La luna e i calanchi. Resistere, nel cuore della terra | di Rossella Renzi

E poiché non avevano potuto esprimersi con la violenza,
né col diritto, si espressero con l’arte.

Carlo Levi
 

Rientrata da poche ore dal mio viaggio ad Aliano, in Lucania, per partecipare al festival La luna e i calanchi, decido che voglio lasciare una traccia di questa esperienza nella terra dell’esilio: terra che ha lasciato in me un segno e ora l’inchiostro preme forte tra i polpastrelli.

Ad Aliano fu esiliato Carlo Levi nel 1935, il Prefetto scelse questo paese in quanto considerato sicuro, inaccessibile a causa della mancanza di vie di comunicazioni. Levi rimase straordinariamente colpito dalla realtà meridionale: da questa pena nacque il capolavoro che ha celebrato creature e luoghi straordinari della Lucania; qui nacque Cristo si è fermato a Eboli.

Quando si giunge ad Aliano, si è avvolti subito da una strana sensazione, di lontananza, di silenzio, di qualcosa di incontaminato e distante, nella storia e nella geografia.
È quasi impossibile raccontare con le parole il paesaggio lunare dei calanchi che circonda il paesino. Lo si può forse solo guardare e da esso si può essere guardati: senza rendersene conto si entra a far parte di quello scenario fatto di striature, sfumature, onde di terra argillosa, ulivi, nuvole e orizzonti bassi, sterminati. Uno scenario che toglie il respiro.

Aliano in questi giorni (22-26 agosto 2018) è brulicante di persone, ragazzi, bambini, donne, uomini di ogni età, cani… tutti intervenuti per una festa senza limiti anagrafici, di orario, di forme artistiche. Una festa di musica, danza, teatro, spettacolo: a volte sfrenata ma spesso composta e silenziosa, attenta, rispettosa della parola, dei suoni, dei gesti che tra le pietre delle case – molte disabitate – vengono offerti senza risparmio.
È questo La luna e i calanchi, il festival inventato da Franco Arminio – fondatore del movimento della paesologia- giunto alla sua quinta edizione, che ogni anno non smette di sorprendere con la sua magia e la capacità di lasciare un segno in chi arriva in questo luogo sperduto.

Aliano è un posto scomodo, lontano da ogni cosa, con pochissimi mezzi di trasporto che collegano il paese con altri centri. Occorre arrangiarsi, darsi da fare con amici, conoscenti, sconosciuti. Nel piccolo centro c’è un minuscolo ufficio informazioni e accanto all’ingresso una bacheca dove le persone scrivono il loro annuncio per trovare un passaggio, per tornare a casa: messaggi scritti a penna, tipo “vado verso Napoli, Bari, Milano”, e poi un numero di telefono. Ci si incontra, ci si accorda, si trascorre il tempo insieme, e poi il viaggio: si riparte, con un nuovo segno che si porta dentro.

Quello che colpisce, oltre alla bellezza del luogo e al suo paesaggio toccante, è la situazione che si respira: è il semplice fatto di trovarsi insieme ad ascoltare una voce, una musica, un dibattito… conversare con la persona seduta accanto, a cena alla Locanda con gli occhi, sui gradini della Piazzetta Pane e vino, in mezzo ai calanchi durante una passeggiata epica, che fa muovere centinaia di persone tra quei templi naturali; rilievi irregolari che cambiano forma con la pioggia, uno scenario mai uguale a se stesso.

Ci si trova lì per celebrare la bellezza: di Aliano, della natura, degli alberi, dell’arte, dell’essere umani insieme. Le persone intervenute sono la testimonianza di una volontà di esserci che giunge da ogni parte d’Italia. Un’Italia così sofferente in queste ore, in questi giorni, flagellata dalla volgarità e dalla bruttezza, dalla mancanza di humanitas – proprio quella che ci insegna Terenzio «la volontà di comprendere le ragioni dell’altro, di sentire la sua pena come pena di tutti: l’uomo non è più un nemico, un avversario da ingannare con mille ingegnose astuzie, ma un altro uomo da comprendere e aiutare ». E grazie ai momenti che ci fanno sentire ancora bene, grazie al fascino dei luoghi, delle voci, dei silenzi, emerge forte una volontà di resistere, di contrastare quella disumanità dilagante.

Esserci con La luna e i calanchi significa resistere, resistere dal cuore della terra che è la Lucania. Al termine di quella passeggiata epica, per salutare tutte le persone presenti e per celebrare i calanchi che ci hanno accolto, Franco Arminio dirige un coro straordinario che comprende tutte le voci di chi ha deciso di arrivare fin qui, per cantare insieme ancora una volta quell’inno alla libertà intitolato Bella ciao.

 




Sulla schiena del drago | Reportage di Enrico Mariani e Francesco Mazzanti (estratto)

C’è un’area camper dove si trovano, dentro a container e roulotte, la tabaccheria, la farmacia e le varie associazioni del territorio, tra cui il camper di Laga Insieme con i ragazzi di Amatrice 2.0 o l’ente Parco Nazionale dei Monti della Laga e del Gran Sasso d’Italia. Ci si occupa di tutto, dall’assistenza e informazione al servizio copisteria.

– Gabrié, che ce fai nel furgone? Do’ sei stato?

– Mah, non lo so, a famme un giro, non ne posso più de vedè tutte ste macerie – risponde un signore anziano che indossa una t-shirt bianca. Vive in un camper all’interno di quest’area.

– Ma che, per caso, possiamo lascialla da te la vespa stanotte?

– Certo certo, qua non ve la tocca nessuno. Po’ la mettiamo qui, vicino all’altro gioiello – indica la strada, lo seguiamo a motore spento e lasciamo Vespa vicino a una vecchia motocicletta – questa è ‘na Benelli. Te pensa che l’ho riesumata dalle macerie questa qua. Stava là sotto. C’avrà un par de decenni de più della vespa vostra. Poi…l’ho rimessa a posto, guarda ‘n po’.

Si siede sul sellino, da due forti pedalate e il motore si accende.

– Incredibile!

Gabriele ci mostra fiero la sua opera e ci spiega come funziona.

– Allora, va anche questa a miscela, ma c’ha ‘na percentuale diversa. Poi pe’ frenà bisogna andà coi pedali all’indietro, come le biciclette che fanno adesso. Volevo venderla, ma poi pe’ ducento euro, a ‘sto punto preferisco donalla a uno che ce fa le collezioni, che se la tiene bene.

Vespa resta in ottima compagnia.

Si torna ad Accumoli. Armando, in quanto proprietario del B&B, è stato convocato in Comune, insieme con gli abitanti della frazione di Libertino. Una delegata della Regione Lazio spiega, alla presenza il sindaco Stefano Petrucci, il motivo della convocazione. La Regione deve capire se, per la frazione, ha senso fare un piano urbanistico. All’interno della sala ci sono circa 25 persone: i residenti e i proprietari delle seconde case. A questi si richiede di far pervenire alla Regione, attraverso un modulo, la perimetrazione delle case. Vale a dire: volume, superficie, altezza e numero di appartamenti. La riunione è indirizzata soprattutto ai cosiddetti agglomerati, non le case sparse. Cioè quegli appartamenti che erano uniti e costruiti adiacenti, seppur appartenenti a proprietà diverse.

– Vogliamo provare a ricostruire dov’era e com’era? – provoca la delegata – gli ingegneri quindi possono valutare, in base ai moduli pervenuti, se è possibile effettuare disaggregazioni.

La cosa più importante, come viene ribadito più volte, riguarda le misure delle nuove costruzioni: devono rispettare quelle del passato. Così come i vari allineamenti. Ci deve essere l’allineamento prima che siano erogati i contributi statali.

– Scusi…ma chi la casa ce l’ha crollata? – domanda un ragazzo.

– Non cambia. Quella casa può essere accompagnata nella sua storia edilizia da degli atti tecnici. La difficoltà è un rilievo dello stato di fatto perché non si riesce a entrare. La fonte unica legittimante in attesa della quale si va in catasto, in periodo di pace, è l’archivio comunale che legittima i metri quadri. Il comune di Amatrice ha un problema nel proprio archivio? A quel punto si mettono insieme altre informazioni legittimanti la superficie, ma Accumoli non ha questi problemi. Le pratiche edilizie nascono dal 1967 in poi. Tutti i giovedì mattina siamo sia qui che ad Amatrice, se no a Rieti caso specifico su caso specifico. Richiesta di appuntamento all’ufficio tecnico.

– Se gli atti non si dovessero trovare, che magari se so’ persi?

– Al caso specifico risposta specifica. Ci sono altri enti che possono avere agli atti la sua… facciamo i cani da tartufo.

La riunione è terminata. Dalla porta dell’ufficio comunale escono sbuffi e teste basse.

Una signora dice che sua madre non ne può più di stare al mare. Grottammare non fa per lei, e dopo dieci mesi è ora che se ne torna a casa. Ha ottant’anni, dice che non resiste più, si devono sbrigare a dare una soluzione, se no impazzisce.

Restiamo con Armando sul piazzale accanto alla Salaria e, come immaginavamo, ci presenta tutti. C’è anche un tassista romano arrivato direttamente dalla capitale con la sua Multipla bianca, ha origini a Libertino ma vive da anni a Roma, vicino all’aeroporto.

– Da quarant’anni. Io abito in campagna, sulla terza pista de Fiumicino, pensa che me atterrano gli aerei sulla capoccia. Tre volte m’hanno scoperchiato il tetto. C’ho gli amici miei piloti che me dicono ‘Oh, taglia il prato’. Certi ragazzetti andavano a pomicia’ e restavano infangati. Poi me venivano a suona’ alle due de notte. Chiamavo l’amico mio col trattore: ‘valli a tira’ fori’. Io ce so’ abituato agli aerei. Voglio fa un ristorante pe’ fa i soldi a palate: lo voglio chiama’ “L’ala”.

Si riprende la macchina e si va in direzione dell’Abruzzo. Detta così sembra molta strada, in realtà bastano pochi chilometri e si passa da una regione all’altra, in macchina non ce ne accorgiamo. Nei bar, però, i dialetti cambiano, si riconoscono le sfumature dei diversi accenti. Per arrivare a Marana, piccolo paese abruzzese, passiamo vicino a Montereale, una perla incastonata sulle montagne e Armando non resiste. Ci porta con la macchina fino al centro storico.

– Vedete… l’Appennino è così. Reperti archeologici, insediamenti romani, palazzi medievali, palazzetti rinascimentali. Perché nessuno li conosce? C’è qualcosa che non avevamo fatto prima ma che possiamo fare ora? Dobbiamo riuscire a fare in modo che tutti percepiscano questo valore, non solo il letterato o il critico d’arte.

Armando riflette su uno dei futuri possibili di questa terra. Secondo lui si deve anche ripartire dall’immenso patrimonio culturale del territorio.

– Se tu non dai valore a quello che c’è nel centro storico, Montereale che paese è? Lo puoi ristrutturare. Di sera, illuminato, è una favola. Non se ne parla nemmeno nelle narrazioni del terremoto. I cittadini si devono sentire coinvolti e partecipi di questa identità, tu sei nato qui e questo ti appartiene, è tuo. Il rischio è di tenere in considerazione solo l’aspetto commerciale della ricostruzione. L’abitare deve essere un nuovo abitare. Il terremoto non lascia più le cose come prima. Chi ci vive deve essere orgoglioso, e poi queste bellezze appartengono anche al visitatore….

Il nostro piccolo viaggio in Abruzzo terminerà a Tornimparte. Paese alle porte dell’Aquila dove vivono gli amici di Armando. Sono soci dell’associazione Laga Insieme, sfollati e sopravvissuti alla tremenda scossa del ventiquattro agosto. Ci incontriamo nel parcheggio di una Coop e andiamo a cena a Lucoli. Il giropizza più in altitudine della nostra vita, almeno fino a ora. A cena si parla di Pirozzi, di AS Roma, di ricostruzioni, di escursioni in montagna.

È il venticinque luglio ma mangiamo dentro, fuori l’aria fredda obbliga a coprirsi.

Torniamo in macchina a Tornimparte, a casa di Angelo. A mezzanotte e trenta inizia uno speciale del TG5 sul terremoto del centro Italia. Mentre una genziana artigianale si occupa della digestione guardiamo tutti, col naso all’insù, lo schermo. La canzone “Vivere” di Vasco Rossi, immagini di Amatrice, di Visso, dei paesaggi dei parchi nazionali. Tanzi, del CAI di Amatrice, accompagna il giornalista nella zona rossa del centro storico. Mostra il servizio del matrimonio di sua suocera, coperto dalla polvere ed esposto alle vie vuote di un paese che non c’è più.




Regalo N.15-I Baustelle raccontati a Virginia 30

Discorso elettronico a Virginia dal concerto dei Baustelle continuamente interrotto dai versi delle loro canzoni cantate all’Estragon nella solitudine di un 12/4/2018

Regalo N.15 dell’account Twitter @AmoreMorteeBoh associato a Daniel Agami

 Cara Virginia, “avrei bisogno di scopare con te”. 

 
É l’unico verso che Francesco Bianconi non ha cantato, tra quelli che ha scritto in Gomma prima che la massa di fuori dalla massa ma che poi ci sguazzano del pubblico dell’Estragon si eccitasse ed esaltasse cantandola in modo apotropaico e quanto siamo giovani e liberatori. Ma si vedeva benissimo che per lui non era così liberatorio, che quel distico non era gioia, ma sì, via, accontentava, come avrebbe fatto in tutto il concerto. In questo club stasera raduno di tanti emarginati dalla vita, di ragazze che si prendono la soddisfazione di ritrovarsi malinconiche magari in vite in cui lo sono poco, dove la mia solitudine equidista la ragazza dai capelli ossigenati che sta male e forse vomita (starà così per tutto il concerto), e persino una coppia con il bambino che avrà meno di sei anni e dorme durante il concerto accovacciato sui bomber dei genitori nascosto tra piedi su piedi su piedi (ma i Baustelle avrebbero approvato?), “tutto mi parla di te, perfino la tua assenza mi fa compagnia”. Ma cazzo se era il caso, ci fossi, tu che entri ed esci continuamente dai tuoi riformatori, nei tuoi riformatori mentali e sentimentali. “E quindi mi servono armi lo so (…) i muscoli magri d’acerba che hai.”.
 “E allora stanotte dormi qui che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia (…) e vieni a vivere con me, un mondo atroce, vieni qua, a sopportarne la follia, e dammi figli e oscenità, e tenerezza e dignità” 
tutti si commuovono e accendini, buio, e Rachele Bastreghi parte con Morricone, e tu nei tuoi riformatori leggi che scrivo queste parole e pensi magari pensi che bello  poi chiudi la pagina, apri un altro link, ti annoi senza mai dirlo, fotografi la realtà, manifesti e invece io non le voglio scrivere, le voglio vivere. Virginia, le voglio realizzare. 
 

Vorrei vederci commuovere come quando ascolto Il Vangelo di Giovanni nel concerto.

 
Poco importa se a un certo punto Bianconi si mette pure a rappare  durante Perdere Giovanna , io e te non parliamo e siamo ancora io qui tu lì ad “immaginare come è coniugato al presente il verbo amare”, poco importa se Rachele Bastreghi non é più timida come era all’Estragon sei o sette anni fa, mentre limonava davanti ad un drink nel dopo concerto una, se indossa un cappello enorme e suona meno e sembrano un po’ tutti imprigionati in quell’acquario dorato che é la celebrità,  io e te continuiamo a non vederci non toccare non parlare, e “ad immaginare, come sarà pronunciato domani il verbo amare”.
 

Poi tutti coi cellulari ad immortalare, fotografare, tutti a guardare, io con la schiena rivolta al palco, ad ascoltare. Ci siamo fatti a pezzi senza nemmeno esserci vissuti, vorrei prenderti per mano e portarti a danzare, a viaggiare, a sperare, ad innamorarmi ed amare, ma “adesso ho un corpo fragile che sa di essere morto e sogna l’Africa”.

 
Dici che stai male, ma questo non ti giustifica per fare male.  Che tipo di persona vuoi essere tra le tante che hai esplorato, sofferto, eiaculato ?  So che se fossi in te eviterei l’esaltazione e la brama ogni volta che si avvicina ricordandomi come sto quando soffro nel dolore, e che é inutile essere di sinistra se siamo ancora fermi al berlusconismo della sessualità con chi non coglie il tuo spessore, il tuo dolore, con chi non sa vedere il tuo valore, nascosto come lo sai nascondere, so che é inutile twittare cose giuste, di “profughi siriani costretti ad emigrare” e non crederle più nell’intimo della notte, “so che ti rivedrò, dove non lo so” .
 
Evito quasi tutti i versi osceni che i Baustelle hanno cantato in questo club per rispettare un patto, e in fondo, se stiamo facendo sesso davanti a tutti, o ci stiamo amando, io scrivendo, e tu leggendo, in questo webar, é una scelta tua, queste cose potrei scriverle qui o raccontartele mordendo e accarezzando sopra il letto a casa mia. Perché in fondo sei stanca anche tu di una certa femminilità canonizzata, stereotipata, e di recitare ancora il ruolo della ragazzina che diventa adulta ammiccando carnalità la notte per poi ricomporsi al giorno di una noiosa intransigente serietà. “Rimani un poco prima di andar via…La storia insegna che sei fatta per me. Ma ho dichiarato guerra, è colpa mia”. 
 
E poi dei sabati sera fuori coi drink, delle passeggiate equosolidali, delle regole date ai ragazzi che sei la prima che non rispetterai, di questa inutile femminilità (che la tua vera femminilità appartiene alla tua curiosa mascolinità, a quando sei vecchia e di altri tempi , al valore che dai alle e-mail all’assuefazione da whichapp), degli orgasmi da regalare, dei casting per trovare il fidanzato, di cosa piace o non piace a te, di cosa funziona e cosa no,  “sotto queste macerie, che te ne fai ?”
 
E non voglio più farti male , ma la delicatezza verso l’ignoto mi fa soffrire,  e l’alto e il basso stanno insieme, la parola e la carne pure loro, non farmi essere solo un modo, non confinarmi nell’elettricità,  attaccata a questa flebo in cui metto amore, ricordi che “dietro ogni fiorellino si nasconde un tumore”.
 
Cosi ad ogni parola scritta o letta in questo preservativo elettronico Virginia ci avviciniamo e ci allontaniamo dalla vita che é “ho fame ho sete, siccità, fiumi di spermatozoi”  e forse sono tutti sprecati se non finiscono in te, come collirio tra le tue lacrime,  che ingoierei io lasciando vederle mescolare come acque dell’oceano o del mare, in un’unica fonte battesimale (della nostra vita nuova). E allora magari scoprirai, vivendolo senza fine, che Non sono triste come ti aspettavi

Non sono gli altri uomini che amavi
E dammi tempo e non mi abbandonare”

Ma Rachele ha voglia di recitare il ruolo della rockstar e tra tamburello pianola e voce e a momenti si scopa da sola, Bianconi non ne può più e soffre e la sofferenza diventa show quando tutti cantano I Provinciali appunto da provinciali, dimenticando senso di morte e la possibilità concreta e labirintica dell’amore appena usciranno fra poco da questo club dove tu non ci sei ovunque, Virginia.
 
Ma poi tu sei solo un personaggio di una canzone dei Baustelle la cui incomunicabilità che mi caratterizza ha ucciso, magari nella realtà esisti e sarai una Virginia con un cognome a caso, che so, una cazzo di Virginia Paderni, Virginia Berni, Virginia Quaderni qualsiasi, La Guerra è finita e l’armistizio con te stessa infinito e di queste parole elettroniche non rimarrà nulla, ingrandimento di  un intrattenimento di qualche minuto.
 
 Come Marta vedo la Fine nel tuo non intersecarmi, nel lavoro etico, e notti selvagge insieme come uno scandalo di Oxfam o dell’Unicef qualunque, ma tutto più in piccolo e provinciale, vedo la fine in queste ragazze bellissime che sono come me ma non parlano con me e forse si sentono pure peggio, vedo la fine nella professoressa che poga la sua infelicitá e ha un anno più di me e colleziona fidanzati senza anima, che tradisce. Ma fidanzarsi e tradire é roba da pezzenti,  vedo la fine in me che scrivo un testo come questo senza un obiettivo, vedo la fine nella prigione dorata della loro bravura dei Baustelle, vedo i titoli di coda in te che (non) mi leggi in me che ti scrivo e non viaggiamo, e non ci abbracciamo senza orologi, queste nudità piene di falsità che non sono un letto a capirsi guardandosi al buio con gli accendini nelle mani, e i nostri cuori ustionati.
 
Lo so, la mia ossessione mi spinge a citare solo i versi che hanno cantato e suonato  giovedì e alcune canzoni non le conosciamo, lo so anche io che questo testo é noioso ma cosa ti aspettavi sputtanassi le nostre poesie in questo webar? Lo so anche io che non mi hai visto commuovermi ascoltando Il liberismo ha i giorni contati, ma se non lo hai fatto Virginia é perché non c’eri, preferisci ancora essere un personaggio che una persona. 
Mi ricordo quando vidi i Baustelle ad Ancona nel 2006, suonavano dopo il mio monologo, li ascoltavo già da anni e avrebbero dovuto partecipare ad uno spettacolo che con Angelo Guglielmi stavamo organizzando in teatro nella città che circonda l’Estragon sugli agi e disagi della follia , poi sono stato male e non se ne é fatto niente.
 
E mi ritrovo a scriverne con lo stile sbandato trasandato che piace tanto ai giovani che non sanno che il disagio vero é muto, non é sbandierato, e questo fa tanto ehi stile blog. Usciamo dai webar e dal petting delle chat Virginia.
 
In questo raduno di sbandati con la band più di qualità del secolo forse ha ragione Marta Ugolini  che struccata in tuta ascolta tutte le canzoni senza mai cantarle, é lontana dalle amiche che volevano stare sotto al palco “ma non ha senso stare ad un concerto dei Baustelle sotto al palco”, non urla, é sempre seria, struccata, studia filosofia e dice che i Baustelle raccontano le sue malinconie. Non ha la confidenza per confidarmi che raccontano anche la sua sessualità ma tanto ormai é finita, erano un po’ imprigionati e io non so ancora come fare a farti capire che la parola diventa una prigione se non mi guardi affogandomi di silenzi e non ci mettiamo le ruote ai nostri silenzi e alle nostre gentilezze scabre.
Non é un caso se al bis hanno fatto La canzone del riformatorio e se mi commuove anche solo il titolo come a te, 
per piacere 
“Non studiare non chattare
Ma piuttosto”  vieni il 21 e tutto il resto della vita e “stringi forte chi ti ama” e non vuole , esci dal Riformatorio, chiamami confrontami confortati incontrami chiudi tutto brucia tanto smetti Twitter abbracciami come se non ci fosse più il sesso anale e la morte per un po’ , viaggiaci e di questo, se lo farai, senza elettricità, “mi perdonerai, Virginia.
E adesso mi manchi, te lo giuro” 
Daniel
NB= sono sicuro che Baustelle mi capirebbe e ci sosterrà se ci incontreremo e ci vivremo e viaggeremo. Starai meglio, fuori dal Riformatorio e anche io, nonostante sia inabituato.
 
(Se a qualcuno interessa, contatti me e Daniel per Virginia diventerà un movimento politico per la liberazione)
 
 
 
 

 




Franca Viola, la svergognata di Alcamo | Francisco Soriano

[Argo celebra il giorno delle donne, ricordando la storia di Franca Viola, raccontata da Francisco Soriano.]

Franca Viola, la svergognata di Alcamo

Molte sono le femine c’hanno dura la testa,
e l’omo con parabole l’adimina e amonesta
Ci sono molte femmine che hanno la testa dura,
e l’uomo con le parole le domina e le persuade
Cielo D’Alcamo, Rosa fresca aulentissima

La storia di Franca Viola è esemplare nel suo orribile e deprecabile evolversi. Era il dicembre del 1965, da oggi sono passati solo 52 anni. Franca è una splendida diciassettenne di Alcamo, figlia di umili contadini di quella terra riarsa, faticosa da coltivare, nonostante il sole e il mare siano tra i più belli della Terra. La sua bellezza è indicibile, delicata e mediterranea.

Sono anni duri, di trasformazione sociale ed economica intensissimi, tempi comunque di progresso e speranza, non altrettanto per i diritti di eguaglianza di genere e umani. Lo sviluppo agrario in Sicilia sembra quasi volersi lasciare finalmente alle spalle lo sfruttamento feudale: nasce una piccola schiera di proprietari terrieri e possidenti che mutano in qualche modo l’aspetto di quelle terre e la vita della popolazione stessa.

Niente di nuovo sotto il sole: vigono le regole ferree della mafia e della violenza, della prepotenza e del maschilismo più efferato, la dimensione mafiosa che voleva presentarsi nella sua parallela opera tutrice dell’ordine e, addirittura, del buon costume, affrancandosi dalla sua vera natura delinquenziale e perversa.

Già a quindici anni, viene concesso il permesso a Franca di frequentare Filippo Melodia, nipote e delfino dell’omonima famiglia di mafiosi locali, benestante, arrogante, violento, un delinquente che presto viene incriminato per furto e appartenenza a banda mafiosa. Franca, prima, e il padre, poi, chiedono di rompere il fidanzamento, non accettano le sue frequentazioni e la vocazione di Filippo Melodia a delinquere. Pare che Melodia fosse andato in Germania, per un periodo limitato forse per sfuggire alle accuse ma, al suo rientro, viene prontamente arrestato e sconta una brevissima reclusione prima di uscire dal carcere. È da questo momento che per Franca Viola comincia un vero e proprio calvario che stravolge la sua vita grazie al coraggio e alla caparbietà di donna libera.

Cominciano gli avvertimenti e le minacce mafiose. Melodia rivuole la giovane, perché è “sua” e perché, in qualche modo, sa di poterla fare franca soprattutto perché in quegli anni, in Italia, la violenza su una donna “non è un reato sempre perseguibile”. Prima viene bruciata la casa di campagna della famiglia Viola, poi tagliato il vigneto, disperso il gregge delle pecore di proprietà e il padre di Franca, Bernardo Viola, minacciato con una pistola in un agguato: «chista è chidda che scaccerà la testa a vossia». Alla inflessibilità di Franca e di papà Bernardo, Melodia organizza una “spedizione” contro la famiglia. Si presentano il 26 dicembre del 1965 a casa Viola: la madre viene malmenata e Franca rapita insieme al fratellino Mariano di soli 8 anni che, coraggiosamente, si aggrappa ai vestiti della sorella, senza che nessuno riesca a staccarlo, tanto che viene trascinato con la forza dalla banda di delinquenti. Dopo qualche ora viene rilasciato mentre la povera Franca è tenuta prigioniera in una località segreta nelle campagne d’Alcamo.

L’orrore non finisce qui. Siamo solo agli inizi di una storia oscura. Prima che i carabinieri ponessero fine a quel sequestro grazie a un espediente concordato con i genitori di Franca, che finsero la riappacificazione riparatrice alla “fuitina” con un incontro con il Melodia, la giovane venne stuprata più volte al fine di gettarla finalmente, nello status di svergognata o disonorata, così insieme a lei tutta la famiglia Viola. La pratica violenta dello stupro veniva perpetrata al fine di evitare e aggirare in seguito il delitto grazie a una norma penale che aveva dell’inverosimile e che consentiva una sanatoria attraverso il matrimonio: «Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali». È l’articolo 455 del codice penale di allora. La “svergognata” poteva, contraendo matrimonio con il suo carnefice, estinguere il reato, ampliando questa possibilità anche agli eventuali complici e dando legittimità legale allo stupro con il cosiddetto “matrimonio riparatore”. Un senso di vergogna si abbatte inesorabilmente su qualsiasi essere umano legga ancora oggi queste odiose pagine di storia del nostro Paese.

Dunque, una legge dello Stato avrebbe permesso di “riparare” questo odioso delitto, la violenza sessuale, che un reato è gravissimo, alla stregua di un omicidio o una qualsiasi violenza privata, se la vittima avesse accettato di lavare l’infamia subita proprio sposando l’aguzzino. Non si riesce a immaginare e accettare quante persone abbiano purtroppo dovuto subire silenti questa condizione che di giuridico non ha nulla e di etico solo la “vergogna dell’inumano”. L’articolo 544 del Codice Penale sanciva che la violenza sessuale fosse soltanto un reato contro la morale e non contro la persona. Melodia e i dodici che avevano concorso al sequestro, alla violenza, alle lesioni e allo stupro della donna avrebbero potuto beneficiare di questa legge.

Franca Viola deve essere ricordata in ogni scuola o contesto istituzionale di questo Paese perché grazie al suo coraggio e alla sua statura morale ha consentito l’abrogazione di una legge del codice penale, odiosa e antistorica, prodotto di una società alimentata da verticismo e intolleranza soprattutto contro i diversi, le donne e i più deboli. Una donna unica, perché tante prima di lei subirono questo efferato crimine passibile di “riparazione”, ma solo Franca Viola ebbe il coraggio di denunciare e mandare al processo i suoi aguzzini ottenendo giustizia e fronteggiando minacce e soprusi dalla mafia locale insieme all’uomo che la sposò e da cui ha avuto tre figli, vivendo senza nascondersi da sempre, fino ad oggi, nella cittadina di Alcamo. Franca è la “svergognata” che ha gettato nella vergogna Melodia, processato, condannato e successivamente ucciso per un regolamento di conti tra mafiosi vicino Modena, a colpi di lupara, nel 1978. Combattere contro le intimidazioni in una terra dove si uccide davvero è cosa da donne e uomini di altissimo spessore che molto spesso hanno pagato a caro prezzo con la propria vita il loro coraggio e la loro fastidiosa onestà. Franca Viola fu così forte che fronteggiò non solo i gruppi criminali ma sfidò un’intera cultura, annientò l’omertà, vinse contro uno Stato usurpatore, si stagliò come figura etica contro ogni modello immorale da cui scaturiva solo infelicità, certo derivata dall’oppressione subita. Ancora una volta assistiamo al silenzio e cediamo a un male che sembra incredibilmente colpire la moltitudine delle persone di questa Italia e che risiede, purtroppo, nella mancanza di memoria e nell’occultamento di conquiste tanto elevate quanto dolorose. In quei mesi del 1965, il caso diventò di dominio nazionale sviluppando, finalmente, una dialettica molto accesa sulla questione del matrimonio riparatore e del codice penale italiano. Inoltre, vi fu un dibattito sui costumi italiani, sulle questioni sociali, sulla mafia e sui diritti di eguaglianza di genere, sul coraggio di una donna coraggiosa e sul divario tra Nord e Sud in questioni che riguardavano non solo l’economia ma la qualità e il vissuto quotidiano. Una vera e propria polemica che sfociò, come doveva essere, anche in interrogazioni parlamentari e battaglie femministe sull’uguaglianza di genere.

Il processo si evolse come era, forse, prevedibile o meglio, augurabile. Il mafioso Melodia cercò di fabbricare castelli di fango screditando la povera Franca, a suo dire “ragazza di facili costumi”, tanto che per ottenerla dovette sequestrarla, malmenarla e stuprarla più volte. Addirittura parlò incredibilmente di una “consenziente fuga d’amore”. I giornali nazionali si interessarono particolarmente a questo processo, lo stesso Indro Montanelli partecipò alle udienze così scrivendo sul Corriere: «La posta in gioco è grossa e va al di là del caso e dei protagonisti. Franca Viola e suo padre non hanno detto no soltanto a Filippo Melodia. Hanno detto no a un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina … hanno detto no a tutti tabu e feticci che fanno da pilastro a queste arcaiche società». Era l’Italia che aveva in eredità il “Codice Rocco” nella sua previsione di violenza sessuale come delitto contro la moralità pubblica e non contro la persona. In definitiva, l’articolo 544 estingueva il reato di chi lo aveva commesso contraendo il matrimonio e, cosa ancora più grave, anche riguardo a coloro che avevano concorso alla commissione del delitto. Una vera e propria sanatoria nei confronti di tutti i carnefici, addirittura sottolineando che nel caso vi fosse stata una condanna ne «cessano l’esecuzione e gli effetti penali». Desta stupore, vergogna e rabbia questa preoccupazione di tutelare la stabilità del modello sociale dominato dal maschio anche se in condizioni chiaramente delittuose. Lo Stato dunque, estingueva il delitto, riparava l’onore della giovane frutto di violenza e prevaricazione e certificava che il corpo di una donna non era di sua proprietà non disponendo, inoltre, di alcune libertà sessuali. Ristabilita la generica “moralità pubblica” lavando i sepolcri già da troppi secoli imbiancati, lo Stato istituzionalizzava violenza e metodo mafioso nei confronti delle donne.  Il Pubblico Ministero, al rifiuto di contrarre matrimonio da parte di Franca Viola, chiese verosimilmente 22 anni di reclusione per Filippo Melodia. Tra i capi di imputazione, gravissimi, c’era il ratto a scopo di libidine, violenza privata, stupro e minacce: in tutto erano ben diaciassette reati. Purtroppo, Filippo Melodia ebbe solo 11 anni di reclusione con lo sconto di pena, uscendo dal carcere nel 1976 ed essere di lì a poco assassinato in un agguato in Emilia Romagna.

Lo stupore non finisce soprattutto quando, dalla cronaca del processo si leggono le motivazioni e i ragionamenti della difesa per la giustificazione dello stupro. Secondo gli avvocati difensori dell’aguzzino Melodia, il procedimento penale era nient’altro che “un processo d’amore”. Addirittura, si cercano nelle differenze sociali e culturali tra l’Italia del Nord e quella del Sud una nota giustificatrice: «Si occupino degli amici del nord, degli amori di Sofia Loren e non vengano qui a fare i Don Chisciotte. La Sicilia si difende da sé con i suoi monumenti, con i suoi eroi, noi siamo gente arsa dalla salsedine». Comincia in questo modo la retorica del sole, della cultura intensa e profonda della Sicilia, ma non certo quella dei mafiosi, della gente che “è arsa dalla salsedine”. Si cercano schemi, stilemi di vita, costumi, regole consolidate e mai scritte, tali da poter giustificare l’intolleranza verso le opinioni dei giornalisti, della cultura dell’eguaglianza, delle battaglie di genere e di altro ancora da cui deve essere immune la Sicilia e il Sud dell’Italia. L’originale invito da parte della difesa del Melodia a occuparsi della cronaca rosa del mondo del cinema come diversivo all’attenzione su temi della sfera intima che implichino invece un cambiamento di rotta culturale profondo, è lampante in questo tentativo di distogliere dal tema vero della questione ammettendo, infine, in modo aberrante e mafioso che sembra inutile fare i don Chisciotte nella battaglia per Franca Viola in Sicilia. La difesa nega a Franca Viola il ruolo che merita e che si è guadagnato rischiando la propria vita. Per loro, la legge è paradossalmente una garanzia e una scappatoia per una non meglio identificata onorabilità: «l’articolo 544 è una disposizione che favorisce la donna, le dà modo di rimediare al danno subito», si sottolinea sul Corriere. «Abolite pure l’articolo 544, non avrete migliorato la situazione. Anzi il ratto non avviene dove i giovani sono liberi di frequentarsi, sono liberi di decidere la propria sorte. Qui esiste il dispotismo tradizionale dei genitori, esiste la costrizione sociale per una volta che un ragazzo e una ragazza siano visti insieme subito la gente li dichiara fidanzati, la ragazza è compromessa, il matrimonio pare inevitabile Tutti devono muoversi con cautela. Il ratto rende possibile a una coppia di sottrarsi al dispotismo dei familiari. È giusto l’articolo 544 che prevede si estingua il reato. Altrimenti si avrebbe doppio danno: lui in galera e lei senza la possibilità di riscattarsi. Prima di modificare l’articolo 544 bisogna modificare i costumi».

Non solo Indro Montanelli, ma anche Silvano Villani così riporta sulle pagine del Corriere raccontando l’arringa difensiva di uno degli avvocati difensori: «Filippo avrà anche rapito Franca, però è quasi sicuro che Franca ci stava. Anzi è probabile che abbia avuto rapporti ben prima. Se Franca ha poi buttato il candido velo da sposa, se ha rifiutato di sposarlo… peggio per lei: che colpa ha Filippo?» Ancora una volta, non si può rimanere che colpiti da doloroso stupore: la differenza antropologica, sociale e culturale dell’Italia del Sud, sarebbe questione spendibile per giustificare violenza e sopraffazione mafiosa, attribuendo a queste condizioni criminose la legittimità di un diritto quasi innato e naturale in queste zone a perpetrarle. È verosimile immaginare lo scandalo che queste teorie abbiano suscitato nell’Italia civile di quegli anni. Melodia viene condannato solo a 11 anni di reclusione dopo 7 ore di camera di consiglio, come afferma il giornalista Villani, perché forse sono state prese in considerazione «le usanze del luogo in cui i fatti avvennero», sottolineando le differenze culturali tra il nord e il sud. Fu lo stesso Pubblico Ministero che disse:«per la donna italiana, spesso il matrimonio è l’unica sistemazione possibile», anche se «non la sola». Fortunatamente, il processo non produsse solo uno spaccato di un’Italia medievale e arcaica, quasi rurale quanto arretrata, ma la possibilità di affrancarsi grazie a gesti altrettanto esemplari quanto pieni di coraggio. La condanna di Melodia non fu esemplare, ma abbastanza blanda considerando anche gli sconti di pena. Certo è che, probabilmente, da allora altre ragazze ebbero la forza di dissociarsi da uno schema, rifiutare la “riparazione” e affrontare le questioni della libertà sessuale e della autodeterminazione delle proprie scelte nella vita come una condizione possibile anche in ambienti disagiati in cui la struttura portante in termini valoriali è la violenza. Infatti, ancora il giornalista Villani precisava con forza dalle colonne del quotidiano: «di esemplare resta il comportamento della ragazza non il verdetto», aggiungendo che «ancora bisognerà fare affidamento su altre fanciulle coraggiose come Franca Viola  che sulla severità della legge, per sperare che certi comportamenti scompaiano».  

La svergognata d’Alcamo si sposò tre anni dopo questo drammatico e, fortunatamente, felice epilogo: il 4 dicembre del 1968, con un uomo di nome Giuseppe Ruisi che non fece caso alle minacce di Melodia e degli affiliati della mafia a lui riconducibili, tantomeno alla presunta vergogna dello stupro subito dalla donna. «Non ho mai avuto paura, non ho mai camminato voltandomi indietro a guardarmi le spalle. È una grazia vera, perché se non hai paura di morire muori una volta sola», ci tenne a dire Franca. Fu il Presidente della Repubblica Saragat e il Primo Ministro Leone che allora fecero sentire la presenza delle istituzioni, inviando i loro auguri. Addirittura, la coppia fu ricevuta in Vaticano da Paolo VI, in udienza privata. Il Ministro dei Trasporti, Scalfaro regalò un biglietto ferroviario valido per tutta l’Italia per un mese.

Le vendette non arrivarono e le famiglie dei condannati, questa volta, si rassegnarono loro alla vergogna di quanto commesso. Non tutti però furono dalla parte di Franca: pare che l’arciprete di Alcamo avesse previsto che Franca rimanesse “zitella”, dopo tutto “quel baccano”. Interessanti, anche i servizi giornalistici della RAI dove vengono interpellati i cittadini sul caso di Franca Viola che lasciavano trasparire lo spaccato sociale della Sicilia di quegli anni. Una storia “esemplare” che fu la traccia per un film nel 1970, in cui la protagonista fu una quattordicenne Ornella Muti per la regia di Damiano Damiani, “La Moglie più Bella”. Nelle varie interviste rilasciate da Franca Viola in questi ultimi anni, lei afferma che spesso vede i complici del suo aguzzino, proprio ad Alcamo dove ha sempre vissuto se non per una parentesi iniziale dopo il processo in cui fu costretta ad allontanarsi non lontano, per qualche mese nella cittadina di Monreale: «Li incontro ogni tanto. Preferisco evitarli, ma se non riesco li saluto e loro mi salutano, quasi sempre abbassano gli occhi. Magari anche loro sono stati ingannati, magari quello lì gli aveva detto quello che poi ha detto al processo, che io ero d’accordo a sposarlo ma mio padre no». Di incredibile, rimane il legame con il padre, così forte e intenso che la stessa Franca Viola ne parla con dolore in una recentissima intervista: «il 26 dicembre è il giorno del mio rapimento e il giorno della morte di mio padre. Mio padre è morto 18 anni dopo il mio rapimento, lo stesso giorno alla stessa ora. È stato in coma tre giorni, io pensavo: vuoi vedere che aspetta la stessa ora. E infatti: è morto alle nove del mattino, l’ora in cui entrarono a casa a prendermi. Ha aspettato, voleva dirmi: vai avanti».

Franca ricorda quei giorni bui in cui il padre andò a prenderla dopo essere stata sequestarta e violentata: «venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca. Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me». Il marito di Franca dimostrò coraggio e un senso etico altissimi: rimase in attesa della giovane ferita nel corpo e nello spirito che riuscì a cambiare la storia di un’Italia arcaica con i suoi codici assurdi. Lui stesso, non temette le ritorsioni di Melodia e dichiarò con forza che «avrebbe preferito vivere 10 anni con lei che un’intera vita con un’altra», giurandole per sempre amore. Dal loro matrimonio nasceranno tre figli. Infine, l’8 marzo del 2014, il Presidente della Repubblica Napolitano ha insignito Franca Viola al Quirinale, con l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, con questa motivazione: «Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese».

Bisognerà aspettare, tuttavia, da quel dicembre del 1965 quasi 16 anni affinchè, l’odiosa norma del “matrimonio riparatore”, venisse spazzata via insieme al “delitto d’onore”. È chiaro che rimane per l’Italia e non solo per la Sicilia, il lungo percorso di civiltà che vede le donne al centro di battaglie per l’eguaglianza di genere e per i diritti umani negati: dalla legge 442, del 5 agosto 1981, al referendum sul divorzio nel 1974, alla riforma del diritto di famiglia nel 1975 e, infine, il referendum sull’aborto. Incredibilmente, tuttavia, sarà solo il 1996 l’anno in cui lo stupro sarà considerato non più un reato “contro la morale” bensì “contro la persona”.

Di Franca Viola, basta oggi ricordare le sue splendide e realistiche parole: «non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori».

Francisco Soriano




Se ti muore il cane, resuscitalo. Il Capitalismo dei cloni | di Valerio Cuccaroni

In Corea del Sud se ti muore il cane e non puoi sopportarne la perdita, non lo devi mettere in freezer, ma in frigorifero, perché c’è una clinica in cui te lo clonano. Hai capito bene. Non solo ti clonano il cane ma, così facendo, ti curano anche il cuore spezzato, dicono loro.

Su Internazionale online e nel numero cartaceo di questa settimana c’è la traduzione di un articolo del New Scientist sulla clonazione e si parla, en passant, di uno scienziato che clona i cani, il coreano Hwang Woo-Suk.

Leggendo dei suoi esperimenti sui cani, pensavo ai classici esperimenti scientifici, quelli per curare l’umanità con le cavie animali. Niente di nuovo insomma, per quanto crudele. Ma mi sono comunque andato a documentare, perché Hwang Woo-Suk dieci anni fa aveva falsificato una ricerca in cui sosteneva di aver clonato esseri umani. Ebbene, navigando, sono risalito al sito della fondazione in cui lavora Woo-Suk, la Soam Biotech, e ho trovato questo annuncio agghiacciante: «Dogs have been domesticated for thousands of years. They have been our protectors and friends; however, an average lifespan of a dog is about 10~15 years, much shorter than that of a human being. Sooam Biotech Research Foundation is able to prolong the companionship with your dog by bringing back the memories that you have with your friend. Cloning technology is possible at Sooam for any dog no matter its age, size, and breed. Sooam not only performs dog cloning research, but we also heal the broken hearts.
When your dog has passed away, DO NOT place the cadaver inside the freezer.
Then, patiently follow these steps:
1. Wrap the entire body with wet bathing towels.
2. Place it in the fridge(not the freezer) to keep it cool.
* Please take into account that you have approximately 5 days to successfully extract and secure live cells.
* Please contact our specialists by filling out the service application form at www.notyoubutyou.com
Email : notyoubutyou@sooam.org
Telephone : +82 70 7722 9354»

Il significato è chiaro, per chi conosce l’inglese. Per chi non lo conosce così bene, serviamoci del robot traduttore di Google: «I cani sono stati addomesticati per migliaia di anni. Sono stati i nostri protettori e amici; tuttavia, una vita media di un cane è di circa 10 ~ 15 anni, molto più breve di quella di un essere umano. Sooam Biotech Research Foundation è in grado di prolungare la compagnia con il tuo cane riportando i ricordi che hai con il tuo amico. La tecnologia di clonazione è possibile a Sooam per qualsiasi cane, indipendentemente dalla sua età, taglia e razza. Sooam non si occupa solo di ricerca sulla clonazione di cani, ma curiamo anche i cuori infranti.
Quando il tuo cane è morto, NON mettere il cadavere nel congelatore.
Quindi, segui pazientemente questi passaggi:
1. Avvolgere tutto il corpo con asciugamani bagnati.
2. Mettilo nel frigorifero (non nel congelatore) per tenerlo fresco.
* Tieni presente che hai circa 5 giorni per estrarre e proteggere correttamente le celle attive.
* Si prega di contattare i nostri specialisti compilando il modulo di richiesta di servizio a www.notyoubutyou.com
Email : notyoubutyou@sooam.org
Telephone : +82 70 7722 9354»

Ecco a voi, il Capitalismo dei Cloni. «Puoi essere sicuro di ricongiungerti con il tuo amato compagno entro 5 mesi», promettono su www.notyoubutyou.com. Basta pagare. È la versione commerciale della de-estinzione, o risurrezione biologica, o revivalismo della specie.

In Italia se n’è iniziato a parlare esattamente un anno fa, non appena era giunta la notizia della pubblicazione del libro Bring Back the King: The New Science of De-Extinction della biologa e giornalista scientifica Helen Pilcher.

La de-estinzione di specie scomparse, però, interessa soltanto gli specialisti e i curiosi, mentre la supposta resurrezione di un animale domestico interessa tutti. Due anni fa, il 2 novembre 2015, se n’era occupato il Corriere della Sera.

Far credere che è possibile resuscitare l’animale che si è amato, è una menzogna pubblicitaria, perché il clone avrà un codice genetico diverso, che comprende in parte anche quello della madre surrogata, quindi sarà un altro animale.

Tuttavia l’affare continua, perché guadagnare dalle repliche è l’essenza degli affari.