È il 1969 Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) è la star di una vecchia serie tv western. Nel corso della sua carriera ha interpretato diversi film che lo hanno reso celebre al grande pubblico, quasi sempre nelle vesti dell’antagonista. Lui è il cattivo. Cliff Booth (Brad Pitt), la sua controfigura.
Ora la carriera di Dalton sembra essere all’inizio del declino. Vive schiacciato dal peso della paura di essere dimenticato, piange e mescola il dolore alle lacrime che assapora ogni giorno insieme a litri di alcool. Cliff è sempre con lui. Impara a conoscere le sue fragilità. Non è semplicemente il suo “stuntman”, è il suo autista, assistente “tuttofare” e non solo. È il suo unico amico.
La casa di Dalton è in Cielo Drive, vicino alla villa del regista Roman Polanski e della bellissima moglie, l’attrice Sharon Tate (Margot Robbie). Due storie diverse, distanti. Per tutta la durata del film narrate in parallelo, come se non vi fosse un filo conduttore. Questo almeno fino alla notte fatidica del 9 agosto di quello stesso anno, quando le due vicende si uniranno nell’epilogo inaspettato di un’unica trama.

C’era una volta a… Hollywood parla di un cinema che non c’è più. Tarantino tende allo spettatore una sorta di “tranello” metalinguistico: il cinema parla di sé stesso, ma lo fa in maniera inaspettata. Il suo sguardo nostalgico non si cela solo nelle fittizie riproposizioni di vecchie pellicole, che passano in maniera intervallata nel corso del film, ma si trova soprattutto nel nucleo narrativo centrale, che ruota intorno alle vite di Rick e Cliff da una parte e Sharon Tate dall’altra, queste raccontate adottando gli schemi linguistici e formali tipici di quel cinema che il regista vuole celebrare. Non vi è la distanza tipica dell’osservatore in Tarantino, ma racconta il cinema del passato, ricreando il cinema di quegli anni.

Nella descrizione dei due protagonisti maschili si racchiude poi la forza e la poetica di questo film.
Ci vengono presentati nella loro fragile complessità. Il regista offre un ritratto a tutto tondo, ma mai in maniera scontata, lo affida invece alla sensibilità di chi guarda, sfidando il singolo spettatore a rintracciare ogni sfumatura dei personaggi, andando oltre le prime apparenze. Attraverso un sapiente uso del flash-back delinea i tratti più intimi delle loro esistenze, nascoste dalla facciata della loro quotidianità. È una sorta di puzzle che lo spettatore si trova a comporre seguendo l’evolversi dei due protagonisti nel tempo, insieme allo sviluppo graduale della storia. Niente è come sembra, compiono sempre un gesto che spiazza.
Non immagineresti mai gli occhi del duro Cliff farsi lucidi parlando con un vecchio amico. E non penseresti mai che Rick, sempre pronto a piangersi addosso, trovasse il coraggio di agire in una maniera così decisa nel finale del film. Una cosa appare evidente sin dai primi fotogrammi, anche prima di capire cosa accadrà nel film. Loro sono veramente amici anche se non lo dichiarano mai.

C’era una volta a… Hollywood è il film di Tarantino che non ti aspetti. In alcuni momenti lento, come i vecchi film western che vengono ricordati, tutto poggiato sulla storia intima dei protagonisti e sulle loro debolezze.  Ogni scena è costruita attraverso una bellezza formale quasi assoluta. In alcuni passaggi commovente. Una vera e propria dichiarazione d’amore che Tarantino lascia al cinema.
La sfacciata violenza tipica del regista si fa attendere, quest’opera ci abitua ad un’insolita calma, che viene infranta dalla brutalità delle scene finali, quando il ritmo si fa d’un tratto veloce, forse troppo rispetto al resto del film, in maniera quasi sconcertante. Una violenza fastidiosa perché arriva d’improvviso come pugno in pieno viso. Tutto però è voluto. Ogni cosa in questo film ha un senso ben preciso. Il Male esplode d’improvviso, s’insinua nel lento incedere di una notte come tante in Cielo Drive, distruggendo la tranquillità, che ritorna d’un tratto con la stessa rapidità con la quale sembrava essere scomparsa e viene ripristinata per mano di Dalton e Booth. L’attore e la sua controfigura,  ora sullo stesso piano. Ora con i ruoli invertiti.
Per la prima volta vediamo un Rick diverso, immediatamente dopo quel sanguinoso trambusto, trovare un’inaspettata tranquillità, racchiusa in quella breve camminata finale, con le mani in tasca, mentre varca nella notte il cancello della villa di Polanski per andare a bere qualcosa a casa dei nuovi vicini.

Recensione di Anna Consarino