Piero Simon Ostan, da "Pieghevole per pendolare precario" (2010)

LEGGEREZZA n°2


Voria contarve de un vento dolse
che sbrissi tai cavei fin ṡo tala schena
voria poderve contar de un vento legero
che dislaghi sto rumegot continuo
che me porto drio tal stomego.
Se solche se
molasse un fia sto peso
dentro la pansa.
Solche un fià de ariuta
che porti via tuto sto umido
che me ruvina i osi
che me intorcola el col.
Solche un fia de ariuta
che fassa un fia
de ciaro tai oci.
Meterlo soto ciave
in cantina
tuto sto peso
sto afano del fià.
Solche un fià de vento dolse
che me caressi el dentro
dela pansa fin
a indormensarme…
almanco doman
almanco doman

Leggerezza n°2 Vorrei raccontarvi di un vento dolce / che scivoli tra i capelli fino giù sulla schiena / vorrei potervi raccontare di un vento leggero / che sciolga questo peso continuo / che mi porto appresso dentro lo stomaco // Se solo si / disfacesse un po’ questo peso / dentro la pancia // Solo un po’ d’aria che porti via tutto questa umidità //che mi rovina le ossa / che mi attorciglia il collo / solo un po’ d’aria/ che faccia un po’ / di chiaro sugli occhi // Metterlo sotto chiave / in cantina / tutto questo peso / questo affanno del fiato // solo un po’ di vento dolce / che mi accarezzi il dentro / della pancia fino / ad addormentarmi… / almeno domani / almeno domani.

 
 

 

Sento sempre il peso
di un controllo appeso a collo

S. Bersani

Fotosintesi

“Sta bene la chitarra lì sull’angolo
del soggiorno”
l’approvazione di una madre
rincuora sempre;
quando concludo le strimpellate
l’appoggio più volentieri
sull’apposito piedistallo.
Ma il resto dei soprammobili
stridevano all’occhio appuntito
della massaia modello
così un giorno
quando il sole era ancora
nella zona notte
ha riassestato la pianta
nell’angolo dove si entra
con bolla da muratore
prendendo le misure
e liberato un ramo dell’altra pianta
fatta prigioniera dentro l’anta del pensile;
anche alla fioraia aveva detto che tu
tanto l’avresti fatta morire la pianta;
i pansè i xe morti stechii
e ale eriche ghe serve tera acida
l’erba xe rada e tutta infestada
dalle erbe mate e le violete,
le violete xe na vergogna,
le rose vol taiaie co le sfiorise
te ciapi el fior
te conti tre foje
eco taja lì!
Lassa perder
te digo mi
no sta gnanca
provarghe
lassa fermo tuto
lassa come che xe
o se no, te fa fin do che te rivi
e dopo ciameme mi.[1]

I fiori muoiono da noi.
a casa nostra
no dura gnente[2]

 

 

 
 

 

Giardini e notti ci attendono di nuovo
nell’anno che verrà
l’oscurità non ci fa più paura
ormai

F. Battiato

Il Buio degli Occhi

adesso che le bussole sono tutte difettose
o non le sappiamo più usare
l’insegna dei negozi del centro è la stella polare
la strada la segnano i neon interni delle vetrine
e il buio non viene mai
siamo noi gli infagottati di nebbia
su tutta la pelle che non sfiora
che sbatte solamente, che si sbecca
nello scontro.
Riverrà un giorno il buio pesto
e non sapremo
riadattare la pupilla.
distinguere l’albero mosso dal maltempo
dal legno fatto mobilia a poco prezzo
varda fisso dentro, varda
il calìgo
el xe tai oci, xe tai oci
che no i dise
xe dentro tai oci che no i
brusa che i se stua
i perde el mar fondo che
i ga dentro
i diventa
acqua tùrbia[3]

 

 

 

 

 
 

 

grandi radar

I grandi radar hanno sentito
l’arrivo della pertubazione
il diluviare della notte
Oggi è un giorno che si vede
la curva dove scende il mondo
e non ci sono palazzi
piantati in mezzo agli occhi
I grandi radar mi vedono passare
nella distesa d’asfalto
a portarmi dietro lo stomaco stipato
e i segni della radiosveglia
Oggi è un giorno che si vede
la curva dove scende il mondo
e non ci sono negozi
spuntati in mezzo ai piedi
I grandi radar mi spiano di soppiatto
mi seguono quasi dando nell’occhio
ma non la vedono l’iride illuminarsi
del riflesso della mattina sui rami
non la vedono la brina dell’argine
che scintilla e rincuora
e rianima l’abitacolo.

 

 

 

 

Nascondino

Soto, soto le coverte
la morte no me brinca[4]

 
 

 

 

metri quadri

c’è qualcosa di ingombrante che non va
dentro l’ingranaggio delle cose
dentro questa casa.
tu hai cura che io possa
avere tutto il tempo
che possa valutare i dettagli
aspettare che venga il momento
“potremo liberare l’armadio
portare un po’ di cose in cantina:
la camera è abbastanza grande
anche per due”.
aspetto che fra qualche giorno
magari dopo aver spreparato tu dica:
che non sono i metri quadri che ci mancano
è lo spazio
quello dentro

 

 

 

convivenza
hai sentito ieri come certi poeti
dicono le cose, costruiscono il verso,
lo intuisci anche dal colore della voce
da come pongono la parola.
ti chiedo poi come sia andata la mia lettura
mi dici che è andata bene che ho poesie
collaudate, che sono sempre le stesse.
che ormai so che funzionano.
poi guardi su il pezzo di cielo fra i due tetti
oppure verso l’orizzonte nascosto dal verde
delle montagne.
mi pare di sentire il rumore dei tuoi pensieri
di distinguerli tra mille
ne rimane uno che ha il retrogusto del precipizio
se solo una sola volta riuscissi ad essere poeta
dentro casa, nella convivenza della cucina
una volta almeno, una volta soltanto


[1]I pansè sono morti stecchiti / e alle eriche serve terra acida /L’erba è rada e tutta infestata / dalle erbe maligne / e le violette, / le violette sono una vergogna / le rose bisogna tagliarle quando sfioriscono/ prendi il fiore /conti tre foglie / ecco taglia lì!/ Lascia perdere/ ti dico io / non devi nemmeno/ provarci/ lascia tutto fermo/ lascia tutto com’è/ altrimenti, fai dove puoi/ e poi chiama me.


 

[2] Non dura niente.

[3] Guarda bene dentro, guarda / la nebbia / è negli occhi / è negli occhi / che non dicono / è dentro negli occhi che non / bruciano che si spengono / perdono il mare profondo che / hanno dentro / diventano / acqua torbida.

[4] Sotto, sotto le coperte/la morte non mi prende.




Massimiliano Chiamenti, Suicidal poems (4 agosto 2011)

Massimiliano Chiamenti era un nostro collaboratore, un nostro compagno di viaggio, un nostro amico. 

È stato con noi alle infuocate assemblee del Vag61; è stato con noi alla nostra prima presentazione romana, il 1° luglio 2007, alle Officine Pigneto; è stato con noi a Sommacampagna, provincia di Verona, a stupire con i suoi versi disarmati e disarmanti le famigliole che ascoltavano il reading, sedute ai tavoli del festival Cibo per la mente, a giugno 2009; nel freddo della libreria all’aperto Metro di Ancona, il 6 dicembre dello stesso anno, per poi passare la serata con Massimo Canalini a parlare di Pier Vittorio Tondelli: è stato con noi a leggere di fronte ai quattro gatti radunatisi allo Spazio INDUE di Bologna, il 24 marzo 2010, il 12 giugno al Bartleby per il B.I.R.R.A., il 22 giugno per il Decennale di Argo a piazza Verdi, il 15 luglio all’Ex.Manifattura per la rassegna “All’ombra dell’albero che regge il mondo” del Festival “Il Porto ritrovato”; è stato con noi il 7 novembre al Bubamara di Senigallia e con il collettivo poetico “Calpestare l’oblio” il 30 aprile scorso alla Notte Bianca di Firenze.

Con il suo corpo se n’è andato sabato pomeriggio scorso, 3 settembre 2011. Ma il suo spirito resterà sempre qui, con noi.

Scusa Massi se non abbiamo risposto al grido di aiuto che ci hai inviato il 4 agosto scorso, con questi tuoi Suicidal poems.

(Valerio Cuccaroni)

* * *

Massimiliano Chiamenti, Suicidal poems (4 agosto 2011)

 

le voci dissonanti

 

 

contrasto

 

la mia testa è piena di voci

voci dissonanti

ciascuna di loro ha preso uno spazio

è confusione tutto e contrasto

nel rettangolo delle forze

la risultante è zero

e le polarità scisse tra di loro

mi fanno fare un passo avanti

e uno indietro

così io resto fermo

e soffro sempre più

e mi manca la volontà

e mi manca la speranza

e chiedo aiuto

e aiuto non giunge

gli eventi e le persone mi dominano

resto in una gabbia

e crollo lentamente

 

 

*

 

 

fatture

 

le uniche lettere che ricevo

sono ormai solo richieste di pagamenti

multe bolli sanzioni minacce

mai un messaggio con un invito a cena

o a leggere le mie poesie

da qualche parte

o un editore che mi voglia pubblicare

da me il mondo vuole solo soldi

che non ho più neanche per mangiare

allora ogni giorno mi alzo

spero di riuscire a trovare cibo

e attendo il momento del sonno

che mi liberi dall’incubo della mia vita

non cerco più niente

ho perduto tutto

e più niente mi interessa

tiro solo avanti

senza mai un aiuto

e attacchi sempre più omicidi

mi faranno morire tutti di fame

e di crepacuore

ma io continuo il mio cammino

anche se questo inferno

non si può chiamare vivere

eppure è così

nella vita ci vuole prudenza e senso pratico

o si perisce

e i guai non hanno mai rimedio

basta un attimo a commetterli

e poi non si rimedieranno mai

perché non mi uccido?

perché anche per togliersi la vita

ci vorrebbe un bello slancio di vitalità

 

*

più niente

 

non capisco più niente

non so fare più niente

non ho più niente

non sono più niente

soffro e tengo duro

un soffrire e un tener duro

che non servono a niente

 

*

 

 

il dolore

 

strazio e dolore lancinante

oltre il quale non si può andare

una coppia ricca ti vuole scopare

hanno cazzi e droghe da dare

e tu ci vuoi andare e ci andrai

io ne morirò io svuotato

tu hai le gioie e io le noie

io non ho un luogo di pace sulla terra

le lacrime non mi possono più bastare

ho terrore di tutto

terrore di te

terrore della solitudine

terrore del manicomio

terrore del lavoro

terrore del terrore

voglio gridare gridare

ma nessuno nessuno

mi viene a salvare

 

*

 

la morte

 

non si presenta donna orrenda e con la falce

ma con sembianze leggiadre

le più belle che puoi desiderare

ti si avvicina soave

come una camera bene arredata dove entrare

ti lasci prendere per mano

e ti conduce con sé nel male nel mare

le luci si spengono ad una ad una

e l’angelo della morte ti porta via

tu devi solo rilassarti

lasciarti dolcemente guidare

annullarti lasciarti fasciare

dal suo dolce sguardo omicida

 

*

 

 

ora

 

mi hai intrappolato

in questa spirale

che mi soffoca

le tue mani che mi sfiorano

mi fanno orrore

vorrei piantarti un coltello

nella gola mentre dormi

tagliartelo con un’accetta

buttarti giù dalle scale

sei un parassita un porco

sai solo mangiare e mangiare

ruttare cagare e fottere a spregio

in sostanza mi fai solo schifo

mi hai trascinato in basso

demolito ogni mio sogno

hai inquinato tutto ciò che hai toccato

ti auguro ogni bene

ma lontano da me lontano

ti supplico svanisci scompari

vivi e lascia vivere

viviti e lasciami vivere

vai via per sempre

allontanati

stacca la tua bocca

dalla mia vena

staccala per amor di dio

smetti di succhiarmi quel poco

di sangue che mi resta

fai le valigie e scompari

sei infedele avido bugiardo

rozzo inutile e volgare

prepotente psicopatico aggressivo

smorfioso e pericoloso

sei insomma una brutta puttana

un topo di malaffare

una zecca rompipalle e invadente

ma quante altre notti insonni

quante visite da psicologi

quante medicine dovrò prendere

prima che tu capisca

che sei tu il mio problema

che sei tu a non volertene andare?

eppure quando vedo i tuoi vestiti per terra

sento una tenerezza strana

capisco che ti amerei ancora

quelle scarpe marroni

quella camicia a fiori rosa

ma la tua fame non ha limiti

e quel tuo cesso di apparato rinoboccale

non la smette di fagocitare

mangiare e dolciumi e polverine e cazzi

e perfino la mia pelle dolorante a morsi

dicendo

“com’è succulenta la mia mogliettina”

ma non ti fai orrore?

e poi sì lo vedo

quelle poche volte che mi scopi

hai qualcosa di malvagio

nelle pupille

non mi vuoi infondere amore

ma terrore

uno sguardo che ogni volta mi dice

che saresti capace di uccidermi

se solo osassi chiederti di andare

stai giocando come il gatto col topo

mi stai uccidendo lentamente sadicamente

mi fai soffrire e soffrire come un povero animale




Jacopo Masi, da “Maestrale e il largo” (2011)

Per permettere a questa elegante opera di circolare oltre la sua dimensione cartacea e perché sia benaugurante alla prossima esplorazione di Argo nell’universo dell’Acqua, riproduciamo qui, per gentile concessione degli Autori e dell’Editore, quattro poesie tratte dalla silloge Maestrale e il largo di Jacopo Masi, pubblicata, con l’incisione Paesaggio celeste di Rachele Biaggi, nel Fasciolo 2011 del Trimestrale di Poesia e arte «Passaggio» (direttore letterario Eugenio De Signoribus, direttore artistico Sandro Pazzi) dell’Associazione culturale La Luna.

Jacopo Masi, da Maestrale e il largo
Qui forse è dove batte
più forte il mare,
dove mancandogli
la riva, nemmeno schiuma
e gira
a vuoto la sua porta
infinita
e disfa la guancia e l’ombra
la sfalda sul muro
la fa bianca
di luna.
Qui è dove forse più giusto
sarebbe piantare una casa,
qui le sue mura
incerte, le sue rosse
finestre sbigottite
di febbre
di notte
– di niente –
qui i nostri timidi
fiori al davanzale che non sai
– mille
volte te l’ho chiesto,
mille anni e insisto –
se un altro anno ancora
troveranno la via
il foro nella porta
per tornare,
se pari saranno alla forza
vuota che li fa titubare.
 

*

O forse sarà nulla, sarà
un continuare a darsi appuntamento
(noi senza più tempo) di là
dalla cortina d’ombra, di là dall’alba
che infila i coppi, la gronda,
i cornicioni, di là da noi (noi
di là dai nomi)…
Ma cosa portando
quale pegno di stagione, offrendo
quale frutto, quale onda
esplosa più bianca nel vento?

*

Ma in compenso c’è vento.
Per questo usiamo nomi,
chiamiamo, teniamo nella mano
sollevata in avanscoperta,
la breve lanterna dei soli mezzi
che abbiamo, che ci fa vacillare
la figura, spremere gli occhi
allacciare la vela agli angoli
della bocca e piano – col favore
del vento – chiamare, inventare
tra nero e stelle il chiaro
sgomento di una rotta.

*

Venne, senza vento, la notte

venne scalzo e quieto (chissà
da quanto tra le crepe dei muri
appostato) il tempo.
Avvenne
che anche le strade, a detta di molti
non ci fossero più, se non nei pochi
ciuffi più folti, in qualche erba
più dura e irta,
che tutto il dirupo
ora in alto scavasse il suo fondo

sopra i tetti e le teste e le rare
luminarie rimaste spente
a oscillare di quando in quando
per un niente nella nebbia.

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Carlo Cuppini, da “Militanza del fiore” (2011)

Dopo aver ospitato questo indagatore della materia nella mia collana “Figli degli anni 80” su Absolute Ville, è con vero piacere che segnalo qui alcuni versi della prima raccolta di versi di Carlo Cuppini, intitolata Militanza del fiore e pubblicata nel 2011 da Maschietto Editore, con prefazione di Adriano Sofri.

Valerio Cuccaroni

Carlo Cuppini da Militanza del fiore

1.

accusiamo l’assenza del cane

discutiamo dello stato dei denti

le mani spezzate di Ali Ferzat

le poesie bandite di Islam Samhan

riportiamo scottature sul collo

rovesciamo vetroresina nelle giunture

noi non c’eravamo

e non ci siamo

scriviamo messaggi sul vetro

giriamo le dita al contrario

giriamo le dita al contrario

scriviamo messaggi sul vetro

rovesciamo vetroresina nelle giunture

riportiamo scottature sul collo

noi non c’eravamo

e non ci siamo

le poesie bandite di Islam Samhan

le mani spezzate di Ali Ferzat

discutiamo dello stato dei denti

accusiamo l’assenza del cane

 

 

2.

lui vede nell’ombra se stesso

si stacca dal suolo col balzo

non decolla su Marte / ritorna in collina

il suo cane deportato sulla Luna

collauda l’abbaio stritolando marziani / è un cane

dodecafonico sia chiaro

lui possiede un pesce rosso che abita

nel casco di vetro dell’ultimo

cosmonauta bolscèvico disperso

completamente ubriaco oltre la duna

di sabbia rossa dietro casa / lo cercano ancora

fioccano i missili / è inverno / è Natale

lui prova ad aprire l’ombrello

ma l’ombra si macchia si bagna lo stesso

si sbianca bandiera di niente

mollando la presa lui cerca

sganciato davvero dal suolo lui prova

di nuovo col balzo

 

3.

hanno aperto i rubinetti

l’acqua lentamente sta salendo

s’è deciso risolutamente

per la strategia dell’inondazione

a tutela di ciò che resta

della dignità e del sapore

 

troppo arduo conservare le cose in superficie

esposte all’aria alla luce del sole

pare impossibile contrastare l’erosione

dei venti le intemperie i crolli accidentali

i saccheggi barbarici italiani e soprattutto

le bordate del criminale

che pensa alla vagina e al quirinale

 

molto meglio sott’acqua in fondo al mare

dove tutto è più calmo le cose

si conservano in buono stato le troveranno

gli archeologi marini del 3000

nuovi bronzi di riace altrettanto

sprofondati – splendenti

 

ecco l’acqua già arriva ai capezzoli

do l’ultimo saluto alle colline

ai campanili al ricordo

dei morti d’Italia

invano –

blurp

 

4.

l’angelo ha mollato gli ormeggi

lo osserviamo dalla sponda del lago

mezzi nudi stretti stretti

come gatti su grumi di terra

col vapore del fiato

braccia e ginocchia raggelate

lo sguardo laggiù

dove l’angelo affonda

con occhi di brace

rivestito di puro

bagliore

nel buio




Alessandro Broggi, da “Coffee-table book” (2011)

coffee-table-book-di-alessandro-broggi-con-musiche-di-gianluca-codeghini-0-300x350Si sa, i libri di poesia, specie se di piccoli editori indipendenti (come in questo caso), sono difficilissimi da reperire in giro e ancor meno in libreria. Per quanto si spenda e spanda per farli circolare, a questa sorte è purtroppo condannata anche la ridiviva e vitalissima Transeuropa, la piccola casa editrice indipendente fondata ad Ancona negli anni Ottanta da Pier Vittorio Tondelli e rifondata recentemente da Giulio Milani a Massa, in Toscana, da dove, tra le altre, sta portando avanti una coraggiosa intrapresa con la collana poetica Inaudita, dal titolo autoironico e dalla confezione tipografica lowpop (impaginazione con spillatura al centro e cd allegato). Ecco allora il senso di ripubblicare qui alcune quartine di uno dei volumetti di Inaudita usciti nel 2011, ovvero Coffee-table book di Alessandro Broggi, poeta sperimentale (teniamocelo stretto quest’aggettivo démodé, specie ora che la vague lucreziana comincia a ridargli un senso), affiliato al gruppo GAMMM. Perché i nostri lettori abbiano la possibilità di assaggiare un sorso di questo Coffee-table book, basta dunque spostare il cursore in basso. Se le si volesse poi riassaporare con più calma, sarebbe utile affidarsi ai raggi laser del sodale Marco Giovenale, che ha recensito il libro qui.
Alessandro Broggi
da Coffee-table book
Transeuropa, 2011

[…] what these works of art intend to exhibit is the irrelevance or the speciousness of their content (and –by doing so – the ideology of any content production).

Hal Foster

tenera è la notte

tutto intorno all’opera

progettando in grande

tra sogno e realtà

 

:

 

l’alfabeto dei colori

sinfonia di forme pure

lungo i sentieri del sogno

la visione del domani

 

:

 

i veli del giorno

un segno leggero

un lampo nel buio

oltre l’orizzonte

 

:

 

i segreti dell’armonia

una nuova vita tra i campi

il giardino delle peonie

il paradiso dei maiali

 

:

 

primavera romantica

il mare dentro e fuori

a spasso sotto i portici

la fabbrica dei sogni

 

:

 

le trame dell’eleganza

la quiete nella tempesta

gli oggetti del desiderio

l’arcobaleno in salotto

 

:

 

girotondo di luce

quel che resta del mare

la quiete tra le pietre

la forza del destino

 

:

 

la natura in grigio

le forme dell’acqua

gli incastri del tempo

più vero del vero

 

:

 

a luce riflessa

nel volo degli angeli

di zucchero e miele

nel sole e nel vento