Zanzotto sulla Luna ⥀ Intervista a Lello Voce

L’intervista a Lello Voce in occasione dello spettacolo Interpretare Zanzotto, che darà avvio alle celebrazioni per il Centenario di Andrea Zanzotto (1921-2011)

 

Sabato 25 settembre a Pieve di Soligo si terrà lo spettacolo Interpretare Zanzotto che darà avvio alle celebrazioni per il Centenario del grande poeta Andrea Zanzotto (1921-2011). Abbiamo intervistato Lello Voce che, coadiuvato per l’aspetto letterario da Stefano Dal Bianco, ha ideato e orchestrato l’opera collettiva, coinvolgendo quattro poete, Sara Ventroni, Marthia Carrozzo, Eugenia Galli, Monica Matticoli, e quattro musicisti, Alessandro D’Alessandro, Frank Nemola, Lorenzo dal Pan, Miro Sassolini, insieme al video-artista Gianluca Abbate.

 

Da dove è nata l’idea di Interpretare Zanzotto?

L’intenzione è quella di giocare sul doppio significato della parola interpretare: da una parte essa si riferisce all’analisi che ci permette di penetrare a fondo nelle caratteristiche tematiche e formali di un’opera, dall’altra essa rimanda all’esecuzione performativa di un’opera (musicale, poetica, teatrale). Ecco, l’iniziativa che curo vuole percorrere entrambe le strade.

Da una parte le quattro poete invitate a salire sul palco interpreteranno il testo scelto per quest’esordio, Gli Sguardi i Fatti e Senhal (scaricabile qui, NdR), con una performance di poesia con musica, di spoken music, accompagnate da quattro ottimi musicisti, ma per fare questo, prima di fare questo, hanno interpretato il testo nel senso più strettamente critico letterario, come dimostrano le pregevoli note drammaturgiche che hanno prodotto e che stiamo pubblicando in anteprima sulla pagina Facebook dedicata all’evento.

A guidare l’aspetto più strettamente letterario dell’evento è con me Stefano Dal Bianco, che del poeta solighese è certamente uno degli interpreti più accreditati e profondi.

Ognuna delle poete, dunque, proponendo un’interpretazione scenica di Senhal, ne farà in qualche modo un’opera nuova, anche sua, in dialogo – a distanza di tempo, di scelte di poetiche, di generazioni – con Zanzotto.

In parallelo con l’evento spettacolare, il video-artista Gianluca Abbate, autore dei video-fondali che accompagneranno la performance, avrà poi il compito di trarre dalle quattro interpretazioni realizzate dalle poete e dai musicisti quattro videoclip di poesia, che siano un ulteriore livello di interpretazione del testo e della sua esecuzione.

L’obiettivo è quello di usare Zanzotto, offrirlo come stimolo ai poeti contemporanei, dimostrare la sua attualità e la sua capacità di essere di fertile ispirazione alle generazioni successive.

Perché Zanzotto, come ogni grande Maestro, non è un albero, ma un seme, o un rizoma.

 

Perché tra tutte le sue opere hai scelto proprio Gli Sguardi i Fatti e Senhal per l’esordio di Interpretare Zanzotto?

Le ragioni sono varie, sia letterarie che personali. Quando l’Assessora Luisa Cigagna, a nome della municipalità di Pieve di Soligo, mi chiese di immaginare un evento diverso dalle classiche celebrazioni, per portare Zanzotto ai giovani e comunque fuori dalla nicchia degli appassionati di poesia e io le proposi Interpretare Zanzotto, Senhal mi venne subito in mente perché – scegliendo quel testo – potevo in qualche modo contare su un assenso ante litteram del poeta stesso. Mi spiego: io ho avuto la fortuna di conoscere Zanzotto all’inizio degli anni ’90 e da allora siamo sempre rimasti in contatto, nonostante le nostre poetiche fossero, per molti versi e ai rispettivi livelli, lontane. Io avevo da imparare da un autore così profondo miliardi di cose e ogni volta che lo incontravo tornavo a casa immensamente più ricco, lui credo fosse curioso di dialogare con qualcuno tanto più giovane e diverso da lui per alcune caratteristiche che paradossalmente ci univano: l’amore per Folengo (quanto e quante volte ne abbiamo discusso insieme!), l’interesse per i dialetti e le lingue minori, l’idea che un poeta dovesse parlare del mondo, nel mondo, per il mondo. Accadde così che io, insieme con Gianmario Villata, decidessi di dedicare proprio a Zanzotto una sezione monografica di «Baldus», la rivista che dirigevo in quegli anni, e al momento di decidere su cosa avrei scritto io, Senhal mi si impose subito. Era un testo eccentrico, fortemente sperimentale, alludeva ai miei diletti trovatori, come ad altri temi che mi interessavano moltissimo, il rapporto con la tecnologia, la psicanalisi, la cultura mass-mediale (quello che poi sarebbe diventato il suo «progresso scorsoio», che oggi sappiamo essere stato profetico), l’esaurirsi, l’asciugarsi di una serie di simboli e di allegorie che erano stati centrali nella produzione poetica europea, di cui lo sbarco sulla luna era evidentemente un segno inequivocabile.

Ma Senhal, poi, alludeva direttamente e/o indirettamente alla possibilità di essere interpretato, è un testo realizzato in modo totalmente dialogico, nello scambio tra le 59 voci anonime che intervengono a dibattere con quella della Luna. Così mi venne voglia di interpretarlo scenicamente, gliene parlai, non mi disse no, mi disse: «Va ben, vediamo che succede». Così la mia lettura scenica di Senhal nacque e fu replicata due volte, sempre alla sua presenza, in un caso con un discretissimo accompagnamento musicale, nel Chiostro del Museo di Santa Caterina a Treviso, in un altro, al Teatro Dal Monaco, con l’ausilio della video-scenografie live di Giacomo Verde. Gli interessò soprattutto la seconda, si spinse sino a dirmi che era «bella», che lui forse avrebbe immaginato scelte sceniche diverse, ma che era bella e lo aveva stupito. La faccenda si chiuse lì e negli anni seguenti non ne parlammo più: parlammo di molto altro, soprattutto di scienza e di politica. Molto poco di poesia. Abbastanza scontato, in ogni caso, che al momento di decidere da quale testo partire per dare vita a Interpretare Zanzotto mi venisse in mente proprio Senhal. Lo richiedeva il testo stesso e me lo chiedeva la mia memoria.

 

Hai affidato le interpretazioni a sole donne, con gli uomini a fondo palco, a servirle: è un modo per dare compimento alla funzione assegnata alla donna dai trovatori e dagli stilnovisti, per passare dalle parole ai fatti, consentendo alle donne di oggi di passare da oggetto a soggetto del desiderio?

Certamente la cultura trobadorica (e Dante, non soltanto nella Vita Nuova) ha riservato alle donne una funzione e una rappresentazione ben diversa da quella della cultura occidentale imperante che, sulle tracce di Agostino e Tommaso, era allora e in buona parte è anche oggi fortemente misogina. La cultura trobadorica rappresenta un vero e proprio ribaltamento di un sistema simbolico fortemente maschile – quello della cavalleria feudale – guerresco, aggressivo, in qualcosa di molto diverso, in cui il servizio si faceva servizio d’amore, dovuto non al re o al grande feudatario, ma a una Donna-Domina, padrona: un servizio d’amore. Ma, al di là di questo, nella cultura trobadorica le donne hanno avuto uno spazio importante (cosa, per i tempi, sorprendente) anche a livello autoriale, basti qui citare, tra le varie trobaritz, la sola Beatriz De Dia, la celeberrima Comtessa De Dia, un’autrice raffinatissima che ha composto testi meravigliosi, o pensare alle poete, o poetesse, marchigiane trecentesche, da voi recentemente ripubblicate (in Tacete, o maschi, NdR), e che formarono una vera e propria scuola – ed eravamo alle origini della nostra storia letteraria. Oggi, nella nostra poesia contemporanea, le autrici donne producono spesso e volentieri quanto di meglio capita di leggere o di ascoltare, e, grazie alla loro forza e alla loro costanza, hanno ormai conquistato il posto che loro spetta.

Le donne, che piaccia o no, a mio parere, sono sempre state i veri soggetti del desiderio, desiderio è, prima di tutto, una parola di genere femminile. Il maschio è un comprimario. Ma, al di là di questo – non deve certo parlarne un maschio – la figura centrale di Senhal è donna, è la Luna, e il viol che essa subisce per mano di una tecnologia aggressiva in modo smaccatamente maschile, direi machista, è certo uno dei nuclei semantici più cogenti del poemetto. Dunque scegliere di invitare solo autrici donne mi è parsa una scelta coerente con quanto, in qualche misura, richiedeva il testo stesso.

 

Nel poemetto di Zanzotto la favola si fa pubblicità, la principessa «sente i piselli sotto mille materassi pirelli», in un imperativo etico che fa dire al poeta «aggiorna la conoscenza». È per seguire lo stesso imperativo che hai orchestrato questa traduzione/tradimento del Maestro di Soligo?

Come dicevo prima l’intento è quello di usare Zanzotto come un seme che dia vita a un rizoma, a una «deterritorializzazione» (Deleuze) del testo originario, che da ogni sua piega apra a nuove interpretazioni e – perché no? – scopra nuovi significati.

Se i poeti non muoiono mai è essenzialmente perché altri, altri poeti, altri lettori, altri spettatori, continuano a interpretarli, si mettono nei loro panni ed eseguono i loro testi, scenicamente, come facciamo noi, o nel silenzio della loro privata lettura, come fanno molti altri. In un misreading che, rinnovandosi senza posa, da una parte fa memoria dell’originale, dall’altra ne propone possibili nuovi sviluppi, formali e semantici, tenendolo in vita. Sempre nuovi tradimenti, sempre nuove tra-duzioni, deterritorializzazioni.

E, sì, certamente, questo mi pare un modo per aggiornare la conoscenza, quella di Zanzotto prima di tutto.

L’unico modo di rispettare una tradizione è tradirla, diceva Haroldo De Campos, giocando sulla polisemia che queste parole si tirano inevitabilmente dietro. Trasportarla altrove.

Così, per quanto concerne questo nostro Senhal, Sara Ventroni si interroga sull’antefatto, su ciò che è accaduto prima che avvenisse ciò di cui poi le differenti voci discutono con la Luna, stabilisce sottili fili, refe di intuizioni che lo collegano alla Beltà, alla neve, al freddo; Marthia Carrozzo esplora lo sfaldarsi inarrestabile del Mito lunare, il ferimento della Dealuna, stringendo il suo obiettivo su quella Diana che appare tra i versi zanzottiani; Eugenia Galli scava tra le pieghe erotiche di quello che è stato violato ieri e soprattutto di ciò che continua ad essere violato (e negato) oggi; Monica Matticoli ribalta i generi e le voci, fa specchio vocale e semantico (e di genere) a ciò che già c’è, per immaginarne una diversa geografia sonora. Per rendere fluido ciò che appare erroneamente solido.

Tutte loro lo fanno ricostruendo Senhal in piena libertà, come rapsode che tagliano e cuciono autonomamente ciò che la tradizione ha dato loro da rammemorare e da trasmettere.

Ristabilendone l’originalità, proprio nel rifiutarne la ripetizione pedissequa.

E le conclusioni che Matticoli tira nelle sue Note di drammaturgia sono, in fondo, la sintesi di tutto il nostro lavoro, del suo senso principale: la presa di coscienza che, infine, «non siamo noi a interpretare Zanzotto, ma è Zanzotto a interpretare noi».

Come sempre accade con i Maestri, aggiungo io.


Valerio Cuccaroni
Valerio Cuccaroni

Dottore di ricerca in Italianistica all’Università di Bologna e Paris IV Sorbonne, Valerio Cuccaroni è docente di lettere e giornalista. Collabora con «Le Monde Diplomatique - il manifesto», «Poesia», «Il Resto del Carlino» e «Prisma. Economia società lavoro». È tra i fondatori di «Argo». Ha curato i volumi “La parola che cura. Laboratori di scrittura in contesti di disagio” (ed. Mediateca delle Marche, 2007), “L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila” (con M. Cohen, G. Nava, R. Renzi, C. Sinicco, ed. Gwynplaine, coll. Argo, 2014) e Guido Guglielmi, “Critica del nonostante” (ed. Pendragon, 2016). Ha pubblicato il libro “L’arcatana. Viaggio nelle Marche creative under 35” e tradotto “Che cos’è il Terzo Stato?” di Emmanuel Joseph Sieyès, entrambi per le edizioni Gwynplaine. È direttore artistico del poesia festival “La Punta della Lingua”.
(Foto di Dino Ignani)

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