La cosa che più colpisce di questo libro di Christian Sinicco, autore giunto alla sua terza prova poetica e molto attivo nella promozione della poesia contemporanea, è la scelta di un linguaggio artificiale, ipertecnologico, continuamente teso a distaccarsi dalla dimensione umana… ad alienarsi.

Ma con Alter (Vydia edizioni, 2019) è una tendenza che resta incompiuta, poiché, nonostante il lessico che il poeta fa proprio in questi testi e la sintassi sconnessa, caratterizzata da anacoluti e irregolarità, disfunzioni e discordanze, affiora un germoglio di umanità intriso di delicatezza, che riguarda la dimensione naturale, antropica e se vogliamo romantica. Questa traccia umana riesce così a riaccendere una luce di speranza, l’orizzonte di una nuova possibilità.

Se infatti nella prima parte del libro, Città esplosa, prevale il tema della distruzione, del disastro, ambientato in uno scenario apocalittico («l’asfalto/ esplode e brilla al passaggio»; «è lo squarcio /della visione/ come la scia/ madida di/ una nube») nella seconda parte, che porta il titolo dell’opera, la prospettiva cambia perché si mette in atto un processo di costruzione. In particolare, attraverso formule che compongono i versi della sezione, si dà vita ad un essere “altro” che risponde ad un suo specifico codice espressivo. Il poeta immagina macchine simili a farfalle che si adoperano per la fabbricazione di una nuova creatura: un essere poetico chiamato Alter.
Sebbene le due sezioni del libro siano state scritte a tanti anni di distanza, sono complementari e dialogano armonicamente tra loro, anche grazie alla scelta di un comune linguaggio sperimentale che rimanda all’ambito della fantascienza. Il poeta genera così cortocircuiti, mescolanze, scomposizioni… dando vita ad una scrittura distopica e visionaria, che diventa forse un codice espressivo per creature che sono altro dall’uomo: la poesia diventa il verbo di e per Alter.

La percezione che si avverte, leggendo questa raccolta, è un senso di spaesamento, di perdita, di altro da sé che provoca disturbo; è come se la poesia – quella figlia del Novecento che ci ha nutrito e continua a farlo – avesse messo in atto un tradimento, generando nel lettore una profonda e incontrollata nostalgia, o «uno stupore disorientante», come lo definisce l’autore stesso.

Ma l’urgenza di cercare una lingua che possa fondare una realtà e stabilire una identità, sebbene altera, riconduce alla facoltà creativa e creatrice dell’arte e della poesia stessa. Anche attraverso una lingua estranea, fatta di procedure e meccanismi enigmatici, la parola si attiva, prende vita, immagina, assapora, sente… si fa umana e divina. Ed esiste come prima o forse unica espressione di vita, dal momento che, pur senza rispettare le regole linguistiche, sintattiche, l’ordine e la compostezza sulla pagina, le immagini e le sensazioni arrivano ad investire il lettore nella sua sfera sensoriale ed emozionale.

Così, come in tanta parte della produzione fantascientifica – che da sempre affascina letterati, sognatori, utopisti – c’è in questo libro una forma di resistenza incentrata sulle caratteristiche umane per eccellenza: la sensibilità, la delicatezza e le emozioni, che trapelano da quella patina meccanica e robotica trasmessa tra le pagine («sono farfalle:/ ciò che entra è smisurato,/ ciò che cresce è appena nato;/ hai solo assimilato la nuova muta/ e l’emozione»).

Il libro si conclude con una interessante riflessione intitolata Ospitare il futuro, dove Christian Sinicco esplora la dimensione del linguaggio e il suo rapporto con l’esperienza umana. In queste pagine si parla del presente, del passato, del futuro e soprattutto di come la lingua della poesia possa modificare la nostra esperienza di realtà. C’è anche un richiamo al mondo in cui viviamo, a quello che succede e alle responsabilità che, nei nostri comportamenti e nel linguaggio che decidiamo di attivare, mettiamo in pratica ogni giorno.
Soprattutto c’è l’invito a pensare a cosa verrà dopo, perché se non resteranno i nostri corpi su questa terra, potrà sopravvivere un codice espressivo, e per un poeta non può che essere la lingua della poesia.


da Città esplosa

[ALTER]

increspate
grandi bolle colorate
e fili che giungono al cielo
nel chiarore che avanza sempre più
scompaiono, e dal promontorio
scendo; blu
di sasso
i chip
battono
forti l’immensità
dentro
il corpo:
profuma
a poco a poco il vento di ciliegie,
il vento di ciliegie scopre l’osso
del mondo

in sinfonia perfetta grilli elettronici
scandiscano valvole di sfogo nel ritmante
battiti perenne, cuore, in andirivieni
sotto la ceramica
del corpo…
sono l’ultimo della specie
ordinato dal centro di controllo,
sarò l’ultimo con bioniche membra
in giunture vertebrali:
l’ultimo che sente i profumi
trasmette i pensieri,
chi ordina la mente non progetta
più il corpo

il centro di controllo mi dice dal satellite
che verrà l’angelo dell’embrione solare
e supererà tutti i modelli,
verrà l’angelo distruttore di fuoco
che polverizzerà il mondo
il corpo

ma non aver paura
ultimo uomo
dopo di te
l’angelo dell’embrione solare
brucerà il vento e scoprirà
l’osso del mondo,
il vento di ciliegie
sarà
stella

*

da Alter

 

[MACCHINE : assimilazione innesti 1]

sono
aurora gialla e senso, macchine del più,
macchine che vogliono il più,
che somigliano a farfalle

puoi udirne la comparsa,
puoi udire questo attraversare:
possa io
essere la tua cucitura
e come una cucitura
essere l’involucro
del vento, l’eccesso
della sua colorazione,
il significato e le nuvole

e ora come un vuoto
fissiamo la luna:
si installa, guardando il cielo,
la nostra fronte ritagliata
e il verde accanto a un piccolo ciliegio

l’utopia può offrirsi in una goccia
fingendo di nutrirsi sul petalo:
la tua schiena di latte e di acqua
è percorsa da queste macchine

sono farfalle:
ciò che entra è smisurato,
ciò che cresce è appena nato;
hai solo assimilato la nuova muta
e l’emozione

*

 

[FUTURO : crescita]

midollo fertile e orchidea,
aerea sepoltura fiorita,
le indagini profonde ci dissetano,
una sorta di crescita confusa
è l’alterarsi con la fine dell’inverno
dove crescono radici;
possiamo essere scavi
e le vertigini la rappresentazione,
la promiscuità in questi vasi
(uso le vene e la testa,
uso il collo flessuoso,
per dividere le prospettive)
(è fatale parlare in genere,
fermarsi dove si incontrano
solo le rocce e le scelte incise)
immersi di grazia buia; senza distinzione
come il metallo seppellito e limato
la consumazione e le ambiguità
non fermano l’erba;
nella pioggia e nel vento
l’orizzonte un destino rosso
che biascica nel sole,
richiama nelle fratture
perché anche la neve disseta
e scioglie;
so che le sei accanto,
usa ciò che è fluido per aprirti,
usa le concatenazioni per sfuggire agli effetti:
i silenzi sono stellari,
che il linguaggio sia l’arma della preghiera
l’ho chiesto allo spazio elementare

 


Christian Sinicco è nato a Trieste nel 1975. Nel 2002 diviene caporedattore di “Fucine Mute”, tra i primi periodici multimediali ad essere iscritto nel Registro Stampa in Italia (1998), dove avvia il progetto di catalogazione della poesia delle nuove generazioni. Ha pubblicato: Passando per New York (LietoColle, 2005), la plaquette Ballate di Lagosta Mare del Poema (CFR, 2014; introduzione di Alberto Bertoni e nota di Cristina Benussi) e il libro d’arte Città esplosa (Prova D’Artista / Galerie Bordas, Venezia 2016) poi contenuto in Alter (Vydia, 2019; introduzione di Giancarlo Alfano). Le sue poesie sono state tradotte in bielorusso, catalano, croato, inglese, lettone, olandese, sloveno, spagnolo, tedesco e turco.
Attualmente dirige “Poesia del nostro tempo – poesiadelnostrotempo.it”; per “Argo” ha curato, con altri autori, l’indagine sulla nuova poesia dialettale L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine 2014) e gli annuari di poesia. Si occupa di lingue e dialetti nelle giurie dei premi “Giuseppe Malattia della Vallata” e “Pierluigi Cappello”, dirige il piccolo festival “Ad alcuni piace la poesia” (Montereale Valcellina, PN).