Città Rifugio, Città Ribelli e Neomunicipalismo | Outis — Rubrica di mobilità umana

L’obiettivo di Outis — Rubrica di mobilità umana è quello di selezionare e tradurre articoli e brevi testi di ricercatori ed esperti internazionali sul tema della migrazione, approcciata in modo interdisciplinare e transnazionale, per offrire un compendio e elementi di analisi ad un lettore intenzionato ad approfondire la tematica oltrepassando lo spettro di retoriche populiste e prospettiva nazionali. Il contributo di antropologi e politologi, medici e geografi, in grado di illustrare situazioni specifiche e dinamiche regionali, permetterà di affrontare la complessità del fenomeno migratorio, indagandone cause ed effetti, dinamiche e articolazioni ; gli approfondimenti tematici consentiranno di focalizzare l’attenzione di volta in volta sulle ragioni dela migrazione, sulle diverse traiettorie, sui dispositivi di controllo delle frontiere, sulle stragi nel mediterraneo e sulle pratiche e le politiche di accoglienza.
Filippo Furri

Articolo originariamente pubblicato su Gisti.org — traduzione di Kady Giunia Ka

Settembre 2015: i sindaci di Barcellona, Parigi, Lesbo e Lampedusa lanciano un appello per la creazione di una rete di città rifugio che garantisse, a livello locale o comunale, condizioni di accoglienza adeguate per esiliati, migranti e richiedenti asilo che cercano rifugio in Europa. In un contesto di progressivo irrigidimento del controllo alle frontiere europee e delle condizioni di accesso alla protezione internazionale negli Stati membri, questo appello faceva eco a una rete di Città Rifugio creata nel 1995 ad iniziativa del Parlamento internazionale degli scrittori, in condizioni politiche e storiche e con finalità tuttavia diverse. Il concetto di Città Rifugio torna alla ribalta nel momento in cui le nozioni di solidarietà e di ospitalità sono rimesse in discussione. Ci dà l’opportunità di discutere sia sulla necessità di ripensare alle pratiche di accoglienza degli esiliati a livello locale e del loro accesso al territorio a prescindere dalle direttive gestionali o di sicurezza; sia sulla riconfigurazione delle tendenze neomunicipaliste di quei comuni in Europa che rivendicano l’autonomia non solo su questioni sociali, ma anche ambientali, economiche e politiche.
Il 18 ottobre 2016, in seguito all’iniziativa di Ada Colau, sindaco di Barcellona, il gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) organizza al Parlamento europeo una giornata dedicata alle città solidali, le Solidacities. I rappresentanti di numerose città europee vi si riuniscono per confrontare le loro idee e le loro pratiche sul tema dell’accoglienza degli esuli. Dalle metropoli ai piccoli paesi, sono emerse molteplici sfaccettature della nozione di Città Rifugio. Non si ha qui l’intenzione di classificarle in una tipologia, ma piuttosto, considerando la diversità delle loro forme come una condizione essenziale alla loro proliferazione e al loro adattamento alle condizioni storiche, geografiche e politiche del territorio, di cercare, a partire da qualche esempio contemporaneo, di coglierne le costanti, le somiglianze e le differenze, in particolare per quanto riguarda le risposte delle città, delle popolazioni e delle autorità municipali.

Risultati immagini per Solidacities

La costellazione delle Città Rifugio

Se proviamo a individuare le diverse occorrenze di uno spazio pubblico che negli ultimi anni rimandano a una dimensione solidale (Città Rifugio, città d’asilo, sanctuary city), possiamo ritenere che la Città Rifugio si distingue per la capacità, la volontà o la possibilità per una collettività locale (città o paese) di accogliere e incarnare l’accoglienza (temporanea o di lunga durata) dell’”altro” nel proprio spazio pubblico, qualunque sia il suo numero. L’iniziativa solidale può attivarsi in modo “volontario” oppure “in reazione” alla presenza di questa diversità.

Se in alcune aree di transito o di frontiera come Lampedusa, Riace, Ventimiglia, Calais, Lesbo o Parigi, la collettività e l’amministrazione devono far fronte a una presenza migrante concreta, per altre come Valencia o Barcellona, l’impegno di tramutarsi in una città solidale scaturisce piuttosto da una volontà politica. Il ventaglio di possibilità della Città Rifugio si estende da un “grado 0” — ovvero una comunità di esiliati che si “rifugia” in un contesto urbano abitando nei suoi anfratti, ai suoi confini, con il sostegno della società civile e contro un’amministrazione apertamente ostile, come nel caso di Calais — fino ad arrivare a una situazione in cui un’amministrazione crea le condizioni per diventare un rifugio, attuando misure specifiche (Valencia, Barcellona).

Tra questi due gradi, altri fattori – posizione geografica, contingenze storiche, situazione economica, sensibilità dei cittadini e delle amministrazioni, capacità e volontà di organizzarsi in nome della solidarietà – danno vita a ulteriori configurazioni. Sono anche l’esempio concreto dei vari modi di concepire la nozione di solidarietà, che possono andare da un’iniziativa principalmente umanitaria e, dunque, tendente all’assistenza e a una gestione della vita delle persone accolte, fino a forme di reciprocità e di convivenza che sostengono i progetti degli esiliati, dando loro margini d’autonomia e d’azione.

Una
rete di autonomia comunale e solidarietà

L’attivazione di una “tradizione di ospitalità urbana” diventa la base per la creazione di una rete di Città Rifugio in un contesto di rivendicazione di autonomia dei poteri comunali, soprattutto laddove le istituzioni statali sono carenti o addirittura assenti. Nel 2008, durante un’assemblea pubblica per la Giornata mondiale dei rifugiati, il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, invocava la necessità di “dividersi i compiti” con le altre città italiane affinché il modello veneziano (Venezia città dell’asilo) potesse resistere in un clima istituzionale e politico ostile e a una carenza di mezzi economici. È proprio questo il tipo di modello di rete che troviamo nella proposta di Ada Colau per promuovere la solidarietà nei confronti dei migranti attraverso la collaborazione tra le Città Rifugio. Se prendiamo come esempio Barcellona e Parigi, confrontate alle stesse problematiche di disimpegno statale per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati, il quale dipende tuttavia da una prerogativa dello Stato, queste città avrebbero dovuto sostenere le “Città-Isola” di frontiera Lampedusa e Lesbo offrendo dei luoghi di accoglienza sui loro territori.

Di fronte a un approccio gestionale dell’accoglienza in Europa, al fallimento dei programmi di reinsediamento nell’UE, a una gestione dell’emergenza, in particolare in Italia, che preferisce disseminare centri di accoglienza “straordinari” sul territorio favorendo da un lato le speculazioni private e dall’altro reazioni di tipo identitario e xenofobo, l’esperienza delle Città Rifugio, ancora molto marginale, testimonia di un approccio alternativo, spesso in contrapposizione con le politiche nazionali. Inoltre, risulta difficile creare un modello di riferimento omogeneo e standardizzato a causa delle specificità delle singole situazioni di accoglienza. Infatti, se la disponibilità alla solidarietà è una costante che si estende alla società civile, sono le risorse materiali di ogni comunità che condizionano le modalità d’intervento delle Città Rifugio. Oltre a queste specificità bisogna tenere conto della tendenza delle Città Rifugio a iscriversi nella logica umanitaria e a voler “gestire” la vita delle persone, senza però considerare il loro progetto di migrazione.

Il ventaglio delle Città Rifugio si estende da un “grado 0” — ovvero una comunità di esiliati che si “rifugia” in un contesto urbano abitando nei suoi anfratti, ai suoi confini, con il sostegno della società civile e contro un’amministrazione apertamente ostile (Calais) — fino ad arrivare a una situazione in cui un’amministrazione crea le condizioni per diventare un rifugio, attuando misure specifiche (Valencia, Barcellona).

I fattori che spingono una località a diventare Città Rifugio sono molteplici e possono sovrapporsi/intersecarsi: una città abituata da diversi secoli a organizzare la presenza e il transito di popolazioni e culture diverse, come Venezia, può attivare più facilmente questa consuetudine rispetto a una città storicamente distante dai movimenti di circolazione di persone o merci; una città circondata da territori ostili può diventare rifugio di popoli minacciati (Ginevra); una città di frontiera che è più un luogo di transito che una destinazione vera e propria, può soccombere a una logica di sicurezza e accettare misure che restringono le libertà in nome del controllo e della gestione di un’umanità “di passaggio” che si agglomera ai suoi confini (Calais); al contrario, può provare a riorganizzarsi come uno spazio di accoglienza temporanea e solidale (Lampedusa, Lesbo), con tutti i limiti, le difficoltà e le contraddizioni che questo comporta. Altrove, piccole città o paesi situati lontano dalle “grandi strade”, diventano luoghi di accoglienza perché desiderano sperimentare una politica utopica (Marinaleda in Andalusia), o dare una risposta, anch’essa utopica, a un calo demografico progressivo (Riace in Calabria); alcune comunità rurali, come la valle della Roya, si attivano in senso solidale e diventano Rifugio per rimediare, in qualche modo, alla violenza della frontiera.

Alcune città diventano dei rifugi sulle traiettorie di migrazione, altre si fanno “santuari”1 per popolazioni che già ci abitano, come nel caso degli Stati Uniti, dove le amministrazioni comunali, accettando la presenza, la residenza e l’attività degli stranieri in situazione irregolare sul loro territorio, si rifiutano di lasciarli alle autorità nazionali per evitare di farli condannare all’espulsione.

In altre città, soprattutto grazie alla partecipazione della società civile e a una rete comunitaria, si attivano delle forme di accoglienza “diffuse” o di un’ospitalità che facilitino i percorsi di socializzazione e coinvolgano direttamente gli ospiti in una relazione di reciprocità. Altre città, nelle quali la pressione di sicurezza delle istituzioni statali (in particolare le prefetture) è spesso più forte e la partecipazione dei cittadini è meno attiva, si organizzano per garantire un’accoglienza accettabile allestendo nuovi quartieri, come nel caso della città di Grande-Synthe2, oppure accettano compromessi e prendono posizioni che limitino la portata di questo investimento (Ventimiglia). Altrove, di fronte all’incapacità o al rifiuto dell’amministrazione locale di intervenire nell’accoglienza degli esiliati, è la società civile (associazioni in Francia, movimenti alternativi in Grecia) che si attiva per colmare i vuoti lasciati dai poteri pubblici.

Comunità
d’accoglienza e amministrazioni locali

Se le teorie sociologiche dell’ospitalità tendono a opporre l’ospitalità del privato a una gestione pubblica/istituzionale dell’accoglienza degli stranieri, la Città Rifugio, nel suo polimorfismo e nelle sue contraddizioni, costituisce un livello intermedio: quello di una comunità locale dalle molteplici strutture, sottoposto per questo motivo a costanti tensioni. È a livello della città che si caratterizzano le forme di convivenza, che la cittadinanza e i suoi “astratti” privilegi si trasformano in “cittadinità”( NdT in francese “citadinité”), in uno status di residenza, in pratiche concrete d’inclusione o di esclusione, che la teoria dell’identità si ripiega nel rifiuto xenofobo o si apre verso la diversità. Tuttavia è a questo livello che la pratica quotidiana dell’accoglienza, garantita da funzionari, associazioni o cittadini, si confronta con la sua dimensione politica, mediatica e a volte anche “spettacolare”.

Nonostante abbiamo notato una tendenza alla personalizzazione delle “politiche comunali di accoglienza” a Lampedusa, a Grande-Synthe, Parigi, Barcellona, Riace o Venezia, è chi decide, a seconda del ruolo e delle scelte che opera, a porsi come trait-d’union o come separatore tra i diversi scalini dei poteri pubblici, a partire dai comuni fino allo Stato.

L’esposizione mediatica e l’investimento personale di certi sindaci nel campo dell’accoglienza spesso non sono che la punta dell’iceberg di tutta la negoziazione, o del confronto tra tutti gli attori coinvolti nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nell’integrazione degli esiliati sul territorio comunale. La capacità di gestire questa “tensione verticale” si coniuga a volte con la volontà delle città di troncare i rapporti con l’amministrazione centrale per sostenere azioni innovative, oppure per mettersi in mostra (non senza un certo narcisismo attualmente presente in politica) facendo della loro inclinazione umanista un prodotto di marketing. Ma le parole non si trasformano sempre in fatti: le amministrazioni comunali hanno l’obbligo (oppure accettano) di piegarsi alla “forza maggiore”, e in particolare a un approccio sistemico e meccanico della gestione dei corpi e delle vite dei migranti, che mira a un’organizzazione quantitativa della concentrazione/dispersione, dell’invisibilizzazione/espulsione. È raro che l’obiettivo sia il benessere della persona accolta. Queste politiche danno l’impressione di essere progettate per suscitare reazioni di rifiuto e di ripiegamento identitario nei i cittadini che si vedono imporre la presenza di centri d’accoglienza e di esilio catapultati sul loro territorio in modo forzato da parte di una gestione automatizzata e irrazionale, in una declinazione puramente logistica dell’umanitario senza umanità (centri di accoglienza “straordinari” in Italia, centri d’accoglienza e di orientamento in Francia). Il tutto succede come se i corpi dei migranti, reificati e trasformati in “strumento politico”, costituissero un’”arma” per legittimare l’impresa statale e le logiche di sicurezza e per  scoraggiare iniziative a carattere di autonomia, di autogestione e di sperimentazione al di fuori delle raccomandazioni delle istituzioni.

Città Ribelli

Quando i sindaci beneficiano di un sostegno da parte degli abitanti (Barcellona) e riescono a costruirsi un consenso o a “istruire” la comunità all’accoglienza (Riace), possono diventare portatori di un’alternativa locale che deve essere difesa, nell’attuale contesto di delegittimazione e di criminalizzazione delle pratiche di solidarietà3. Si tratta senza dubbio di una posizione fragile, sottoposta a tensioni continue, che soffre a volte degli eccessi di personalizzazione e, più in generale, della difficoltà di amministrare una terra di confine, come dimostra il fallimento del sindaco di Lampedusa alle ultime elezioni municipali.

A Barcellona, nel febbraio 2017, la partecipazione di circa 160.000 persone a una manifestazione a favore dell’accoglienza dei rifugiati — affinché la Spagna riceva le migliaia di rifugiati che si era ripromessa di ospitare nel 2015 — e per reclamare la volontà e la capacità della città di prendersi il carico di una parte significativa di questa accoglienza, deve essere trasferita nel contesto di una rivendicazione più ampia di neomunicipalismo (per usare i termini di Beppe Caccia, ex Consigliere Comunale di Venezia e membro dell’organizzazione European Alternatives) e di autonomia in nome di una riconfigurazione “condivisa” dello spazio pubblico. Tale rivendicazione, di cui la solidarietà costituisce un aspetto essenziale, passa attraverso l’affermazione di una nuova categoria: le città ribelli4. Queste ultime si oppongono più o meno apertamente all’evoluzione delle norme di sicurezza e della polizia (controllo, emergenza, anti-solidarietà, ecc.) della ragione di Stato e incarnano la tensione tra i diversi livelli di potere5. Queste rivendicazioni di autonomia possono essere tollerate dalle istituzioni, fino a quando non sono più di minoranza o finchè non minacciano l’ordine costituito. Se la sperimentazione di un’accoglienza alternativa a Riace è stata tollerata per 20 anni6, la sua redditività sociale e politica, in un equilibrio solidale e specifico tra la comunità locale e gli esiliati in transito o insediati, così come la sua legittimità sul piano etico, si oppongono in modo troppo visibile al malfunzionamento (corruzione, cattiva gestione, speculazione) dell’apparato di accoglienza istituzionale7. Riace 8 e il suo “sindaco ribelle” oggi pagano  la loro reputazione di modelli solidali. La procuratrice di Locri ha aperto un’inchiesta contro Mimmo Lucano, detto “il Curdo”, per abuso di potere, concussione e frode contro lo Stato Italiano e contro l’UE. Prima di comparire davanti al giudice, il sindaco ha tenuto a presentare pubblicamente la propria versione dei fatti alla sua comunità (e ai media): non ha beneficiato di nessun vantaggio personale dall’utilizzo alquanto “libero” e “fantasioso” dei fondi ricevuti per gestire l’accoglienza, ha semplicemente cercato di proporre una forma di ospitalità che tenesse conto del contesto del suo territorio anche a costo di discostarsi dalle regole e dalle norme.

Questa flessibilità, questa capacità di adattare l’accoglienza in una prospettiva “comune” secondo una logica di solidarietà reciproca nella quale la presenza degli esiliati non è costretta in uno schema puramente gestionale o strettamente umanitario, è l’esempio stesso della Città Rifugio. Ma costituisce anche una linea di tensione, dal punto di vista dell’istituzione nazionale, nella misura in cui essa mette in evidenza le capacità di autorganizzazione dei territori e, in particolare, la loro capacità di attivare forme di resistenza e di solidarietà quando il potere dello Stato afferma che non si può accogliere tutta la miseria del mondo.

Note