PER LA POESIA, HO LASCIATO IL MIO PAESE – PER IL MIO PAESE, RICORRO ALLA POESIA | Intervista a Dunya Mikhail di Elena Chiti

L’intervista, pubblicata in forma completa, con i testi in originale e in traduzione, nell’Annuario di Poesia 2015 di Argo. Per prenotare e ricevere una copia dell’Annuario 2015 e dell’Annuario 2016 è necessario cliccare su PARTECIPA alla campagna su Produzioni dal basso (esplora il sito).

 

In una delle tue poesie immagini una seconda vita, una sorta di seconda possibilità dopo la vita già vissuta, e dici, usando la prima persona plurale, “ne abbiamo bisogno”. A chi ti riferisci? Agli iracheni?

In un primo momento pensavo a noi iracheni. Noi iracheni abbiamo bisogno di una seconda vita perché questa eredità di guerre continue, che sembrano scaturire l’una dall’altra, ci ha strappato la vita e la vita dei nostri cari o, nel migliore dei casi, la possibilità di condurre una vita normale. Ma al colmo di questo senso di ingiustizia, dell’impressione per cui, se sei iracheno, non hai vissuto la tua vita, mi sono detta: «Forse tutti avrebbero bisogno di una seconda vita, non solo gli iracheni». E così ho scritto la poesia.

Qual è il rapporto tra il tuo Paese e la tua poesia, o, più precisamente, qual è il rapporto tra la tua poetica e l’attualità drammatica che sta vivendo l’Iraq?

Per la poesia, ho lasciato il mio Paese. Per il mio Paese, ricorro alla poesia. Non conosco altro modo di affrontare un evento tragico, se non quello di farne, attraverso la poesia, un evento estetico di uguale intensità e di senso contrario. Sono perfettamente cosciente che la poesia non è un medicinale con cui curare le ferite, ma so anche che è una radiografia, con cui le ferite posso vederle e capirle. In questa nostra epoca, testimone di una recrudescenza di violenze senza precedenti, è naturale che gli esseri umani si sentano in esilio e cerchino rifugio nell’arte, anche se l’arte è inutile o forse proprio perché è inutile. La grandezza dell’arte è la sua importanza nella sua inutilità.

Fatte queste premesse, come – o forse, perché – hai scritto la poesia La tomba di mia nonna?

Un anno fa, quando ho visto i terroristi che si attribuiscono il nome di Stato islamico minacciare di distruzione i cimiteri dell’Iraq settentrionale, per il solo fatto che contengono simboli come la croce cristiana, ho ripensato a mia nonna, sepolta lì. E mi ha invaso un dolore più grande di quello che ho provato il giorno della sua scomparsa, forse perché era un dolore mescolato a rabbia. Mia nonna viveva con noi a Baghdad e dormiva accanto a me sul tetto di casa. È lei che mi raccontava le favole prima di dormire. Le storie popolari che conosceva hanno avuto una grande influenza su di me, come poetessa. La mia prima esperienza con la scrittura risale infatti a quand’ero bambina e trascrivevo sul quaderno, alla mia maniera, tutte quelle storie. Mia nonna aveva una particolare saggezza e un grande amore per i proverbi, a cui ricorreva per commentare i diversi avvenimenti della vita. Riesco a ricordarla solo così: con le trecce e un lungo abito nero. Era il segno di lutto per sua figlia maggiore (mia zia), un lutto che, come aveva deciso, l’ha accompagnata fino alla tomba. Il dolore era un aspetto fondamentale della personalità di mia nonna, forse perché è vissuta nel periodo delle guerre mondiali, la prima e la seconda, e ha assistito a tanti fatti crudeli. Ma forse non si è mai immaginata, in vita sua, che la crudeltà nel mondo sarebbe arrivata al punto di distruggere la sua tomba.

Come vedi il futuro del tuo Paese?

Onestamente non lo so. Non ti nascondo che ho brutti presentimenti. Ogni volta ci diciamo: può solo andare meglio perché abbiamo toccato il fondo, non può succedere niente di peggio. E poi una cosa ancora peggiore ci sorprende. Una delle divisioni più dolorose all’interno del mio Paese è data dal fatto che una parte degli iracheni, quando hanno visto i resti archeologici della loro civiltà distrutti dallo “Stato islamico”, si sono detti: «meglio cose che persone». Dopo aver assistito a così tante morti umane, non riescono più a rattristarsi per le statue, anche se rappresentano il loro patrimonio e hanno migliaia di anni di vita.

Per il tuo ultimo libro hai scelto una casa editrice irachena, le edizioni Mesopotamia. Come vedi il futuro dell’arte nel tuo Paese?

La casa editrice Mesopotamia ha sede a Baghdad, in via Mutanabbi, per questo l’ho scelta per pubblicare il mio libro, Notti irachene, anche se è un editore relativamente giovane. Via Mutanabbi è una delle strade più vivaci di Baghdad dal punto di vista culturale. Specialmente il venerdì, quando ospita eventi artistici e letterari, dialoghi e incontri; al di là della rinomanza storica del suo mercato di libri vecchi e nuovi, che si vendono anche per terra, non soltanto sugli scaffali. Ai lati della strada ci sono i caffè in cui la gente si ritrova per intessere discussioni, oltre che per giocare a scacchi e a backgammon. L’arte è l’unica speranza che resta al mio Paese.

Traduzione dall’arabo di Elena Chiti
Da Notti irachene / Al-Layâlî al-‘irâqiyya

La forma del mondo

Se il mondo fosse piatto
come un tappeto volante
il dolore avrebbe un inizio e una fine.

Se il mondo fosse quadrato
ci nasconderemmo in un angolo
ogni volta che la guerra gioca a mosca cieca.

Se il mondo fosse rotondo
i nostri sogni non scenderebbero dalla ruota panoramica
e saremmo tutti uguali.

Una seconda vita

Dopo questa
abbiamo bisogno di una seconda vita
per attuare quanto imparato
nella prima.

Commettiamo errori su errori
abbiamo bisogno di una seconda vita
per dimenticare.
Canticchiamo a lungo aspettando gli assenti,
abbiamo bisogno di tutta la canzone.
Andiamo in guerra
e giochiamo ai soldatini,
abbiamo bisogno di una seconda vita
solo per l’amore.

Abbiamo bisogno di tempo
per scontare la pena in prigione
e uscire liberi
nella seconda vita.

Impariamo una lingua,
abbiamo bisogno di praticarla di più
nella seconda vita.

Scriviamo poesia e passiamo ad altro,
abbiamo bisogno di una seconda vita
per sapere cosa ne pensano i critici.

Corriamo
dappertutto,
abbiamo bisogno di una seconda vita
per fare le foto.
Il dolore ha bisogno di tempo
per cicatrizzarsi.
Abbiamo bisogno di una seconda vita
per imparare a vivere senza dolore.

La tomba di mia nonna

Quando è morta mia nonna
ho pensato: non può morire due volte.
Tutto in vita sua è accaduto una volta per sempre:
il letto sul tetto di casa,
il bene e il male contrapposti nelle favole,
la veste nera in lutto per la figlia “uccisa dal mal di testa”,
il rosario e il mormorio “rimetti a noi i nostri debiti”,
il vaso vuoto di epoca ottomana,
la sua treccia, ogni capello una storia:
prima furono i sumeri,
tracciarono i loro sogni su tavolette di argilla,
disegnarono palme e il dattero maturò prima del dolore,
disegnarono occhi per scacciare il male
dalla loro città.
Disegnarono cerchi e li pregarono:
goccia d’acqua
sole
luna
ruota che gira più veloce della Terra.
Supplicarono: “dei, non morite, non lasciateci soli”.

Sulla torre di Babele
la luce è esilio
confuso,
i segni
sono scampoli di canti di uccelli.

Passarono sul Tigri
molti altri re nudi
e navi.
Il fiume si riempì di
corone
elmi
libri
pesci morti,
e sull’Eufrate apparvero cadaveri-gigli.

Ogni istante un nuovo buco sulla pancia della nave.

Le nuvole sono cadute su di noi
guerra dopo guerra
hanno ghermito i nostri anni,
i nostri giardini pensili
e come cicogne se ne sono andate.

Ci siamo detti niente di peggio può avvenire.

E sono venuti i barbari
a Ninive, Madre delle due primavere.
Per mostrare che sono morti, più o meno,
hanno spezzato la tomba di mia nonna: la mia tavoletta di argilla,
hanno distrutto i tori alati,
con i vasti occhi
aperti
girasoli
per sempre volti
verso i brandelli dei nostri primi sogni.

Passo la mano sulla carta geografica,
come su una vecchia ferita.

 
Baghdad a Detroit

Il quattro luglio
sento qui a Detroit
l’eco delle esplosioni di Baghdad
pare siano fuochi d’artificio

Canto dopo canto
disperdo i miei uccelli
lontano dalle nubi di fumo
pare siano solo nuvole nel cielo

Una farfalla dalle rive del Tigri
atterra sulla mia mano
niente bombe oggi a spaventarla
pare sia il fiume Detroit

Entro in un rifugio
insieme ad altri nella calca
ne usciremo alla fine del raid
pare sia il tunnel per il Canada.

 

Dunya Mikhail è nata a Baghdad nel 1965. Irachena cristiana, è cresciuta parlando arabo e neo-aramaico. Si è laureata in Letteratura inglese all’Università di Baghdad, città in cui ha pubblicato le prime raccolte poetiche. Ha lasciato l’Iraq negli anni Novanta, quando ha scoperto che il regime di Saddam Hussein considerava le sue poesie “pericolose” e l’autrice una “nemica”. Statunitense dal 2007, continua a scrivere in arabo e a coltivare il legame con il suo Paese di origine. Di lei si può leggere in italiano La Guerra lavora duro (San Marco dei Giustiniani, Genova 2011; traduzioni dall’arabo di Elena Chiti). La sua ultima raccolta, Notti irachene, inedita in italiano, è stata pubblicata in Iraq dalle edizioni Mesopotamia.




Lanciati biglietti dai treni (in corsa) | Poesia di Silvia Salvagnini

La poesia è una anticipazione dell’Annuario di Poesia 2016 di Argo – al link la scheda del libro. Per prenotare e ricevere una copia è necessario cliccare su PARTECIPA alla campagna su Produzioni dal basso (esplora il sito).


Ti scrivo parole del vorrei mi sentissi
ti scrivo un biglietto che vorrei mi prendessi
ti scrivo qualcosa del vorrei che sapessi
ti scrivo del buio che vorrei lo fermassi
ti direi  che sto bene perché non ti preoccupassi
perché mi fa male il farti del male
ti lancio biglietti perché vorrei li prendessi
ti annodo fazzoletti vorrei li riconoscessi
ti bagno la carta con le guance
che tra la polvere magari la trovassi
i nostri ricordi sono reali
tra tutti questi tra la velocità
tra la mancanza di connotati
vorrei vorrei ancora mi sentissi
vorrei mi riconoscessi la forma la figura
la semplice mia misura

e la mia vita dove la porta
e la mia pelle dove la porta
e la mia voce dove si porta
e la velocità dove mi porta

ti scrivo in questa lingua perché tu la conosca
perché tu se puoi o qualcuno di voi/ mi riconosca
ti scrivo parole perché mi fermassi
ti scrivo dell’alfabeto lettere perché mi trovassi
perché mi svelassi, perché mi delineassi
perché mi tracciassi, mi itinerassi
perché mi fermassi, mi prendessi
mi stringessi

e i miei occhi dove li porta
e i miei piedi dove li porta
e la velocità dove mi porta
e la mia vita dove si porta

perché mi sentissi, mi vedessi
mi sapessi
perché mi afferrassi
mi ascoltassi

perché io nacqui
perché tu nacqui
per il momento in cui fummo vicini
ti scrivo vorrei come il fumo che arrivassi

ti scrivo lettere vorrei le decifrassi
ti scrivo biglietti vorrei li vedessi
vorrei che tra tutti tu li rintracciassi
vorrei  le grafie ricomponessi
che sapessi in quali luoghi
vorrei che mi riconoscessi
che agli altri mi nascondessi

ti scrivo lettere del vorrei mi prendessi
ti scrivo lettere del vorrei mi abbracciassi
ti scrivo lettere del vorrei mi vedessi

ti dico il mio nome te lo scrivo di sotto
cosicché ci leghiamo stretti al volo
mi abbracci per sempre
che non sono mai solo

l’indirizzo e il numero io non lo so
ti scrivo la corsa, il vento, il rumore
ti scrivo solo di me la direzione
che tu potessi, che ti fermassi
che mi fermassi, che ti trovassi
che mi trovassi, che mi riconoscessi
che mi nutrissi, che ti abbracciassi
che ti augurassi, che ti baciassi
che mi abbeverassi se solo tu potessi

perché io nacqui
perché tu nacqui
per il momento in cui fummo vicini
ti scrivo vorrei come il fumo che arrivassi

e la tua vita dove ti porta
e la tua pelle dove si porta
e la tua voce dove si porta
e la velocità dove ti porta

scriverò il tuo indirizzo
che possa esistere nel ricordare
scriverò il tuo indirizzo
che tu sappia in qualche modo
lanciato al vento/ il saperti chiamare.

Silvia Salvagnini (Venezia, 1982), scrive, dipinge, suona il pianoforte. Laureata in Lettere a Padova, ha fondato e gestito per alcuni anni La libreria di Mogliano Veneto (TV). Ha fatto parte del gruppo di autoproduzione editoriale Auteditori, con cui ha pubblicato due libri di poesie e disegni: Silenzio cileno (2004) e I baci ai muri (2006). Inoltre ha pubblicati nelle antologie 9 poeti esordienti (2003) e Il volo del calabrone (Battello stampatore – Associazione Gli Ammutinati, Trieste 2008). Con le sue performance di lettura e musica ha partecipato, nel 2007, a “Roma poesia” e “RicercaBo” (curatori Renato Barilli e Nanni Balestrini). Nel 2008 ha vinto lo slam nazionale “Horus” di Roma ed è arrivata in finale al “Big Boat” poetry slam internazionale organizzato da Absolute Poetry Festival Monfalcone.




Tendendo braccia e gambe alle parole. Intervista a Ming Di || a cura di Franca Mancinelli  

L’intervista è una anticipazione dell’Annuario di Poesia 2016 di Argo – al link la scheda del libro. Per prenotare e ricevere una copia è necessario cliccare su PARTECIPA alla campagna su Produzioni dal basso (esplora il sito). 

Vivi tra due lingue e due culture che sono molto diverse l’una dall’altra. Nella tua esperienza di traduttrice, quali sono le difficoltà che ti trovi ad affrontare di frequente? Cosa devi spesso perdere o sacrificare nel passaggio dal cinese all’inglese e vice versa?

Dopo così tanti anni viaggiando avanti e indietro, sto iniziando a perdere il senso della “differenza” tra cinese e inglese. Scrivo in entrambe le lingue ogni giorno, ma l’inglese è solo uno strumento – il cinese è la fonte di ispirazione. Traducendo poesia, ciò che va perso sono le sfumature linguistiche e i riferimenti culturali. Che cosa sacrificare? I traduttori decidono ogni giorno cosa fare per quanto è perduto e dove trovare direzioni alternative. Bisogna essere più creativi e più ingegnosi. E questo richiede tempo.

Che rapporto c’è tra la poesia contemporanea cinese e quella americana? Pensi ci sia interesse da entrambe le parti? C’è uno scambio e un reciproco arricchimento?

Questa è una domanda interessante. Come sai T. S. Eliot ha chiamato Ezra Pound “l’inventore della poesia cinese del nostro tempo”. C’erano altre traduzioni della poesia cinese prima di allora ma Ezra Pound, attraverso la sua traduzione di una manciata di poesie classiche cinesi in Cathay (1915), ha fatto conoscere la poesia cinese nel mondo anglofono e oltre. Puoi vedere tracce dell’influenza cinese nella scrittura di diverse generazioni di poeti, dagli imagisti, ai modernisti, agli eco-poeti e in diverse altre tendenze. Hu Shi, il primo poeta e sostenitore della nuova poesia in Cina nel 1916, è stato uno studente universitario negli Usa dal 1910 al 1916 e fu evidentemente influenzato dalla nuova poesia negli Usa in quel tempo. Wen Yiduo studiò arte a Chicago dal 1922 al 1925 e divenne poeta. Kenneth Rexroth era il suo compagno di corso e in qualche modo divenne un appassionato traduttore di poesia classica cinese. E poi Mu Dan andò a studiare all’Università di Chicago dal 1949 al 1953. Sia Mu Dan (1918-1977) che Bian Zhilin (1910-2000) erano importanti poeti di transizione dal periodo moderno a quello contemporaneo. Sì, c’è stato un mutuo influsso e un reciproco arricchimento da un centinaio di anni. Ma è difficile parlare della situazione contemporanea in maniera definitiva. C’è un forte interesse verso la poesia americana ed europea tra i poeti cinesi ma non sono sicura che lo stesso sia vero vice versa. Sì, ci sono scambi formali e informali ma è troppo presto per vederne l’effetto.

La situazione è simile e anche più interessante con il tuo paese. Marco Polo ha portato la cultura italiana in Cina e la pittura e la poesia cinese in Italia. La poesia classica cinese è stata tradotta prima in italiano e poi diffusa nelle altri parti dell’Europa. La poesia italiana è stata una delle maggiori influenze sulla poesia cinese moderna e contemporanea. Molti poeti come Hu Shi tradussero prima Dante attraverso l’inglese. Montale era molto conosciuto in Cina negli anni Ottanta. Anche altri importanti poeti italiani sono stati tradotti in cinese. Mi chiedo sempre come si sia evoluta la forma del sonetto in Italia e se sia stata influenzata dalla poesia asiatica perché Li Po (701-762) scrisse molte poesie di quattordici versi. Ma spaghetti o noodles, pizza o dabing (un pane cinese fritto in padella), abbiamo veramente bisogno di sapere cosa è venuto prima?

Perchè due delle tue recenti poesie riguardano costellazioni?  

Penso sempre che mia madre è andata in una costellazione perchè non ho visto fisicamente la sua morte – la notizia mi è arrivata per telefono. Per cinque anni non ho potuto parlare. Quindici anni dopo che è morta ho iniziato a parlarle in poesia. Il solo modo per farle vedere le mie poesie è fare tendere alle mie parole braccia e gambe così può vederle dal cielo.

Tendo le mie parole come arti
perchè tu possa vederle.

Nei tuoi occhi, madre, ogni parola un lento avanzare
di inchiostro – umide formiche. Le mie formiche brulicano e danzano, così
mi vedrai in questi insetti intorbiditi…

(da “Nagging@memorialday.com”, Poetry International, traduzione inglese dal cinese di Luke Benedetto con l’autore)

Nelle tue poesie la tua immaginazione attinge spesso ad antiche storie cinesi o al folkore; che rapporto hai con le tue radici?

Grazie per l’osservazione. Direi sì e no. Sì, molte delle mie poesie sembrano riguardare la mitologia cinese, ma no, io cerco di ricreare nuovi miti. Sì, molti miti cinesi sono legati alle costellazioni o al cielo, ma non mi piace ripeterli. Nuwa era una divinità che ha rattoppato il cielo quando una grande alluvione ruppe l’antico universo nell’Est. Ma mia nonna era persino più grande. Sedeva a est della mia città natale come una montagna e faceva nascere un fiore ogni giorno. Io sono nata fuori del cristantemo, estroversa e gialla.

Il testo integrale di questa intevista, è apparso, nell’originale inglese, il 18 maggio 2016 nella versione online della rivista bimestrale «World Literature Today», con il titolo “I was born out of the chrysanthemums”: An Interview with Ming Di, di Franca Mancinelli. Un altro estratto è in uscita nell’annuario 2016 di «Argo».

Tre poesie di Ming Di

Traduzione di Franca Mancinelli (tramite interlineare inglese)

*

ming1

 

 

 

 

水 water

水瓶·座

乌鸦从低空飞起时,我总是一阵悲哀
它们预示着黑暗将被带走,但阴影
巨大,像一群新的乌鸦
在四周盘旋

我看见自己像一个瓶子
在天地之间
漂,风像水一样涌来,裹夹着乌鸦
的黑色气味,而词语,像开关一样

把我就地密封。多年以后你会发现我
还是这么透明
守着空间的空,而时间正从瓶口
流出一些白色谎言

Costellazione della Brocca d’Acqua (Acquario)

Corvi dal cielo basso si alzano in volo, a un tratto come
la tristezza che è in me. Essi preannunciano che il buio
si disperderà, ma l’enorme ombra,
come un nuovo stormo di corvi, incombe. Vedo

me stessa, una brocca alla deriva tra terra
e cielo. Il vento si frange come acqua, avvolto
nell’oscuro odore del corvo. Le parole
sono un interruttore che mi spegne

qui. Anni più tardi mi troverai
ancora limpida,
a custodire lo spazio vuoto, da cui scorre
il tempo, le sue bianche promesse.

*

ming2

 

 

 

 

 

水瓶·座2

水瓶座是一个美男子。面相年轻,身体是一只老鹰。
开始他很自在。村里人一多,他便披一件黑大褂,低飞。
冬天到了,风吹起黑大褂,人们发现他走路时脚不着地。
“巫!”“杀死他!”于是他飞走了。
但每天傍晚,人们发现空中有一只乌鸟,
然后,天很快就黑了。
人们花一夜的时间,终于把乌鸟赶走。但每天傍晚他都飞来,
仿佛把魂留在了村里。
于是全村人集合,抓鬼。但没有一个人
承认。长老说,天黑之前若没人承认,就全部杀光。
傍晚时,乌鸟又出现,全村人紧张起来,再过一个时辰
就都没命了。这时,一个白衣女子,从人群里走出,
甩一下衣袖,长裙,飞上天去。
乌鸟不相信自己的灵魂是一个女子,吹出一口气,
等他看清时,一条河已形成。
后来的牛郎织女故事,只不过是为了安抚村里的人
结婚生子,传种接代。而乌鸟还在飞,寻找自己的异体。

 

Acquario 2

Acquario è un bell’uomo, la sua faccia giovane, umana,
il suo corpo una vecchia aquila.
All’inizio è a suo agio. Quando le persone compaiono nel villaggio
si mette un cappotto nero, vola basso.
Viene l’inverno. Il vento soffia sul cappotto nero,
le persone lo vedono camminare con i suoi piedi senza toccare terra.
«Malefico!» «Uccidetelo!» Lui vola via.
Ma ogni giorno al crepuscolo, la gente vede un uccello nero nell’aria.
Poi il cielo è presto scuro.
La gente caccia via l’uccello nero. Ma lui torna ogni tramonto
come se avesse lasciato la sua anima nel villaggio.
I paesani si radunano, cercano di trovare la sua anima, ma nessuno confessa.
L’uomo più vecchio dice, che se prima del buio nessuno confessa, tutti saranno uccisi.
Al crepuscolo, l’uccello nero ritorna, la gente diventa nervosa. In un’ora, tutti moriranno.
Poi, una donna con un abito bianco viene fuori,
oscillando le maniche e il vestito, e si alza in volo.
L’uccello nero non crede che la sua anima o la sua anima gemella sia una donna.
Sbuffa.
Quando vede distintamente, un fiume si è formato.

Una volta all’anno il 7 luglio attraversa il fiume, la incontra,
si innamora, e perde l’amore.
Viene e va. Cercando qualcosa.
O niente.

Nota: Secondo la leggenda cinese di “Cowboy e la Fata della Tessitura”, una volta all’anno il 7 luglio del calendario lunare Altair e Vega si incontrano sulla via lattea.

*

ming3

 

 

 

 

 

鸟岛

有段日子我昏昏欲睡
就像这座岛
在水中安静得连水
都感觉不到
一只鸟飞过一座山
我突然清醒
山下蜿蜒着我的身体四肢 河流
我整夜睁着眼睛
黑懵懵
像鸟在水中
的倒影
鸟的眼睛
在我眼睛里睁开
一片黑
的岛
黑鸟唱着白色阳光早上好
从我头顶飞过
它的眼睛里有我的目光
远及我眼所能及的地方
那里是
我的家园 有
可可树 香蕉
而鸟的梦想是远离我 栖居于一个高空
成为自己的孤岛

 
Isolauccello

Ci sono giorni in cui sogno a occhi aperti
tutto il tempo, come quest’isola
nell’acqua, così quieta che persino l’acqua
non può dire sia qui.
Quando un uccello vola sulla montagna
a un tratto mi sveglio.
Sotto la montagna, sinuoso, è il mio corpo, quattro arti
e un fiume.
Tutta la notte i miei occhi sono spalancati,
neri, profondamente neri,
come l’ombra degli occhi
di un uccello
che si riflette
nell’acqua.
L’uccello apre i suoi occhi
nei miei
oceano scuro.
Sopra me l’isola
l’uccello nero canta un bianco assolato Buon giorno
con i miei occhi nei suoi occhi
e vede ciò che io vedo:
la mia terra
con alberi di cocco e banani,
ma l’uccello sogna a occhi aperti di lasciarmi, di restare in alto a mezz’aria
diventando la sua stessa isola.

Su Nuovi Argomenti altre poesie di Ming di.

La traduzione di questi testi è stata realizzata grazie al workshop del Center za SlovenskoKnjiževnost (Centro per la Letteratura slovena), che si è svolto a Dane (Sežana) e a Ljubljana dal 22 al 29 novembre 2015 in collaborazione con Literature Across Frontiers e Društvo slovenskih pisateljev (Associazione degli Scrittori Sloveni). Ming Di e Franca Mancinelli, insieme ad altri quattro poeti, hanno partecipato traducendosi a vicenda attraverso l’inglese. Nel blog italo-sloveno «La casa di carta – Papirnata hiša» si può leggere una narrazione di questa esperienza: Un telefono senza fili. Resoconto da un workshop di traduzione poetica: qui.
In collaborazione con «Argo», il testo integrale dell’intervista, è apparso, nell’originale inglese, il 18 maggio 2016 nella versione online della rivista bimestrale «World Literature Today», con il titolo «I was born out of the chrysanthemums». An Interview with Ming Di, di Franca Mancinelli.

Ming Di è poeta e traduttrice. Nata in Cina, si è laureata in linguistica alla Boston University e vive attualmente in California. È autrice di sei raccolte di poesia in cinese. Traduzioni delle sue poesie sono apparse in diverse lingue e pubblicate in quattro libri: River Merchant’s Wife (Marick Press, USA, 2012), Luna fracturada (Valparaíso, Spain, 2014), Histoire de famille (Transignum, France, 2015), Livre de sept vies (Recours au Poèmeéditeurs/France, 2015). Come traduttrice ha ricevuto premi e borse di studio dalla Fondazione Henry Luce, John Frederick Nims, Poetry Foundation. Tra le sue traduzioni: The Book of Cranes (Vagabond Press 2015), Empty Chairs (Graywolf Press 2015). Ha inoltre curato e cotradotto New Cathay: Contemporary Chinese Poetry (Tupelo Press, co-published by the Poetry Foundation, 2013). Cura la sezione dedicata alla Cina per Lyrikline (Berlin) e Poetry International (Rotterdam). È redattrice della rivista bilingue cinese-inglese «Poetry East West».
Sue poesie tradotte in italiano da Anna Lombardo attraverso una versione inglese, si possono leggere nel numero di dicembre 2015 della rivista «Minerva online». Sue poesie visuali tradotte in inglese si trovano su Pionline e Worldliteraturetoday.




Annuario 2016

Produciamo insieme Argo Annuario di Poesia 2016.

Andate su Produzioni dal basso.

L’Europa, il Mediterraneo e il Medioriente; gli Stati Uniti, l’Argentina, la Cina e la Nuova Zelanda. Nei paesi che vivono forme diverse di conflitto, i poeti raccontano della vita: avvenimenti, processi economici, distopie della globalizzazione, libertà che mancano, confini e muri nuovamente costruiti, parole coraggiose sui nuovi regimi. I poeti parlano dell’industria della guerra che affama i popoli e li costringe a spostarsi disperatamente, e loro stessi sono migranti, chi per comprendere la realtà e darne conto, chi per necessità e sopravvivenza.

Corredato da numerose fotografie che impreziosiscono l’opera, l’Annuario di Poesia 2016 è un progetto unico nel panorama della poesia italiana, sia per la varietà di voci che è stata capace di raccogliere, sia per la volontà di tradurre in italiano autori quasi del tutto assenti nel panorama editoriale nazionale, nonché per essere la prima rivista del settore a utilizzare i QR CODE per far rivivere l’esperienza della voce della poesia!

L’annuario verrà presentato in un tour nazionale di letture pubbliche.

Sono presenti con poesie, interviste, saggi e recensioni:

Italia– Libero Benussi, Vito Bonito, Marco Bini, Valerio Cuccaroni, Nino De Vita, Annamaria Ferramosca, Amedeo Giacomini, Andrea Gibellini, Franca Grisoni, Pierluigi Lanfranchi, Gabriella Musetti, Giovanni Nadiani, Raffaele Niro, Ottavio Rossani, Carolina Rossi, Silvia Salvagnini, Edoardo Sanguineti, Franco Scataglini, Vittorio Sereni, Giancarlo Sissa

Argentina– Jorge Aulicino

Cina– Ming Di

Croazia– Milan Rakovac

Grecia– Dinos Siotis

Inghilterra– Tony Harrison

Iran– Sohrab Sepehri

Iraq– Manal al Sheikh

Macedonia– Jovica Ivanovski e Vladimir Martinovski

Nuova Zelanda– Michael Harlow

Olanda– Erik Lindner

Romania– Gheorghe Vidican

Stati Uniti – John Giorno

Tunisia– Moncef Ghachem

Repubblica Turca di Cipro – Beste Sakallı

Turchia– Ahmet Telli

Si apre nuovamente uno spazio di riflessione, per dare voce alla poesia,per aprire un dialogo con i lettori, per  favorire l’incontro, tra scritture, popoli, orizzonti di pensiero e di vita.

L’Annuario, in libreria da dicembre 2016, verrà presentato in un tour nazionale di letture pubbliche.

Sostenete Argo Annuario di Poesia 2016 con una donazione: lo riceverete direttamente a casa. Andate su Produzioni dal basso.

L’esplorazione continua su:www.argonline.it

Info: argoannuario@gmail.com


ARGO ANNUARIO DI POESIA 2016 è una co-produzione dell’associazione non-profit Nie Wiem e dell’editore Gwynplaine.




DI COLORO CHE DOMINANO IL MONDO | di Carlo Bordini

Credo che conoscere una verità spiacevole, anche se non si conosce la cura per questa verità, potrebbe già essere un fatto positivo. Potrebbe infatti stimolare energie che non si credeva di avere, o far nascere idee che non si credeva di poter pensare. Ho sentito dire che i malati di cancro vivono meglio ciò che resta loro da vivere se sanno che dovranno morire. Le bugie pietose non servono. Dico questo pe-ché sono convinto che siamo, noi esseri umani, non sull’orlo di una catastrofe, ma all’inizio di una catastrofe. Una di quelle catastrofi che hanno una forza autonoma, come le valanghe, e che nessuno riesce a fermare. La situazione attuale mi fa pensare a quella descritta da Stefan Zweig ne Il mondo di ieri, quando parla del periodo precedente alla prima guerra mondiale. Nessuno la voleva; tutti ne erano atterriti; ma non c’era nessun modo di fermarla. Doveva succedere. Zweig, fuggito dall’Austria perché ebreo, scrisse questo libro alla vigilia della seconda guerra mondiale prima di suicidarsi.

Seguo molto Giulietto Chiesa (Megachip Globalist); penso che abbia ragione. Si prepara una nuova guerra. Mi piace quello che dice il papa; forse è proprio la disperazione che lo spinge ad essere così chiaro e esplicito. Viviamo in un mondo in cui quasi tutto quello che leggiamo o vediamo sui giornali o in televisione è falso. Propongo una domanda, che mi sembra una domanda chiave: il mondo è migliorato dopo la caduta del muro di Berlino?
Io credo che il mondo stia, piuttosto, vicino a un collasso. Credo che il grande storico inglese Howsbawm lo abbia scritto: l’Unione Sovietica non era un paradiso, è chiaro, ma l’equilibrio tra due forze frenava i danni. Ora gli istinti animali hanno campo libero. E anche la stupidità. Credo che sia difficile essere stupidi come una persona avida.

“Dio acceca coloro che vuole perdere”. In questo periodo la cecità di coloro che dominano il mondo fa pensare proprio a questa frase. Gli odierni Stranamore sono di una cecità assoluta. Anche quelli europei. Nei periodi di crisi, in cui bisognerebbe avere la mente fredda e il polso fermo, è invece molto frequente che si faccia autogol. Oggi gli autogol sono diffusissimi. L’intransigenza della Merkel, che sta coprendo di miseria l’Europa e può portare al crollo dell’euro, non è forse un autogol? L’Isis, finanziato da governi che si dicono nostri “amici”, non è forse un autogol?

A volte, considerando le cose come una persona che vorrebbe che questo stato di cose cambiasse, mi viene in mente la metafora delle sabbie mobili. Si dice di una persona che cade nelle sabbie mobili, che ogni movimento non fa che portarlo più giù. A volte penso che qualsiasi cosa che potremmo fare, al punto in cui siamo arrivati, potrebbe essere sbagliata. Ci sono punti in cui non ci si può più muovere. Ossia, la situazione è talmente marcia che non c’è cura possibile. E credo che noi siamo a questo punto. Faccio un esempio: quello dei profughi. Non riesco a immaginarmi una soluzione decente. Ormai siamo andati troppo avanti. Mi vengono in mente idee orribili e spaventose. L’unica cosa positiva che mi viene in mente è un’esperienza a cui ho assistito, e che non a caso viene dall’America Latina, e che ho sintetizzato in una storia che ho scritto per un’istallazione che si è tenuta recentemente a Torino, e che qui trascrivo così come mi è venuto di raccontarla. Forse è il segnale che si potrebbero (o forse dovrebbero) cambiare completamente le carte.


STORIA DEI BAMBINI DI MEDELLIN

La storia che sto per raccontare non è una fiaba, ma è accaduta realmente, e il fatto che sia accaduta realmente la rende ancora più magica.
Alcuni anni fa partecipai al Festival di Poesia di Medellin, e là conobbi due maestre che insegnavano in una scuola steineriana. Diversi mesi dopo una di loro mi scrisse che sarebbero arrivati per visitare l’Italia tredici bambini e quattro accompagnatori (lei era uno dei quattro accompagnatori). Il viaggio si chiamava “Grazie Leonardo”, o almeno questo era l’oggetto che compariva in tutte le sue lettere. Chiedevano che si trovassero per loro dei posti in cui poter dormire; e si capiva che erano senza soldi, ma non lo dicevano esplicitamente. Io mi attivai, coinvolsi altre persone, senza risultati, e in un fitto scambio di email venne fuori che volevano visitare Milano per vedere L’Ultima cena di Leonardo e che volevano andare a Firenze per percorrere le stesse strade in cui erano passati Leonardo e Michelangelo e per respirare la stessa aria che essi avevano respirato.
Alla fine la questione logistica fu risolta da una ragazza di un paesino del Veneto, Daniela Boscato (oggi è una psicologa), che mi spiegò più tardi che in Veneto c’è ancora il Medio Evo – da bambina aveva detto di non credere in Dio, e l’avevano portata da vari esorcisti; fu una fortuna, perché poté scrivere a uno di loro dicendogli: «dato che non fai niente tutto il giorno trova da dormire a questi bambini», e il prete li fece ospitare in vari istituti religiosi in diverse città.
I bambini vennero a Roma, io li andai a prendere a Fiumicino con una valigia rossa piena di roba da mangiare e li accompagnai in pullman, e poi in tram, fino all’istituto religioso dove avrebbero dormito. Lì si accamparono, e gli accompagnatori (che erano i loro insegnanti) cucinarono, lavarono i piatti, e l’indomani li portai in giro per Roma – così per un paio di giorni.
Erano molto disciplinati e molto simpatici. Non si lamentavano mai. Attaccavano discorso con tutti e creavano un clima di simpatia. A Piazza Navona c’era della musica e si misero subito a ballare. Coinvolsi degli amici in questi giri (mia sorella Silvia, Franca Rovigatti, Massimo Barone). La sera successiva andammo tutti a mangiare dalla poetessa Mia Lecomte che poi disse: “Vedendo questi bambini ho capito meglio in che schifo di paese viviamo noi”.
Poi andarono a Firenze: coinvolsi una ragazza che studiava a Siena, Ludovica Colantuono, che li accompagnò; con la loro simpatia riuscirono a entrare gratis agli Uffizi; non poterono entrare a Santa Croce perché si pagava ma girarono intorno alla chiesa e andarono tutti ad appoggiare le mani sulle mura della chiesa (un gesto che facevano anche gli uomini della preistoria, mettendo l’impronta delle loro mani nelle grotte).
Io non ebbi tempo di portare a casa la mia valigia rossa e gliela lasciai, e loro se la portarono dietro per tutto il viaggio dicendo che era il mio cuore che li seguiva.
Alla fine arrivarono in Veneto, e la ragazza che aveva trovato il modo di farli ospitare negli istituti religiosi li fece dormire in varie case private, superando l’iniziale diffidenza degli abitanti che diffidavano del fatto che si trattasse di colombiani. Anche questa fu una fortuna, perché il loro aereo stava per partire da Fiumicino e bisognava trovare un pulmino che li portasse direttamente all’aeroporto. La ragazza risolse il problema spargendo la voce che in paese c’erano dei colombiani e che bisognava trovare subito dei soldi per mandarli via, e i bravi leghisti fecero una colletta, e con quei soldi appunto, si pagò il pulmino.
Durante il loro soggiorno a Roma, Diana Lucia Restrepo (l’amica che avevo conosciuto a Medellin, che lì tra, l’altro organizza, un festival di poesia di bambini) mi raccontò come era nata l’idea del viaggio e come era stato organizzato.
Lei insegnava storia dell’arte e aveva parlato di Leonardo e Michelangelo che vivevano a Firenze; i bambini (che erano tra gli otto e i dodici anni) dissero che volevano andare in Italia e camminare nelle stesse strade e respirare la stessa aria che avevano respirato Michelangelo e Leonardo.
Lei disse: bè, questo potrete farlo tra quindici anni.
I bambini dissero: maestra, tra quindici anni lei sarà una vecchietta, noi vogliamo farlo adesso.
La maestra disse: ragazzi, ma questo è un sogno.
E allora un bambino disse: maestra, ma lei ci ha detto che noi dobbiamo sognare.
In conclusione, i bambini trovarono un libro dove c’erano scritte lettere già fatte, e scrissero a tutta la Colombia che loro volevano andare a Firenze a camminare nelle stesse strade e respirare la stessa aria che avevano respirato Michelangelo e Leonardo, e alla fine i cafeteros (i coltivatori del caffè) dettero loro i soldi per l’aereo.
Il viaggio in sostanza fu deciso e organizzato dai bambini, che poi, quando il viaggio fu finito, decisero di scrivere un libro per raccontarne la storia.
Tempo dopo Diana Lucia mi scrisse che l’esperienza italiana aveva creato un precedente; e che i bambini (altri bambini, perché quelli che erano venuto in Italia erano quelli dell’ultimo anno) avevano seguito le orme dei loro predecessori e, con la convinzione che i loro sogni si sarebbero comunque realizzati, avevano scritto alla Nasa dicendo che volevano mandare un messaggio nello spazio, e la Nasa aveva accettato. Diana mi mandò il testo del messaggio, tutto scritto a mano e pieno di colori. Il messaggio, rivolto agli abitanti di altri pianeti, terminava con delle domande:

Voi sognate?

Voi provate emozioni?

Vivete in pace?

Come comunicate?

Come siete?

Com’è il vostro pianeta?

Come vi siete evoluti?

La classe successiva, l’anno dopo, decise di andare in Inghilterra per parlare con J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter.
Questa è la storia dei bambini di Medellin. Prima o poi dovevo raccontarla. Non voglio fare particolari commenti. Devo dire solo che la parola “sogno” entrava spesso nel linguaggio sia dei bambini che dei loro insegnanti. E devo aggiungere (perché ormai i bambini di questa scuola sono parte di una tradizione che essi stessi hanno costruito, e alla cui base c’è che tutti i sogni, se si vuole, possono essere realizzati), devo aggiungere, appunto, che questi bambini hanno scritto una lettera rivolta al tavolo di negoziati tra governo e guerriglia che si tengono in Colombia, spiegando che le trattative di pace sono fallite perché non vi hanno partecipato i bambini, e che la pace è molto meglio della guerra.

da Pericolo

È evidente che l’uomo è un animale politico a un grado incomparabilmente più alto che non l’ape o qualsivoglia altro animale che viva secondo forme aggregate. In realtà, la natura non fa nulla invano; e solo l’uomo, fra tutti gli animali, ha la parola. Ora, mentre la voce serve semplicemente a indicare la gioia o il dolore e appartiene perciò anche agli altri animali (poiché la loro natura si spinge sino ad avvertire il piacere e la sofferenza, e a significarli agli altri), il discorso serve a definire e ad esprimere l’utile ed il dannoso e, di conseguenza, anche il giusto e l’ingiusto.

Aristotele

 

I

Certo quando tu ormai hai capito
che noi dell’occidente viviamo sulla morte quotidiana di migliaia nel
terzo mondo, e che ci sono guerre, morti per fame,
è una cosa che non riesco
a levarmi dalla testa, quando penso a queste cose dico,

non riesco a togliermi dalla testa l’idea che dovrei essere più felice,
che dovrei stare meglio, è possibile mi dico che noi viviamo nel mondo
privilegiato del mondo e non riusciamo a goderci la vita, e invece
stiamo lì attruppati a ingrassare come vermi,
in questo astruso mutismo, e l’unica soluzione è andare in palestra,
come diceva il sublime Henry Kane
“tutti quelli che non vanno in una palestra hanno la pancia”
una volta scopavo come un dio, adesso invece me ne sto muto, e solo,
[e vado in giro,
con una giacca dal collo di falsa pelliccia,
quando tu sai dove portano tutte queste strade sai bene che non puoi
[andare da nessuna parte, non è possibile portarsi nel ventre le stesse
lacerazioni, il contatto che [si attacca e si stacca,
brucia è rovente e ti provoca a intermittenza fitte, è meglio andare in
[palestra, la cosa peggiore è la seconda parte della tortura,
ripercorrere sapendo le sensazioni che verranno, le varie estasi
profonde, come un pozzo, l’acqua il cuscino e la speranza, correrle
dietro non volerla chiamare non pensarci; e vivere tutto come in un
grande pensiero, il pericolo;
tu senti il pericolo che si avvicina e si insedia nel tuo ventre, e poiché
sai perfettamente ormai cos’è esso è solo pericolo: non ha nulla di
avventuroso:
il dottore mi ha detto che devo masticare più lentamente i cibi;
ma ormai è troppo tardi;

tutte queste cose sono scritte sotto un segno invernale, torrenti di
pioggia nuvoloni neri ci sono cose che si devono scrivere d’estate,
altre d’inverno, e questo sono cose scritte d’inverno, la paura;
sono sensazioni che passano come nell’etere come nuvole che
trascorrono,
tu non puoi che raccoglierne un pezzo, il resto se ne
va; ma come puoi tu raccogliere tutta la tua paura,
e immagazzinarla, non è possibile,
la terza parte della tortura è la peggiore,
quando tu sai la paura e la sua ripetizione, e sei in grado di ripensare
anche alla seconda;

pericolo come un fumetto, non ti addentrare in queste cose lacerate,
violente, impara a trattenerti, ho
imparato:

un mio amico ha sempre mal di testa – come un fotoromanzo, io non
ho mai cercato invece di trattenere tutta la realtà in uno schema, per
questo non ho il mal di testa,
ed ora camminerò a lungo per i prati bagnati, con scarpe
impermeabili, ferree, la quarta parte della tortura
è il silenzio, la consapevolezza di te, e allora tu puoi confessare
perché nessuno te lo chiede, sei libero, il male è soltanto

tu sai che puoi debellarlo;
sei forte, uomo, e in fondo, tutto sommato, ho imparato a
masticare lentamente;
aveva quel pallore malsano che soltanto i preti e i rivoluzionari
hanno, e diceva; vedi come tutti potrebbero essere felici, mentre
tutti ballavano,
si vedeva che era molto teso, era pallido, aspettava
la riunione del prossimo comitato centrale dei chimici –
sono stato per circa tre fasi di tortura come lui, tra le margherite viola;

adesso il male è soltanto pericolo, ed è inverno – ho indumenti molto
caldi, piove, ho paura; dovrei fumare di meno ma non è possibile in
questi momenti,

ora è mattina presto andrò a compiere uno strano lavoro occidentale
tra poco –
imparo a lavarmi con l’acqua calda, e a non pensare troppo;
ho adesso la consapevolezza di essere guardato, adesso, cammino
sentendomi guardato, è inverno;
adesso è inverno, è bello, la primavera prossima sarà ancora inverno,
sarà bello;

II

ora devo rimettere a posto la casa, la poesia paga, la prosa no, ho
cominciato ad andare alle letture; la cosa peggiore è abbandonarsi alla
speranza, ricominciare a credere, essere preda dell’ansia del desiderio.
lei disse è stata una telefonata straziante
ci sono persone che vanno nel terzo mondo
a lucrare la differenza di livello di vita lì con pochi soldi tu sei un
signore o almeno un’amica mi consigliò una volta di andare lì e
comprarmi una donna mi disse che mi avrebbe fatto da moglie da amante
da domestica da schiava,

questo sonno è simile alla morte simile alla morte ed aspetto,
che venga qualche piccolo risentimento a svegliarmi,

qualcosa che faccia alitare la superficie dello specchio o un tremore
che faccia risentire le mie vertebre;

un segno di vita opaco come un fremito che lentamente mi
immetta nel circuito in cui io posso ridere e starnazzare
le mie budella si sfanno e decrescono enormemente e straripano e
allora
sento le mie budella come un tocco nel mio cervello,
sono contento che di me non sia rimasto altro che questo
encefalogramma

il segreto è questo scrivere questo solo dopo il sonno ora che
qualcuno ha telefonato ma il telefono era staccato;
sono contento che sia staccato il contatto ma dall’altra stanza
l’ho udito come uno sputo sul vetro, come
un ressentimento precoce l’ho udito nell’altra stanza il campanello
secondario come uno sputo nel silenzio che si posa sul vetro: ho lasciato
questo contatto acceso a cui non posso rispondere;

devo resistere alla tentazione di battere a macchina queste righe, devo
impedire che ciò si concretizzi non devo svegliarmi; devo impedire che il ghiacciolo
gocci sul vetro;

che la goccia si rompa sul vetro come una conflagrazione;

devo rimanere così a lungo ricordando la tortura;

ora lo posso dire la tortura ne sono uscito non ho risposto al telefono.

ora lo posso anche dire il ghiacciolo è esploso sul vetro ma io non l’ho
sentito; quest’inverno berrò vino rosso per scaldarmi, è inverno, ed
ora giro per questa città di assassini
con intorno al collo girato tre volte un collo di finta pelliccia: tutto
è molto
opaco come un rumore ed io

V

supponiamo che io stia dentro un racconto – un mio racconto – e lo
potessi cambiare – e lo potessi cambiare, e vivere una strana avventura,
e che potessi vivere la mia vita cambiandola, come in un racconto

supponiamo che io potessi cancellare un anno come si cancella una
frase

ripenso alla freddezza dell’esecuzione di quell’uomo si cacava
di paura,
al freddo balletto che gli hanno creato intorno si può fare una
cosa anche di un presidente
ero fiero di essere povero poi finalmente qualcuno mi ha aperto gli
occhi mi ha detto inutile che ti vanti tanto sei un rinunciatario

quello che mi frenava d’altronde era il fatto di doversi
identificare negli altri –

ieri ho visto i magistrati avevano la morte dipinta addosso – li ho
visti in una festa e alla fine abbiamo fraternizzato – al suono di una
poesia avevano la faccia di chi ha visto troppe volte la morte l’orrore

tentavano di ridere di sorridere mentre il loro volto era tutto una
stimmata

li ho trovati molto simpatici e soprattutto avevano l’aria preoccupata

essi volevano sentire le poesie d’altronde era un modo la poesia
ha funzionato

alla fine tutti parlavano come fosse l’ultima sera da
scapolo le loro donne poi se le sono tirate dietro

cameriere – una boccetta di vetriolo, disse la mia amica a chi le
diceva che aveva un bel volto –

d’altronde come fai tu a vivere con del vetriolo in pancia come
possono i tuoi mari sommersi far galleggiare sopra il vetriolo

come possono i tuoi occhi galleggiare
in un mare di vetriolo

Il vetriolo si compra in farmacia ma come fai tu a galleggiarci in
un mare

le onde del mare sono blu come l’inchiostro e si muovono in ricci
colorati

come la chiocciola dal guscio-silice essi si muovono onde
sono le onde del mare che si muovono dentro il tuo stomaco
forse pezzettini di vetro o il sorriso magistrale
l’aereo passa sopra uno sterminato mare di cadaveri

Ti ergi come una giraffa per guardarci sopra

e poiché faccio anch’io parte del mare di cadaveri
questa è la poesia un collo di giraffa pezzato muschiato
ancora odorante come un muschio naturale
per
guardare sopra il mare anche il proprio,

l’unica difesa è irrigidirsi trascurando tutto

XVII

quello che mi rende particolarmente arido e sterile – a me uomo – è
il fatto che alla mia morte non sarò mangiato. Cioè io porto dentro
me stesso il mio corpo – fino alla fine – e lo mangio io stesso, fino
alla consunzione;
io non trasmigro negli altri, e in questo senso sono solo.

ciò che mi caratterizza è che io posso uccidere senza essere
ucciso; tutti i vecchi sono degli assassini

tutto ciò produce stanchezza nell’uomo – questo procrastinare
indefinito della morte; – quando noi saremo divenuti immortali,
saremo divenuti sterili.

anche ingrassare i terreni ci è negato; i cimiteri – come si sa – sono
entità astratte, così come lo sono i fiori mortuari.
(anche la prossima guerra sarà sterile)

 

Carlo Bordini è nato a Roma, dove vive, nel 1938. Ha pubblicato numerosi libri di poesie, tutti raccolti nel volume I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010 (Luca Sossella Editore, Bologna 2010). Un’ampia selezione di testi si possono trovare sul suo sito (www.carlobordini.com). Ha curato, assieme a Antonio Veneziani, Ivana Nigris ed Enza Troianelli, l’antologia Dal fondo, la poesia dei marginali (Avagliano Editore, Roma 2007; postfazione di Roberto Roversi). Ha pubblicato anche: Non è un gioco – Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina (Luca Sossella Editore, 2008). In prosa ha pubblicato: Manuale di autodistruzione (Fazi Editore, Roma 2004); Pezzi di ricambio (Empirìa, Roma 2003) e il romanzo Gustavo – una malattia mentale (Avagliano Editore, 2006). È tradotto in varie lingue.