negarlo?
Sei speciale per organizzare situazioni in cui ogni apertura sia impossibile: nemmeno da pensare
incontri senza le bambine, i mariti muti o il cinema. Già è difficile, così è escluso.
Come all’epoca della mia gelosia da piccola volevo trasformare una privazione in una rinuncia volontaria, come all’epoca di Cesare volevo trasformare una mia sconfitta in una mia generosità.
Se fossimo arrivate a parlarne insieme tutto si sarebbe chiarito e perciò dissolto. In fondo è qualcosa di remoto anche per noi quello che ci impedisce di sbloccarci

 

 

 

 

[11]

Sbranarti di fedeltà
Muto
Nel nome della parola.

 

 

 

 

[12]

15/01/18

Le parole sono i fatti. Sogno di una poesia che penetri nell’uomo e non lasci traccia del linguaggio, dei suoi manierismi retoricati dagli esperimenti. La natura sperimenta sé stessa. E se narrassi il mio viaggio nella tristezza? Anche la tristezza ha le sue gioie, le sue immagini, i suoi conflitti, la sua calorosa famiglia. È solo male accettata. Perché si parla d’altro tra i vivi. Uno dei problemi maggiori della poesia d’oggi e che, giustificata dalla relatività che la sdoppia, non riesce ad accettare che anche se la terra gira intorno al sole, l’uomo non può vedere che il contrario. Cioè che anche se i punti di vista sono plurali, i nostri occhi non possono vedere più in là di sé stessi. C’è un dovere di amore in questa drammatica finzione. La verità sembra alta. Ma le ali vogliono camminare. La profondità dell’essere si trova sempre nella banalità che ti ama, e che per quanto tu la spieghi, non si concede se non la porti fuori a cena, non le dai ciò che ti chiede, e che è quasi sempre ciò che ti manca.

Vista lettura Balestrini e Mazzoni. Mi fa piacere l’intelligenza del discorso. Ma poi ci si chiede: a chi stai parlando? Scolastici, i testi si difendono dal mondo. Sempre la stessa storia: paura. Balestrini, nella sua semplicità, ignora, e ignorando parla con grande onestà. Non basta, ma l’onestà è storia ed ha una gentilezza piena di battaglie, e il popolo che capisce, chissà cosa, ma capisce. Mazzoni sembra un cucciolo di cane che si protegge con i suoi latrati brevi e quadrati, con quella razionalità giornalistica delle persone che perpetuano lo starci-system della letteratura, convinti di (o da) una intelligenza che è pur sopraffina, è vero, ma nel regno degli smorti. Nessun rischio, significa nessuna utilità. Ma ognuno parte dai propri rischi, e Mazzoni parte dai suoi, quelli professorali, borghesi, dell’impiegato che va in metro e non crede di essere altro. Di donde si può dire che anche la sua è onestà, anche se non può essere che disonesta l’azione immobile di chi, avendo potuto coltivare l’erudizione, l’usa solo per constatare in parole ciò che il silenzio non fa. Manca incredibilmente l’uomo, la sua pazza passione dissociata, manca il corpo, manca la poesia del corpo che abbiamo, ogni giorno, quel tremore del freddo che viene da dentro e che non si può proteggere da nessuna letteratura, quella minorazione che ci chiamò, e senza la quale nessuna poesia sarebbe poesia. Sempre la stessa storia. Manca la storia che avviene, viene la storia imposta della vergogna.

 

 

 

 

[13]

Ho la paura dei cinque cuori
Tradire o sentirmi sola
E dei cinque anni e delle cinque mani
Ho la paura
Dei cinque cattivi
E non ho paura della paura
La paura è la mia
Colazione.
Poi vado avanti, e l’asporto passa e
Sembra che ho cinque vite e faccio cinque piatti e
Sembra che ho cinque giornate e poi
Una
Due
Tra quattro
Cinque e cinque
Quattro
Ma la mia non è pazzia la mia
Pancia
Me l’han tolta.

 

 

 

 

[14]

La vita a volte ti scambia per la vita e devi solo continuare a battere il dito della solitudine per arrivare al bar, sorridere, far vedere che dietro i tuoi occhi c’è un re nudo che piange di libertà, e che la libertà è un cane che si alza di fronte a un altro cane. Siamo cose. Cose e mobili che si dispongono nel nostro vedere oltre la strada, ruminare e ruminare una via, andata e ritorno, fino a trovare dietro la realtà la realtà, un divano di colori sfumati e trementina che scivola come scivola l’anima sulle gradinate di un passaggio, sul suonatore antico che suona le stesse canzoni e non sa, non sa che non è un semplice zigano acceso dalla fiamma dell’ipocrisia viva, ma è più, è più perché noi siamo meno, e guardarlo, ascoltare quel suono di deriva e sempre irrimediabilmente uguale a se stesso ci mette nell’utero della nostra maternità. Maternità è ciò che arriva, ogni mattino, all’operaio specializzato. Estasi è quello sguardo a denti separati alle 10, quando il tram arriva e riprende tutti, riporta tutti, e tutti sono una parte del tram che non si rassegna. Poi le scatole coincidono e allora speriamo un po’ di più. Poi le parole si parlano e allora capiamo. Poi è di nuovo mattina e dimentichiamo tutto per fare della giornata un’opera che non ha coscienza. Impossibile difendere certe frasi. Impossibile difendere certa realtà. Cambiare di ramo talvolta può sprigionare un uccello.

 

 

 

 

[15]

Cara tu,

ora ti mischi con tante cose e persone e fatti che non so più se sono fatti o sono ricordi. Le cose si stringono, hanno ognuna il loro laccio e il loro laccio è un cretino che ti da un bacio e non sai perché lo rifiuti solo perché è un cretino, e chissà che quella sua stupidità non sia invero una materia di luna caduta dalla sua timida pienezza, come le voglie, che si spengono quando si hanno. Si strusciano le cose, si mischiano con le anime degli altri e uno non sa più a che governo sposarsi, a che classifica dare la propria felicità. Sì, forse è questo. Tu ora stai venendo e ora forse è questa la classifica che sei, e poi sarai qui e allora saremo il vuoto di cinque piani in questa città grigia come siamo diventati, piena di sprazzi di celeste che poi si cancellano e poi piovono e poi ridiventano sempre il cretino, maledetta abitudine a volersi capire, a fine giornata, come se una giornata potesse finire. Sono giorni che non sento la mia voce. Una sera ho sentito la tua e la tua era una voce mia che non riuscivo a sentire. Chissà se tu lo sai, chissà se sai che sei una bomboletta di cristallo bagnato un mattino ottocentesca alla finestra di una signora che desiderava essere un’aquila, e che per il suo desiderio ha interrotto tutto, ha guardato il telefono, e si è addormentata, abbandonando nel sonno tutto, anche il suo desiderio. Lo vedi, le cose si complicano tutte quando sono strette, è il modo in cui camminiamo qui da noi che abbiamo il gas che esplode dentro e che dobbiamo tenere per non bruciare la quieta quotidianità delle strutture, la parca e casta sensibilità delle divisioni. Ne abbiamo bisogno? Direi di sì, come te che vieni e io che ti anticipo proteggendo le sfere di sigarette non fumate che avranno tanti effetti brutti e belli su di me, come io che ti aspetto e tu che arriverai, in ritardo, piena di un personaggio intelligente che vedrai, corrisponderà esattamente al cretino che guarda sotto la finestra la signora ottocentesca che aspetta dal vetro della finestra le lacrime che non riesce più a dare. Forse è questo. Scusa se ne parlo sempre ma mi sembrano sempre così importanti: le lacrime. È vero. C’è poco da dire. Come quando arriva una poesia e la luce si spegne, e allora ci abbracciamo e diventiamo parole di luna aperta alla fantasia che non si ferma, non viene, non arriva, non ritorna, non si sveglia.

 

 

 

 

BAMBINA DENSA

He querido iluminarme
a la luz de mi falta de luz.
A. Pizarnik.

Ora qui, e mi chiedo come non occuparmi di te
come non sbagliarmi quando dico una cosa,
come fare, a non tornare nelle tue spalle, a
dormire nel silenzio della tua schiena.

La televisione parla, cosa e casa si confondono ed
essere giusto è una fatica senza paradiso, senza inferno: procede,
come fa la televisione e come farai tu,
ovunque tu sia.

Chissà se senti il vuoto nelle tue spalle.
Chissà se ti dici che quel vuoto è qui, con me,
che quel recipiente nella terrazza della rabbia, della paura,
che quella ciotola di nervi nell’incavo delle tue spalle
era per me.

Entra un bambino, la giustizia si fa le carezze,
il sonno vuole abbracciare la tristezza e provo,
con questa poesia, a non portare ciò che sto provando,
a non riempire, non invadere quel recipiente sacro
che è la ciotola, la ciotolina della notte distesa sui
fulmini e fiori che ci siamo dati.

E mi sembra così, il dare, simile al tempo in cui una televisione
dura e poi, la sensibilità o l’abitudine di chi la guarda,
capisce che è l’ora di spegnere, che è l’ora di ascoltare questa poesia,
senza invaderla di sonno, di denti, di sensazioni di combattimento.

Che combattano pure queste digressioni, che lottino tra loro i sinonimi
che siamo diventati e che le emozioni che non ci possiamo iniettare
facciano la loro faccia solita, con il loro solito separarsi in aspetti formali.

Che accada quello che sta accadendo: è la giustizia: una bambina densa
che guarda una maschera sul vetro, dove la notte si presta, come una televisione,
a spegnersi e specchiare. Una bambina densa non sa riflettere su ciò che
accade. È lei stessa ciò che accade. E per questo si specchia: può lasciare la sua
immagine a chi la guarda, e lei sognare.

 

 

fine della prima parte (dello stesso gioco)




Sii me stesso (di Andrea Franzoni) (il diseno è di Jean Marc Dupuy)

Sii me stesso è un libro in costruzione condivisa. Uscirà per Argonline ogni due lunedì. L’autore invita chiunque ne abbia il desiderio ad interagire con i testi, con domande o commenti. Per farlo, potete scrivere a – gentileapparenza@libero.it 


SII ME STESSO

(progetto di rieducazione sentimentale)



by

















Introduzione

Nonostante l’angoscia della mia individualità finita trovo il coraggio nella fede della validità del gesto, e lo compio col mio libero rischio. Ciò è possibile in quanto quella mia fiducia, nel suo fondamento, nella sua origine, è certezza di qualcosa che continuamente mi giustifica, mi determina. Fede è memoria di questa certezza nascosta, intima, primordiale, per la quale sento che la mia azione non può andare perduta.

[…] abbiamo visto che se l’angoscia ha un grido, il “grottesco” è un grido stonato: se l’angoscia è il silenzio della estrema tensione, il “grottesco” è il silenzio vuoto, il silenzio relativo.

In un certo senso anche il “grottesco” ha il suo grido: “lasciami tranquillo”. È il grido che annienta l’io-debbo, l’io-posso, l’io-voglio. Ma c’è una voce più forte di lui (una voce che chiama nel deserto), una voce fraterna che raggiunge il solitario senza dialogo, l’assonnato tiranno di un popolo di nani, sul piatto scoglio della sua grigia solitudine. Quella voce, risuscitata alla fine dall’insostenibile rimpianto dell’occasione perduta, canta una vecchia e pur sempre nuova canzone: “voglio darti la gioia. In te ho riconosciuto me stesso, e in me ho riconosciuto per mezzo tuo la presenza della vita.”

Braibanti.













[-1]

Per arrivare a te, sii me stesso. Non quella birra.
Neanche quel lavoro o quella scema.

La personalità non ha destino.

Gli ubriachi fanno rabbia ma non ti amano.
Non fino in gola, dove chi ti ama davvero

È un fazzoletto.

Per arrivare dentro, sii me stesso. Non quella verruca,
la verità o l’altra cosa. Non confrontarti.

La personalità non ha destino.

Ci annunciamo e tanto basta
A chi (non) t’ascolta.

















[0]

Ho bisogno d’un utero. Una mosca deve uscire e
le ho chiuso la finestra.
È importante
chiudere il significato e aprire
La parola

È importante restare discreti, al limite della fede, agire in aderenza e
Consiglio climatico.
È importante
Essere primavera             (arrabbiato come un fiore)

Ma più importante è chiudere la finestra
perché la mosca cerchi
Sul vetro
E non nell’aria la trasparenza

che le è propria.

















[1]

Sii me stesso viene dalla mia personale incapacità ad essere me stesso. Ritenuto dapprima come sbaglio, poi come debolezza e infine come difetto di sistema, ho voluto finora negare l’esistenza di questo fenomeno, giustificandolo dietro argomentazioni di tipo sociologico, economico, psicologico o morale, se non quando affettivo, difendendo talvolta l’idiotismo poetico o mascherandomi talaltra dietro il mio stesso silenzio, facendo di me il traduttore d’altri. Il fallimento o semplicemente l’esaurimento in me della figura del critico o del folle, del taciturno o del professore, mi ha portato ora ad assumere il corpo dell’autore. Finirà anche questo: finirà perché l’ho incominciato.

I versi qui di seguito sono frasi in forma di cosa: si tratta di parole che, per non essere state dette, sono divenute un oggetto (nella memoria, sulla carta, nella lingua, ecc.). L’oggettualità delle frasi è l’inferno in cui vive la lingua poetica contemporanea, inferno da cui ho preso le mosse per cercare, poesia dopo poesia, di parlare ad un interlocutore che non fosse, appunto, il critico, il professore, il lettore, o peggio ancora me stesso. Cercavo un interlocutore “reale”: ho trovato un testo.

Da espressione viva di un corpo condiviso — il contesto in cui nasce — la frase che dico (scrivo) diventa “la mia frase”. Quest’appropriazione la rende immediatamente e irrimediabilmente sola. La solitudine la porta allora a cercare frasi a lei simili, sole come lei. Tra di loro si trovano, ma — a meno che non fingano retoricamente di parlare davvero — non riescono a dire niente. E se riescono per coincidenze o contrasti a dire qualcosa, il loro messaggio si esaurisce rapidamente nel diluvio di messaggi che le precede e che le segue.

Come le “nostre” parole, così tra di noi sembriamo oggi, sempre più spesso, sinonimi che non si parlano più. L’arte della parola, rubataci dal preordinamento finanziario della comunicazione, viene a mancare nelle azioni più semplici, intime, amichevoli, familiari, amorose, e infine poetiche: la parola non apre al gesto, ma chiude, sigilla nel concetto. Ho voluto dunque partire da questa profonda chiusura per rivolgere ad altri le mie parole non dette. Ne è uscito fuori un insieme di testi accostati, un contesto di testi soli, come un collage dell’anima che mi è stata tradita, e che ho deciso qui di esporre, per narcisismo, ma nella speranza anche che gli specchi, disposti ad una nuova memoria, si parlino (si ascoltino) e che dalla vicinanza dei riflessi si formi una relazione utile all’espressione d’altre relazioni, umane o meno che siano.

 

 













[2]

Sono un cervo sperduto in una casa.
Calma.
Ti amo e sono un cervo sperduto in un barattolo.
Come quando ti regalano una noce.
Ho una metro.
Non ho una casa. Ho una lingua e un cuore
Di cera.
Piano.
Un cervo di cera e un fuoco che ti chiama
Piano.
Senti meglio.
Piano.
Sono un cervo aperto in un cuore di cera
Ti amo, incendio.

















[3]

Curioso che io ci sia quasi. Lo specchio si forma, si sviluppa, si avvicina alla realtà, sta per nascere, sta per entrare e d’improvviso, non si sa perché né quando, è passato di là. Dall’altra parte. Là dove la coscienza è un ricordo e non è coscienza, ma è conformità alla rappresentazione dietro cui siamo accucciati, piccole farfalle rintanate nel soffio di chissà quale bambino, in noi, in chissà quale prova di bolla, e chissà se la bolla ha veramente vissuto quella meravigliosa tenebra dei sentimenti che volano, e chissà se ha davvero viaggiato e per quanto tempo e quand’è scoppiata. Chissà se la bolla sapeva di dover scoppiare, chissà perché, sapendolo, è voluta volare comunque, immanenza temeraria dei suicidi, suicidaria meccanica della vita, spendi e sarai comprato, compra e sarai venduto alla cosa, al desiderio rintanato nella cosa che volevi, e che come la bolla non si presenterà più, non avrà più la pulsione elementare del proprio bisogno, l’urgenza di essere e basta, contro qualsiasi progetto di identità o direzione. Così vado e profumo in una realtà, e non ci sono mai esattamente, sono un po’ qui nella scarpa che avanza e un po’ lì nel Buco che si specchia serpeggiando tra le sue storie di Dei ripieni e Sfidanti del vuoto, laddove una parte di noi deve rimanere da sola e amarla davvero significa raggiungere l’odio, la sua prova, la malattia di una fedeltà cieca, mentre Cupido sorride, come un maresciallo che sa cosa hai fatto e, da quello che hai fatto, sa cosa farai. Siamo così, tutti. Ma tutti ci ammaliamo di essere poi sempre in mezzo, e allora uno si fa da parte per sempre e l’altro si mette sul palco, magnificando la vanità con cui l’abbiamo lasciato giocare, mentre seduti sulla panchina del pensieroso pensiero impariamo invidiando, offrendo i nostri occhi in sacrificio al carosello, umili vittime della protezione, e del suo albero di linguaggio.

















[4]

Fare un figlio, significa saperlo cancellare.

―  non è un buon giorno
per spiegare
l’altezza delle cose umili.

Credere è un muscolo. Un muscolo
è il Miracolo di perdere tempo per dare coraggio e
perdere gusto e senso e

Fare un figlio, significa
saperlo rifare.

― non è un buon giorno per
spiegare l’altezza
delle cose basse.


Esiste, perché può esistere, una poetica dell’idea parlata: dopo la parola data, c’è sempre la parola ritratta ― dopo la parola detta, c’è sempre la parola rifatta. Buchi bianchi ci stanno dentro da una ventina d’anni poetici. “La poesia s’è rifatta le labbra” = significa che si narra in essa la volgarità originaria di una bellezza che si paga ― le ali a tre euro ― ben al di là di un naturalismo orale o culturismo metrico che non può captare l’orfanezza delle cose che ritornano. Niente torna, in natura. L’uomo sì. Non nel senso del tempo. Perché il tempo non ha senso.


















[5]

Cara Audrey,

ti scrivo perché non ti conosco, perché conosco il tuo desiderio, perché conosco ciò che volevi e ciò che hai ottenuto, fecondando te stessa in chissà quale antico progetto di esplosione, tu nel guscio di mandorla, tu nella vasca piena di fragole, accanto alla stanza dove entrava il freddo. È strano scriverti da questa distanza geografica, ti immagino, chiusa nei tuoi pensieri, a filare il tuo ruolo con la stessa incertezza dell’antichità che ti ha spinto ad assumerlo. L’italiano è una lingua tenera, che tu non capisci e che proprio per questo credo sia opportuno, qui, per parlarti, di utilizzare. Scrivere poesia è stato e credo sia ancora parlare a qualcuno che non ti capisce, da una lingua che neanche tu, che la scrivi, capisci esattamente. L’esattezza è un esercizio, un allenamento continuo a perdere da sé i propri fini, come i fili che intrecci per la tua creatura, per proteggerla dal freddo di una realtà che non ha niente a che vedere con la persona che la vive, con il suo destino interno, quello stesso destino che mi porta a scriverti, proprio perché non ci sei, proprio perché non puoi capire questa lingua, proprio perché ti conosco appena: perché dalla piccolezza soltanto si possono fare le cose grandi, come esporsi (cioè assentarsi) in un libro, utilizzare una voce che si taglierà le braccia di pagina in pagina, che imploderà di vergogne e giudicherà se stessa fino ad imporsi di subire quello stile che è, sì, imitazione, ma che dall’imitazione è se stesso, proprio come una madre è il proprio bambino, e cercare di distinguere tra i due è una violenza pari soltanto alla verità. La verità è un arresto che va da sé, come la sorgente scappa da sé per correre in rivolo: la purezza, la purezza muore continuamente. La verità è sempre accanto a sé stessa. È il pericolo questo ed è al tempo stesso il gioco dell’imitazione. Parlo alla tua immagine e ti perdo continuamente; ma parlo alla tua immagine perché ti perdo continuamente. Capisci? Se ti perdo continuamente allora debbo continuamente fecondarti nelle mie parole, devo continuamente resistere alla tenebrosa inerzia con cui ti perderei, se tu fossi tu, e se io ti parlassi veramente (non avrei niente da dirti del resto). C’è uno scarto. E in questo scarto scivolano alcuni sentieri di alcuni sentimenti. Solo la poesia lo può dire, perché ― ed è la cosa più facile da capire, e la più difficile da accettare ― perché non dice niente. Che dice un filo d’erba? Ora tu sei tu lì dove sei, ma qui, qui sei questa commistione di vasche cuneiformi dove coltiviamo suoni, che non sarà dato a noi di ascoltare. Queste vasche, queste poesie dove non possiamo lavarci, possono davvero essere utilizzate come contenitori. L’antichità del destino interno chiama ciascuno a provare: terra, compost, irrigazione, luogo, posizione e speranza, affetto, amore. Le cose che crescono non dipendono da noi, ma il lavoro nostro soltanto può aiutarle a dipendere da sé stesse. Ti parlo, e chissà perché ho la sensazione esatta di non sapere ciò che sto dicendo. È una piccola umiliazione. Non so perché questa lettera si è manifestata qui. La scrivo perché difenda la poesia che le sta intorno. Perché impedisca alla Cancellazione di essere la Madre che non la riconosce. Non ho la coscienza di questo. Ma ne ho l’intuizione. Un figlio, credo, sia l’intuizione che ci difende.

                                                                                      Tuo,
                                                                                               A.

















[6]

Saliva di un’esistenza strana
Con le parole, potrei scalare un villaggio o
Cadere dalla finestra.
Un figlio mi è caduto dal cuore,
Questo pomeriggio
Sei stata tu a guardarmi troppo.
E poi
A poco a poco
Anche io sono caduto dal cuore.
E il tuo sguardo di nascosto
Sotto le mie gambe
Erano una poesia di piedi al freddo
Primaverile
Una voglia, la campana che suona
Una voglia: tenerti vicina
E ricordarmi
Chi sei
Se questa è una parola.

















[7]

Il segreto degli uomini: imbarcarsi in imprese
che non li rendono felici, se non attraverso la donna.

Christa Wolf

[8] Modalità di un problema (un approccio)

Nella sfera non razioide i fatti non si sottomettono, le leggi sono dei setacci, gli eventi non si ripetono, ma sono individuali e variano all’infinito. […] La sfera non razioide è la patria del poeta, il regno della sua ragione. L’antagonista del poeta cerca il dato fisso, ed è soddisfatto se riesce a impostare un calcolo nel quale il numero delle equazioni è uguale al numero delle incognite che si trova di fronte. Qui invece le incognite, le equazioni, e le possibilità di soluzione sono per principio infinite. Qui il compito è un altro: scoprire soluzioni, rapporti, connessioni, variabili sempre nuove; costruire dei prototipi che prefigurino il corso degli eventi; indicare dei modelli invitanti, che insegnino all’uomo come può essere uomo; inventare l’uomo interiore. Spero che questi esempi siano abbastanza chiari per escludere qualsiasi riferimento a una conoscenza, a una comprensione, eccetera, di tipo “psicologico”. La psicologia fa parte della sfera razioide.[…]Se la sfera razioide è il regno della “regola con eccezioni”, la sfera non razioide è il regno delle eccezioni sulla regola. Può darsi che sia solo una differenza di grado. Ma si tratta di una differenza polare, che impone un completo capovolgimento dell’attitudine conoscitiva. Nella sfera non razioide i fatti non si sottomettono, le leggi sono dei setacci, gli eventi non si ripetono, ma sono individuali e variano all’infinito.

Robert Musil

Cara Elisabetta,

se la tua intuizione è vera, io starei utilizzando la questione femminile per dare acqua, o meglio direi annacquare il mio mulino. Vi sono tappe nella vita, stagioni, in cui non è possibile considerare positivamente un’azione, in cui non è possibile “agire” nel senso attivo del termine. Ecco dunque che per far funzionare il mio mulino con l’acqua di una tematica devo prima annacquarlo, devo prima imbrigliare i rapporti già definiti (les idées reçues) dal/nel mio spirito, al fine di poter osservare come gli elementi del discorso agiscono, in me, certo, ma “me” considerato come arena in cui toro e torero entreranno in lotta, scambiandosi il sostrato psichico e ricreando dunque il conflitto tra le parti nello spettacolo di sé, “sé” considerato come un universo politico agente nella sfera privata. Ora, quello che cercavo di spiegarti, è che senza l’arena, sia il toro che il torero non hanno nessuna voglia di scontrarsi, anzi. Il primo problema per affrontare un problema è individuare l’inerzia del problema. Da maschio, so che niente si muoverebbe in me se non definissi un contorno spazio-temporale entro cui agire: un momento, un modo, un terreno. Se non erro, la tua opinione è che la circoscrizione soggettiva di queste tre coordinate impedisce la relazione oggettiva delle parti, ovverossia che il maschile attraverso il quale determino la cornice, impedirebbe il femmineo della relazione. O se non lo impedisce, lo predetermina, falsificando dunque ogni scontro futuro, perché la lente di lettura dei conflitti sarebbe già di parte. Personalmente, penso sia ozioso da parte mia cercare di considerare la mia natura come non-maschile, ovverossia cercare di proporre un linguaggio di discussione artistica che non provenga da me: anche “me” infatti, è corpo soggetto al destino di produzione del reale: anche il mio corpo è un contenitore, anche se meno evidente. Occorre individuare per prima cosa allora “di cosa” il mio corpo (o il suo statuto di corpo maschile) si fa veicolo, che cosa può veramente accogliere della problematica trattata. Entrare in relazione con una tematica non significa appropriarsene, ma va considerato che, senza la dinamica di appropriazione, cioè d’individuazione e metabolizzazione, la tematica (cioè il conflitto toro-torero) non si esprimerà. O se si esprimerà lo farà per via vaga, per fumi d’arrosti precotti, per l’esigenza vanesia e pubblicitaria della ricerca d’attenzione, dell’egocentrismo non dichiarato. In qualche modo, ho sempre pensato che farsi veicolo di problematiche fosse la prima cosa da fare. Una volta che sono veicolo, le parti possono lottare liberamente per il posto del guidatore. L’importante diventerà così il veicolo, il quale porterà semplicemente il discorso attraverso i sentieri tortuosi dell’individuo morale, del personale, laddove insomma si manifesta ciò che poi, di là dalle grida collettive, uno pensa veramente, laddove l’eroe cerca affetto, e la guerriera cerca l’amore. La vera lotta è dunque questa: tra il bisogno di autonomia e il bisogno d’amore: l’una esclude l’altro? In questo, non ho che l’onestà ― buona e cattiva, vera e falsa ― della mia percezione, che mi possa fare da guida. Attraverso l’onesta, i problemi del maschilismo che mi è stato indotto si presenteranno secondo la loro natura: è ammettendo la malattia ― per quanto sia disgustosa o falsificata da millenni di patriarcato ― che si può curarla.
Cerco di dire soltanto che sono allo stadio dell’ammissione della malattia. La cura verrà in seguito. Del resto, la stessa ammissione mi pare essere una prima forma di cura. Non credo si debba decostruire l’uomo. Non credo si debbano separare decostruzione e ricostruzione. Il bisogno di definirli è un bisogno legato alle modalità di conoscenza. Nella coscienza, credo, sono indistinti. Il linguaggio della mia deco-ricostruzione del maschile che mi abita, parte da questa unione tra le parti. L’indistinto esonda dal soggettivo in questo: il “mio” appartiene al “nostro”. E in questo si può fare testo, e indirizzarsi senza ipocrisia ad altri.

È evidente che tutto questo include discorsi molto più grandi e complessi di come io li pongo. Ma penso che soltanto essendo piccoli possiamo concepire lucidamente le cose grandi (i bambini ne sono un esempio). Pongo allora come materia condivisa questa lettera, sperando che dal tuo punto di percezione si possa formare una risposta. E sì, anche questo è un gioco letterario. Ma chissà che nella disciplina del gioco si possano esprimere meglio i contendenti. Chissà che attraverso la leggerezza del dialogo non si riesca a capire meglio la pesantezza del silenzio.

tuo,
Andrea.



[to be continued…]




La morte violenta di Isabella Morra. Un libro di Francisco Soriano | di Rossella Renzi

Isabella Morra (1520-1545) è stata uccisa, ma curiosamente questo assassinio non ha fatto di lei un mito. Insomma non è accaduto quello che è accaduto a Pasolini.
Isabella ha risposto all’oppressione con la poesia. Non poteva fare altro. Ancora una lezione sull’energia del soffrire. In fondo si tratta di un caso eclatante di femminicidio. Una donna uccisa dai suoi fratelli oggi avrebbe gli onori della cronaca.
Isabella un giorno potrebbe comparire sulle magliette delle ragazze del Sud, un giorno in cui qualcuno vorrà affermare la forza della poesia e del margine.
                                                                     (dalla prefazione di Franco Arminio)

 

Con il pretesto di una fotografia scattata ad una scolaresca nel secondo dopoguerra, nel paesino di Morra De Sanctis, parte il viaggio che Francisco Soriano compie in questa opera: La morte violenta di Isabella Morra (Stampa Alternativa 2017). Viaggio nella storia e nella geografia di un territorio pieno di luci e ombre, tra boschi intricati e paesaggi soleggiati, tra sogni leggiadri e rancori sanguinari.

Siamo in seno al Regno d’Italia meridionale, intorno al ‘500, nella cornice dei conflitti ispano francesi. Morra De Sanctis, il paese in cui è stata scattata la fotografia, si trova nell’alta Irpinia e prende il nome dai Morra, famiglia di nobili guerrieri che nei secoli estese la propria influenza in gran parte di questa zona, dall’Irpina, al Cilento, alla Lucania, fino al paesino di Favale (oggi Valsinni), da cui si può ammirare il mare. In passato terra di papi e di nobili casate, ora custodisce tra i boschi e le mura del suo castello normanno, vicende appassionanti, drammatiche, poetiche da riscoprire. Francisco Soriano, in questo saggio illuminante e nutrito, ci porta a ripercorrere la storia di quel luogo, attraverso la figura delicata e intrigante di Isabella Morra, promettente poetessa dalla raffinata sensibilità, vittima di un feroce delitto, a soli 23 anni.

In questi luoghi, tanto remoti quanto vivi, afflitti da un passato di carestie, guerre, brigantaggio, ribellioni popolari al sopruso delle classi nobili, si svolge la storia incontaminata di due giovani poeti che dialogano appassionatamente attraverso i loro versi. Storia che viene presto tinta di rosso dal comportamento vile, rozzo e calcolatore dei fratelli Morra.  
Isabella, colta e sensibile, vive segregata dai fratelli in un castello tra le selve, abbandonata dal padre esiliato e da una madre instabile in salute.

La poesia rappresenta l’unica salvezza per Isabella: le permette di uscire da quell’isolamento forzato e brutale, costretta «nelle vili e orride contrade», le permette di raggiungere il mondo per comunicare con esso, anche se tale tentativo risulterà fatale per lei e per chi volle credere nel suo talento.

A condividere con Isabella lo stesso destino brutale, fu Diego Sandoval De Castro, uomo d’arme, prestante d’aspetto e valoroso cavaliere, attento all’arte poetica e alla scrittura. Negli anni dei suoi viaggi per l’Italia, Diego intrattenne fitti rapporti epistolari con la fanciulla di Favale, uno scambio di versi e rime assolutamente platonico, che provocò la morte dei due giovani. Le loro lettere furono intercettate dai rozzi fratelli di Isabella, che non potevano capire, né condividere quel rapporto tra i giovani poeti. I motivi della tragedia furono sì morali – per difendere la purezza della casata e cancellarne la macchia del disonore- ma anche politici ed economici, se ci si addentra in una indagine più acuta, come ben spiega Soriano tra le pagine della sua ricerca.

E infatti, dalla storia particolare di un relazione idilliaca trasformata in un bagno di sangue, si dipana la storia universale, quella delle famiglie Morra e Castro, delle dinastie, dei poteri sulle terre del sud Italia e sulle rotte del Mediterraneo, del contrasto tra francesi e spagnoli. Sono quelli, anni durissimi «caratterizzati da guerre tra potenze europee e lotte fratricide, inganni e tradimenti, voglia di rinascita e libertà». Anni di rivalse, calcoli, dominazione, violenza e soprusi che, oggi come allora -siamo nel 1545- vedono spesso tra le vittime donne innocenti.
Soriano scrive questo libro sulla base di attente ricerche storiche, indagini, analisi e studi. Il suo racconto fa riferimento alle principali pubblicazioni sulle vicende della famiglia, come i preziosi testi di Benedetto Croce. Le suggestioni e gli intrecci di potere che hanno caratterizzato quell’area geografica sono spiegati sin dalle origini, a partire dalla nascita di quella casata nel VI secolo, per ripercorrerle nel 1200, arrivando al 1500, epoca in cui è vissuta, seppure per breve periodo, la giovane poetessa. L’analisi dei fatti è dettagliata e rigorosa, degna di uno storico che apre i suoi orizzonti a considerazioni di carattere letterario, poetico, sociale; accanto a spunti di riflessione che pongono nuovi interrogativi. Come l’idea – in contrasto con quella di molti critici – che la poesia di Isabella abbia in qualche modo influito sulla lirica di Leopardi, o alcune congetture sull’uccisione e l’occultamento del cadavere della giovane, o il concetto che lo scarso canzoniere a noi pervenuto faccia emergere una sorta di erotismo cristiano e mistico da parte di Isabella, verso la figura del Cristo-uomo.

Da una fotografia degli anni ’50 a un canzoniere del 1500: tra queste coordinate si compie il viaggio in un luogo pieno di suggestioni, offuscato da un’ombra incancellabile che ancora oggi non è stata del tutto chiarita. Un castello normanno, un bosco, un fiume, una poetessa e un prestante cavaliere, due canzonieri… Ecco che la crudele spada della realtà recide la magica atmosfera fiabesca: la meschinità, il calcolo, l’invidia, il potere, la cupidigia, e ancora una volta -oggi come allora- il sacrificio di una donna innocente.

 

dalle RIME di Isabella Morra

XII

Se a la propinqua speme nuovo impaccio
o Fortuna crudele o l’empia Morte,
com’han soluto, ahi lassa, non m’apporte,
rotta avrò la prigione e sciolto il laccio.
Ma, pensando a quel dí, ardo ed agghiaccio,
ché ’l timore e ’l desio son le mie scorte:
a questo or chiudo, or apro a quel le porte
e, in forse, di dolor mi struggo e sfaccio.
Con ragione il desio dispiega i vanni
ed al suo porto appressa il bel pensiero
per trar quest’alma da perpetui affanni.
Ma Fortuna al timor mostra il sentiero
erto ed angusto e pien di tanti inganni,
che nel piú bel sperar poi mi dispero.

XIII
Scrissi con stile amaro, aspro e dolente
un tempo, come sai, contra Fortuna,
sí che null’altra mai sotto la luna
di lei si dolse con voler piú ardente.
Or del suo cieco error l’alma si pente,
che in tai doti non scorge gloria alcuna,
e se de’ beni suoi vive digiuna,
spera arricchirsi in Dio chiara e lucente.
Né tempo o morte il bel tesoro eterno,
né predatrice e vïolenta mano
ce lo torrà davanti al Re del cielo.
Ivi non nuoce già state né verno,
ché non si sente mai caldo né gielo.
Dunque ogni altro sperar, fratello, è vano.
 
 
 



Break notes 2008-2016 | di Stefano Colangelo

 

Stefano Colangelo, Break notes 2008-2016 (modo infoshop, Bologna 2017)*

 

t9

scusa diventa paura

governo diventa inverno

paese diventa padre

padre che scese scrivendo terra

terra che tersa verrà

 

una finestra

a ogni convegno punto una finestra

finché non ci rivedo la storia dell’indice e del medio

che scavalcarono per ultimi il tubo della flebo

poi ognuno si aggrappa al suo microfono

dice quello che gli rimane da dire

 

un dio

da bambino qualcuno deve avermi detto

c’è un dio che canticchia ogni volta che fai una poesia

è una frase che ancora mi si imbianca di luce

scheggiata dal ghiaino della strada cieca

in un pezzo di città cresciuto a forma di gomito

dio a scatola cinese, dimmi chi ti ha perso per strada

viaggiatore con gli occhi bianchi e i pantaloni scampanati

musica di motonave, intruglio di balera

voce di spiaggia in cerca di bambini smarriti

dimmi chi canticchiava mentre ti vestiva di nero

 

downtown dub

l’attrazione adesso è il grattacielo degli impiccati

i nostri trader salgono scale trasparenti

rispondenze, prospettive, scorrimenti

frecce, stelle, facce, migliaia di camion vela

ci guidano alla festa dei compro oro

riscrittura di elemento di paesaggio

facile facile, feroce feroce

l’allegoria erba-verso sta diventando terminale

adesso è un pesce rossissimo coi dentoni e l’occhio fisso

e intorno ci sono tutti questi bamboli cavernacoli consumanoidi

e c’è ancora molto da lavorare

 

livestock

e chi ce l’ha più la forza di alzarsi

di scalciare, di rosicchiare il fil di ferro

di leccare disciplinatamente gli avanzi di pioggia

quasi-sempre-notte, quasi-sempre-giorno nell’aria bucherellata

i camion a gabbie, i codici a barre

 

disequazione settima

popolo di chioccioline mezze addormentate

strada dei saturati, piana degli intubati

agua, freccia, doppietta e via senza pagare

indovinate poi di chi appenderanno il nome

chi beccheranno accucciato tra le ruote

il pulmino colorato s’incammina nella Cuenca

una croce rimbiancata conficcata alla fermata

lo sentite tutto questo gargarismo gocciolante

come raschia i panni stesi, agua, come sbuffa con la guancia

agua, come ristagna la polenta, agua, come comanda la mattanza

 

* Testi scelti da Valerio Cuccaroni




Still life | di Adriano Padua | testi scelti da Fabio Orecchini

La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto. Nelle viscere dell’uomo che scrive non c’è nulla.
(2666, Roberto Bolano)

 

Ancorati a un continuo tornare, dispiegandosi attorno a confine lo scarno paesaggio assediato, senza inizio di sorta, gli occhi in preda a una notte sepolta, perduranti e fissate vedute, campi neri infiniti, spazi aridi e oro di luce. Una storia che si contraddice, voce onda di cose descritte e di azioni narrate in sequenza, mentre l’oscurità  scaturisce, liquefatta e s’inerpica su per il corpo contratto, incastrato nell’aria e lo arresta, di scatto. Questo niente racconto, o non te lo diranno, le parole coltelli tra i denti, un morire e rinascere muto, il silenzio tiranno, un tessuto intrecciato di stelle inesplose e splendenti, versi immersi a bruciare, nel bagliore che fanno.

***

certezze crollate castelli di carte
come abitudine vederti andartene
con cura interpretando la tua parte
scolpire con le mani insanguinate
blocchi impalpabili di non materia
poesie dove le lettere ristagnano
come acqua sporca dentro le pozzanghere
nature morte in ragnatele metriche
parole da non dire mai a nessuno
lasciando cose come innominate
forme di mutamento impraticabili
sfuocarsi degli sguardi fuori campo
voci negate al mondo che le tace
destabilizzazione inefficace

***

ti porto le prive di rime parole residue i frammenti di canti annientati e smontati dal mondo
stigmatica carneficina dei sogni e martirio in assenza di corpi mediato in sistemi di segni
sequenza di versi annidati nelle spaccature dei muri in cemento di questa città  fatiscente
la forza d’incanti stravolti ed eserciti in marcia di madri rabbiose a scandire in silenzio
preghiere turbate dal non realizzarsi la lingua / rinchiusa nei luoghi crudeli che abita e dice

***

Scriverne, come qualcuno che non lo sapeva, nell’uno o l’altro modo, ma senza distinzione, appare aperto il quadro, quest’arido non ritrovare nulla, nella speranza umana, morte che è¨ la più estrema e duratura, danza in cui i nostri corpi si snaturano. Prova a cercare il fiume e guarda in fondo, segui mentre si intrecciano i ricami, i treni della metropolitana, che portano alle ire della strada, gridate tra le luci in estensione, la scena riprovata a lungo invano, probabile disastro, rappresentato canonicamente, e il tempo che correttamente scorre. Non teme mai il potere le parole, tranne eccezioni rare, le sottopone a neutralizzazione. Vaghiamo per trovare, senza una direzione, trame di una scomposta narrazione, storie di pochi istanti, spontaneamente spinti dagli istinti. Ancora senza cura, a rimanere dentro la misura, in un mantenimento squilibrato, statico incanto anonimo e continuo, nel corso degli eventi dominanti, onde violente e quadri sovrapposti, e poi lo scomparire, la conseguenza senza alternative, un gesto a non agire, e solo le parole sopravvivono, come in un ampio giro ricorsivo. Giustizia data da squilibri opposti, nella tensione verso l’invisibile, allontanati, da una città  invivibile e indifesa, da questa lingua scarica, arresa, didascalica, sterile terra arida.

***

Ci sono armi improprie tra i denti e la lingua del folle
Gli sguardi assomigliano a graffi si aggrappano agli occhi
Diffonde parole nell’aria precaria che brucia ed ancora continua
Con questo insistito ostinarsi in un canto infettato

Il mare con rabbia furiosa verrà  a vendicare la morte che ospita
La stessa che è orgoglio e splendore dell’epoca nostra
Il mondo ha  le sue verità che non diede mai in prosa
E in rima c’è¨ il tempo preciso in cui basta finire

Il resto è lavoro di inchiostro ricordo di nominazione  
Valore dei chiari suoi gesti degli alti pensieri nel puro intelletto
Calore degli organi interni in un siero veleno che fuori si estrae
Dall’argine corpo ceduto nel quale il respiro attraversa le carni

***

lo stato di crisi incrementa rescinde le corrispondenze
marciscono le fondamenta in un vuoto che sputa sentenze
crollate a ridosso di strade distese a formare un sistema nervoso
d’asfalto che assorbe passaggi percorsi a ritroso
per ogni memoria vissuta oltre i corpi dissolti
ferita nell’interferenza di suoni malsani rivolti
ai vuoti che dentro le case amari ricadono in gola
dei dialoghi contaminando ogni singola nuova parola 

***

testi tratti da STILL LIFE di Adriano Padua (Miraggi Edizioni, 2017).

Adriano Padua (Ragusa 1978) vive a Roma. Laureato in Sociologia della Letteratura a Siena, lavora nel campo della comunicazione e dell’informazione. Ha pubblicato numerose opere poetiche tra cui Le parole cadute (d’if 2009), Alfabeto provvisorio delle cose (Arcipelago 2009), La presenza del vedere (Polimata 2010), Schema. Parti del poema (d’if 2012). Esegue performance in collaborazione con dj, musicisti, videoartisti.

http://www.miraggiedizioni.it/prodotto/still-life-adriano-padua/