Simeone lo Stilita – Storia dell’asceta che visse in cima a una colonna | Parte I di II

Francisco Soriano racconta la storia dell’anacoreta della Siria, che si erse sopra una colonna per distaccarsi dal mondo. 


Nel 451 d.C. si svolse il quarto concilio ecumenico nella storia del Cristianesimo convocato dall’imperatore Flavio Marciano e ricordato come il Concilio di Calcedonia. La questione da dirimere nell’assemblea era rilevantissima, almeno agli occhi di coloro i quali disputavano filosoficamente sulla natura umana del Cristo. Infatti, l’archimandrita greco Eutiche argomentava acerrimamente sulla teoria della doppia natura del Cristo e polemizzava soprattutto con quella di Nestorio, già sostenitore inflessibile del difisismo che gli costò un editto per eresia in un precedente concilio svoltosi ad Efeso nel 431. Dopo venti anni appena, il tutto fu ribaltato: venne riabilitata la tesi della natura umana e divina del Cristo che coesistono senza confusione alcuna, senza mutamenti, senza divisione, né separazione. Dioscuro ed Eutiche vennero inesorabilmente esiliati e Flaviano di Costantinopoli, che aveva partecipato al Concilio di Efeso con la sua tesi, proclamato martire dalla Chiesa e riabilitato solo dopo essere stato allontanato e condannato a vivere in Lidia, dove morì tra orribili sofferenze. In questo quadro interessante di dialettiche che non risparmiavano pene e sanzioni durissime per chi risultava essere minoritario in conflitti di ordine teorico, si stagliava la figura di Simeone, detto lo “Stilita”.

Non vi sono fonti molto dettagliate sulla vita di questo incredibile uomo, mistico e anacoreta, singolare nella scelta di distaccarsi dal mondo ergendosi su una colonna alta diversi metri. Il suo ascetismo, estremo e singolare, fu in parte narrato da un testimone oculare del tempo, il vescovo Teodoreto di Cirro, suo amico e storico impeccabile. I fatti si svolsero in Siria, terra di santi, crociati e islamici, ma anche di lotte sanguinose e terribili eccidi, dalla notte dei tempi ai nostri giorni. Simeone infatti, nacque a Sis, ai confini di quella regione che veniva definita Cilicia e oggi è la Turchia, nel 380 circa. La sua famiglia sopravviveva grazie al pascolo e Simeone, ancora bambino, badava alla custodia delle pecore. Pare che un giorno il piccolo, causa neve, non ebbe la possibilità di andare al pascolo: girovagando senza meta, si imbatté in una chiesa dove subì la fascinazione del mistico e della preghiera. I cronisti del tempo narrano di un Simeone entusiasta e curioso, al punto di chiedere a un vegliardo se la felicità fosse davvero realizzabile seguendo le beatitudini evangeliche: al fanciullo fu risposto positivamente ma previo allontanamento dal mondo degli uomini e delle cose. Fu così che Simeone intraprese il percorso di una vita solitaria, nonostante i patimenti, lunga e ricca di esaltazioni mistiche. La narrazione della sua vita non lascia scampo alla fantasia e supera quanto di sorprendente già esiste nel reale. Il giovane, nelle sue frequentazioni, si soffermò in luoghi di culto pregando e prostrandosi al suolo fino al giorno in cui, addormentatosi, ebbe un sogno rivelatore: fu colto da un desiderio incontenibile di edificare profonde fondamenta su cui si ergeva altissimo un edificio mai visto prima. Senza allontanarsi molto dall’esegesi dei posteri, il racconto corrispondeva a una metafora su quella che sarebbe stata la ricerca interiore del giovane Simeone. Infatti, egli decise come primo passo, di rinchiudersi in un monastero forse nella ricerca di silenzio e di una veritiera sete di purificazione e spiritualità, possibile solo con un distacco coerente dalla vita quotidiana. Simeone era uomo durissimo con se stesso: una di quelle persone che amano la coerenza non come esercitazione di stile, forza e impeccabilità, ma come seria intraprendenza di virtù che fronteggia i dolori, le corruzioni del tempo e dei luoghi. Austero e dedito a una vita umilissima, lui che della povertà e della sofferenza era figlio, si dedicò alla preghiera, al silenzio, all’ascesi, e alla ricerca di una perfezione spirituale. Ma in che modo? Ritiratosi in uno spazio pittoresco prossimo al villaggio di Telanisso, rimase per quasi dieci anni nei silenzi dei luoghi dove il cielo e la terra si toccano come non succede altrove. Astinenza da ogni cosa e soprattutto dal cibo, lunghi digiuni che tempravano Simeone che non indietreggiava, sempre più estremo nelle sue scelte spirituali. Il cibo era diretto ai poveri, anche la sua ultima razione, che gli consentiva di sopravvivere al sacrificio del proprio corpo. L’abate Eliodoro, a quel punto, preoccupato dell’estremismo di Simeone si adirò probabilmente per cercare di mediare questa sua intransigenza, anche perché gli altri monaci non sembravano entusiasti di uno spirito così inflessibile.

L’anacoreta, invece, intensificò la propria penitenza legandosi ad alcuni lembi recisi da un mirto selvatico al punto di provocarsi lesioni e ulcere purulente che emanavano odore nauseabondo e plasma. Eliodoro non trattenne la rabbia e lo congedò dal monastero. Fu la volta di un pozzo prosciugato, dove Simeone decise di rimanere, appartandosi da un mondo pullulante di uomini insopportabili per ingordigia, ipocrisia e volgarità e preferendo la condivisione di uno spazio invaso da scorpioni e bestie velenose. Passò giorni di preghiera e pianto nel tentativo di espiare colpe e peccati, tanto che lo stesso Eliodoro ordinò di prelevarlo e riportarlo al monastero, dove riuscì a rimanervi per un anno. Ripresosi nel fisico e nelle forze si allontanò di nuovo, stabilendosi nei pressi di Antiochia in un capanno fatto di misere cose, a Teli Nesim. Era Pasqua, intensificò il digiuno al punto che i suoi confratelli lo considerarono prossimo alla morte. Non bastò. Si fece rinchiudere in un anfratto di qualche metro quadrato, come in una tomba rinchiuso, in assenza di luce, con dieci pani e un solo recipiente d’acqua. Quando la Quaresima ebbe termine Simeone venne liberato dalla sua volontaria prigione e fu trovato esamine, tanto che lo credettero morto. La comunione e qualche ristoro lo ritemprarono, ancora una volta, le residue forze che gli diedero la possibilità di sopravvivere. Simeone rinnovò per tre anni la sua permanenza in quel tugurio, al fine di sublimare il suo percorso d’ascesi e, non ancora soddisfatto, si ritirò sulla montagna più vicina facendosi incatenare in un recinto all’interno di uno spazio ricavato dalla roccia, per dedicarsi finalmente alle esaltazioni della contemplazione e della preghiera. A rendergli visita, visto che Simeone ormai era da esempio per tutti coloro i quali volevano intraprendere una coerente vita d’ascesi, fu il vescovo di Antiochia, Melezio. L’alto prelato probabilmente fu colto da seria preoccupazione e, forse, neanche gradì l’intransigenza del mistico, sottolineando che quella vita in catene veniva vissuta alla stregua di bestie malvagie e che forse non era adatta a un uomo di fede come lui. Melezio e Teodoreto assistettero alla forza con cui Simeone liberatosi dalle catene, mostrò i morsi degli insetti e dei parassiti che gli avevano devastato la pelle. Simeone subì la visita sempre più consistente di uomini e donne, curiosi e ammalati in cerca di guarigione. Le cronache, ancora una volta, confermano da parte di Simeone miracoli e prodigi, ma non a caso egli trovò insopportabili le immancabili gesta di giubilo e venerazione da parte dei visitatori. Fu la svolta. Si fece relegare prima su una colonna di un’altezza media di circa due metri, poi si posizionò su altre più alte e raggiungibili se non attraverso una scala fino a tredici metri.

San Simeone Stilita in un’icona bizantina

È a questo punto che comincia la storia di Simeone lo Stilita, il vecchio. Come sia potuto sopravvivere per tanti anni in quella posizione e all’esposizione di ogni avversità ambientale rimane un mistero. Sta di fatto che Simeone si fece costruire una sorta di contenimento intorno al ristretto basamento superiore della colonna di un metro quadrato, senza la possibilità di sdraiarsi. In quella posizione riceveva cibo e acqua e passava il tempo a pregare o a dare conforto alle folle che si rivolgevano a lui incredule di una tale penitenza. Molte furono le conversioni e anche le emulazioni, ma nessuno come lui durò nel tempo e perseverò in quella sorta di follia spirituale e umana. Uno stile di vita, quella dello Stilita, che continuò per emulazione anche dopo la sua morte, in tutto l’impero e nel Vicino oriente, durante il medioevo fino a epoche successive, suddividendosi in due modalità distinte ma simili: stiliti e dendriti che invece preferivano vivere sui rami degli alberi.

Non rimaneva insensibile a questa storia il mitico Edward Gibbon, che allo Stilita dedicò, nel suo meraviglioso libro The Decline And Fall of The Roman Empire, un passo del capitolo trentasettesimo, Conversion Of The Barbarians To Christianity. Il suo racconto è davvero importante anche nelle parti in cui si distingue per le critiche talvolta eccessive. Infatti, dopo aver narrato con la precisione di uno storico scientifico usi e costumi di monaci e devoti, interpreti della fede di quei tempi, egli compì una prima separazione dividendo in tipologie coloro i quali indossavano l’abito monacale: i cenobiti erano monaci che condividevano e, soprattutto, accettavano di vivere in una disciplina regolare ben definita e in condizioni di vita, diremmo accettabili. Gli anacoreti, come il nostro Simeone erano invece coloro i quali, si abbandonavano a una sorta di fanatismo, poco avvezzo alla socialità e molto all’indipendenza assoluta con atteggiamenti di vero disgusto verso il mondo. La proprietà linguistica e la letteratura nel racconto descrittivo del Gibbon sono straordinarie, anche se lo storico sembra abbattersi contro gli anacoreti più del dovuto:

«Il più devoto, o il più ambizioso dei fratelli spirituali, rinunciò al convento, come avevano rinunciato al mondo. I ferventi monasteri di Egitto, Palestina e Siria erano circondati da una Laura, una lontana cerchia di celle solitarie; e la stravagante penitenza degli Eremiti fu stimolata da applausi ed emulazioni».

Inoltre, l’autore racconta questa durissima regola di vita che consisteva nel traumatizzare il proprio corpo con il peso di croci e catene, colletti in ferro battuto, bracciali e schinieri rigidi che provocavano, nella migliore delle ipotesi, ematomi e ulcere e, nella peggiore, la morte per infezione:

«Tutto il superfluo ingombro del vestito lo spacciano con disprezzo e, alcuni saggi selvaggi di entrambi i sessi sono stati ammirati: i corpi nudi erano coperti solo dai loro lunghi capelli. Aspiravano a ridursi allo stato incivile e miserabile in cui il bruto umano non si distingueva quasi al di sopra dei suoi animali affini».

Sullo stile di vita di questi asceti Gibbon sembra scagliarsi con virulenza, precisando che a questa categoria di monaci veniva riservato il nome di anacoreti: definizione «derivata dall’umile pratica del pascolo nei campi della Mesopotamia»; inoltre erano capaci di «usurpare la tana di una bestia selvaggia» a cui volevano realmente somigliare. Forse con ironia, cita Simeone lo Stilita come uno degli “eroi” di queste pratiche di sofferenza e di estrema penitenza. Ma allo stesso tempo, egli concede la “singolarità” a quest’uomo che testualmente inventa una meglio definita “penitenza aerea”. In questa posizione che descrivere “scomoda” pare un eufemismo, l’anacoreta Simeone si ergeva a braccia spalancate, come se fosse in croce, a pregare in varie fasi della giornata, quando non sceglieva di inarcarsi facendo toccare la testa ai piedi in segno di assoluta devozione al divino. Pare che un’ulcera alla coscia abbia abbreviato la vita del nostro eremita che rimane, nonostante i sacrifici a cui sottopose il proprio corpo, lunghissima, se si considera che visse per più di settanta anni. L’accusa più diretta verso gli anacoreti, Gibbon la riservò quando li accusò di fanatismo, al punto tale che «non si può presumere che i fanatici, tormentandosi, siano suscettibili di un vivo affetto per il resto dell’Umanità». L’interpretazione del comportamento di Simeone fa indignare Gibbon, uomo razionale, di poche emozioni e di chiara impostazione illuminista, che continua tacciando gli anacoreti di severa indifferenza, talvolta «attenuata da amicizia personale» ma pur sempre «infiammata dall’odio religioso». Dopo queste durissime accuse, egli ammise che i santi monastici furono assai rispettati e «quasi adorati», dai principi e dal popolo.

Non a caso, lo stesso Gibbon scrisse che folle di pellegrini, provenienti dalla Gallia e addirittura dall’India, si spostavano in visita a Simeone, acclamanti e preganti sotto il pilastro con alla cima l’anacoreta “asociale”. Questo invece prova quanta “comunicazione”, al contrario, ci fosse. Non solo, anche «le tribù di Saraceni hanno disputato in armi l’onore della sua benedizione; le regine di Arabia e Persia confessarono con gratitudine la sua virtù soprannaturale; e l’Eremita angelica fu consultata dal giovane Teodosio, nelle più importanti preoccupazioni della chiesa e dello stato. Le sue spoglie furono trasportate dalla montagna di Telenissa, da una solenne processione del patriarca, il maestro generale dell’Oriente, sei vescovi, ventuno conteggi o tribuni e seimila soldati; e Antiochia riveriva le sue ossa, come il suo ornamento glorioso e la sua difesa inespugnabile». Inoltre, per ammissione dello storico, le figure dei martiri e degli apostoli furono messe in secondo piano proprio dagli anacoreti, con molta probabilità apparsi ancora più incisivi nel quotidiano di quanti addirittura avevano sacrificato la propria vita per assecondare la fede. Le reliquie degli anacoreti «superavano, almeno in numero e durata, le imprese spirituali delle loro vite […]. I favoriti del Cielo erano abituati a curare malattie inveterate con un tocco, una parola o un messaggio lontano; e per espellere i demoni più ostinati dalle anime o dai corpi che possedevano. Hanno familiarmente accostato, o imperiosamente comandato, i leoni e serpenti del deserto; vegetazione infusa in un tronco senza sapienza; ferro sospeso sulla superficie dell’acqua; passò il Nilo sul dorso di un coccodrillo e si rinfrescò in una fornace ardente. Questi racconti stravaganti, che mostrano la finzione senza il genio, la poesia, hanno seriamente influenzato la ragione, la fede e la morale dei cristiani». Non ci sfugge l’ironia tagliente del narratore, che denuncia «la finzione senza il genio», la narrazione “poetica” di costoro, i monaci che pervertivano la ragione e trasfiguravano la realtà quasi con menzogne e fake news. Da buon illuminista, il Gibbon concludeva aspramente la sua memorabile critica al buon stilita, dicendo:

«[…] la superstizione gradualmente estinse la luce ostile della filosofia e della scienza. Ogni modo di culto religioso che era stato praticato dai santi, ogni misteriosa dottrina che essi credevano, era fortificato dalla sanzione della rivelazione divina, e tutte le virtù virili erano oppresse dal regno servile e pusillanime dei monaci. Se è possibile misurare l’intervallo tra gli scritti filosofici di Cicerone e la sacra leggenda di Teodoreto, tra il personaggio di Catone e quello di Simeone, possiamo apprezzare la memorabile rivoluzione che fu compiuta nell’impero romano entro un periodo di cinquecento anni.»

[Continua]




“Se viviamo è per marciare sulla testa dei Re” La storia del cuoco di Salvia di Lucania, Giovanni Passannante (II parte)

[Seconda parte di due. Leggi la prima parte]

Il pubblico presentatosi al processo di Passannante in prima fila era composto da esponenti della buona società: si godevano gli interventi, addirittura muniti di binocolo, al fine di vedere finalmente quell’uomo condannato alla pena capitale che, purtroppo, osiamo dire, non gli fu inflitta perché i Savoia non volevano un martire ma un condannato alle pene dell’inferno sotto tortura. Il procuratore generale Francesco La Francesca chiese la condanna a morte: un anno prima fu lui stesso a scrivere un opuscolo in cui si schierava sull’abolizione della pena capitale che gli valse premi e riconoscimenti. Sull’andamento del processo, chiare le parole di Francesco Saverio Merlino che trascriverà nel suo libro L’Italia quale è, la confessione di un magistrato della giuria: quattro giurati votarono per l’assoluzione e cinque per le attenuanti, ma non fu concessa né la prima tanto meno le seconde. Il “re buono” allora, commutò la pena di morte in ergastolo, smentendo i giudici con l’intento di dimostrare con questo gesto la sua immensa umanità. Passannante, in realtà, da vivo dovette soffrire torture indicibili e, durante la detenzione, visse in condizioni ai limiti della sopravvivenza, legato a una catena di 18 chilogrammi e sepolto in una stanza di 1 metro e 50 centimetri di una torretta in mezzo al mare al di sotto del livello dell’acqua: Torre del Martello del penitenziario di Portoferraio, chiamata poi dai marinai locali Torre Passannante perché il povero, dilaniato dal dolore, urlava e si lamentava ogni giorno gonfio e malato, senza più forze e ormai privo anche di peli per l’effetto dell’umido e della denutrizione. Già dopo due anni di prigionia Passannante si ammalò sconvolto dalle torture: non poteva avere contatti neppure con il secondino, né consultare libri, rimanendo sempre al buio inchiodato alla catena. Anche un deputato radicale, il medico Agostino Bertani, riuscì a visitare il libertario nel 1885, per pochi minuti dallo spioncino della cella: era ammalato di scorbuto ormai privo di forze e incapace di muoversi. L’uomo divenne cieco, prima di essere condotto nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove le sue condizioni di vita addirittura migliorarono. Gli fu concesso di leggere e scrivere senza che potesse neanche vedere e chi lo visitò non poté che accertare le sue misere condizioni: l’avvocato e deputato Giovanni Rosadi lo trovò a letto chiedendogli se lo riconoscesse, almeno dalla voce; come riportato nel libro del parlamentare, tra la perduta gente, Passannante così rispose: “Tutti ci conosciamo perché tutti siamo fratelli; e le donne sono nostre sorelle; ma sono ingiustamente dimenticate; infatti si dice umanità e fratellanza, mentre si dovrebbe dire anche donneità e sorellanza”.

Ma fu solo grazie alla visita ricevuta di Anna Maria Mozzoni, illuminata attivista e femminista di quegli anni che l’anarchico finalmente subì una perizia medica che lo dichiarava insano di mente, tanto da concedergli la possibilità di passare i suoi ultimi anni di vita nel manicomio di Montelupo. Anna Maria Mozzoni pubblicò inoltre un articolo dal titolo: Come muore Passannante sui quotidiani Italia del Popolo e Il Messaggero, toccando la sensibilità dell’opinione pubblica e sollevando la questione in tutto il Paese. Inoltre, inviò una missiva al re con la richiesta di grazia a cui non ricevette mai risposta. Passannante morì il giorno di San Valentino del 1910 senza che la sua storia trovasse finalmente un epilogo. I Savoia con una condotta che non ha eguali nella storia di questo paese e dell’Europa intera, prolungarono ad libitum la detenzione. In fase di sepoltura, il corpo di Giovanni venne prelevato grazie al tempestivo intervento di due funzionari di polizia che lo decapitarono con un’ascia. Il cranio fu accuratamente sezionato nella parte superiore, il suo cervello estratto ed esposto sotto formalina insieme al teschio, e quotidianamente “innaffiato” nel museo criminologico di via del Gonfalone a Roma dal 1936.

La storia della decerebrazione dell’anarchico Passannante ha dell’assurdo e prova quanto l’accanimento dei Savoia sia stato un fatto deplorevole e ingiustificato a distanza di anni. Grazie a questo gesto, le autorità tentavano di individuare (grazie alla conformazione del cranio), “i segni della delinquenza comune” nella fossetta occipitale mediana, secondo le teorie delle scienze criminologiche lombrosiane dell’epoca. Lo stesso Lombroso, senza averlo mai preso in cura o analizzato, polemizzò con i periti dell’anarchico: Augusto Tamburrini invece, sostenne la validità delle perizie poiché Passannante durante l’interrogatorio si mostrò lucido e convinto: si proclamò un sostenitore della “Repubblica Universale” e di aver agito anche contro i liberali che avevano certo partecipato ai moti risorgimentali ma, a suo dire, si erano resi protagonisti di corruzione e malgoverno una volta coinvolti all’interno delle istituzioni. Passannante dichiarava inoltre di aver tentato il gesto non contro la persona, ma contro la figura del re, che aveva causato miseria e tasse sconsiderate proprio nei confronti dei meno abbienti.

Il cervello di Passannate non ha finito di far discutere, soprattutto perché negli anni ha scatenato una polemica sull’opportunità di mantenere questa pratica a dir poco orribile. Numerose interrogazioni di parlamentari ponevano il quesito di restituire le parti del corpo di Passannante a una giusta sepoltura, come quella di Francesco Rutelli. Così come si prodigò l’eurodeputato Gianni Pittella, che sollevò il caso addirittura in seno al Consiglio d’Europa chiedendo degna sepoltura per i resti di un uomo condannato a questa sorta di gogna horror. Nel febbraio del 1999 finalmente il ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per il trasferimento dei resti da Roma a Savoia di Lucania. Inspiegabilmente però, la traslazione avverrà solo dopo 8 anni, anche per l’iniziativa di intellettuali e artisti come Francesco Guccini, Dario Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De Luca, Giorgio Tirabassi, Valerio Aprea, Marco Rizzo, Oliviero Diliberto, Filippo Bubbico, Ulderico Pesce e il Comitato “Pro Salvia” di Savoia di Lucania. Il 10 maggio del 2007, i resti di Passannante vennero tumulati nel cimitero del suo Paese per volere del Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che aveva però fornito un’altra data per l’evento e cioè il giorno 11 maggio. Le autorità decisero di anticipare di un giorno la sepoltura scegliendo il silenzio a “inopportune manifestazioni”. A 140 anni dalla sua morte, le polemiche non sembrano trovare fine. È di poche settimane fa la notizia che un Comitato cittadino chiede ancora la revisione del nome del paesino lucano con un referendum al quale sembra opporsi il sindaco, anche perché nel novembre di quest’anno ricorre l’anniversario dell’attentato. Per l’occasione il MiBACT ha stanziato 700 mila euro più i 300 mila della regione Basilicata, al fine di aprire un Museo multimediale dedicato a Passannante e alla storia d’Italia di quegli anni, dove verranno proiettati fotogrammi d’epoca, film e documentari, rappresentazioni teatrali e altre manifestazioni. Giovanni Passannante vive ancora.




“Se viviamo è per marciare sulla testa dei Re” La storia del cuoco di Salvia di Lucania, Giovanni Passannante | di Francisco Soriano

[Prima parte di due]

Non molti conoscono il passato libertario del giovane Giovanni Pascoli che, in onore del “sedizioso” Giovanni Passannante, compose un Inno a lui dedicato. I molti critici nutrono dubbi e incertezze sulla composizione del testo, di cui ci rimangono solo gli ultimi versi poiché Pascoli, perseguitato e incarcerato nel 1879 per le sue idee socialiste e la “tendenza alla sovversione”, distruggerà il breve componimento impaurito dalle indagini della polizia. Conosciamo soltanto poche parole finali: Con la berretta del cuoco faremo una bandiera. Il giorno successivo all’attentato di Passannante al re, venne lanciata una bomba a Firenze contro un corteo monarchico dove pare ci furono tre morti e diversi feriti, mentre a Pisa, un altro ordigno dinamitardo esplose durante un’altra manifestazione contro la monarchia: venne arrestato Pietro Orsolini che, nonostante avesse provato la propria innocenza, morì nel carcere di Lucca nel 1887. Fu a Bologna che Pascoli strinse amicizia con Severino Ferrari e Ugo Brilli, aderendo all’Internazionale Socialista e manifestando insieme con loro nelle piazze e in altri luoghi pubblici. L’impegno politico di Pascoli, tuttavia, non fu continuo e il suo attivismo risultò essere il risultato di un fattore umano e sentimentale contro quelle che lui stesso interpretava come ingiustizie sociali e prevaricazioni del potere costituito. La sensibilità del poeta si caratterizzò molto per le questioni di ordine sociale come per l’impegno sul tema dell’emigrazione quando, in quei tempi, migliaia di connazionali malfamati lasciavano l’Italia: in Pascoli, il “fenomeno” del migrante aveva un fascino doloroso e letterario, anche perché questa dinamica era molto simile a quella dei perseguitati politici destinati all’esilio per la mancanza di libertà e uguaglianza. Le sue convinzioni lo spingevano inoltre a ritenere che il consolidamento sociale del ceto medio in classe impiegatizia e la struttura burocratica fossero un problema sociale rilevante: egli immaginava una società di piccoli proprietari agricoli; società possibile grazie a una possente quanto auspicata riforma agraria che avrebbe potuto realizzare il sogno di un mondo bucolico e pacificato sui valori della terra e della natura.

Giovanni Passannante nacque nel 1849, a Salvia di Lucania, oggi Savoia di Lucania, in provincia di Potenza, in quella terra povera e dimenticata dell’Italia meridionale. Sguattero, pastore, lavapiatti, cuoco, ultimo di ben dieci figli era soprannominato “cambio” per una mano storpia a causa di un incidente domestico con l’acqua bollente. Il destino funesto, simile a quello di migliaia di cittadini lucani e meridionali dell’epoca, non pregiudicò il suo desiderio di apprendere e conoscere la scrittura che potenziò dopo aver frequentato solo la prima elementare. Giovanissimo cominciò a cercare lavoro e dopo aver prestato servizio a Vietri di Potenza, si trasferì nel capoluogo lucano dove conobbe Giovanni Agoglia che aveva ricoperto la carica di ufficiale nell’esercito napoleonico. Agoglia era originario di Salvia e consentì al giovane Passannante di intraprendere studi e conoscenze, seppur limitati, avendolo assunto come domestico. L’anarchico Passannante si dedicherà alla lettura di testi sacri, a giornali e scritti di Mazzini con contenuti risorgimentali. Il periodo coinciderà con le sue frequentazioni nelle associazioni repubblicane e filomazziniane tanto che, nel 1870, verrà sorpreso ad affiggere proclami rivoluzionari contro il papato e la monarchia anche perché, visti i primi moti di protesta in Calabria e in altri luoghi dell’Italia meridionale, gli era sembrato propizio inneggiare a Mazzini e Garibaldi. Dalle azioni di quest’ultimo però si sarebbe presto dissociato essendo per lui insopportabili alcune sue simpatie monarchiche. Già un anno prima partecipò a un incontro denominato dell’Anticoncilio, organizzato addirittura nel Teatro San Ferdinando di Napoli: nella città partenopea vi erano intellettuali e cittadini di chiara ispirazione repubblicana molto attivi nella rivendicazioni di diritti e libertà. In queste sessioni si proclamava l’opposizione alla “cieca fede su cui è fondato il cattolicesimo, il gran principio del libero esame”, tanto che la questura intervenne per vietarne la continuazione. Ad ogni modo, sorpreso anche con le copie del mazziniano Il Popolo d’Italia fu arrestato e recluso per tre mesi. In quell’occasione fu amnistiato e ritornò nella sua Basilicata: Passannante non si diede per vinto, anzi intensificò i suoi impegni anche lavorativi fino a raggiungere Salerno, dove venne impiegato come cuoco presso la fabbrica di tessuti degli Svizzeri nel 1876, presso la famiglia August Engler. Erano anni di rivolte e convulsi momenti di attrito nelle società europee: nella seconda metà dell’Ottocento vi furono molti attentati a sovrani e funzionari di governo. Intanto Passannante, con una certa audacia, cominciò una nuova attività: l’apertura di una trattoria definita Trattoria del Popolo, dove non di rado venivano dispensati cibi gratuiti a chi mostrava di averne bisogno perché disagiato. Questa esperienza finì nel 1877. Fu in questo periodo che maturarono in lui convinzioni anarchiche o, quanto meno, ebbe chiara l’idea che sotto il vessillo libertario i suoi afflati egualitari e di libertà potessero meglio realizzarsi. Si iscrisse alla Società di Mutuo Soccorso di Pellezzano e alla Società di Mutuo Soccorso degli Operai, ma non condividendone la gestione fece presto a uscirne definitivamente. Nel 1878 si diresse verso Napoli. L’Italia di quegli anni era in una situazione economica e sociale abbastanza complicata e in un percorso di unificazione senza un futuro ben delineato. Il 16 novembre del 1878, le cronache raccontano di Giovanni Passannante alla ricerca di un’arma da taglio per attentare alla vita del re: scambiò la sua giacca con una sorta di temperino con una lama di otto centimetri. Il giorno successivo a Napoli, tra la folla festante e acclamante il passaggio della carrozza reale in largo Carriera Grande, Passannante si avvicinò al re Umberto I e, salito sul predellino, tentò maldestramente di accoltellare il regnante urlando: “Viva Orsini, Viva la Repubblica Internazionale”. Il re venne protetto dalla regina Margherita che, lanciando un mazzo di fiori, spostò l’obiettivo del pugnale sul ministro Cairoli che rimase ferito alla gamba. Gli storici riportano qualche graffio per il re e il ferimento del ministro. Passannante aveva in mano un pezzo di tessuto rosso con delle strisce legate come se fosse un piccolo drappo sul quale aveva scritto di proprio pugno con inchiostro: “Morte al re, viva la Repubblica Universale, viva Orsini”. L’anarchico fu prontamente bloccato dai corazzieri e arrestato dal capitano Stefano De Giovannini che lo colpì con un fendente alla testa. Passannante rischiò il linciaggio della folla e fu a malapena tratto in salvo dalle forze dell’ordine. Si narra che nella reggia dei Savoia, la regina Margherita ebbe un malore così sentenziando: “Si è rotto l’incantesimo di casa Savoia!”. Fu questo forse il motivo di tanto odio verso Passannante e delle pene inflitte successivamente con atrocità disumana. Dopo l’attentato, ci furono tentativi di insurrezione a Bologna e nel Matese, a Pesaro, a Genova, a Pisa e Lucca, in altre città e in Campania, dove situazioni di disagio si manifestavano sempre in qualche rivolta. Solo un giorno dopo l’attentato molti rappresentanti della buona società nobiliare del Sud lucano malfamato accorsero presso il re: Ascanio Branca, Salvatore Correale e Giuseppe Imperatrice, fra i tanti, che chiesero scusa per aver avuto come corregionale uno come Passannante. Il re promise loro di far visita in Lucania soggiornando a Potenza per due giorni nel gennaio del 1881, ristabilendo la “pace” con la regione più dimenticata e povera d’Italia. Il momento storico era molto incerto e già prima dell’attentato al re vi furono molte manifestazioni di “matrice internazionalista” soprattutto a Napoli: furono arrestati l’operaia femminista Annita Lanzara e i tipografi Luigi Felicò e Taddeo Ricciardi. Altri movimentisti seguirono la stessa sorte, come Francesco Saverio Merlino, Saverio Salzano, Francesco Castaldi, Cesare Ceccarelli e Giovanni Maggi.

Il 19 novembre l’anarchico fu condotto nel carcere di San Francesco, in isolamento: le cronache narrano di un Passannante affranto ma tranquillo. Quello che avvenne dopo l’arresto dell’anarchico è qualcosa di assolutamente incredibile e disumano. I Savoia si dimostrarono rancorosi e vendicativi al punto da influenzare le dimissioni del governo Cairoli colpevole di non essere stato attento alle questioni dell’ordine pubblico. Inoltre, ordinarono al sindaco di Salvia (recatosi servilmente al cospetto del re, pagandosi l’affitto di un buon vestito per chiedere le “scuse della comunità lucana”), di far internare l’intera famiglia Passannante nel manicomio criminale di Aversa. Non solo, il monarca tramite suoi emissari fece sapere al sindaco del paesino di non essere ancora soddisfatto, e per punizione impose di cambiare il nome a quello che sembrava essere l’avamposto criminale di Giovanni Passannante che da quel momento non si doveva chiamare più Salvia, ma Savoia di Lucania. Il toponimo cambiò con regio decreto il 3 luglio del 1879. Vale la pena citare il grande meridionalista Giustino Fortunato che, nel 1913, affermerà quanto non fosse possibile rassegnarsi al fatto che “un così bel nome fosse andato capricciosamente cancellato!”. La crudeltà dei reali non aveva limiti e per il libertario il sacrificio per l’attentato commesso non doveva conoscere tregue. Dopo alcuni mesi in prigione in attesa di giudizio, vennero compiute indagini e nuovi arresti che portarono alla sbarra gli anarchici napoletani Matteo Melillo, Tommaso Schettino, Felice D’Amato ed Elviro Ciccarese poi scarcerati e scagionati per insufficienza di prove. In realtà, l’atto di Passannante fu isolato e individuale, non vi furono né complotti né tantomeno regie, come egli stesso dichiarò durante il processo. Nel 1879, comincerà il dibattimento che durerà solo due giorni con la difesa dell’avvocato Giuseppe Leopoldo Tarantini, verso cui il libertario ebbe sempre riconoscenza senza considerare che era un suo diritto farsi difendere. L’avvocato d’ufficio Tarantini assunse la difesa solo dopo aver chiesto il perdono del re per quel compito così odioso che gli procurava grave disagio. Con la sua difesa, molto criticata e definita “confusionaria” da molti cronisti e critici storici, tentò di far passare Passannante come infermo di mente nel tentativo di salvargli almeno la vita. Inoltre, il difensore sostenne che Giovanni era stato fuorviato dalle “cattive dottrine” che cominciavano a radicarsi per colpa di Orsini e Agesilao Milano, loro stessi attentatori di Napoleone III e del re Ferdinando I. Poche le parole che vennero concesse a Giovanni Passannante che ebbe a dire: “La maggioranza che si rassegna è colpevole. La minoranza ha il diritto di richiamarla”. Tarantini finì la sua arringa inneggiando alla casa reale: “Gloria a Umberto I! Evviva il re!”. L’avvocato fece ricorso anche in Cassazione affinché il suo assistito venisse processato nuovamente, in quanto ai giurati era stato chiesto di decidere se l’imputato avesse attentato al re “per uccidere o solamente per ferire”. La Corte di Cassazione rigettò il ricorso ritenendo che l’intenzione dell’anarchico fosse semplicemente volta a uccidere il re.

[Leggi la seconda parte]




I miei topi e l’Italia | Post di Renata Morresi

I miei topi e l’Italia: com’è che dalla storia della nazione si arriva ai roditori che per qualche giorno mi hanno infestato la cucina? Pare che tutto cominci con la spending review del 2012, che ha tagliato tante spese ordinarie, come i programmi di disinfestazione e prevenzione che erano a carico dei comuni, e prosegua con le successive opere di esternalizzazione dei servizi, banditi così tanto al ribasso da essere addirittura ignorati da tanti derattizzatori per l’inesistente margine di guadagno; quelli che vengono fatti, mi dicono, sono inevitabilmente scarsi, se non inutili o dannosi. Considerato che una femmina di topo può partorire 7-8 cuccioli per dieci volte all’anno, per un ciclo di vita di due/tre anni, ecco qua che nel giro di una manciata di anni le colonie cittadine sono cresciute in modo esponenziale. Sommando questo alle minori risorse dedicate alla pulizia urbana e alla cura delle aree verdi, all’abbandono degli edifici inagibili dopo il terremoto, alla solita negligenza nostrana, si arriva al topo grigio di città, che vive arrampicandosi bene sulle pareti delle case e sui tetti, e che deve rosicchiare costantemente perché i suoi denti non smettono mai di crescere, i denti non si fermano mai.

Illustrazione di Gianmarco Izzo, Ancient Depths




Metro Elettro Convegno | Ingegneria | Impronte | di Fabrizio Sgroi

[Metro Elettro Convegno torna con il sesto ospite. Dopo Danza, Finanza, Musica elettronica e Poesia si parla di impronte e misure ambientali con l’ingegnere-scrittore Fabrizio Sgroi. Pubblichiamo l’introduzione a un saggio che parte dall’esperienza di Sgroi come ingegnere ambientale, oggi 1° agosto 2018, giorno del debito ecologico, in cui l’umanità ha finito il suo credito ambientale nei confronti della Terra. Da domani la Terra impiegherà 17 mesi per rigenerare quello che è stato consumato in un anno.]

Impronte: metriche ambientali

di Fabrizio Sgroi

Introduzione

Mi piace camminare in spiaggia.
Mi piace camminare in spiaggia e osservare le orme di chi prima di me è passato lungo quelli che ora sono i miei passi. A volte le trovo a volte invece le onde del mare arrivano e se le portano via con sé.
Con un po’ di curiosità si possono cogliere moltissime informazioni in ogni impronta.
Orme di gabbiano; orme di cane; impronte a ferro di cavallo di cavalli al passo, trotto o galoppo; orme di piedi scalzi, altre di scarpe; orme di passi vicini e allora vedo una passeggiata; orme distanziate e allora so che c’è stata una corsa. Orme silenziose se sono singole; orme che possono cambiare direzione specialmente quando c’è qualcosa di interessante da vedere; insieme di orme e allora immagino un gruppo di persone a passeggio, poi orme più pesanti e nette altre più leggere e meno definite. Ad ogni impronta una storia, una storia che dura il tempo di un attimo, tutte con il medesimo destino affidato a un’onda di mare che verrà. È proprio questa labilità ciò che più preferisco – e tra tutte le orme quelle cancellate sono per me le più belle – perchè permette ad ognuno, giorno dopo giorno, di poter lasciare univocamente le proprie.
Nella quotidianità, le attività antropiche rappresentano le orme nell’ambiente in cui viviamo, la spesa che facciamo, l’auto che guidiamo, le luci che accendiamo, l’acqua che utilizziamo, tutto; in ogni azione dalla più semplice alla più complessa si lasciano tracce, tracce che si posso cogliere. Anzi, si devono cogliere.
La spiaggia in cui viviamo è l’ambiente in cui ci troviamo, un ambiente in cui non esistono confini politici, un ambiente che diventa così l’ambiente, un’unica spiaggia che tutti condividiamo con la nostra presenza.
L’aria è il nostro ambiente; l’acqua dolce è il nostro ambiente; l’acqua salata è il nostro ambiente; il suolo e il sottosuolo anche. Tutte le risorse dalle quali traiamo i nostri sostentamenti sono ambiente. Quanta acqua consumiamo, quanta carta, quanti rifiuti produciamo, quante emissioni nell’aria, quanta fame di ambiente abbiamo?
Studiare e comprendere quali siano e quali impatti abbiano queste orme antropiche risulta indispensabile affinché si possa permettere a chiunque di avere la possibilità di intraprendere il proprio cammino: noi oggi, qualcun altro domani. A questo studio partecipano anche le metriche ambientali che hanno il compito di trasmutare numericamente e misurare tali impatti.
Quante orme possiamo lasciare allora sembrerebbe la domanda più pertinente per stabilire idealmente un numero massimo da non oltrepassare. Ma che senso avrebbe porre un limite?
L’approccio più interessante nello studio delle metriche dovrebbe invece rispondere a questo quesito: quali orme possiamo lasciare?
L’ambiente è la nostra risorsa dalla quale dobbiamo trarre tutto ciò di cui abbiamo bisogno e rappresenta la nostra “dispensa esistenziale”, è un ecosistema che ha in sé una capacità auto-riproduttiva, è importante pertanto sapere quale sia il suo stato di salute e di fertilità.
Un’attività è sostenibile quando la sua richiesta di prelievo non supera la capacità di produzione di chi la deve produrre: in materia ambientale si parla di ecosostenibilità e l’impatto di queste richieste sono misurate dalle metriche ambientali.
Misurare significa aver svolto uno studio a monte, definendo quali siano i dati più significativi da considerare cosicché si possano elaborare in analisi e confronti: l’obiettivo è incrementare la consapevolezza dell’impatto antropico, prendendo scientificamente atto di quanto questo pesi sull’ambiente.
Misurando si possono elaborare idee di miglioramento che possano diminuire il peso dell’impronta. La consapevolezza diventa quindi lo strumento necessario per sensibilizzare e indurre a ridurre degli sprechi, implementare l’efficientamento dei processi, migliorare le nostre abitudini così da non lasciare impronte irreversibili in questa nostra spiaggia e permettere alle generazioni future di poter fare altrettanto.

Continua…