Geòdi | un libro di Tommaso Ottonieri | Fabio Orecchini

Presentiamo per i lettori di Argo il libro di poesia “Geòdi” di Tommaso Ottonieri pubblicato da Nino Aragno Editore nella collana “i domani”. Il libro, vincitore dell’ultimo Premio Feronia, riflette una tessitura consona alle più recenti prove di Ottonieri, aurorale e biblica come iper-contemporanea, in continua riformulazione, mai compiuta, in cui la materia del suono-parola disgregantesi si ricrea in forme sempre nuove, quasi dei formulari di alchemiche estrazioni.
Riportiamo nell’ordine, oltre ad un testo tratto da Geòdi, un testo assente, una “cover” da Passione di Libero Bovio  che avrebbe dovuto trovar posto nella sezione “Squame di spiriti”, una partitura di ascensione scespiriana sul “trapassare”, fra ceneri e sabbie, dilagante nel vuoto <<per dune senza lacrime>> ed infine un estratto dalla motivazione di attribuzione del premio Feronia, scritta per l’occasione da Francesco Muzzioli, che riflette  sulla <<poetica della materia>>, motore e matrice  dell’opera, intenta ad assediare ogni <<purezza formale>>   (il testo integrale precedentemente pubblicato sul sito di Malacoda).

 

 da Geòdi

 alchèmia, ii

che un corpo ha da esser macerato
e di putrefazioni addotto in fluido
e distillato un corpo di sua acqua
spinta dell’alto in ascendente corpo:

che ciascun corpo che stilla in sé il suo fluido
e si precipita alle realtà che ha infinto
fuggendo ovunque come un’acqua ardente
mercurialmente fuori il suo termometro:

macera i bordi, estingui l’ombra che
sei che ti circonda, ora va’incontro
al roteare delle tue vertigini,            
                                                   all’acqua:
intorno al corpo non senti che
dolore,

orrore del confine, questo centro
che vuole aprirsi d’una pronunzia ermafrodita:

***

Passare 

                                                           (d’après Libero Bovio) 

Sei rimasta lontana. In un cubo di ghiaccio.
Sciolto il groppo dei lacci. Chiusi in vena i richiami.

Spunti gli aghi dei rami. Serri in gola il veleno.
Curve d’echi alla rena. Giace pietra il tuo mare.

Un diadema di lacrime. Raggrinzite: si assorbe.
Ori e perle s’intorbidano. Cavi gli occhi si scoprono.

Quando spenta è la febbre. Si ricelano gli astri.
Sotto il manto d’asfalto. Lungo i cigli è la neve.

****

per sabbia*
(ancora un’ultima scena)

 
Out, out, brief candle!
 
che l’ombra d’olii corsa al fianco, spina,
scuota le maschere senz’orbita al proscenio –
 
per verbi a pezzi che alle sabbie imprimano
un raggio muto, a scroscio stelle, e schegge:
 
e brevi fiaccole incendiano le dune,
se giú dai grani

                         si srotola un tappeto:

                                                                per un galà di rovine
di rumore di furore, senz’orma
questo sibilo dal conto dei rovesci,

automa recitando la sua fiaba estinta
l’ora che intorno stringe, nulla schiude al suo senso:
 
dai pozzi dai miraggi non cenere si resta
dilava il fumo all’arso delle lingue
 
se sciolto è l’olio d’ombre, per sabbie acri in cammino
da questa bolla espansa, acché inverso
 
il fuoco del deserto la sua scena cavi
 
e poi dilaghi in vuoto, per dune senza lacrime:
 
 
***

 

Nota di Francesco Muzzioli

Geòdi: mentre nella forma della sua scrittura prevale la varietà
delle diverse e mai ovvie soluzioni ritmiche (che non mancano di
tendere anche verso la prosa), questa raccolta possiede una rara
coerenza di fondo, incentrata come indica il titolo sulla tematica
minerale. Come dire: la vita ridotta al suo estremo residuo, al
suo supporto meccanico. O meglio: la visione del corpo e della
psiche stessa come materie. Ecco allora che il lessico, ma direi
proprio il linguaggio cosale, è assunto per parlare dei movimenti
e dei livelli profondi dell’umano, e con quelli si mescola e si
dipana. In questa poesia impersonale non ci sono sentimenti ma al
massimo «sedimenti». Sono forse archetipi? Qualcosa certo hanno,
tali elementi, di primitivo e di originario; e tuttavia la loro
modalità è quella dell’emergenza e dell’instabilità, della
metamorfosi continua e inarrestabile, in un paesaggio di
introversioni (i “geodi” che danno il titolo sono i cristalli che
nascono all’interno di una roccia ignea) ma anche di ingorghi, di
flussi, di esplosioni, di sorprendenti inversioni. Tutto il
materiale viene sottoposto a una dinamica (ritmica, semantica,
elocutiva) e in questo trattamento risulta coinvolta la stessa
parola poetica, che non trova mai argine alla dismisura
dell’espressione. Per arrivare all’ultima sezione dove il discorso
si rovescia e si fa scopertamente pubblico: la materia diventa
quella negativa dei rifiuti e degli scarti che la modernità
produce avvelenando l’ambiente e la vita, in una discesa nel
degrado da cui nulla e nessuno può dirsi immune o innocente.
La poetica della materia ci segnala, così, il ritorno del rimosso
che assedia ogni presunta purezza formale.
 
****
 
Geòdi, di Tommaso Ottonieri, Nino Aragno, 2016
 
*testo presente in Smerilliana n°19

 




Ada Sirente, “L’ampiezza dello spettro” | di Fabio Orecchini

Pubblichiamo in anteprima su Argo quattro testi scelti da “L’ampiezza dello spettro” di Ada Sirente, prossima pubblicazione per Oèdipus nella collana Croma K diretta da Ivan Schiavone. Buona lettura.

***

       vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro.
Franz Kafka

22/05

è quando l’insulto di molto inferiore all’effetto
fa strabordare il tessuto dal precipizio
cicatriziale
come quando hai smesso di guardare
verso il sole per non farti accecare
ma l’effetto straordinario è rimasto
a ballare per ore tra la parete e l’ombra –

22/05/2

non lo sapevamo allora
che da una ferita piccola e
luce sarebbe nato un uragano
di cute inviolata
ipertrofica strada ch’esubera

04/06

quella strana cicatrice
senza fibra che scopre
la cotenna capillare
senza dolore fisico
ma pare che il sole
sia rimasto senza raggi

28/06

se il tuo corpo è diventato
uno stagno uno sfiato un ricordo
vi persiste comunque una sorta
di pugno che è pronto a colpire
proprio lì al limitare tra l’iride
e il bianco dell’occhio
non guardo per questo
mi hai visto per prima

***


Ada Sirente
, L’ampiezza dello spettro, Oèdipus (2016).
Croma K, collana diretta da Ivan Schiavone.

*immagine di copertina, Man Ray, Schwarzweiss, 1926.

 




Trittico marchigiano | di Gianni D’Elia | Fabio Orecchini

Gianni D’Elia / Conversazione in atto

 

Gli orfani di Davide Nota (Oédipus, 2016)

Il confine, oggi, della parola poetica si potrebbe definire il silenzio. Un silenzio offensivo da parte dell’in-civiltà dello spettacolo o anche della a-società dello spettacolo. È proprio questo il segno-valore che domina: lo spettacolo, la televisione, il virtuale. Il segno-valore che toglie valore a qualunque cosa di altro tipo. La letteratura, quella vera, sia che si tratti di racconti, o come nel caso di Davide Nota racconti poetici, in quanto c’è un’immaginazione che lavora sulla lingua, vive nel silenzio che viene decretato dallo statuto esistenziale dello spettacolo stesso, che serve se stesso e basta, e porta a una situazione di simulazione della letteratura. Ecco, noi viviamo nell’epoca della simulazione della letteratura. In Davide Nota il tema che erompe sia nelle sue poesie che nei suoi racconti è quello che lui definisce: il non potere. Questa citazione viene da Jacopo da Lentini: lo non poter mi turba.  Ovviamente lui parla della poesia d’amore. È l’impotenza dell’innamorato. Ora, questo tema dell’impotenza, del non potere (titolo anche del compendio di tutti i libri di poesia di Davide Nota), è centrale nel discorso che sto cercando di portare avanti. Se per noi della generazione del ’77 o per me, in particolare da Non per chi va, la parola poetica di fondo era mancanza, intrecciata con la parola vita, il tema del non potere si avvicina molto al tema affrontato da questa generazione. Anzi, è ancora più radicalizzato, perché non significa tanto una mancanza di cui si sente nostalgia, per i modelli vicini come Roversi e Pasolini, ma va inteso nel senso proprio di un ảδύνατον. Dal greco: essere impotente, non essere in grado, nella percezione stessa di manchevolezza. Questo tema è il tema di Davide Nota e dei racconti, di questa biografia che sconfina e calpesta l’ombra dell’adolescenza con proiezioni futuristiche addirittura in un quadro post-nucleare, o con immaginazioni che regrediscono alla selva, al bosco, alle figure archetipiche della favola, però senza mai decidersi tra favola e racconto, interponendo il vissuto tra Ascoli, Roma, la precarietà, il tema degli amici, dell’amico morto, della mancanza per antonomasia di una generazione che non ce l’ha fatta, per una sua parte. Tutti questi fili sono nei racconti come a disegnare il contrario di questa manchevolezza nel reale, che si traduce in un essere capace nell’arte, in una δύναμις: una forza artistica che contrasta con la presa d’atto di coscienza per una generazione “senza”.

Il titolo stesso, Gli orfani, ci riporta alla mente i privi, i senza sostegno. La cosa che a me ha ricordato di più è Sartre, La nausea. Sembra La nausea scritta oggi. C’è interesse per gli oggetti, gli oggetti vengono continuamente interrogati, e questa interrogazione della presenza o della memoria, catapulta nel futuro o nel passato, o si disloca lungo la periferia romana, o per i boschi, nell’Appennino marchigiano, in sprofondi d’acque. Il tema dell’acqua e della Grande Madre è molto forte nel testo. Una reificazione della propria biografia e del fatto che ci si senta quasi alla fine, mentre si è solo all’inizio. L’impasto dei frammenti e di una adolescenza di cui si continua a calpestare l’ombra.

 

 

Poema della residenza di Loris Ferri (Sigismundus, 2016)

 

Sul Poema della residenza potrei dire che è un avvenimento letterario. È difficile che escano libri di poesia così ricchi, densi e corposi. Questo libro, rispetto all’orizzonte contemporaneo del poetico,  rispetto alle opere che vengono pubblicate da Mondadori, Einaudi, è molto generoso, anche debordante ma costruito, tenuto nella materia, in quanto è retto da una quartina narrativa di stampo romantico.

Continuo a pensare quello che scrissi per il suo primo libro, Borderlinea, nella nota introduttiva che si intitolava: Il poeta è un traduttore. In questo poema il progredire poetico recupera questo discorso, eppure continua sul paesaggio adriatico con una forza incredibile, sviluppando il tema romantico. Il vocativa è la grammatica di tutto il libro. Ci si rivolge sempre agli uomini, agli amici, ai lavoratori, alla strada. È un poema che apparentemente sembrerebbe contrario al tema esposto nel titolo –residenza-, nel senso che è un poema scritto in viaggio e che racconta il viaggio per tutta l’Italia. È una peregrinazione che illumina con squarci di paesaggio che stanno dentro un’ambizione più grande; non si tratta soltanto di una poesia paesaggistica, descrittiva, anche se uno dei modelli potrebbe essere quel famoso viaggio in prosa di Pasolini: La lunga strada di sabbia, del 1962. Il libro ha di più. Perché il libro si apre con un tema cosmologico, una materializzazione olografica, cosmogonica, geografica di una terra, quella italiana, che nasce e prende forma con impasto di magmi, colline, natura, di odori e profumi, di elementi, di materia e di materiali che si accalcano in tutto il libro e cantano la notte adriatica, le migrazioni, un certo maledettismo, anche degli incontri, con prostitute, teneramente accorati. Ci sono infiniti rivoli, versi eretici che alludono ad una storia rugginosa, nel senso guasto del tempo e di un’Italia che ha la stimmate di un potere oscuro.

Il tema dell’amore è molto sviluppato, non solo in senso fisico, sensuale, ma più universale. Amore per i luoghi, per gli uomini vivi, presenti. C’è una cosa da notare in questo libro di Loris Ferri: l’uso ripetuto dell’avverbio follemente, legato o a un verbo (naviga) o a un aggettivo. C’è questo incrocio nel testo, è troppo insistito per non essere voluto. Viene caricato l’avverbio con una marca decadente, che continuamente sceglie lo stampo del follemente come quello più ricorrente nel progredire poematico.

Questo eccesso è contrario alla poesia di oggi, che a sua volta è stitica, educata, molto calibrata, calcolata, frammentaria, per seguire i dettami critici e accademici. Priva di allargamenti. Qui siamo sulla riva opposta.

Qui ci si allaga, si scava in profondità, è l’idea di un poema totale, di un canto generale che vuole attraversare gli elementi e darci il cuore. Ecco l’idea ribaltata della residenza o forse più vicina alla sua etimologia prima. Risiedere nel mutamento, stare dentro il mutamento come condizione esistenziale.

Come se si rinascesse più volte. Con più radicamenti. A me ricorda naturalmente l’esperienza della radio, di Ancona, della RAI, appunto la trasmissione radiofonica del 1980, Residenza. Oltre a me, Scataglini, Scarabicchi, Raffaeli. Intervistammo, tra gli altri, Roversi, Volponi, Caproni.

Questa residenza marchigiana come appartata ma policentrica. Da Recanati al cosmo. Dalle Marche a tutta Europa. Gli scrittori di quella generazione hanno tenuto il paesaggio come cardine fondamentale e poetico, come un correlativo oggettivo dell’ideologia stessa. Del pensiero in atto, che si sviluppa mentre sta cantando.

 

 

Il villaggio di Stefano Sanchini (Sigismundus, 2016)

 

Il villaggio di Stefano Sanchini chiude un trittico che trova la sua origine in Via del Carnocchio per proseguire con La casa del filo di paglia. È una specie di corona di canzoni. Alla base c’è un verso abbastanza agile, dall’endecasillabo in giù o in su, che riferisce una serie di voci, in particolare nella chiusa finale, di una decina di personaggi che prendono la parola intorno a un fuoco o a una cena, e parlano e raccontano. Possono essere immigrati, amici, figure sociali o figure amicali che rintracciano un’utopia, che è quella di tornare di nuovo alla terra, al suo lavoro, a costruire un villaggio, un’utopia neo-ecologista, per rispondere alla reificazione contemporanea del nomadismo e della precarietà. È un libretto luminoso, composto da ventisei movimenti che vanno dal racconto al canto, in una direzione di intreccio. È anche una dimensione corale, finale, in cui le voci erompono dall’io della scrittura, che come nei libri precedenti, dalla poesia monologica si apre al discorso corale. Ritornano alcuni personaggi nell’eco della prima opera: Interrail. Figure plurime. Stefano Sanchini continua a scavare in questa idea della canzone. Ci sono degli apici, dei punti chiave, quasi evangelici. Come se Stefano Sanchini cercasse di costruire una nuova liturgia che può essere improntata sia sul vangelo cristiano e sulle radici, sia su un vangelo del vissuto esistenziale declinato al pacifismo e al recupero della dimensione terrigena, degli elementi e delle cose.

«…ora c’è tanto nel calderone / così torno ai miei studi a cercare la chiave / ma voi prima di proseguire prendete / queste pesche e agli amici portatene / di sopra, più in alto altro troverete / ma non questi frutti succosi, / che come il verde ulivo amano / i dolci e caldi suoni luminosi / delle colline, che da sempre attendono / i vostri passi, gli occhi e la vostra mano».

 

 

Trittico marchigiano. I poeti de “La Gru” (Libreria Il Catalogo, 11 giugno 2016)




Ornitorinco in cinque passi | Lorenzo Mari | Fabio Orecchini

La preda nel cielo

 

Si infilano nello spazio cunicolare,
dov’è nulla, senza che voi confortiate.

Parlano di tunnel: si riferiscono,
in fondo, a una certa forma di denaro.

Che io mi sia costruito
una cella, quattro mura,

un nido di altri topi, più scuri,
che io guardi alla preda nel cielo

e più la penso, più si riducono
le distanze, a questo serve che si infilino

nei luoghi inframondani,
per questo alzano inferriate.

Eseguo, come càpitano,
gli ordini: ascolto il mio corpo,

mi faccio tutto ipocondriaco
fino al rantolo, fino al broncospasmo –

non rifletto nulla dall’esterno,
poi mi tuffo. Qui dentro è la storia,

dicono, se fuori nevica:
è sotto la coltre – in albo vitro

che lottano le classi (oppure, poco oltre,
nell’angolo cieco, che proprio non vedi).

 

 In ordine inverso

 

Era un’arnia nella crepa,
nella tana dei topi – facile,
in scia d’assedio, il cambio dei segni.

Anche dove si porta luce nella gola,
anche dove si crede spinta contro il muro
una parola per la musica, la bellezza

 

[si legga anche: per la resistenza]

 

lascia un’emottisi, infine,
perché sia tutta una piccola morale.
Ma era un’arnia nella crepa,

un brulichio senza miele
e poi corri forte, tìrati scemo,
sii sadico: vienitene via

 

[si legga anche: scrivine, poi]

 

i sogni e la loro fine, inchinandoci qui
a raccattarli, restano sempre tracce
di duramadre: una concreta assenza

[oppure, in ordine inverso…]

 

Ornitorinco III

 Se il fiume si è che non passa
né sfocia a mare o si disperde
l’ornitorinco entra in acqua

per lasciare, nel perimetro di pietra
levigata, altrettanto netta
la propria forma:

il piede palmato si vede nei due sensi
della partenza o del ritorno – infine
non si legge, ma qualcosa sintetizza

tra papera e coniglio –
non è cadavere, non l’aspetta,
non è nuova orma.

 

 Tra le grate

Passano sempre carta e penna,
tra le grate, a ogni ora. Affinché
tu dica, io dica: nessuno si fermi
tra le quattro mura – senza pane

se c’è fame è una fame da poco
che non spacca il ghiaccio:
né con l’ascia, né di stura –
raggruma il sangue, nel cemento

creato alla bisogna. La parola è ispirata,
in corpo, a sanare il debito, alla cura.
Passano sempre carta e penna, per qualcuno:
una dose, come credono; poi portano altro

o se ne vanno.

 

Loro non sono, in quanto loro,
però chiedono con forza
che anche questo sia scritto:
un luogo – supplicano –
                               una forma di tempo.

 

 

Ornitorinco IV

 

Con la cognizione del capitale, l’ornitorinco ha visto il male di guerra, dei lavori sparsi, degli archi a tutto sesto. Ma gli archi a tutto sesto, i lavori sparsi, il male di guerra non hanno visto con la cognizione del capitale, e poco altro, quel che restava dell’ornitorinco, scambiando, per questo motivo, coniglio e papera, nome e nome, classe e classe. Poi hanno preso la massa, vista informe, le hanno dato nome di cultura, conferito uno stigma, si sono assicurati di gettare al fondo, sempre al fondo, ogni chiave. Si continua nella cura, in ogni circostanza, emanando la norma, si porta a compimento, senza uno sguardo, la distruzione di ogni ingiunzione di ogni atto di ogni pronome personale.

 

Lorenzo Mari, Ornitorinco in cinque passi (Edizioni Prufrock spa, 2016)




Versi scelti da “Lame” | di Gabriele Frasca | Fabio Orecchini

Condividiamo con tutti voi lettori di Argo, per gentile concessione dell’autore e della casa editrice, alcuni testi scelti da “Lame” di Gabriele Frasca, recentemente pubblicato da L’Orma nella collana “fuoriformato“, lavoro che comprende i lavori precedenti dell’autore “Rame” e “Lime” e alcuni inediti da “Quarantena” e “Versi rispersi”. Buona lettura.

 

Fumetto (da Lime)

 

giunto al frigo l’aprì, non c’era molto,
solo l’austerità delle lamiere
d’alluminio, riempì d’acqua un bicchiere,
restò a guardarlo, ed insipido il volto
galleggiò un po’, poi si mise in ascolto,
niente, ovviamente, poteva sedere
ora, tranquillo, frugarsi, vedere
dentro, più dentro, ecco, non c’era molto

 

Più di questo (da Rame)

 

Magari proprio al fuoco che li affina, come a disperdersi fra gli altri passeggeri, affioranti al trotto nella lucida mattina dal consueto ritardo della metro, in verità un passaggio ferroviario, cui ogni giorno era obbligo cedere il precedere ai treni che giungevano remoti, fulminando fotogrammi di compartimenti per riversarsi poi nell’eco ribattuta delle gallerie, quasi dovessero lasciare ai corpi, infissi sulle banchine come nel sale, soltanto il vento torbido dei sotterranei, vento fra i panni e nei capelli, vento nel cuore, eccovi affluire quali fiammelle infine scorrendo sulle scale quelli appena smontati dalla corsa delle sette, dopo il balzo opportuno allo sbuffo delle porte dischiuse nel vetro liquido dei neon, col puzzo appiccicato di plastiche scaldate da culi e culi e l’umido cimiteriale delle rotaie, e lì dunque fra i primi a ricozzare magari sgomitando nei bivi dei sottopassi, eccovi anche Ginetto giovanotto dei sobborghi, Ginetto detto il Rapido per sua inconfondibile premura, e fulminea esecuzione, o come tale cantato dalla corale canzonatura dei perdigiorno del quartiere, e férmati Ginè non posso faccio tardi, inteso al momento, perdurando a suo modo nel risveglio, a digrignarsi nei denti la molesta memoria, diciamo un ricordo in acido di cena veloce e scarso dentifricio, per non parlare degli ancora saporosi brioscia e caffellatte, con la lingua a tentoni a compitare nei molari ogni minuto memento di come ci riscavano le carie, e poi, corsi a due a due gli ultimi gradini, eccovelo qui che suda in superficie, tamponandosi la fronte col fazzoletto, nell’improvvisa malgrado l’ora fornace estiva, massimi i valori stagionali, con tanto di scirocco e tutto il resto, consegnandosi al mondo col bacino a suo modo proteso, quasi fosse trascinato in alto dalla pompa che c’innesta, eh già, destata e tumefatta in maniera un pelo dolorosa non da natiche furtive strusciate d’improvviso, se mai fra un corpo e l’altro del vagone, non dalla rottura delle chiuse del pensiero, non da un sogno un ricordo un desiderio, solo dal sussultorio massaggio allo scroto, regalo consueto, profuso, e certo inopinato, ma regalo d’amore, delle meccaniche terrestri.

Poi di corsa all’officina, elettrauto e autoradio, cazzo con venti minuti di ritardo, capo lo giuro la metro, sì sì sempre la metro, ogni giorno la stessa storia, porco questo e quest’altro, sacramentava quello, cioè circa un quintale di principale, che poi di suo incazzato lo era appena sveglio, ogni giorno la stessa metro, strillava tenorile ma nasale, non è così Gigetto, ché gli storpiava a posta il nome, la stessa metro e lui mai puntuale, mai e poi mai, ma quella sì sarebbe stata l’ultima, che non ci avrebbe messo nulla a rimandarlo a casa a calci in culo, a ricacciarlo nella merda eccetera, e dopo l’attesa lavata di capo, neanche il tempo di rintuzzare e giù fra i fili elettrici, i motori per improvvisa bizza indispettiti, le batterie da ricaricare, il solito valzer delle candele, gli stereo da provare genuflessi per gl’innesti a tutto volume, potrebbe farlo scusi con questo, fare cosa e questo che, e poi d’un sùbito scivolare al tu, mettigli dentro questo per favore, col cliente a sbirciarlo dagli occhiali scuri, capelli rasi, basette praticamente inesistenti, ciuffo spiovente, saranno stati quasi coetanei, lui il Rapido dentro la vettura sdraiato a sposare maschi e femmine, l’altro dalla cintola in giù a mano protesa, questo nastro, che cosa, aha la cassetta, sì questa, desiderando provarne la resa con la musica da lui preferita, ovvio no, essendo quella stessa, con l’essere la sua passione, a indurlo a una simile spesa, eh già che prezzi, magari uno sconto, ma c’era da parlarne al principale, e così e colà, lungo l’esile filo di consimili preamboli generali fino allo zampillare d’un tratto ininterrotto di chiacchiere, a partire dai ritmi di lavoro, dio solo sa se duri, e al diporto che ne consegue, che uno poi si sa dopo lo sgobbo avrà pure il diritto di spassarsi, da cui dunque il piacere della musica, e perché no del ballo, si fanno quattro salti, si perde un po’ di tempo, e ciarla qui e ciarla là, mentre dagli altoparlanti coi fili ancora appesi, non appena inserita la cassetta, una voce un po’ impastata protestava che oltre quello non c’era proprio nulla, oltre quello, nulla, ecco chiedergli l’altro a che ora poi finisse, a che ora se mai vedersi, che si fa un giro via si va a ballare, e oltre quello nulla, e meritarsi in risposta uno sguardo da sottinsù, come a saggiarne un po’ la consistenza, benedetti all’uopo i pantaloni stretti, per risalire poi, e perché no, dal costo delle vesti alla capacità d’acquisto, per giungere così, a occhiata finita su un sorriso, al tempo e al luogo dell’appuntamento, perché il Rapido non disdegnava gli extra, con quello che costa la vita, sì, la sera estiva sarebbe stata lunga, sì, fra le macchie luccicanti dei distributori di benzina, perché oltre quello nulla, nulla, diciamo alle otto meno dieci, il tempo di una lavata, nettarsi il grasso, l’appiccicoso dalle mani, e poi via, via, ché più di quello, no, non c’era nulla, più di quello glielo dicesse lui cos’altro c’era.

Beatles, Un giorno fra tanti (da Versi rispersi)

gente quest’oggi che notizie ho letto
su uno di quei tizi di livello
sociale giusto e reddito perfetto
e malgrado non fosse certo bello
quello che si diceva di ‘sto tizio
guardando la sua foto da pischello
non so perché ma ci ho provato sfizio
giacché quell’omettino tutto a modo
senza il tempo di dire aiuto o sizio
aveva sciolto in breve il proprio nodo
per non aver capito ch’era rosso
rosso il segnale e rosso come il brodo
che gli s’impiastricciò talmente addosso
da rendergli l’aspetto così tristo
che chi guardava ne restava scosso

gente quest’oggi che filmaccio ho visto
i nostri che vincevano la guerra
eroici e umanitari insomma un misto
di balle sul diritto e sulla terra
e gente giustamente macellata
a fare per la pace i semi in serra
e per quanto pensassi che cazzata
non so perché ma vi trovavo parti
di quanto ho letto fino a questa data

come sarebbe bello risvegliarti
sveglia son sveglio e salto su di scatto
avanzo come avanzano gli scarti
di questo corpo ottuso e poi mi gratto
la testa che s’arruffa nei suoi cardi
vado giù scivolando bello sfatto
bevo un caffè e già s’è fatto tardi
allora mi sotterro nel cappotto
e senza che nessuno poi mi guardi
arrivo alla fermata del diciotto
vado su scivolando bello tosto
qualcuno parla e sono già le otto
mi tiro un po’ di fumo di nascosto
poi crollo quando meno me l’aspetto
nei sogni di chi sogna ad ogni costo

gente quest’oggi che notizie ho letto
di una terra marcita e fatta cava
di fosse in fosse dove a gran dispetto
cerca ciascuno quanto più si scava
d’infiggersi nel suolo fino agli arti
per inaffiarsi con la propria bava

come sarebbe bello risvegliarti

 

 

Quarti (da Lime)

Ipse autem salvus erit, sic tamen quasi per ignem.

Paolo

scivolò gli parve bello

rialzarsi senza aiuto

anima quant’hai vissuto

all’ingresso del macello

 

 

sotto la vetrina inerte

parve morto ma dormiva

prima o poi tutti s’arriva

a passetti a gambe aperte

 

 

gli arredavano la testa

voci ch’ebbero un aspetto

un mercato nel deserto

senza mai tu va’ tu resta

 

 

si nascose in un androne

per fuggire quel concerto

basta solo avere un tetto

ad un morto senza nome

 

 

cosa fa lei qua gli disse

biascicò cammello e cruna

buon inizio per qualcuna

delle solite sue risse

 

 

bevve il sangue sputò un dente

quando fu buttato fuori

ma gli dissero gli umori

non te ne facevi niente

 

 

dentro l’immondizia ancora

non il cibo ma i reperti

ricercava d’altri affetti

per rifarsi la memoria

 

 

poi la notte quella notte

rannicchiato in un anfratto

esplorò le membra al tatto

per lasciarle ancora assolte

 

 

ridacchiò lo cacciò fuori

come se l’avesse espulso

lo guardò ma il primo impulso

fu di piangere gli amori

 

 

non appena chiusi gli occhi

alle voci ancora volti

mamma babbo ed altri insorti

a tentare intrusi sbocchi

 

 

mamma mamma ogni mattina

con il sole fra le imposte

sognò ancora le risposte

di quel cuore senza rima

 

 

poi fu un colpo di bastone

a ridargli la coscienza

sì lo so la mia presenza

desta disse indignazione

 

 

erano mezza dozzina

lo picchiavano ridendo

visto che divertimento

abbozzò una risatina

 

 

quant’urlò fin quando roco

sotto il fiotto di benzina

vide appena la mattina

poi qualcuno diede fuoco

 

Perché non si dischiuda il giorno più banale (da Quarantena)

Perché non si concluda il giorno, e più banale
di quanto sia invero temuto,
spanda incurante sul suolo comune il sale
che varrà invalicabile confine,
così che niente mai lo varchi se non muto
e già assuefatto a quello stesso male
che scorge fra tante rovine
non le antiche strutture, ma l’erba soltanto
che circonda l’impronta che allude all’espianto;

 

perché non si dichiari, appena conteggiato
coi troppi finanche scontati,
l’unico innumerabile finito a lato
della catena che strinsero invece
complici gli altri per poi disporsi per strati,
e il solo a rimanere senza fiato
fra quelli che corsero, in specie
fra quanti avrebbero volentieri un arresto
patteggiato col flusso che è loro richiesto;

 

perché poi non finisca con l’essere quello
che inverte conteso dal senso
anche il corso del tempo cui giunse suggello,
al punto da rivivere a ritroso
coi giorni eletti quelli a caso da un assenso
inatteso salvati grazie al bello
e stupido stile, ch’eroso
il grosso ritenuto in eccesso, ogni volta,
mentre quasi li annienta, li chiama a raccolta;

 

perché di un tale evento non rimanga nota
che l’ultima scelta dovuta,
l’inattesa richiesta che tutto si scuota
per esempio dal conto che tenne
coesa troppo a lungo la scena che muta
all’improvviso e proprio ora si svuota;
ebbene per quanto convenne
che fossi e ancora sarebbe dato che resti,
non potrò che fornirmi di nuovi pretesti.

 

Lo so, lo so che se appena ci penso sbaglio,
e non ne trovo nessuno in grado d’armarmi
la nuova navicella senza ingegno
che d’ora in poi dovrebbe accompagnarmi,
al posto dell’altra che incaglio,
perché raggiunga senza danni il segno.
Ma ci pensate? È per offrirsi a un nuovo taglio
che si elude la lama, e ci rimane un pegno
comunque da pagare, un debito animale,
un corpo cui impedire il suo disegno
perché non si dischiuda il giorno più banale.

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“Lame” di Gabriele Frasca .
L’Orma, collana fuoriformato, 2016.
Dal sito della casa editrice.