Il sisma nelle Marche, un cratere aperto nella terra e nei cuori | Reportage di Marco Benedettelli, foto di Ennio Brilli

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Camping Holiday, Porto Sant’Elpidio. La mensa degli sfollati.

Questa è solo una delle tante mappe possibili del cratere sismico. Un itinerario fra mille, dentro un orizzonte incredibilmente denso, un paesaggio sfigurato. Dove la forza tellurica ha ucciso, con la pesantezza cieca delle macerie che si accatastano su se stesse, la vita di centinaia di persone. Ha aperto crepe, deviato fiumi, tappato strade con costoni di roccia franati. Svuotato borghi d’una bellezza angelica. Costretto decine di migliaia di persone a scappare via da sotto il proprio tetto, verso il mare. E a coagularsi in nuove, microscopiche comunità resistenti, aggrappate ad un paesaggio fiabesco, ad una natura indifferente, bloccate in stato di attesa dal caos kafkiano della burocrazia. 

Il viaggio inizia al Lido di Fermo, all’Hotel Charly. Un grande edificio che si affaccia sulla strada statale 16. Uno di quei luoghi che dà ospitalità ai trentamila e duecento persone costrette, nel susseguirsi delle ondate sismiche, a scappare via e a cercare aiuto nella Protezione civile nazionale. Al Charly vivono in cento cinquanta. La mattina di sabato una trentina di loro stanno al caldo nel salone dell’albergo. Giocano a carte, sprofondano nei divani. Vengono in prevalenza da Visso, Pievebovigliana, Pieve Torina. Luoghi devastati dall’attacco tellurico del 26 ottobre. In molti non hanno ancora avuto il coraggio di tornare da dove se ne sono andati. Vedere come è ridotta la propria casa. È un passo che fa paura. Che blocca la volontà e le gambe. La signora Giuliana, occhi azzurri, sulla cinquantina, racconta: “Non voglio chiedere, preferisco non sapere. Vengo da Visso e non ci sono mai tornata. La mia casa è nella zona rossa. Chissà come staranno i miei uccellini. Li ho lasciati là alle 7,30 della sera. E poi nessuno ha più dato loro da mangiare. Chissà che fine avranno fatto, nelle loro gabbie”. Otto km più in là c’è un altro luogo di accoglienza per persone terremotate. Il Centro turistico Holiday, sul lungomare di Porto Sant’Elpidio nord. Una grande struttura fatta di stanze d’albergo e vialetti con bungalow bianchi di legno. Divenuto, per la sua posizione strategica, l’hub della Protezione civile per l’accoglienza. Il punto dove chi è scappato dall’entroterra verso la costa ha ricevuto la prima accoglienza. Silvestro ci vive da quattro mesi. E’ un uomo baffuto e socievole. “Sono sempre raffreddato, vengo anche io da Visso, l’aria di mare è diversa che nelle nostre montagne e sto sempre a tossire”, dice. Silvestro faceva il salumerie ma ha perso il lavoro. Ora è in cassa integrazione. Ogni sera verso le otto col fratello e un paio di amici di Visso con cui fa gruppo si mette in fila in mensa per la cena. La spiaggia è a pochi passi, se tendi le orecchie senti il vento che ne porta il rumore. “Ci hanno accolto, dobbiamo solo ringraziare. La Protezione civile non ci fa mancare nulla. Però poi – continua, sospira –  nessuno ci dà notizie certe. Nessuno qui sa niente. Non sappiamo né quando potremo tornare, né dei container, né delle casette di legno”. Visso nella sua voce ha già il profilo di un sogno, di qualcosa che nessun racconto può restituire veramente.

Hotel Holliday, Porto Sant’Elpidio. L’esterno della mensa.

Un paese di torri medioevali

E’ un piccolo gioiello nelle Marche ai confini con l’Umbria, è un paese di torri medievali, palazzi rinascimentali gentilizi, chiese gotiche. Che dopo il terremoto se ne stanno tutte abbandonate nel silenzio della zona rossa. Una pompa di benzina presso cui i motociclisti si radunavano nelle loro scorribande sulle strade dei Monti Sibillini è sommersa dalle macerie di una parete rovinata in un fiotto di calcinacci ammuffiti. Nelle giornate di vacanza, il borgo pullulava di villeggianti da tutta Italia. Ora strade vuote, ponteggi. Case incastonate fra i dorsi delle montagne che viste da fuori potrebbero sembrare intatte, ma dentro hanno le pareti frantumate, come i biscotti in una scatola caduta a terra.

Ci sono una ventina di roulotte allineate a quadrato in uno spiazzo. Vi vivono famiglie di gente giovane, sono rimaste in paese anche col nevone di gennaio. I vissani che non se ne sono andati sono in tutto una cinquantina. A pranzo e a cena si incontrano sotto i tendoni verdi della mensa militare, dove si servono pasti caldi a pranzo e cena. Ma sono gli ultimi giorni, poi il servizio non verrà più erogato ai civili. “La decisione ci toglie una delle ultime, pochissime certezze. E ora, come cucineremo? Viviamo tutti in alloggi di emergenza precari – spiega Margherita Lemmi, geologa, nel punto informazioni turistiche – Senza mensa la nostra comunità si sfalderà ancora”.

Visso, case implose.

Un paio di curve oltre c’è il nuovo municipio, ricavato negli spogliatoi della ex piscina comunale. I tecnici se ne stanno concentrati al computer, fra pile di pratiche. Intenti a trovare il bandolo della matassa nella selva delle disposizioni burocratiche. Bisogna ancora pianificare l’assegnazione dei moduli abitativi per i pastori, urbanizzare le aree dove verranno istallate le casette di legno. E poi ci sono i container che a febbraio inoltrato non sono ancora stati consegnati. “Sono arrivati il 20 gennaio, dopo l’asta indetta dal Governo il 17 novembre”, spiega Mattia Cergol, amministratore di Italspurghi Ecologia, l’azienda triestina che fornisce in affitto i moduli abitativi. Allacci ai servizi e arredi spettano al comune e ad un’altra società. La lottizzazione delle competenze complica ancor di più il quadro. Tutto è inghiottito nel ritardo. I container blu sono disposti a pettine in uno spiazzo detto il piano, hanno stanze per i letti ancora vuote, spazi di passaggio interno, un grande salone condiviso ancora sguarnito. Prima o poi ci dormiranno in 48 lì dentro, dando vita a una nuova forma di micro comunità fra le montagne e le macerie, in attesa di tornare a casa.

Monsanpietro Morico e il centro storico disabitato.

Il chitarrista dei Radiohead

È in una giornata di sole che arriviamo a Monsampietro Morico e Sant’Elpidio Morico addentrandoci fra strade e colline che nella bellezza della loro policromia invernale toccano l’animo. Col supporto della Protezione civile di Fermo entriamo all’interno della zona rossa. Fra campanili pericolanti, vicoli di mattoni arancio, rampe di scale che si immergono in microscopiche gallerie a botte. Da queste parti c’è anche la casa di Jonny Greenwood, il chitarrista dei Radio Head, che a Monsampietro Morico d’estate veniva a riposare. Dei settecento abitanti, cento cinquanta sono sfollati sulla costa. La sindaca Romina Gualtieri, avvocato, ora impegnata a tempo pieno come prima cittadina, spiega: “Siamo sommersi di lavoro, io e i tre funzionari comunali. Coordinare il censimento dei danni è già un labirinto. I certificati della nostra zona vengono dalla Lombardia. Poi ci sono le richieste dei nostri cittadini, gli anziani, che vogliono recuperare i beni nelle loro case”. In lontananza si vede il Monte Vettore, una massa verde e mansueta da cui si è generata l’onda sismica.  A Montefortino, confini del Parco dei Sibillini, gli evacuati sono cinquecento su mille e trecento abitanti. Alcuni di loro, cinquantasei, fra cui sei bambini, vivono in un capannone industriale, l’ex fabbrica dell’acqua Tinnea, ora in fallimento. Dentro la Protezione civile ha allestito una tendopoli. La luce è grigiastra sotto le tettoie ondulate. Luigi, 56 anni, sta seduto su una panca di legno. Viso mite, vispo, stanco ma lucido, dice che era ristoratore ad Ascoli prima di trasferirsi a Montefortino. “Non ho parenti dove andare, attendo in tenda. Sto vivendo un trauma ed un dolore che è difficile raccontare”.

Caseificio Marino Marchese, Monte San Martino. L’ovile crollato per la neve

Monte San Martino, provincia di Macerata. Le strade sono sepolte dalla neve, tutto è bianco e alla fattoria si arriva solo camminando, o a bordo di jeep 4×4. Dopo giorni di bufera l’area è totalmente isolata. Nell’aia, un gregge di pecore bela intirizzito fra i cumuli bianchi. Pastori e allevatori lavorano concentrati nel silenzio ovattato delle colline. Nottetempo è crollata una delle due stalle sotto il peso della neve e mentre Marino Marchese, il titolare dell’azienda agricola, si era infilato sotto le macerie per salvare i bovini incastrati, ecco che sono arrivate ancora altre scosse di terremoto, quelle del 18 gennaio. “Siamo senza elettricità da tre giorni, noi e tutti qua intorno. (Nelle Marche durante quella settimana di neve sono saltate 20mila utenze, ndr) Ho mezzo gregge con le mammelle gonfie. Dobbiamo mungerle, alla svelta”, e lui e i suoi colleghi rumeni e bulgari si rimboccano le maniche e iniziano a strizzare i capezzoli degli ovini, un piccolo gruppo dopo l’altro. Marino e la moglie Paola sono arrivati dal nord Italia in questo lembo di Marche trenta anni fa. Il casolare dove hanno sempre vissuto è inagibile dopo la scossa del 30 ottobre, la più violenta, di magnitudo 6.5, che ha crepato tutte le pareti interne e ha alzato un nuvolone di polvere e calcinacci. Per qualche tempo si sono trasferiti con delle brande nel salone della stagionatura.  Poi sono arrivati i container, una donazione privata, organizzata col crowdfunding dai ragazzi del Mercato Bio Mezza Campagna di Senigallia. La vita sembrava tornare alla normalità, la piccola comunità aveva resistito al sisma, si era rassettata ancora in un nuovo equilibrio, pur nell’incertezza di un futuro tutto da decifrare e costruire. Ma poi ecco la neve, fitta, per giorni. “La mattina mi sono svegliato ed è stato uno choc. Una delle due stalle era crollata. Speriamo non crolli anche la seconda, ora. Di cosa abbiamo bisogno? Di puntelli per il tenerne in piedi il tetto”. Arrivano i Vigili del Fuoco, sono una squadra di otto uomini da Pesaro. Tutti si mettono al lavoro per raccattare dei puntelli.

Arquata Del Tronto, l’interno di una casa distrutta dal sisma.

L’odore dei calcinacci

Il monte Vettore è davanti a noi, tondeggiante. La spaccatura si snoda come il filo di una collana nera sotto le cime della montagna. Si è aperta con il movimento tellurico, violentissimo, di magnitudo 6.5, del 30 ottobre. “Il ricordo peggiore del terremoto è il rumore. I crolli, i boati, il frangersi delle mura” racconta Sante Corradetti, volontario delle Protezione civile, 32 anni, oggi sfollato a San Benedetto del Tronto. Sante è della frazione di Colle di Arquata del Tronto, ed è da sempre attivo per il suo territorio. Organizza feste, attività socio culturali e turistiche. Lui c’era la notte del 24 agosto, si è subito gettato fra le strade di Pescara del Tronto per fare il possibile, aiutare, prestare soccorso. Poco dopo è arrivata la Squadra ricerca dispersi sotto le macerie della Protezione civile di Fermo. Sono loro ad accompagnarci, a mostrarci dove hanno recuperato i quarantanove corpi senza vita, dopo ore di scavi. L’odore dei calcinacci frantumati è ovunque. Il paese è ridotto a un cumulo di rovine. I pochi edifici ancora in piedi sembrano presi a morsi da gigantesche bocche che hanno strappato via porzioni di murature. Anche le tombe sono esplose nel cimitero. Le lapidi sono frantumate a terra. Nei loculi invasi dalla luce si vedono le casse di legno.

“Quella era casa mia” dice un altro uomo. E indica un caseggiato imploso. Poi fissa le rovine oltre l’avvallamento che si apre sotto la strada. “Mi sembra che il paese stia ancora crollando, che le macerie stiano sprofondando verso il basso”. L’uomo si chiama Domenico Pala, è l’ex sindaco di Arquata del Tronto. La notte del terremoto lui e il figlio hanno salvato la vita a 15 persone. “Conoscevano le vie e chi ci abitava, a uno a uno. Sapevano muoversi con velocità e così sono riusciti a estrarne tanti dalle macerie”, ci spiega Sante. Mentre usciamo da Pescara del Tronto incrociamo Angelo Ferracuti, chiacchiera sul ciglio della strada con un uomo barbuto, Enzo Rendina, l’ultimo abitante di Pescara del Tronto, che per mandarlo via, qualche settimana dopo, l’hanno dovuto arrestare. 

Capodacqua, qualche curva oltre, sopra la Salaria, si capisce che era una frazione bellissima. Lo resta ancora nonostante le ferite del terremoto che l’hanno sfigurata, sventrata. Ci avviciniamo a un edificio religioso. È l’oratorio della Madonna del Sole. Un ottagono di marmo bianco, candido, semplice e perfetto come un campo ammantato di neve. È del XIV secolo, dentro ci sono antichi affreschi, ma il tetto di guglie rosse è crepato e lascia filtrare acqua e umidità. Si sente il rumore del ruscello in lontananza, ci affacciamo a sbirciare dentro una cantina. Dentro, grandi fiaschi di vino cotto, impolverati, stanno raccolti in una rastrelliera. La zona è ricca di vino cotto e chissà su quante tavole imbandite quelle bottiglie si sono fermate, di sera, d’estate. Dobbiamo ricostruire tutto. Non dobbiamo fermarci.

Arquata Del Tronto. Il cimitero con le tombe crollate. Foto di Ennio Brilli.

Questo articolo e alcune delle foto sono state pubblicate nella rivista il Reportage, anno VIII, n.30. Aprile – Giugno 2017




Un’astronave tra i libri | di Albion Sefa

Un sabato, non sapendo cosa fare e non avendo nessun impegno né compito per il giorno seguente, mi sono messo a trafficare nel portadocumenti, alla ricerca degli appunti di matematica. Per caso ho ritrovato la tessera della Biblioteca comunale, che avevo preso un mese prima, quando eravamo stati là, in visita, assieme a due professoresse e al resto della classe.
La prima volta che sono andato in Biblioteca mi sono stupito, dal momento che non ero mai entrato in un posto simile, così pieno di libri. A casa ho qualche libro che ho comprato nella libreria in centro, in corso Garibaldi, ma non ne avevo mai visti così tanti, tutti insieme. Passeggiando tra gli scaffali, alla ricerca di qualcosa da leggere, ho trovato un libro con in copertina un’astronave aliena, un UFO. Il libro era intitolato Guida galattica per gli autostoppisti, titolo che avevo già visto citato nell’antologia scolastica, dove c’era un brano, estratto da quest’opera di fantascienza, che avevo letto per conto mio.
Presi in prestito il romanzo e lo portai a casa. Il giorno dopo l’ho iniziato a leggere e in sei giorni l’ho finito, meravigliato dal poco tempo impiegato. Tornai in Biblioteca da solo per restituire il libro. Non presi altri romanzi quel giorno, ma dopo dieci giorni ero di nuovo lì per prendere in prestito e leggere un nuovo libro. Scelsi Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Poi ancora, dopo due settimane, Harry Potter e il Principe Mezzosangue. Poi Harry Potter e i Doni della Morte. Vicino alla quella di Harry Potter ho trovato un’altra saga fantasy, di cui avevo sentito parlare. Così presi Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo, Il mare di mostri e La maledizione del titano. In Biblioteca ho preso in prestito anche dei libri consigliati dalla professoressa di italiano.
Prima leggevo molto poco, solamente qualche libro, di grandezza veramente ridotta, poi ho cominciato a leggere anche libri abbastanza grandi, dalle cinquecento alle ottocento pagine complessive, di cui in alcuni casi non avevo mai sentito parlare, come Storia di una ladra di libri di Markus Zusak, Moby Dick di Herman Melville e L’inventore di sogni di Ian McEwan. Inoltre, da quando ho iniziato a leggere sistematicamente, anche il mio linguaggio è cambiato molto, nel senso che ho imparato un sacco di nuove  parole ed espressioni.
Uno dei libri che mi ha maggiormente colpito è L’amico ritrovato di Fred Uhlman: ambientato nella Germania nazista, narra dell’amicizia che nasce tra due ragazzi apparentemente simili, ma di origini profondamente diverse; il protagonista, infatti, è figlio di un uomo di origini ebree, mentre l’altro è di discendenza nobile e di razza ariana. È un libro bello che parla di un legame tra adolescenti, che avrebbero avuto tutto per essere felici, proprio come noi, ma furono divisi per sempre dal razzismo e dalla guerra.
In conclusione, la scoperta della biblioteca è stata fondamentale per me, sia dal punto di vista istruttivo, in quanto mi ha permesso di ampliare il mio bagaglio linguistico, sia dal punto di vista culturale, visto che i libri, in forma fantastica e realistica, ci parlano della vita quotidiana, di tutti noi.




Diario segreto di una operatrice Sprar | Silvia Ottaviani

Mi chiamo Silvia, sono un’operatrice SPRAR ed ho un problema: non sempre ho il coraggio di dirlo apertamente e spiegarlo in maniera esaustiva.

Spesso accade, quando incontro qualcuno per la prima volta, che mi venga chiesto qual è il mio lavoro; alla domanda “cosa fai nella vita?” ho sempre la stessa reazione: sorrido, rimango in silenzio qualche secondo, cerco di capire chi mi trovo davanti e in base a come penso possa reagire, rispondo “lavoro per un’associazione di volontariato”, oppure “lavoro con un progetto SPRAR”, o nel migliore dei casi “lavoro in un progetto di seconda accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati”.
Le risposte spaziano da un “ah…” poco convinto ai complimenti per quello che faccio, passando per la curiosità di quel che veramente significa essere operatore SPRAR. In questa situazione, che va detto è quella più frequente, parto con una lunga spiegazione, (ancora) utile a me per capire ogni volta un po’ meglio quello che faccio e utile al mio interlocutore che scopre, a grandi linee, come funziona il sistema di accoglienza in Italia.

Generalmente inizio e semplifico così: “Hai presente i ragazzi che arrivano con i barconi in Sicilia? Una volta sbarcati, i sopravvissuti alla traversata chiedono protezione internazionale e subito dopo vengono smistati nei centri di prima accoglienza, in attesa di una risposta, che generalmente arriva dopo più di un anno. Al termine di questo periodo, durante il quale fanno poco o niente, se ricevono il diniego tornano in Mali, in Gambia, in Pakistan… ma se viene riconosciuta loro una forma di protezione,  hanno l’opportunità di vivere un progetto di sei mesi per raggiungere la piena autonomia, ovvero un “corso accelerato di occidentalizzazione”. In questo periodo imparano l’italiano, frequentano corsi di formazione, intraprendono tirocini lavorativi e tante altre attività…”

In sostanza, il progetto SPRAR serve ai ragazzi per inserirsi gradualmente nella nostra società e, per raggiungere questo obiettivo, vengono costantemente accompagnati dagli operatori, quindi da me e dai miei colleghi. La nostra squadra è divisa per macro-aree di intervento: c’è l’operatore sanitario che si occupa di uno screening iniziale ed accompagna l’utente alle diverse visite mediche, il responsabile dell’area formazione-lavoro, il legale che accompagna il beneficiario nella richiesta dei documenti e l’operatore amministrativo, il cui compito è quello di rendicontare ogni spesa effettuata nel progetto (nemica storica della matematica e dei numeri, sono io a registrare ogni centesimo speso per il nostro progetto!). Non meno importanti sono il mediatore linguistico, il ponte umano tra operatore ed utente, e lo psicologo, indispensabile per sciogliere i nodi nella mente e nel cuore del migrante, che porta ogni volta con sé esperienze devastanti.

Arrivata a questo punto della spiegazione, i curiosissimi sono veramente pochi, ma succede che mi venga chiesto qualcosa in più, sul vissuto dei ragazzi, ma soprattutto sul loro presente. Le storie spesso sono inimmaginabili e per questo impossibili da raccontare, ma dal loro modo di vivere il presente riesco a capire e a raccontare molto di loro, di me e della comunità che viviamo. Ed è questa la parte che mi piace di più raccontare: non è un caso che la tenga per i più tenaci!

Essere operatrice SPRAR significa accompagnare gli utenti appena arrivati al supermercato più vicino e sopportare una serie di sguardi che soltanto una ragazza in compagnia di tre uomini africani merita. Significa sopportare oltre agli sguardi curiosi, anche le suonate di clacson e i sorrisini ammiccanti da parte di uomini italiani. Significa anche dire ad un amico “Stasera vado a cena dai ragazzi” e sentirsi chiedere con voce preoccupata “Ma da sola?!”.

Essere operatore SPRAR significa correre in macchina ed accompagnare utenti con “orari africani” costantemente in ritardo in ogni parte del fermano, significa mediare ogni piccolo malumore dovuto ad un malinteso, significa pranzare con riso e carne speziatissimi e sentirsi il profumo addosso per tutto il giorno, significa assistere alla lunghissima e meravigliosa cerimonia del tè. Essere operatore SPRAR significa anche litigare con fatture, scontrarsi con una burocrazia giusta, ma estremamente macchinosa.
Significa anche sentirsi chiedere “nelle tasche di chi vanno questi soldi”, ma poter rispondere “anche nelle mie, ad essere sincera!”.

Essere operatore SPRAR significa partecipare ad una riunione di un condominio dove i rifugiati non sono affatto i benvenuti (“perché non è il contesto giusto, perché abbiamo paura per i nostri figli, perché che stiano a casa loro”). Significa organizzare un’uscita alla moschea più vicina in occasione dell’inizio del periodo di Ramadan, e sentirsi dire dall’imam che coprire il capo non deve essere una forzatura, ma poi ascoltare la “ramanzina” del ragazzo senegalese, secondo il quale ogni regola deve essere rispettata. Significa rispondere con un velo di imbarazzo ad un altro utente che sì, a 27 anni, ho ancora “tutti” i genitori. E spiegare poi ai miei nonni quasi ottantenni cosa faccio e trovare in loro la comprensione e “com-passione” che non vedo in alcuni coetanei.

Lavorare in uno SPRAR significa ogni giorno affrontare una serie di sfide diverse tra loro, significa crescere umanamente, sentirsi frustrati, ma subito dopo grati e gratificati.        
Significa infine lottare, quotidianamente, affinché ogni singolo essere umano costretto a fuggire dalla propria terra possa un giorno farlo con la stessa sicurezza e la stessa ambizione con cui la mia migliore amica può decidere oggi di partire domani per l’Australia.                  
Significa tenere bene in mente e ripetere ad alta voce infinite volte che nessun uomo è illegale.          
Significa costruire, giorno dopo giorno, silenziosamente, una società più umana e più giusta.




Val di Susa in fiamme

[Riceviamo dal Comitato #salviamolavaldisusa e pubblichiamo]

«La Valsusa brucia e le montagne sopra Cumiana sono un rogo immane. Così come a Bussoleno!
Il problema è sottovalutato e i mass-media dicono ben poco o addirittura niente*, la gente sta perdendo le case; da questa notte ripartirà il vento e sarà peggio di prima.

I Vigili del fuoco, gli AIB e la Protezione civile hanno uomini esausti che da domenica hanno lavorato 20 ore al giorno. I mass-media sanno solo parlare di gossip, credo si abbia necessità invece di altri aiuti, dell’aiuto di tutti. Rendiamo virale la protesta per far sentire la nostra voce e il nostro sgomento. Grazie per chi copia e incolla. È un piccolissimo aiuto ma tutto può servire.

Comitato #salviamolavaldisusa»

* Da un rapido controllo in rete emergono notizie sui canali di Rainews, Il Secolo XIX, La Repubblica e altri, ma in questi casi la copertura mediatica non è mai abbastanza e deve mirare a informare non a fare opinione, come invece tristemente accade in ogni emergenza, quindi aderiamo volentieri all’appello della popolazione della Val di Susa. N.d.R.




All India permit | Giulia Cosio

Anche qui, come altrove, continuo a non avere la mia penna preferita, né la mia identità, né la mia vera età. Mancano tre giorni al mio compleanno, e più mi avvicino ai trent’anni più regredisco ai tre. Mi comporto come una bambina, tanto che i miei compagni di viaggio hanno iniziato a trattarmi come la sorellina più piccola: mi accarezzano la testa, mi sorridono inteneriti, mi prendono bonariamente in giro. Penso di crearlo io tutto questo attorno a me, ed ora più che mai attivo la mia innata capacità di immedesimarmi nell’infanzia altrui, in un esercizio di impossibile fachirismo indiano: in questo gioco di contrappesi chi ci guida, Krishna, ha lo sguardo liquido e indecifrabile, ma anche aperto e indagatore di un bambino imbrunito al sole di un’età inclassificabile.

Continuo a riflettere sul mio stato mentre cammino attorno alla cupola del Taj Mahal e la storia della sua edificazione mi commuove fino alle lacrime. Tutto qui in India ha la solidità e l’immortalità di una fortezza, ma vuota, o meglio, svuotata; forme si stagliano su enormi scacchiere da cui pedoni millenari sono fuggiti secoli fa. Mi fanno pensare al mio cuore, alle architetture della mia anima, dove i palazzi costruiti in sogno non ospitano nessuno durante il giorno. Fatehpur Sikri, il forte di Jaipur, il pozzo di Abhaneri: dove sono andati tutti gli umani, dove sono i loro cuori? Non nel mio, pur costruito per ospitarli tutti. Ma tutti è come dire nessuno di loro. Vivo nel palazzo silenzioso della mia solitudine mentre fuori, per la strada, le macchine sfrecciano fino quasi a sfregarsi l’una con l’altra e fanno sentire senza sosta i loro clacson: horn please, blow horn, incredible India. Il vento mi asciuga i capelli, poi li secca e li increspa e attraverso questa ragnatela continuo a sentire suoni, a vedere mucche e camion all India permit, a stupirmi di come siano possibili altri modi di esistenza fuori di qui, da questa prigione intarsiata di pietre preziose e semipreziose. Non ne capisco il senso e setaccio semplicemente ciò che vedo, cercando quello che rimane sul fondo. Ci si può sposare e innamorare, ma mai come in India il sentimento mi pare mischiarsi al potere, al potere di sentire: solo se riesci, o se te lo puoi permettere… ma non mi è chiaro cosa voglio dire con questo.

Ognuno sente come riesce. Come è stato educato da bambino, come gli è stato raccomandato dalle favole dei nonni, come un giorno, nel suo giaciglio ai bordi dell’autostrada, gli hanno cantato le mosche nelle orecchie. Ci si sposa, ci si ama, ci si guarda in quel modo, ed ogni modo è un mondo a se stante, nel perfetto equilibrio precario di un cerchio chiuso. Sono anch’io così? Cosa hanno cantato a me gli insetti dell’estate, quale dei tre milioni di dei mi ha cullata insegnandomi la nenia dei nodi del tappeto familiare? Tre blu, due bianchi, poi di nuovo il rosso ed ecco la fenice di famiglia sorgere da una nuvola di lana occidentale. Cerco di decifrare questo, io, il mio codice dei nodi, i nodi del mio cuore. È come se sapessi già qual è l’immagine definitiva ma non ne conoscessi la struttura interna, il funzionamento segreto. Vedo l’immagine del destino che compongo, distinguo perfettamente lineamenti ormai noti che pure continuano a sfuggirmi nel loro emergere, ed è così che non riesco mai a romperne l’incantesimo. Dovrei risalire la catena della giustizia, liberare l’anziano imperatore dalla sua triste e sfarzosa prigionia in contemplazione del mausoleo dell’amata. Io sono Shah Jahan, il suo cuore incastonato nel marmo di Makrana, traslucido come il suo immobile pianto.

Ma è anche vero che l’immobilità non è torpore. Non sto dormendo in questo paese, qualche demone deve avermi rubato il sonno; o forse, più semplicemente, non c’è bisogno di dormire quando si sogna ad occhi aperti. Perfino il treno di notte Satna-Varanasi mi sembra sferragliare promesse alle mie orecchie vigili e in attesa dell’alba. Scivolo dalla mia cuccetta in preda all’impulso inattuabile di scrivere, perché non posso nemmeno accendere la luce dello scompartimento e la torcia del cellulare è messa in modo che la mia scrittura mancina mi fa ombra sul foglio. Scrivo completamente piegata sul diario, poi, in una posizione faticosa e innaturale che mi costringe ad incrociare le gambe sulla brandina accanto ad un basso e sobbalzante tavolino pieghevole. Eppure non sto male, né la scomodità mi invoglia a smettere di scrivere. C’è qualcosa di giusto in tutto ciò che mi circonda, come un rito espletabile solo in questa maniera, la veglia indolenzita e tremula. Sento che Krishna sottovaluta l’evento del mio compleanno, a differenza dei miei compagni di viaggio che aspettano mezzanotte solo per bussare alla parete divisoria tra i nostri scompartimenti; sento che non capisce e che io ne sono delusa come un’impossibilità, di nuovo, di sentire, ma diversa: non più dentro di me, ma proiettata fuori, fra di noi, alla velocità di binari paralleli che collaborano senza incontrarsi. Sono stata felice di toccare il cielo di Orchha in cima ai tetti dello Jahangir Mahal, là dove ventidue anni di lavoro hanno ospitato un’unica notte di sonno imperiale risvegliata davanti ai miei occhi, che ingenuamente hanno visto in quelle cupole, bombate da un’architettura ibrida, indefinibile, il segno di una possibile coincidenza degli opposti. Sono stata felice di toccare il cielo di Orchha, dal basso verso l’alto dei cenotafi e dall’alto verso il basso del tempio scavato nella collina come un grembo, pensavo, adatto a contenerci tutti. Ma è, tutto questo, anche per me? Se mi avvicino, si lascia avvicinare? Cosa ci unisce, cosa ci separa? A volte, penso, quando lo sguardo dei venditori ambulanti scruta i movimenti della mia mano dentro lo zaino, che la risposta sia solo la variabile del tasso di cambio e il mio invariabile complesso di colpa occidentale.

Non del tutto vero, però. A mezzanotte e quindici mi risveglio da un lieve appisolamento e scopro di essere passata oltre ai miei vent’anni senza accorgermene, e che i miei compagni di viaggio dormono da un pezzo, incuranti dei miei colpi di nocche contro il ferro delle cuccette. Scopro invece che nel parcheggio della stazione Krishna ci tiene a scandire bene la formula di auguri classica – buon compleanno, Giulia, tanti auguri – con la cura e la solennità di chi recita la poesia di un autore straniero. Scopro che Varanasi è sveglia da circa tremila anni prima di me, e già alle cinque di mattina ci indica la strada dalla periferia al centro città a colpi di clacson e file di bandierine in vendita per la festa dell’indipendenza. Scopro in un’immagine quello che da giorni non riesco a spiegarmi – come solo in India il fango delle strade si ripulisca lungo la verticalità elegante dei passanti – osservando le scarpe bianche dei bambini in divisa scolastica levitare, incredibilmente immacolate, tra lo sterco dei gali. Il mio stupore viene accolto ed amplificato dall’ironia di uno psicanalista parigino di passaggio in albergo, e grazie a lui inizio a capire, forse, come ciò che è puro non debba essere per forza pulito; come il rapporto tra occidentali e indiani, come la purezza di questa domanda generi una risposta inevitabilmente spuria. È la questione della stasi ancestrale di una cultura che accetta il suo perché, il suo dove ed il suo quando come un fato che non si spiega, si custodisce; è la questione dell’irrequietezza di un’altra cultura che cerca ciò che non ha e nutre un desiderio dal centro vuoto – insaziabile e per questo crudele: ciò che abbiamo fatto al mondo lo dobbiamo al nostro demone sullo stipite della porta, che invece di assorbire i nostri cattivi pensieri li ha spinti con noi oltre la soglia.

È la questione di chi sta in mezzo alle due questioni, quella dei meticci riluttanti. Krishna non mi ha mai chiamata per nome, ora che ci penso. Non riesco a ricordarmi se l’ha fatto per gli auguri… però l’ha scritto sulla torta della mia festa a sorpresa, e con la grafia corretta, come raramente mi è accaduto all’estero. Un dono di vera comprensione che mi diceva – ti ho capita. Ma poi, quando è tempo di allontanarsi, è meglio non capirsi più. Poi ha pronunciato il mio nome elencando la lista dei biglietti aerei – e il suo tono vibrante, sorpreso, si accorgeva di scandirlo per la prima volta ad alta voce, quando già era troppo tardi. Mai come in India il sentimento mi è parso mischiarsi al potere, al poterselo permettere: un privilegio che discende dalla società e dalla famiglia direttamente al rapporto tra i due sessi, che pagano entrambi il prezzo di credere nell’equilibrio ricattatorio generato dal potere, e lì il problema non sono le culture diverse, ma l’uso che noi ne facciamo. Usiamo le culture diverse per poterci dire che non sarebbe stato possibile usarle diversamente, che avevamo ragione fin dall’inizio, che era giusto chiudere il cerchio e fare spazio vuoto. E forse Krishna è il vero saggio indiano che oscilla la testa in un modo che non si capisce se è un sì oppure un no, perché non è nessuno dei due; non è questione di sì o di no, è semplicemente la questione di un volo da prendere e di un luogo a cui tornare. E mentre sono qui ad aspettare zitta l’aereo accanto a questa eterna sfinge della distanza, ricordo di aver evaporato un pensiero nell’afa spessa della cerimonia Aarti lungo il Gange – di aver pensato a quanto è strano che una cultura come quella, che noi consideriamo saggia perché accetta il fato a ciascuno assegnato, sia quella che più di altre ha costruito lungo i secoli una fitta trama di rinascite legate tra loro dall’inesauribile filo del desiderio. Punti nel ricamo del nostro stesso dolore, siamo inedia dello spirito e sete, tanta sete. Osservavo questo paradosso finché la risposta non mi è sembrata giungere da sola, come l’improvviso sciabordio sul legno della barca, e allora ho pensato che forse proprio loro, più di tutti, avevano un giorno desiderato, e lo strazio fosse stato tanto forte e divorante da erigere un’intera religione a cura dell’incurabile. Forse all’origine i cuori voraci non eravamo noi, ma loro, e per questo proprio loro avevano trovato prima e meglio il giusto rimedio dall’effetto autoimmune, proiettando fuori di sé quel brutto difetto del samsara.

Ricordo di aver pensato allo stupore con cui, giunta in questa terra alla ricerca di Shiva, il dio che distrugge e rigenera, non ho fatto altro che imbattermi in Vishnu, il dio che custodisce e protegge. Shiva mi ha spaventata nella donna invalida che offriva il suo mantra cupo, la sua fertilità al toro di un dio sfrenato. Mi ha spaventata nella terra bruciata, nell’astrazione, nella carta bianca, nell’ascetica onnipotenza, in tutto ciò di cui pensavo avere bisogno per il mio trentesimo compleanno. E invece il brahmino ha impresso la U di Vishnu sulla mia fronte e a Khajuraho ho toccato i piedi di un idolo che rubava la luce fioca all’oscurità completa del tempio, come capace di risplendere da sé. Ho chiesto a Vishnu di benedire la mia angoscia, là dove il desiderio ondeggiava davanti ai miei occhi, ammiccava, apriva gambe e braccia, s’insinuava dovunque con lo stesso risolino. A Khajuraho la pietra mi è parsa ansimare nei pertugi di un corpo poroso, che dichiarava spudoratamente la sacralità del godimento e dell’istante e quanto triste, rigida ed inibita fosse la mia pretesa ribellione cosmica. E così la pietra andava e veniva, fluttuava, ondeggiava, sbeffeggiava la mia castità fisica e spirituale finché anche il soffitto è crollato, oppure io mi sono rovesciata sul pavimento del tempio e ho respirato più forte per aiutare le lacrime ad uscire….

E mai come in India, in quel momento, il sentimento mi è parso mischiarsi al volere, alla volontà di sentire. Bisogna volere ciò che si sente e sentire ciò che si vuole. Chi è nella verità, conosce già la risposta; e, in realtà, dentro di noi sappiamo già tutto. Ma abbiamo imparato a maledire quel demone a cui pure concediamo ogni potere su di noi, e se la volontà è molteplice, burrascosa e opaca, ignoriamo come si emerga asciutti dall’acqua. Non mi è chiaro cosa voglio dire con questo, ma so che Krishna il giorno del mio compleanno mi ha portata di fronte alla statua del toro, veicolo di Shiva, e mi ha invitata ad esprimere a lui il mio desiderio. All’orecchio del dio mi sono riappacificata con lui e ho dichiarato di voler amare l’istante, quello che ci contiene tutti perché ci libera da noi stessi. E se ognuno facesse questo, ho pensato, ci ameremmo davvero, perché come Krishna, l’eterno amante liberatore degli uomini, ameremmo la libertà degli altri, e loro la nostra – perché la scelta funziona solo se è reciproca – per poi espellere tutto il resto: la stima delle aspettative, il calcolo delle rinascite, l’eterno ritorno dei propositi, le presunzioni delle identità, delle culture, dei sessi, l’incontrollabile e l’inconoscibile. Alla fine della cerimonia, abbiamo ripreso la barca e con me non avevo le candele rituali da lasciare al fiume che trasporta cadaveri. Ci ho pensato un po’ prima di tirare fuori dal portafoglio il mio biglietto da visita. A chi in quel momento era con me e aspettava di conoscere la mia scelta ho detto, trionfante – al Gange ho lasciato il mio nome.