AMÀRI – la lingua errante e plurale di Biagio Guerrera | di Manuel Cohen

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I versi di Biagio Guerrera si distinguono per una duplice spinta o movimento, a prima vista, antitetici: da un lato, il lettore si imbatte in una scrittura dal marcato richiamo all’oralità: si avverte la sensazione precisa di un forte ascendenza di matrice orale, quasi pre-verbale, che sembra affondare e regredire alle scaturigini della poesia dialettale, cantata e raccontata. Proprio gli aspetti o registri di canto e di racconto si impongono, attraverso le recursività e i ritorni sonori, le figure di ripetizione, le catene allitteranti e anafore, versi, distici o strofe dislocate alla maniera di refrain di canzoni. D’altra parte, accanto a una lingua di chiara matrice orale, il lettore è chiamato a un confronto serrato, quasi un affronto, con una lingua di estrazione inventiva, in grado di coniare neologismi, e colta (con recuperi filologici di lemmi desueti e culti), e con gli slittamenti in avanti di una sintassi complessa, tutta una architettura ritmico prosodica e di costruzione dei periodi ampi e debordanti che spingono la phoné oltre l’alveo linguistico di riferimento, ingenerando un urto contrastivo, quasi un agonismo, con l’originario bacino linguistico, o con l’impianto naturalistico di partenza. Come in una cultura linguistica e letteraria stratificata, più livelli linguistici si susseguono, stratigrafandosi come ere geologiche su pareti di roccia, o come variazioni minime di tonalità su penta-grammi musicali:

Allupacchiatu

Tuttu chiddu ca ni cangia
Tuttu chiddu ca n’imprena
Tuttu chiddu ca ni jungi
Tuttu chiddu ca n’adduma

Tuttu chiddu ca ni scica
Tuttu chiddu ca ni futti
Tuttu chiddu ca n’abbrazza
Tuttu chiddu ca n’agghiutti

[…]

Stordito – Tutto quello che ci cambia / Tutto quello che c’impregna / Tutto quello che ci unisce / Tutto quello che ci accende // Tutto quello che ci strappa / tutto quello che ci fotte / Tutto quello che ci abbraccia / Tutto quello che ci inghiotte // […]

Così, il lettore si ritrova di fronte a testi acustici, che fungono da casse di risonanza ritmica e vocale che richiama modularità proprie della tradizione orale e dei cantastorie, ma anche, a più livelli, richiama un coacervo di complessità dato dalla sovrapposizione di scritture millenarie (Amàri sembra spesso richiamare la particolare vocazione alla enumeratio e alla genealogia delle scritture bibliche) e contemporanee (la risonanza più inattesa è per certa poesia anglo-americana, iterativa e narrativa: Walt Whitman, Edward Eslin Cummings, Edgar Lee Masters, fino alle più contemporanee linee dell’oggettivismo sperimentale). Ma il prelievo testuale appena proposto, introduce un elemento fondamentale per chiarire, anche dal punto di vista dei temi e dei motivi, l’operazione di Guerrera: al centro dei versi proposti, domina la scena la particella pronominale ni (ci, derivato da noi).
Un noi indistinto, estensibile a un plurale che si svuota di valenze ideologiche e si risemantizza di cariche antropologiche: è un ci-noi umanissimo, condivisibile e riferibile all’umano, al campo umano.
L’ultima spiaggia di un io plurale o collettivo, l’ultima ipotesi di una condizione condivisa:

Venerdì santu

[…]

Iu, tu, nuautri
Semu n’assenza ca
fui ca torna
ca sfui
c’avvampa je svapura

Sulu n’arresta
Sapiri ca u chiantu jè simenza
Sapennu c’amuri jè na liggi cchiù granni

Mangiatimi u cori
Mangiatimi u cori

Venerdì santo – […] Io tu noi / siamo un’assenza che fugge / che torna / che sfugge / che avvampa e svapora // Solo ci resta / Sapere che il pianto è seme / Sapendo che amore è una legge più grande // Mangia-temi il cuore / Mangiatemi il cuore

A chiarire lo spazio in cui si muove la particella pronominale ni (ci, da noi e nuautri) è l’enunciato di per sé programmatico del testo: Amàri, infinito del verbo, ma anche plurale possibile di sostantivo. A colmare lo spazio dei testi, nella ampia avventura di dispersione cartografata nella segnalazione diaristica delle date e dei luoghi in cui i testi sono scritti, oppure di esplosione testuale, è la proprietà degli uomini: la possibilità di declinare l’amare e l’amore, di verificarne efficacia e durata nella vita feriale e nei moti (psichici e metastorici) di empietà ed efferatezza.

Scrivu

[…]

Scrivu ccu Miciu Tempiu je so futtuti
ccu Pasolini nta puti ari via Paternò
ccu Melu Vassallu ca ni chiama r’un
cuttigghiu du Tunniceddu ra Playa
scrivu cca tirannia ra miseria
scrivu cchi me vagabbunnaggi ri pueta èrrimu
scrivu cch’i strati nfucati ra me città
scrivu j’a raggia cula ru me cori sunanti

Scrivo – […] Scrivo con Micio Tempio e le sue fottute / con Pasolini nella taverna di via Paternò / con Melo Vassallo che ci chiama da un cortile / del Tondicello della Playa // scrivo con la tirannia della miseria / scrivo con i miei vagabondaggi di poeta errante / scrivo con le strade infuocate della mia città / scrivo e la rabbia gronda dal mio cuore sonante

Così, quasi a costellazione, sono elencati numi e nomi di una storia, di un destino, di scrittura e di ethos: Domenico Tempio, l’iniziatore con Giovanni Meli, tra sette e Ottocento, della tradizione dialettale siciliana; Pasolini, l’esempio forse più alto, Carmelo Vassallo, il drammaturgo di riferimento. Proprio la memoria pasoliniana, nella magniloquenza del ‘volgar’ eloquio’, volta in chiave barocca da Guerrera, come ho avuto modo di scrivere altrove, indicizza tutta la coscienza e il moto di empietà che c’è nel mondo di relazione della natura e degli uomini. Stigmatizza, da contemporaneo cantastorie, la narrazione icastica della natura violenta, o incivile, delle relazioni, fissando nell’infanzia il termine di non ritorno, e nei chiodi, o nella pietra, i termini della vita e della coscienza storica immedicabili: «Pietra che taglia / Pietra che fuma che brucia / Pietra che mi ha tagliato / Pietra fissa là dove stava» (Petra, Pietra)

Biagio Guerrera è nato nel 1965 a Catania, città in cui vive. Ha studiato canto con Michiko Hirayama, e svolge attività di operatore culturale ed editoriale in campo musicale, teatrale e poetico. Esordisce con Idda (Il Girasole, Valverde 1997), opera presentata in anteprima nel 1992 a Santarcangelo dei Teatri. Seguono: Cori niura spacca cielu (Mesogea, Messina 2009), e Amàri (Mesogea, Messina 2014). Con il gruppo musicale Dounia e il poeta tunisino Moncef Ghachem pubblica Dalle sponde del mare bianco (Mesogea, Messina 2003); con M. Ghachem e la pocket Poetry Orchestra, firma Quelli che bruciano la frontiera (Folkstudio ethnosuoni, 2011).

Foto di Matteo Fiorelli




SALVATORE RITROVATO – l’angolo ospitale | di Luca Benassi

Dall’Annuario di poesia 2015

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Il titolo dell’ultima fatica di Salvatore Ritrovato, L’angolo ospitale (La vita felice, Milano 2013), contiene un ossimoro che è necessario disinnescare per entrare all’interno della sua poesia. Correttamente Gabriela Fantato, nella nota critica che introduce il volume, parla di «un senso di perdita e di esilio, vissuti come status permanente dell’e-sistere», che si colgono compiutamente man mano che ci si avventura tra le pagine del testo, e che a parere di chi scrive è rinvenibile fin dal titolo, all’apparenza votato a evocare un luogo di serenità, ma che in realtà conduce in un territorio disertato. L’angolo, infatti, non è solo quello del caminetto e della poltrona dove il poeta potrebbe raggomitolarsi la sera a leggere nella sua casa di Urbino, ma è quel luogo, quel ridotto lembo di una realtà slabbrata – viene alla mente la locuzione “essere messi all’angolo” – nel quale si può venir costretti, per vicende emotive, familiari, esistenziali. Anzi, quello di Ritrovato non è affatto caminetto e poltrona, ma un angolo improvvisamente stralunato, una casa che una mattina, di punto in bianco, è altra cosa, collassata sulla sua capacità di essere «ospitale» per diventare un luogo alieno, non più domestico. Si leggano i testi Solitudini e Fuoriuscito nei quali il tempo sembra sospendersi e improvvisamente far intendere la realtà in modo completamente diverso, quasi rivoltandola come un guanto: «Va così. Che un giorno come tanti / torni a casa, dal lavoro, e le pareti / il soffitto, ogni stanza, le vecchie / tende, le ciminiere, l’ombra incerta / del ficus, nel corridoio, la finestra / da cui entra parte di mondo / o quel che avanza, la porta/ che porta fuori e dentro / ovunque entriamo e usciamo / altrove, è un mucchio di macerie.». In questi versi, tratti da Solitudini, si respira l’aria dell’incertezza e della vaghezza del tempo alla quale fa da contraltare la precisione di una consapevolezza: l’ospitalità domestica all’improvviso diventa «un mucchio di macerie». Il testo ha un andamento cinematografico, da un interno immobile e crepuscolare (quello casalingo) si esce nelle strade e nelle piazze di Urbino, si tratta di un passaggio («certe mattine sono uno che entra e esce/ dalla vita» dalla poesia Fuoriuscito) che si sostanzia in un continuo modificare del punto di osservazione: è l’angolo di visuale che si slarga e si restringe di volta in volta, ci fa osservare le strade e le piazze di Urbino battute dal vento, i binari del treno, Venezia, la Puglia, Berlino, il passato, il futuro di una prole che scalda il cuore ma già si percepisce come distante. Si leggano i testi dedicati ai figli, al rapporto con un padre che già osserva l’ineluttabilità di una crescita e di un distacco, per gettarsi a vele spiegate in un mondo che non è più il suo (dalle poesie Dietro il cancello e Volatività): «un giorno li vedrò tornare grandi / e domandarsi quale traccia / die-tro il cancello che ci separa di trent’anni / fra il giardino e la strada, di ieri resti.» La dimensione dell’elegia, che è una caratteristica assodata in Ritrovato, qui si spezza, si rompe in una malinconia prospettica, prendendo vie di fuga che contrappongono (ancora l’ossimoro) la saldezza dell’io lirico con la prospettiva di un tu distante che è amore perduto, treno in viaggio, incontro, scontro, assenza. Si situano su questa linea emozionale i testi Elegia piccola e Il trasloco, carichi d’ormbre lunghe, di giorni interminabili che non fanno altro che accrescere il languore del distacco: «ogni giorno è il primo e l’ultimo / se dietro cessa di esistere / fitto e solido il tuo futuro. / Temi di sorridere e da tempo lasci / frusciando come un’ombra leggera / e impertinente questa corte».
Questi punti di vista, che si intrecciano e spesso si contrappongono, assumono un tratto essenziale in Paradosso, una sezione costituita da un racconto in prosa poetica, che si svolge nell’arco di un viaggio in treno, dove un uomo e una donna si incontrano brevemente per lasciarsi alla stazione ferroviaria. Appare evidente la tensione “esiliante” di potenzialità disinnescate: emotive, sensuali, semplicemente umane, che nella dimensione del viaggio trovano una loro improvvisa giustificazione.
Il paradosso di una realtà mutata e straniante percorre tutta la raccolta. In la domestica alle prese con le faccende di casa chiede a quale film appartengano le immagini che scorrono sul televisore, nelle quali un aereo colpisce un grattacielo di una città americana. In questo testo la dimensione paradossale e assurda si scioglie quando la vicenda delle torri gemelle, il cui attacco ha cambiato il mondo, viene messa in relazione con il matrimonio (al quale fa riferimento il sì del titolo), quella sicurezza fatta di mura casalinghe e figli, quell’angolo ospitale che può essere improvvisamente messo a repentaglio e cambiare segno, farsi cioè terra d’esilio, intercapedine di un palazzo di vetro e cartongesso che si sbriciola, bruciato, vaporizzato. La vicenda domestica e familiare è forma di un’ospitalità insidiosa, e al poeta non rimane che mettersi alla ricerca di un angolo dove si possa sentire di abitare il mondo, dove percepire un umanissimo senso di appartenenza. Quest’angolo (finalmente) ospitale è la poesia stessa, questa ostinazione del verso, la «distratta e poca vita di quest’ora stenta», nella quale Salvatore Ritrovato regala il meglio di sé e di una vicenda umana fatta di dolente semplicità.

Su una vecchia fotografia

Chi mi fissa di voi in questa lucida carta?
Che brusio è scomparso dallo schermo
muto di questa kodak?
Trent’anni e una parola per
tenere quelle pupille, filmarne il
verso sopito dalla pellicola
l’attimo di meraviglia, non basta. Verrò
ad abitare un giorno con voi dove non
scorre linfa, non trasuda spirito di
focolare e la pietà s’appanna. Pure finirà
tutto, in un ostensorio cesellato con
cura, o in un calice sollevato sull’altare;
cesserà l’andirivieni fra me e voi che mi
aspettate
laggiù, sulle scale, dopo un matrimonio.

Domani

Era un dicembre di tanti anni fa e u
n’alba come questa la sentivo
nascere dalla strada
quando ancora dorme la casa,
portarmi nel suo limbo
di soffi chiari e lenti,
a voci che mi accerchiano;
e nell’acqua che sale in cielo
e piove nelle ore corte del giorno
e si raccoglie nelle fogne,
si fa rugiada, imperla poi le foglie
le tegole, scorre sui vetri,
perdersi infine come l’ho lasciata.
Per te canto l’ombra all’ingresso
della magnolia e il nespolo
a ovest che prende freddo
e la grondaia che l’accarezza;
per te, quando mi chiami presto
e vorrei finire allora allora la
poesia di un solo verso,
invisibile, alla finestra.
Ma sono già le otto e piove e torno a
letto. Segue un bisbiglio dal pozzo
di luce, una hit parade
movimenti aerei di fune
nella nebbia, lo schiocco
inerte di mollette,
al tavolo che apparecchio
tra caffè e biscotti secchi.
L’anno nuovo torna nel suo
vecchio parallelo passato, ogni
ombra nell’iride di uno specchio,
queste parole in un abisso
silenzioso e domestico,
quello che nuotava dentro
nella tua pancia,
suo orizzonte segreto,
piccolo bastimento
girino da niente, batticuore;
la vita mi sorprende.
Ma t’imploro non dire altro,
ballata senza rima,
se torno in cucina e ancora dorme;
cerco le chiavi e gli occhiali
persi in un’altra casa, il tempo
manca mancando ci rimorde.
Vedrai laggiù che cieli azzurri e
mari, le dirai, domani.

Questa strana pace

Dalla bocca del mio vicino esce uno spiffero
caldo e forte rivela cose che non conosco.
Esiste un posto, e là grandi città
meravigliose, senza luce e acqua,
dove le mosche vivono meglio dei cani
dice e questi meglio degli uomini:
cataste d’immondizia sovrastano i palazzi
le macchine inciampano in carcasse di lamiere
e animali, ognuno va dove gli pare.
Da tempo non esistono strade. Ha
un muscolo semplice e onesto: si
chiama cuore, ama gli spaghetti e
il vino buono, l’ozio e il lavoro, e
qualche volta la televisione.
Ma sai quando si vive con i morti scopri
che almeno un giorno all’anno
(però non tutti gli anni) ti accolgono e
devi approfittarne, sennò muori
quel giorno, e nessuno ti aspetta, resti solo.
Ti conviene, se viene, non perderlo.
Per me quel giorno c’è stato.
Dal finestrino abbassato ora un vento si
alza freddo, vorace, e le parole strappa
dalla faccia, e le ultime alla radice. Squarcia
il mio silenzio. Questa strana pace.

Dietro il cancello

A questo paese che non è Venezia
dove i bambini giocano per strada col
pallone e sbucano da ogni angolo
oggi ho portato Giorgia e Tommaso.
Guardano di là quel movimento
e nel giardino della zia, oltre la
ringhiera, alzano un invisibile castello.
È come un sogno che ho dimenticato.
Poi stanano lucertole dalle fratte
e tartarughe con dardi d’erbaspada, montano
sul monopattino, e via d’un fiato. Quanto i
miei figli sono diversi dai bambini
che giocano per strada, e da me (fra quelli),
quanto è lontana la loro infanzia dalla mia da
quello che fui anch’io in quel regno senza
governo, di auto in sosta
e passanti increduli, molesti.
Un giorno li vedrò tornare grandi
e domandarsi quale traccia
dietro il cancello che ci separa di trent’anni
fra il giardino e la strada, di ieri resti.

San Marco in Lamis, agosto 2008

Salvatore Ritrovato (1967) ha scritto varie raccolte di versi: Quanta vita (Book, Ro Ferrarese 1997), Via della pesa (Book, 2003; n. ed., Puntoacapo, Novi Ligure 2015), Come chi non torna (Raffaelli, Rimi-ni 2008), L’angolo ospitale (La Vita Felice, Milano 2013); Asclepiade, plaquettes di traduzioni e imitazioni (Levante Editore, Bari 2000; Prévert, Cartotecnica Veneziana, Venezia 2002); il libretto in e-book Dedo («Quaderni di RebStein», XIV, 2009), per musica di Delilah Gutman, sulla vita di Amedeo Modigliani; e infine gli appunti in versi e in prosa di un viaggio in Bosnia, Cono d’ombra (con film-D-VD, regia di A. Laquidara, Transeuropa, Massa 2011). Per quanto riguarda il suo lavoro critico, ricordiamo: Dentro il paesaggio. Poeti e natura (Archinto, Milano 2006), La differenza della poesia (Puntoa-capo, Pasturana, 2009), Piccole patrie. Il Gargano e altri sud letterari (Stilo, Bari 2011), All’ombra della memoria. Studi su Paolo Volponi (Metauro, Pesaro 2014). Suoi testi sono usciti su riviste e antologie, anche all’estero; collabora a varie riviste letterarie, codirige l’annuario di poesia contemporanea internazionale «Punto» (ed. Puntoacapo). Insegna Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Urbino, dove vive.

foto di Antonio Nicolini




LA VIA D’USCITA – quattro poeti greci sulla crisi | di Luca Benassi

Dall’Annuario di poesia 2015

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La Grecia è culla. Non vi è manifestazione artistica e del pensiero nella storia europea che non abbia radici che sfuggano, per misteriosi percorsi sotterranei come per scoperte filiazioni, alla vena del pensiero ellenico. In questo senso è difficile, almeno nello spirito, immaginarci una Grecia estranea al progetto di un’Europa affratellata e solidale nelle questioni economiche e politiche come in quelle civili e culturali; eppure, le urgenze economiche e politiche dell’Unione Europea, connesse alla così detta crisi del debito e alla presunta necessità di una sua ristrutturazione, hanno portato a mettere in secondo piano gli aspetti della fratellanza e dell’identità spirituale a favore di questioni pratiche e impellenti. Abbiamo imparato a vedere la Grecia con occhi differenti, a definirla un malato bisognoso di cura, un soggetto da mettere sotto sorveglianza, un cattivo pagatore. Per il civis europeo la Grecia è un dilemma di natura economica, un problema di insolvenza, ma sotto altra prospettiva un’opportunità di ripensare un modello economico di sviluppo, soprattutto a seguito delle elezioni politiche del gennaio 2015 che hanno visto affermarsi Alexis Tsipras. Dietro tutto ciò vi sono la vicenda di un Paese e l’esperienza di un popolo che sta vivendo un dramma sociale, ma anche sperimentando la possibilità di un modello di rinascita, attraverso l’adozione di sistemi di sviluppo che mettano la centralità dell’essere umano e dei suoi bisogni davanti ai tecnicismi finanziari e bancari. Si tratta di una scelta politica e culturale prima ancora che economica, i cui riflessi sul sistema europeo tengono con il fiato sospeso banche e istituzioni, e sulla cui effettiva possibilità ci si interroga. Ciò che qui interessa, tuttavia, è la prospettiva interna, il punto di vista dei greci, i quali vivono la crisi (dal verbo krino che in greco antico vuol dire discernere, valutare in una prospettiva di cambiamento, senza una necessaria accezione negativa), la sopportano e ne intravedono sviluppi e vie d’uscita. Nelle pagine che seguono si è data la parola a quattro poeti, di generazioni ed estrazioni diverse, nella convinzione che la poesia abbia la capacità di sintetizzare emozione, pensiero, desiderio, paura, speranza. La presente antologia, con tutti i limiti di spazio e scelta che si possono immaginare, risponde alla seguente domanda: come interpretano i poeti ellenici attraverso i loro versi l’attuale realtà politica e sociale della Grecia? Si è lasciata agli autori amplissima libertà di scelta dei testi, affidando loro il compito di immergere il termometro della parola nella complessità della vicenda greca.
Stamatis Polenakis (1970) è poeta visionario, capace di creare parallelismi fra la contemporaneità e le tragedie dell’Europa del secolo scorso, il nazismo, le purghe staliniane. Il poeta è ogni uomo, è solo e insieme è tutti, è «uno che tiene una lampada/in una casa deserta», offrendo il quadro drammatico di una solitudine e di un’agonia senza rimedio.
Yiorgos Chouliaras (1951), forse il più sperimentale dei quattro, si affida a un codice frammentato, privo di punteggiatura, dal quale emergono istantanee di privazioni e rottura, di balletti esplosivi nei quali si consumano i drammi di una gioventù (soldati morti, adolescenti impazienti) alle prese con un futuro che non esiste. La realtà ha un andamento circolare, come una lettera che sempre torna al suo destinatario, tutto viene trasfigurato nel cabaret della storia.
Di diverso tenore è la poesia di Hatto Fisher (1945) filosofo ellenico di adozione che scrive in inglese, i cui testi si richiamano alla grande tradizione greca del Novecento, attraverso una chiarezza del dettato affidata a immagini di una incandescenza naturale. Si veda il testo il cieco, dove un vecchio privo di vista si muove sicuro e sempre sorridente nei vicoli della città fra una folla inquieta, quasi indicando la via di casa come un acquietato Tiresia. Qui la metafora di una Grecia accecata, ma ancora capace di trovare la via della libertà, è il segno di un possibile superamento e germe di speranza. Il segno positivo non si stempera neanche nel testo dure immagini, scritto all’indomani delle elezioni politiche del gennaio 2015, nel quale l’inquietudine di un mare in tempesta è metafora del cambiamento, del vento di protesta che spezza l’immobilismo della storia.
Katerina Anghelaki-Rooke (1939) è poetessa della natura come grande metafora del vivere e della storia. In questi testi, dove è predominante la dimensione del corpo e dei suoi limiti, la paura, il dolore, l’inabilità fisica sono metafora di un paese strangolato, soverchiato dalla paura e dall’assenza di futuro. Non vi è spazio per la passione e l’amore, eppure è in questo stato di privazione, nel quale ciò che non si ha sembra avere più valore di ciò che si possiede, che vi è spazio per la rinascita, per una riflessione che mette al centro lo spirito e la bellezza della vita.

Stamatis Polenakis – Σταματησ Πολενακησ
Traduzione di Maurizio De Rosa

Δεν ξέρω τι θα φέρει το αύριο
Δεν ξέρω τι θα φέρει το αύριο. Εγώ ο ποιητής Φερνάντο Πεσσόα
ονειρεύτηκα ότι είμαι όλοι οι άνθρωποι
που υπήρξαν, είμαι τα μάτια της μητέρας
μου σκεπασμένα με δάκρυα, είμαι οι χιλιάδες
νεκροί του σεισμού της Λισσαβόνας και ένα
άρρωστο σκυλί που τριγυρνά στα ερείπια.
Είμαι ο Ρικάρντο Ρέις, ο Μπερνάρντο
Σουάρες και τόσοι ακόμα που τους ξεχνώ.
Είμαι κάποιος που κρατά μια λάμπα σ’ ένα
έρημο σπίτι.
Κάποιος άλλος, όχι εγώ, αγωνιά ολομόναχος
στο κρεβάτι ενός νοσοκομείου -I know not
what tomorrow will bring- Σήμερα είμαι
απλώς ένας άνθρωπος που πεθαίνει.

Non so cosa porterà il domani

Non so cosa porterà il domani.
Io il poeta Fernando Pessoa
ho sognato di essere tutti gli uomini
che sono stati, gli occhi di mia madre
velati di lacrime, le migliaia
di vittime del terremoto di Lisbona e un
cane macilento che si aggira tra le macerie.
E Ricardo Reis, Bernardo
Soares e molti altri ancora che non ricordo.
Uno che regge una lampada
in una casa deserta.
Qualcun altro, non io, agonizza da
solo in un letto di ospedale – I know
not what tomorrow will bring – Oggi
sono soltanto un uomo che muore.

Nota:
Reis e Soares sono due degli eteronimi adottati dal poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935). Il titolo si riferisce alle ultime parole, in inglese, scritte da Pessoa in un ospedale di Lisbona il giorno prima di morire.

Απο το χαμενο ημερολογιο του Βσεβολοντ Μεγιερχολντ

Αν μοναδική αλήθεια της ζωής μου υπήρξε
το ψέμα του θεάτρου τότε είμαι πράγματι
ένοχος. Αλλά δεν είμαι τρελός, σύντροφοι.
Γνωρίζω ήδη καλά τα βήματα των φρουρών
στο προαύλιο της φυλακής και αυτόν τον
προβολέα πάνω στο πρόσωπό
μου και τον γδούπο των σωμάτων που
πέφτουν μέσα στη νύχτα και τον ξερό ήχο
των τσεκουριών στο απέναντι δάσος.
Ξέρω καλά τι σημαίνουν όλα αυτά.
Είναι όλα τόσο παλιά όσο και ο κόσμος.
Τώρα καταδικάστε με αφού δεν βλέπω
μπροστά μου τίποτε άλλο από μαύρους
τοίχους. Πάει καιρός που δεν μπορώ
πια να ξεχωρίσω την πραγματικότητα
απ’ το όνειρο, αλλά δεν είμαι τρελός,
σύντροφοι.
Η ωραία λευκοντυμένη γυναίκα που πέφτει
κάθε βράδυ στις γραμμές του τραίνου
ονομάζεται, νομίζω, Άννα Καρένινα.

Dal diario perduto di Vsevolod Meyerhold

Se l’unica verità della mia vita fu
la menzogna del teatro allora sì, sono
colpevole. Ma pazzo no, compagni.
Ho già imparato a conoscere i passi delle guardie
nel cortile della prigione
e il riflettore puntato sul mio
volto e il tonfo dei corpi che
cadono nella notte e lo schianto secco
delle scuri nel bosco antistante.
So bene che cosa vogliono dire.
Sono cose vecchie come il mondo.
E adesso condannatemi giacché davanti a me
altro non vedo che pareti
nere. Da molto tempo non riesco più
a distinguere la realtà
dal sogno, ma pazzo
no, compagni.
La bella signora biancovestita che si butta
ogni sera sui binari del treno
si chiama, se non sbaglio, Anna Karenina.

Nota:
Vsevolod Meyerhold (1874-1940) fu un insigne regista e attore teatrale russo e sovietico. Artista d’avanguardia, quando negli anni Trenta Stalin censurò le opere di avanguardia Meyerhold fu arrestato, torturato e condannato a morte. L’esecuzione avvenne nel 1940.

Τοπιο με χιονι

Εγκάρδιος ήταν ο φιλόσοφος μπροστά
στην ξύλινη καλύβα του στο μαύρο δάσος
κι αυτά ήταν τα τελευταία λόγια που είπε
αποχαιρετώντας τον κουρασμένο του επισκέπτη:
Μη φύγετε ακόμα, ας συνεχίσουμε όλη τη νύχτα
να μιλάμε για τον Ηράκλειτο και τον
Χαίλντερλιν, για τη ζωή και τον θάνατο, για τα
αιώνια δάκρυα
ή για το χιόνι και την ομορφιά των βουνών,
αλλά μη με ρωτήσετε ποτέ πώς ξερίζωναν
τα μαλλιά, πώς έκλεβαν τα δαχτυλίδια
από τα δάχτυλα των νεκρών
ή σε ποιο ποτάμι έριχναν τις στάχτες τους
Γιατί συνέβησαν όλα αυτά μη με
ρωτήσετε ποτέ. Ό,τι έγινε, έγινε.
Τα πάντα έχουν από καιρό ειπωθεί
κι εγώ δεν έχω να προσθέσω ούτε
μια λέξη παραπάνω.

Paesaggio con neve

Cordiale era il filosofo davanti
alla capanna di legno nel bosco oscuro
e queste furono le ultime parole che disse
congedandosi dall’esausto ospite:
Non se ne vada, continuiamo a discutere
tutta la notte di Eraclito
e di Hölderlin, della vita
e della morte, delle lacrime perpetue o
della neve e della bellezza dei monti,
ma non mi chieda come strappavano i
capelli, come sfilavano gli anelli dalle
dita dei cadaveri
o in quale fiume ne spargevano le ceneri.
Non mi chieda
perché è accaduto tutto questo. Quel che è stato è stato.
Tutto è già stato detto
e non ho da aggiungere
neanche una parola in più.

Nota:
Componimento ispirato all’incontro, avvenuto nel 1967, tra il filosofo tede-sco Martin Heidegger, il cui sostegno al nazismo è ancora oggetto di dibatti-to, e il poeta rumeno Paul Celan, di origine ebraica, i cui genitori morirono in un campo di concentramento.

Stamatis Polenakis è nato ad Atene nel 1970, dove si è laureato in regia cinematografica. Ha frequentato lezioni di cultura Ispanica presso l’Università Complutense di Madrid. È autore di cinque raccolte di versi e sue poesie sono state tradotte in inglese, fran-cese e tedesco. È anche autore di drammi teatrali presentati ad Atene. Nel 2010 il monologo L’ultimo sogno di Emily Dickinson è stato presentato alla radio pubblica della Romania. Nel 2009 è stato borsista del centro degli scrittori e dei traduttori del Baltico a Visby, in Svezia.

 

Yiorgos Chouliaras – Γιώργος Χουλιάρας
Traduzione di Emi Kochliaridou

Προσφυγες

Από την άλλη πλευρά της φωτογραφίας
γράφω για να θυμάμαι
όχι το πού και πότε αλλά ποιος

Δεν είμαι εγώ στη φωτογραφία

Τίποτε δεν μας άφησαν να
πάρουμε μαζί μας Μόνον
αυτή τη φωτογραφία

Αν τη γυρίσετε από την άλλη θα με δείτε

Εσύ είσαι στη φωτογραφία, με ρωτούν
Δεν ξέρω τι να σας πω

Rifugiati

Sul retro

della foto scrivo a ricordare a me stesso
non dove o quando, ma chi

Io non sono nella fotografia

Ci hanno lasciato nulla
da portare con noi
Solo questa fotografia

Se la tieni sottosopra mi vedrai

Sei tu nella fotografia, mi chiedono
Non so cosa dirti

Ιστοριες

Ιστορίες πολύ παλιές μας κυνηγούν ακόμη
από τόπο σε τόπο μέσα στους δρόμους
ανεβαίνοντας σκάλες και χτυπώντας
κουδούνια που συγκαλύπτουν φωνές όσων
βασανίζονται για να μη μιλήσουν
τηρώντας το απόρρητο της αλληλογραφίας
όπου ματώνουν ταχυδρομικές σφραγίδες
ενώ βουλοκέρι έσταξαν οι ίδιοι στα χείλη
απόγονοι της φυλής των ταχυδρόμων
που αεικίνητα σκυταλοδρομούν μεταφέροντας
από χέρι σε χέρι το ένα μόνον γράμμα που
κάνει τον γύρο του κόσμου για να φθάσει στον
αποδέκτη που είναι και αποστολέας πριν
προφτάσουν των γραμματοσήμων τα τοπία να
αλλάξουν εποχή

Storie

Storie troppo vecchie ci inseguono
ancora da luogo a luogo per le strade
salendo scale e suonare
campane che nascondono urla
di quelli torturati a rivelare
la riservatezza della corrispondenza
dove sigilli postali sanguinano
con cera aver sigillato le labbra
questi figli di una tribù di postini
inquieti impegnati in questo relè
di una mano in mano singola lettera
girare il mondo per raggiungere
il destinatario che è anche il mittente
prima di paesaggi sui francobolli
avere il tempo di cambiare le stagioni

Το καμπαρε

Μες στους καπνούς από τα τσιγάρα των νεκρών φαντάρων
μες στις μεταλλικές κραυγές τους βγάλτα όλα καθώς
διασταυρώνονται οι λεπίδες πλούσιων λάμψεων από
χοντρά μπριγιάν στα δάχτυλα ενός τραπεζίτη που
χειρονομεί
μέσα στα λαίμαργα βλέμματα ανυπόμονων εφήβων
που δεν αντέχουν πια και βιάζονται να γδυθεί πριν
καταστροφικά ξεσπάσει η έκρηξή τους πάνω στο
παλκοσένικο το καταφαγωμένο από τα λαμπερά
σαγόνια των ψεύτικων σουτιέν
δίνω ρυθμό στο πιο σκληρό στριπτίζ της ιστορίας
παίζοντας ασταμάτητα στα κύμβαλα των Βαλκανίων
ένα παλιό ρεφρέν των Νέγρων του Σικάγου

Il cabaret

Nel fumo di sigaretta di soldati morti nelle
loro metalliche grida rimuovere tutto come
lame di riflessi ricchi attraversano sulle dita
di un banchiere che applaude
negli sguardi affamati di adolescenti impazienti
che non ce la fanno più, esortandola a spogliarsi
prima che la loro distruttiva esplosione erutti
dappertutto sul palco polverizzato
dalle punte brillanti di falsi reggiseni
Io do ritmo allo spogliarello più duro della storia
giocando sui tamburi dei Balcani
una vecchia canzone africana di Chicago

Yiorgos Chouliaras (1951) è poeta, saggista ed autore del romanzo alfabetico anti-memoriale Dizionario di Ricordi. Sue poesie tradotte in inglese sono state pubblicate in importanti riviste letterarie e in antologie internazionali. Il suo lavoro è stato tradotto in bul-garo, cinese, croato, francese, giapponese, spagnolo e turco. Nato a Salonicco, ha studiato e lavorato in Oregon, New York, Boston, Washington DC e Dublino, prima di tornare ad Atene.

 

Hatto Fisher
Traduzione di Anna Lombardo

The blind man
for Costis, the son of Melina

He sees better than anyone else
what you feel and contemplate.
He senses with his hands
what your smile means to others.
And he gathers a lot from your voice.
Often you wonder how he moves
through the streets and still
finds his way back home
all by himself.
He seems never to be alone in
his world of constant daze.
Everyone greets and loves him
because he knows no sarcasm
and has a friendly word for
everyone, who passes by his house.
Even to a stranger, he would say,
good that you live among us,
especially when a crisis
hits us so hard that no one can see
what lies ahead. To this he adds
with a nod of his head while his
eyes search where you are standing
the thought that life is most powerful
when the vision of a common future
guides us all. He then shakes your hand
and lets you go, trusting
you will find the way alone.

Il cieco
per Costis, figlio di Melina

Vede meglio di chiunque
altro ciò che senti e contempli.
Sente con le mani
ciò che il tuo sorriso significa per gli altri
e dalla tua voce ricava molto.
Spesso ti chiedi come si
muova per le strade e trovi
poi la strada verso casa
da sé.
Sembra non stare mai da solo
nel suo mondo di continuo stordimento.
Tutti lo salutano e gli vogliono bene
perché non conosce il sarcasmo
e ha una parola amica per chiunque
passi vicino alla sua casa.
Perfino ad uno straniero, lui
direbbe, felice che stai con noi,
specialmente quando una crisi
ci colpisce così duro che nessuno può vedere
cosa c’è davanti. A questo aggiunge
con un cenno di capo mentre i suoi occhi
cercano dove tu stai in piedi
il pensiero che la vita è più potente
quando la visione di un futuro comune
guida noi tutti. Poi ti stringe la mano
e ti lascia andare, fiducioso
che tu troverai la strada da solo.

Strong images

If I could only rip apart those rocks
against which lean the winds of the seas;
they come and go at free will, but chained
to them is the magic projection of Camus’ Sisyphus
as if we live only now and then in virtual worlds
reflecting how our imagination can stretch out like
the hand of the hungry beggar for some food.
If I could only cry out loud, but am nearly drowned in silence,
the injustices in the world are like the waves created by
the large boats cutting through the water and ignoring
whatever small sized vessel might be close by, in the
way, so like the blind man I do not see far, only hear
the sounds the winds make along the shores of the island on which I
have been stranded for years by now, by now.

Dusk writes with a pen the things to be remembered
for tomorrow will be another rough day with many tasks
left incomplete since most of the people have left the city
in preference for another way of life, and in being abandoned,
I walk alone through empty streets and hear only my footsteps
like the lost sounds of by-gone times curling now around lamp posts
as if paper wishing not to be carried away by the winds, the winds.

Step by step I scale the stairs till up at the top I find an answer
to what I have been searching for all along. It is the news of elections in
a far away land near the Aegean sea which has undertaken it
to try a different way while leaving uncertain what shall be questioned first.
Metallic is the sound of change when women hit on their pots out of protest.
It is no longer just the winds which are making the sounds of change.
Swept along the streets are now newspapers screaming out the news
of today.

Faded into history are shades of those days when it was not a beco-ming to exist.
Time and again, news are a reminder of the precarious nature of life itself.
Swept along are also the memories which flow down the stairs like wine.

Dure immagini

Se solo potessi fare a pezzi queste rocce
contro cui i venti del mare si inclinano;
loro vanno e vengono a piacimento, ma a loro
incatenata è la proiezione magica del Sisifo di Camus
come se vivessimo solo ogni tanto in mondi virtuali
che riflettono come può estendersi la nostra
immaginazione come mano d’affamato in cerca di cibo.

Se potessi soltanto urlare, ma quasi annego in silenzio,
le ingiustizie nel mondo come onde provocate
da grandi barche che tagliano l’acqua e ignorano
qualsiasi piccola imbarcazione che possa essere attorno,
attorno, come un cieco io non vedo lontano, solo ascolto
il rumore dei venti lungo le coste dell’isola
su cui sono rimasto arenato da anni ormai, ormai.

Il crepuscolo scrive con una penna le cose da ricordare
perché domani sarà un altro duro giorno con molti compiti
rimasti da fare da quando la maggior parte della gente ha abbandonato la città
preferendo un’altra vita, e abbandonato,
io da solo cammino per le strade vuote e ascolto solo i miei passi
come suoni persi di tempi andati che si arricciano ora attorno ai lampioni
come se la carta desiderasse di non essere trasportata via dai venti, i venti.

Passo dopo passo salgo le scale finché in cima trovo una risposta a
ciò che ho da sempre cercato. Sono le notizie di elezioni
in un paese lontano vicino al mare Egeo che si è impegnato
a cercare un modo diverso rimanendo incerto cosa dovrebbe interrogare per primo.
Metallico è il suono del cambiamento quando le donne protestano fuori battendo
pentole. Non sono solo i venti ora a suonare il cambiamento.
Spazzati lungo le strade sono ora i giornali che strepitano le notizie del giorno.
Sbiadite nella storia sono le ombre di quei giorni quando esistere non era divenire.
Ancora tempo, le notizie sono un promemoria della natura precaria della vita stessa.
Spazzate sono anche le memorie che cadono morbide dalle scale come vino.

Freedom
in memory of Ritsos

When no money is earned
and the risk ever greater to
come home very late to a
wife just nagging, then
sole freedom may be to
live ones own craziness
like Ritsos’ pottery man
who stopped coming home
but stayed instead in his shack,
and while running around with
but a simple loin clothe made
instead of flower pots naked
women out of red clay, and
whose breasts he would bite
before going happily to bed…

…but there is also this lawyer
in the neighbourhood who loves
to repair cars like homo faber;
he too could no longer take the shouts
of his wife dressing him down
over and again as if a small boy,
for he dreamt always of fast cars
with special engines purring like a cat
when travelling along a road
leading past the moon to the stars.

Libertà
in memoria di Ritsos

Quando non si guadagna nulla
e il rischio maggiore è perfino
ritornare a casa tardi
da una moglie brontolona,
allora l’unica libertà può essere
lasciare la propria pazzia
come il fabbricante di creta di Ritsos
che smise di tornare a casa
e rimase nella sua
baracca, e andando in giro
con un semplice perizoma
invece di un vaso da fiori fece
dalla rossa creta donne nude, i
cui seni poteva mordere
prima di andare felicemente a dormire…

…ma c’era anche questo
avvocato nel vicinato che amava
riparare le macchine come homo faber;
anche lui non sopportava più di sentire le
urla di sua moglie fargli una lavata di capo
continua come fosse un bimbetto,
perché sognava sempre macchine veloci
con motori speciali miagolanti come un
gatto quando andavano lungo la strada
dirette oltre la luna verso le stelle.

Hatto Fischer (1945), poeta e filosofo, ha lavorato a Berlino e Atene, dove attualmente vive. Coordina l’associazione non gover-nativa Poiein kai Prattein (www.poieinkaiprattein.org), fondata da poeti, che si propone di creare una base comune poetica per lo sviluppo del pensiero filosofico. Ha organizzato workshop poetici a Malta (Toni di versi nel 2013 e In cerca della pace nel 2014), e sta or-ganizzando il workshop Ponti di redenzione per la pace a Wroclaw, Polonia.

 

Katerina Anghelaki-Rooke – Κατερινα Αγγελακη Ρουκ
Traduzione di Maurizio De Rosa

Η ανορεξια της υπαρξης

Δεν πεινάω, δεν πονάω, δε βρωμάω ίσως κάπου
βαθιά να υποφέρω και να μην το ξέρω κάνω πως
γελάω δεν επιθυμώ το αδύνατο

ούτε το δυνατό, τα απαγορευμένα
για μένα σώματα δε μου χορταίνουν τη ματιά. Τον
ουρανό καμιά φορά κοιτάω με λαχτάρα

την ώρα που ο ήλιος σβήνει τη λάμψη του
κι ο γαλανός εραστής παραδίνεται στη
γοητεία της νύχτας.
Η μόνη μου συμμετοχή στο
στροβίλισμα του κόσμου
είναι η ανάσα μου που βγαίνει σταθερή.
Αλλά νιώθω και μια άλλη παράξενη συμμετοχή·
αγωνία με πιάνει ξαφνικά για τον ανθρώπινο πόνο.

Απλώνεται πάνω στη γη σαν
τελετουργικό τραπεζομάντιλο που
μουσκεμένο στο αίμα σκεπάζει
μύθους και θεούς αιώνια
αναγεννιέται και με τη ζωή
ταυτίζεται.

L’anoressia dell’esserci

Non ho fame, non ho dolore, non ho cattivo odore
forse in cuor mio soffro senza saperlo
faccio finta di ridere
non desidero l’impossibile
né il possibile, i corpi
a me interdetti non mi saziano lo sguardo.
Talora con apprensione
osservo il cielo
quando il fulgore del sole si spegne
e l’azzurro amante si arrende
alle seduzioni della notte.
Il mio unico contributo al
vorticare del cosmo
è il mio respiro costante. Ma
di contributo ne reco anche
un altro, inspiegabile.
L’ansia procuratami a un
tratto dal dolore degli uomini.
Si sparge sopra la terra
come una tovaglia d’altare
imbevuta di sangue
che ricopre miti e divinità
nasce e rinasce nei secoli
identificandosi con la vita.

Φοβος το νεο παθος

Οι πληγές δεν ανθίζουν πια
σε ποιήματα και τραγούδια·
κακοφορμίζουν μονάχα.
Η θάλασσα δεν είναι πόθος
που πλέει στ’ ανοιχτά αλλά
φόβος του βυθού.
Τι έγινε η χαρά της ζωής που
καταχτούσε την κάθε στιγμή
ακόμη κι όταν η μέρα ξημέρωνε δυσοίωνη;
Τώρα πόνος κανένας δε μαστίζει το κορμί

αλλά το μέσα το αλυσοδένει ένας
νέος παντοδύναμος τύραννος: ο
φόβος.

Ήρθε ο φόβος και σάρωσε
όλα τα πάθη.
Ο έρωτας τώρα μοιάζει
πότε με ζητιάνο στη γωνιά
και πότε με γελωτοποιό χωρίς δουλειά
αφού κανέναν πια δεν κάνει να γελάσει.
Ένα είναι το πάθος· ο φόβος
π’ απλώνεται σαν σάβανο
και όλα τα σκεπάζει.

Φόβος για την κατάρρευση της
φύσης, του κορμιού, του κόσμου.
Τώρα αντί να ουρλιάζει το μέσα «Τι
ωραίος που είναι αυτός!» μια είναι η
φωνή που κυριαρχεί: «Πρόσεχε!»

Paura la nuova passione

Le piaghe non fioriscono
più in canzoni e poesie.
Sono purulente e basta.
Il mare non è una brama
che naviga al largo
ma paura dell’abisso.
Dov’è la gioia di vivere
che dominava ogni momento
persino al nascere di un giorno nefasto?
Adesso il dolore ha smesso di
affliggere il corpo
ma a incatenare l’animo
c’è un nuovo tiranno
onnipotente: la paura.

La paura ha spazzato via
ogni passione.
L’amore adesso somiglia al
mendicante in un angolo
o a un pagliaccio senza lavoro visto
che non fa più ridere nessuno. La
passione è una sola: la paura che si
espande a mo’ di sudario
ricoprendo tutto quanto.

Paura che collassino
la natura, il corpo, il mondo.
Adesso il cuore non dice più esultante
«Com’è bello!»
una soltanto è la voce che domina:
«Prudenza!».

Η ευλογια της ελλειψης

Ευγνωμονώ τις ελλείψεις μου·
ό,τι μου λείπει με προστατεύει
από κείνο που θα χάσω· όλες οι
ικανότητές μου
που ξεράθηκαν στο αφρόντιστο χωράφι της ζωής
με προφυλάσσουν από κινήσεις στο κενό
άχρηστες, ανούσιες.
Ό,τι μου λείπει με διδάσκει·
ό,τι μου ‘χει απομείνει
μ’ αποπροσανατολίζει
γιατί μου προβάλλει εικόνες απ’ το παρελθόν
σαν να’ ταν υποσχέσεις για το μέλλον.
Δεν μπορώ, δεν τολμώ ούτ’
έναν άγγελο περαστικό να
φανταστώ γιατί εγώ
σ’ άλλον πλανήτη, χωρίς αγγέλους
κατεβαίνω.
Η αγάπη, από λαχτάρα που
ήταν έγινε φίλη καλή·
μαζί γευόμαστε τη μελαγχολία του Χρόνου.
Στέρησέ με -παρακαλώ το Άγνωστο-
στέρησέ με κι άλλο για να επιζήσω.

La benedizione della mancanza

Rendo grazie a quel che non ho.
Quello che mi manca mi protegge
da quel che perderò.
Tutte le mie abilità
inaridite sul terreno incolto della vita
mi proteggono dai gesti a vuoto
inutili e inani.
Quel che non ho mi insegna molte cose.
Quel che mi è rimasto
mi disorienta
perché mi proietta immagini del passato
simili a promesse per il futuro.
Non posso, non oso
neppure un angelo di passaggio
immaginare perché io
in un altro pianeta, senza angeli
sto scendendo.
L’amore da fonte di angoscia
è divenuto un buon amico.
Insieme assaporiamo la
malinconia del tempo.
Supplico l’Ignoto di togliermi ancora
altre cose per farmi sopravvivere.

Katerina Anghelaki-Rooke è nata ad Atene nel 1939. Ha studiato lingue straniere in Grecia, in Francia e in Svizzera, e ha svolto la professione di traduttrice e interprete. In Grecia è considerata una delle principali voci poetiche della sua generazione. Ha ricevuto le seguenti onorificenze: nel 1962 il primo premio di poesia della città di Ginevra (Prix Hensch), nel 1985 il secondo premio nazio-nale greco di poesia e nel 2000 il premio dell’Accademia di Atene dedicato alla memoria di Kostas ed Eleni Ourani.




RI-CONOSCERSI NELLA POESIA – Lettere dal mondo offeso, Christian Tito e Luigi Di Ruscio | di Rossella Renzi

Dall’Annuario di poesia 2015

Se vuoi ordinare in anteprima l’Annuario di poesia 2016 scrivici a argoannuario@gmail.com

 

Si comincia dalla fine, in questo libro – pubblicato dalla Casa Editrice L’arcolai di Forlì, nel 2014 – che racconta il dialogo, profondo, umanissimo nato dalla corrispondenza tra due voci poetiche del nostro tempo: Christian Tito, un giovane poeta che vive a Milano e lo scrittore ultraottantenne Luigi Di Ruscio, trasferitosi in Norvegia dal 1957.
Si comincia dagli ultimi scambi, dalle ultime battute tra i due, cari-che di un sentore di buio che lentamente silenzia ogni cosa e mette a rischio la voce di un grande poeta, di un uomo particolare, che scrive nella sua opera Memorie immaginarie e ultime volontà:

“È così che capisci di andartene, gli sguardi dei tuoi cari si
abbassano, le parole stentano ad essere pronunciate, i figli
ammutoliscono. […] Chiudo tutte le finestre, ripongo nella custo-
dia la macchina da scrivere, ritorno tranquillamente nel niente da
dove sono venuto.
Nei miei versi è la mia resurrezione.”

Tito avrebbe voluto intitolare questo libro La vita segreta dei ratti, una delle ossessioni del suo Maestro, dal momento che il suo sguardo, il suo pensiero, la sua ricerca erano rivolti agli strati più bassi dell’esistenza, verso gli esseri che vivono a margine: Di Ruscio riesce ad affiancare all’orrore, quanto di grande e buono è ancora possibile alla natura umana. Una volontà di resistenza, o meglio di resilienza a tutti i costi, per uno scrittore in grado di usare la parola come conferma dell’esistenza. Perché in questo Don Chisciotte moderno – così lo definisce Christian Tito – «esiste un’adesione così stretta tra vita e scrittura» che nelle sue opere, la sua carne e il suo spirito risultano totalmente scoperti.
Nel libro la poesia trasuda da ogni pagina, da ogni parola, da ogni silenzio, e assolve il compito di aumentare il valore della realtà, in ogni gesto, immagine, situazione… E questo, Luigi, sapeva farlo bene: al termine della lettura, viene spontanea la ricerca furiosa delle opere di Di Ruscio, poiché si ha la sensazione di aver lasciato indietro una parte importante della nostra letteratura contemporanea.
Christian Tito scopre Di Ruscio casualmente alla Libreria del mondo offeso di Milano, dove i gestori gli consigliano la lettura di questo notevole poeta, ingiustamente trascurato. Christian lo apprezza moltissimo e cerca subito un contatto con lui: perché è questo ciò che accade quando un libro ci entra dentro, ci segna (o ci in-segna)… Desideriamo incontrare il maestro, per avere le sue parole e per ‘sentirlo’ come persona e non solo attraverso la pagina.
Piano piano, fra loro, si intesse un dialogo sempre più fitto e attento a scoprire, con attenzione e una sorta di pudore, le vite reciproche attraverso i versi, i racconti e le fotografie. Di Ruscio non nasconde le diverse problematiche, anche gravi, legate alla salute, alla solitudine e le sue difficoltà economiche. Non nasconde il suo profondo disagio, la mancata comprensione che il mondo ha avuto verso la sua persona e verso la sua arte. Christian, dotato di grande sensibilità, sa usare le parole giuste per trasmettere a Luigi un raggio di luce e di speranza in quel frangente doloroso (e finale) della sua esistenza. E soprattutto sa raccogliere quella che è l’urgenza di Luigi: fare sopravvivere la sua scrittura, portarla nel mondo per farla vivere, oltre la sua esistenza terrena. Si legge infatti nelle Mitologie di Mary:

“La mia paura della morte riguarda solo la paura che tutto
quello che scrivo vada perduto.”

Dalle lettere emergono frammenti, ricordi, confidenze sulla quotidianità familiare, così che la poesia si viene a collocare in una dimensione domestica e faticosa, dentro le pieghe dei giorni, quando il lavoro speso sulla tastiera, avverte del pericolo vicino.

da L’Iddio ridente

Nessuna strada sembra più strada
del vicolo in cui sono nato
in giù per la discesa precipitavo
mentre le madri urlavano
fuggivo da loro
le ultime radici troncate
ero finalmente vivo
e in salvo
con le poesie scritte
presso l’ultimo precipizio.

Tito entra nella scrittura di colui che riconosce come Maestro, scoprendone una forza epica accanto a una profondissima ironia. Ne valorizza i lapsus, le sgrammaticature, le invenzioni linguistiche, a volte ironiche, a volte tragiche… Lui, che sembrava poter scrivere in preda a furiosi rapimenti creativi, in realtà era un attento scultore, che lavorava finemente sui dettagli. La stessa vita di Di Ruscio è stata epica, considerando la misera della sua infanzia, la guerra, il trasferimento in Norvegia e i numerosi lavori che si trovò a svolgere tra Italia ed estero, e il pessimo rapporto con i suoi connazionali («con gli italiani che occasionalmente incontro sono trattato da pezza da piedi. Invece con i norvegesi spesso incontro cordialità».)
Le lettere dal mondo offeso scivolano veloci, come i mesi e gli anni, tra i versi bellissimi dei due, che si confrontano sulle loro creazioni, sulle citazioni copiose e necessarie che Tito fa della poesia e della prosa di Di Ruscio, tra scorci di quotidianità, stima reciproca e una fiducia che cresce ad ogni nuova mail ricevuta.
I vissuti, seppure così diversi, lontani geograficamente e storicamente (Di Ruscio, classe 1933, originario di Fermo, trasferito in Norvegia a 27 anni; Tito classe 1979, pugliese, trasferito a Milano) individuano radici comuni che non possono che saldare e intensificare questo rapporto di lettere che diventa inevitabilmente rapporto umano: la fabbrica, i gatti, la famiglia, la poesia, la figura del padre e del figlio.
Tutto assume una dimensione familiare ma preziosa, molto rara… perché vicina all’abisso. Ed è qui che occorre curare la parola: come racconto di sé, bisogno, necessità di dire e di ascoltare, di donare e di accogliere, di esserci… Parola che illumina quell’essere insieme, ciò che diventa il manifesto poetico e umano di Luigi Di Ruscio: «le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune». Infine parola capace di resuscitare, una volta oltrepassato il varco.
Il magma di emozioni, pensieri, riflessioni che sprigiona dalle lettere dal mondo offeso rende questo libro necessario: dimostra cosa sia in grado di fare ancora la poesia, quella vera, scritta sull’orlo del precipizio, quando ci restituisce un frammento lucido e appassionato di profonda umanità.

“Scriviamolo sui muri, la resistenza è ancora possibile, l’ur-
genza delle parole si frapponga fra noi e il resto. La sconfitta
non è definitiva, la speranza è tutta nella nostra capacità di ridere.”
Luigi Di Ruscio, Memorie immaginarie e ultime volontà

“Potete anche non leggere la poesia tanto dalla poesia sarete
certamente letti.”
Christian Tito, Lettere dal mondo offeso

 

 

Luigi Di Ruscio nasce a Fermo nel 1930. Emigra dalla sua città natale nel 1957, dopo l’esordio poetico nel 1953 con Non possiamo abituarci a morire, presentato da Franco Fortini. Si stabilisce a Oslo, in Norvegia, dove per trentasette anni è operaio metallurgico. In Norvegia sposa Mary Sandberg con la quale mette al mondo quattro figli. Ha pubblicato: Le streghe s’arrotano le dentiere, con la prefazione di Salvatore Quasimodo (Marotta, 1966); Apprendistati (Bagaloni, 1978); Istruzioni per l’uso della repressione, con presentazione di Giancarlo Majorino (Savelli, 1980); Epigramma, Valore d’uso (1982); il romanzo Palmiro, con postfazione di Antonio Porta (Il lavoro editoriale, 1986; poi Baldini & Castoldi, 1996); Enunciati (Stamperia dell’Arancio, 1993); Firmum (peQuod, An-cona 1999): L’ultima raccolta (Manni, San Cesario di Lecce 2002); Epigrafi (Grafiche Fioroni, 2003); Le mitologie di Mary (Lietocolle, Faloppio 2004). Tra le altre sue numerose pubblicazioni in versi, Poesie operaie (Ediesse, 2007). In prosa ricordiamo, Cristi polverizzati (Le Lettere, Roma 2009) e 50/80 (con Angelo Ferracuti, Transeuropa 2010)e La neve nera di Oslo (Ediesse, Roma 2010).
La neve nera (2013) è anche il titolo del documentario prodotto dalla Maxman di Bologna, scritto e curato da Angelo Ferracuti e diretto da Paolo Marzoni, con la la voce di Ascanio Celestini. Il documentario ricostruisce per immagini la sua storia.
Luigi Di Ruscio è morto ad Oslo il 23 Febbraio 2011.

Christian Tito è nato a Taranto e lavora a Milano come farmacista. Chitarra e voce della band Xyma attiva dal ’96 al 2001 è autore dei testi che cominciano progressivamente ad avvicinarlo alla poesia. Qualche anno dopo pubblica: Dell’essere umani (Manni, 2005) e Tutti questi ossicini nel piatto (Zona, Lavagna 2010), il carteggio con Luigi Di Ruscio, Lettere dal mondo offeso (L’arcolaio, Forlì 2014). Regista dal 2006 di numerosi cortometraggi, alcuni dei quali presenti in vari festival nazionali e internazionali: in particolare nel corto I Lavoratori Vanno Ascoltati si avvale della propria poesia edi quella di Luigi Di Ruscio per narrare le fatiche degli uomini segnati da una vita passata in fabbrica, lavoro incentrato su Taranto e sulla famigerata Ilva.

 

foto di Francesco Terzago




IN ROTTA – sulla poesia di Massimo Zamboni | di Christian Sinicco

Dall’Annuario di poesia 2015

Se vuoi ordinare in anteprima l’Annuario di poesia 2016 scrivici a argoannuario@gmail.com

 

 

Di colpo stare immobili nell’atto degli
erbivori coi tendini che stringono a tenaglia

Di colpo stare stupidi al banco dei carnefici
coi sensi accelerati dall’ignavia

S’ingorga / si inclina / s’inciampa / s’incaglia
S’ingorga / si incrina / si smonta / si spaglia

In rotta siamo simili ai branchi delle antilopi
fratelli scalmanati dell’Italia

In rotta siamo liberi dai gioghi come i liquidi
istorica decrepita gentaglia

Rincorre / trascina / percuote / si scaglia
Rincorre / si inchina / si incute / si incaglia

In rotta siamo simili indifferenti agli
ultimi in rotta siamo sterile sterpaglia

In rotta siamo liberi dai gioghi come i liquidi
isterica decrepita gentaglia

Rimbomba si incrina si strappa si squaglia si
smonta si inclina un gorgo e non c’è più
l’Italia

/ si inclina / s’inciampa / s’incaglia S’ingorga
/ si incrina / si smonta / si spaglia Rincorre /
trascina / percuote / si scaglia Rincorre / si
inchina / si incute / si incaglia S’ingorga / si
inclina / s’inciampa / s’incaglia S’ingorga / si
incrina / si smonta / si spaglia Rincorre /
trascina / percuote / si scaglia Rincorre / si
inchina / si incute / si incaglia

«Attento abitante del pianeta, / guardati! dalle parole dei Grandi / frana di menzogne» scriveva Antonio Porta nel poema Europa cavalca un toro nero (1960). Viene da pensare, leggendo in anteprima questi versi inediti di Massimo Zamboni – poeta della voce e della parola cantata, urlata, eppure scritta – che non solo l’Italia si sia inclinata. La poetica dell’autore, già da Prove tecniche di resurrezione (Donzelli Editore, Roma 2011), ci fa tornare con la memoria al precipizio dell’ultima grande guerra – utili, a questo proposito, sono i riferimenti a Montale e a Levi che «riaprono / ferite e croste antiche».

Infatti qualcosa ci riporta indietro, oggi, nella barbarie: c’è l’Europa che incombe con i propri egoismi politici prodromici di sventura, l’Europa assente sopra il Mediterraneo dei barconi, l’Europa impreparata alla migrazione appena cominciata, l’Europa inerme verso le guerre e l’orrore; è «quest’ultima Europa sempre più alta / quest’ultima Europa di vetro» a sembrarci, per chi come noi ha vissuto la speranza di un futuro di pace dopo il crollo del muro di Berlino, un errore, un ticchettio dell’orologio, ma asincrono e allo stesso tempo con un che di burocratico e con una «retorica popolare» che ci fa vivere anestetizzati in «giorni sgonfi».

Certo, qualcosa di questa sconfitta di europei parte anche dalla nostra politica priva di qualità e di ideali, e come italiani sembriamo incapaci di innovare il nostro paese, di giocare un ruolo nel Mediterraneo e, forse, anche la nostra cultura ha rinunciato a giocare l’ultima carta in suo possesso, il coraggio di cantare:

da Prove tecniche di resurrezione

Sorella Sconfitta

Grazie sorella sconfitta
mi hai dato gli occhi e tre piaghe nel cuore
e nessun filo per poterle cucire
e il coraggio per poterle cantare

Grazie sorella sconfitta
mi hai dato gli occhi e rubata la voce
mi hai schiaffeggiato sull’ultima guancia
non mi restava null’altro da offrire

Mi hai dato gambe per un colpo di
reni colpo di reni per il salto di fuori
salto di fuori appeso nel vuoto
un colpo di grazia per non farmi altro male

Grazie sorella sconfitta
mi hai dato gli occhi e i calli alle mani
una lima ai nervi per imparare
santa impazienza, ma ciò che tarda avviene

Mi hai dato gli occhi e tre lame nel cuore
qualche canzone a rimarginare
mi hai dato gli occhi e un microfono in mano
e il coraggio per poterla cantare

Come poeti, e in generale come individui, non riusciamo a cantare nemmeno la «bellezza offesa» del nostro paese, ascoltiamo le parole dei grandi con disillusione; viene da domandarsi se ci sia un moto d’orgoglio dei partecipanti allo show, ed è questa condizione che esplora Zamboni, scrivendo dell’inesauribile cecità-loquacità-facilità del male, a cui fa da contraltare la pur «Inesauribile, capacità di amare». Sembra quasi un manifesto, se non fosse semplicemente un fatto, a cui le aristocrazie e gli elitarismi letterari e culturali italiani ed europei, impegnati a difendersi in categorie vuote, seppure alcune spettacolari e popolari, dovrebbero guardare, cominciando quel percorso di avvicinamento alla realtà, al cuore dei problemi e della gente.

La parola rotta può dunque avere significati differenti. Voglio interpretarla come la pianificazione di un percorso e di una esplorazione che parte da queste voci piccole, ancora non amplificate, da ciò che sembra marginale e che racconta il perché del nostro essere qui, la poesia… Per cambiare, sì, per cambiare, perché è necessario, attraverso un dialogo tra le generazioni, per non dimenticare. La poesia diviene così il luogo in cui presentare il percorso di alcune parole, di una lingua e di una cultura, la sua rotta: il ritornello dell’inedito La mia patria attuale («Cambierà, sì, cambierà») rimanda a Vedrai vedrai (1967) di Luigi Tenco e alla canzone dello spettacolo Gli ultimi fiori di maggio (1988) di Alfredo Bandelli: «sul mondo incombe ancora la guerra / eppure qualcuno distrugge questa nostra terra / eppure ci sono nel mondo i dannati e gli oppressi / eppure a morire di fame son sempre gli stessi. // Chi dice che tutto è passato, che il mondo è cambiato / è per mantenere il potere per sempre immutato. / Ma cambierà, sì, cambierà / perché necessario ed è giusto, vedrai che cambierà». Un cambiamento attraversa le generazioni, almeno nella sua possibilità: amplificando alcune parole, se siamo in molti a cantarle, forse, qualcosa cambierà. Serve solo un po’ di rock per svegliarci.

La mia patria attuale

Grandi le città
e grande la bellezza offesa
piene per l’età e vuota lena, ma pretesa

Potenza giudicata
rimanda ciò che vale
talenti mal gradisce Patria Attuale

Onesta per metà
e per metà per male
Paese che nel cambio resta uguale

Grande novità
e grande nella notte attesa

Grande cecità
più grande la passione accesa

Cambierà, sì, cambierà
già prima del mattino, svegliandosi

Cambierà, sì, cambierà
già prima di domani, svegliandosi

 

Massimo Zamboni è nato a Reggio Emilia nel 1957. Fondatore del Gruppo CCCP-Fedeli alla Linea, di cui è stato chitarrista e compositore, e dei successivi CSI, nel 2004 ha iniziato la sua carriera da solista. Ha realizzato varie colonne sonore per il cinema e pubblicato i seguenti libri: In Mongolia in retromarcia (Giunti Editore, Firenze 2000), Emilia parabolica. Qua una volta era tutto mare (Fan-dango, Roma 2002), Il mio primo dopoguerra. Cronache sulle macerie: Berlino ovest, Beirut, Mostar (Mondadori, Milano 2005), Prove tecniche di resurrezione (Donzelli Editore, Roma 2011), L’eco di uno sparo (Einaudi, Torino 2015).

Foto di Antonio Nicolini