A margine, dopo ogni a capo, ogni rientro, dopo ogni elisione, virgola, sospensione, c’è il sosia. Il sosia che tace e che guarda1. A volte capita che s’inalberi il sosia, che scriva. E scriva in poesia. Quella di cui mi accingo a scrivere è, infatti, poesia di un poeta inesistente, di un doppio. È poesia, materiale, viva, ex-sistente, che però sfugge l’identificazione: vortica tra le maschere del sosia, nella nebulosa dei pronomi personali e si ripara nella natura. Sfugge la nausea, l’angoscia solida, da masticare, dell’essere gettato in un mondo che non sente proprio. «Tutto è nulla solido nulla»2 là fuori, tutto è strutturato secondo le regole dell’homo oeconomicus, in un’alterità artificiale che confligge con la natura neutra, pantagruelica, inglobante: una natura-tutto senza forma, senza frontiere, che si manifesta come pura e libera estensione. È verso quest’estensione indefinita che fugge il sosia, ritirandosi, di fronte all’impossibilità dell’omologazione, nei versi dei suoi Lucidi Disincanti seguiti da Riflessi (scaricabili in PDF qui). Nella sezione intitolata Artificiali, osserva come morto lo spettacolo del mondo, il determinismo del modello capitalistico che incasella e divora; come in una discoteca3, guarda i corpi muoversi sulla scena della vita sincronici, manifesti della verità dell’identificazione. In limine all’universo omologante il sosia si fa pura vista, mera computazione del movimento che gli si dispiega dinanzi e vaga sul set della poesia come una macchina da presa, registrando su carta i fenotipi del festival4 da una distanza altra e incolmabile. Resta immobile, «ai margini»5 del rave uniformante e osserva la macchina compiere un altro giro: 

ma io non pulisco
né punisco, osservo
alterato e disincanto.

Non esplora i confini del male ma arretra, linguisticamente e fisicamente, fino a dubitare, nella sezione Naturali, del sostrato biologico dell’essere umano6: il poeta sparisce, nell’universale dell’estensione e si fa mare, fiume, nube, primavera. Registra e dubita, attaccato all’unica resistenza del naturale, fino ai Riflessi, dove ogni determinazione pronominale viene meno: all’io, al tu e al noi si sostituisce il dialogo solipsistico della natura; una natura-sosia che tenta di sapersi nella ricostruzione del percorso del poeta, qui in carne ed ossa, vivo, referente oggettivo e formale di un’impossibilità. Tenta di conoscersi nel riflesso, nella luce che torna dopo aver colpito un’altra superficie, nell’uomo che vive nel mondo, nel proprio doppio che cresce e accumula esperienza. Nel tentativo di autocoscienza, «Dopo una lunga passeggiata per le strade di Bologna»7, la natura incespica nella struttura: si riflette sulle pareti di una «caverna di cemento armato» che tentano di imbrigliarla, normarla, omologarla. Per sapersi, s’è spinta nel mondo e il mondo prova a identificarla, a darle un nome, una forma. «Cosa sono?»8 si chiede la natura: un’insieme di forme, tante cose particolari, il tutto; il processo stesso di individuazione e ritorno all’estensione indiscernibile. Perché tutto, per il poeta inesistente dei Disincanti, non è che un «continuo scomporsi e ricomporsi di cellule»9, natura, in continua trasformazione. Egli stesso è natura, estensione indefinita che nel continuo atto di produzione e distruzione si scopre anch’essa omologante; identifica e assorbe sotto l’egida implacabile della materia. Il poeta vi si abbandona e, dal flusso indeterminato, ne proclama la verità:

Spolveriamo le cose: ripuliamole dai loro nomi polverosi.
La sedia non è una sedia, ma un residuo di bosco nella
stanza. Lucidiamoci le pupille e prepariamoci a
strabiliarci a ogni battito di ciglia10.

Tutto appartiene al corpo unico della natura; una natura naturata spinoziana, in cui la parola  del poeta oscilla tra la celebrazione e l’indagine della natura su sé stessa, finendo per esserne identificata come il negativo. «Il segno è natura riflessa, sdoppiata e incisa sul supporto significante»11, parola, che, dopo aver assolto il suo compito come strumento autocosciente della natura, ritorna al poeta. Nelle prose che chiudono il volume, riemerge il conflitto tra homo sapiens ed oeconomicus, tra natura e mondo artificiale, tra tutto naturato e forma individuante; il poeta riceve il testimone dal proprio doppio e si lancia  in un’invocazione. Per cambiare il mondo del consumo è per lui necessario cambiare il modo di misurare il tempo; non più quello omologante dei minuti e delle ore, l’equivalenza tra tempo e denaro della società consumistica borghese, ma quello naturale del «geologio»12, capace di misurare rotazione e rivoluzione. «AAA Cercaci ingegneri, programmatori, inventori» grida il poeta, persone che l’aiutino a rivoluzionare il tempo; infatti se tutto è natura e i poeti non sono altro che «la natura che parla», conoscere il tempo naturale significa conoscere sé stessi, conoscere il proprio doppio. È ancora un tentativo di autocoscienza quello che chiude i Disincanti, ancora un sosia che parla del margine, ancora un poeta inesistente che scrive.

 

Artificiali

 

In disco con Herr B 

Impalato da uno spino alcolizzato

a bordo pista sono morto e osservo,

mentre s’incolla la carne della bocca, 

i vostri corpi attizzati dal revival.

Un cavallo rosso e uno biondo

chiedono con le braccia come redini

al mio tronco di condurli, ma io

sono morto oltre il fiume in tumulto.

Osservo, perché non riesco a muovere

un passo anche a parlare faccio fatica,

gli atomi dei corpi che scompaginandosi

mostrano la verità del nostro stato.

Arriva il benedetto con il suo entusiasmo

parla della pista: piazza in cui muti ci si guarda

«Per te non è un’arena erotica, per me

è un pullulare di vispe terese e richiami

perciò me ne vado tra gli alberi, ti lascio».

Restiamo massi immobili ascoltando 

lo scampanare della musica tribale

con i sensi tesi e il mondo intorno.

*

Irrazionali

 

Nausea

Spalmato sul bordo del lavandino

come fossi dentifricio il gorgo

fissi: nella parabola di ceramica

che gira e rigira fino allo scarico:

la nausea si fa oracolo, presagio.

*

Riflessi

 

La natura si guarda allo specchio e non si riconosce: le corre un brivido lungo la schiena. Decide di rivolgersi a se stessa dandosi del lei, alla spagnola. O forse sarebbe meglio darsi del voi, alla francese. Il tu è confidenziale e non bisogna darsi troppa confidenza, né si può confidare su tutte quella cose che stanno lì, attorno al lavandino.
Cosa sono? Sono cose, tante cose. Tante cose, fra cui essa stessa.

*

Se si guarda allo specchio, non come al solito, fingendo di riconoscersi, non si riconosce: ha i tratti contratti, cerca di capire di chi siano quei tratti, se di una creatura sosia o della madre o del padre o dello zio. Non ha un nome: chi è essa?

*

La natura che si guardò allo specchio perse il suo nome di battesimo. Si lavò la faccia e decise di andare per il mondo senza nome, non ignorando che quel corpo, quella creatura, che la guardava nello specchio e nello specchio si guardava, un nome lo ricevette e non poteva ignorarlo.

 

Note
1 M. Benedetti, Il sosia guarda, la vita ha deciso, in Tersa morte, Milano, Mondadori, 2013.
2 G. Leopardi, Zibaldone, a cura di R. Damiani, Milano, Mondadori, 1997, 85.
3 Poeta inesistente, In disco con Herr B, Artificiali, in Lucidi Disincanti seguiti da Riflessi.
4 Id., Festival poeticoArtificiali, in Lucidi Disincanti, op. cit.

5 Id., Street Rave ParadeArtificiali, in Lucidi Disincanti, op. cit.
6 Id., Mangiare la bananaNaturali, in Lucidi Disincanti, op. cit.
7 Id., Dopo una lunga passeggiataRiflessi, in Lucidi Disincanti, op. cit.
8 Id., La natura si guarda allo specchioRiflessi, in Lucidi Disincanti, op. cit.
9 Id., Guardava le facceRiflessi, in Lucidi Disincanti, op. cit.
10 Id., Spolveriamo le coseRiflessi, in Lucidi Disincanti, op. cit.
11 Id., Il segno è il negativo della naturaRiflessi, in Lucidi Disincanti, op. cit.
12 Id., Se nella società capitalisticaRiflessi, in Lucidi Disincanti, op. cit.

Immagini
M. Sironi, Periferia, 1920.
– P. Mandelli, Alberi d’estate, 1953.