La redazione di Argo propone in anteprima ai suoi lettori un brano tratto da “La moltiplicazione delle dita” di Corrado Costa, prima pubblicazione della neonata Casa Editrice Argolibri. Ricordiamo ai nostri lettori e  appassionati sostenitori che il libro è acquistabile  in prevendita qui.

*****

Colloqui intimi fra l’ermafrodito e l’androgino

A Emilio Mattioli

I

PARLANO DI MEDUSA E POSEIDON

 

‒ C’è uno poco di soffiatura, uno spiffero di fessura.

‒ La sotterrena soffiatura!

‒ C’è stato raffreddamento e frescura. Il soffio della luna è saliente e sottile.

‒ Nella trasparenza lunina si sente trasparire, trasalire.

‒ Questa è l’ora del lupo, il luco arriva col lucore.

‒ Viene la lupa nella sotterranea sotterrena.

‒ Arriva l’uva.

‒ Sbuca l’upupa cupa!

‒ Con ululatio, con ululatura.

‒ Ci dobbiamo incappare con cappe di pelle di impellicciatura.

‒ Come dice il poeta

A letto, a letto

che la volpe baja

chi non ha letto

vada nella paja.

‒ Uh! Hai auscultato l’ululo? la bestia inferma annaspa sulla terra ferma. È in ferma. L’infame inferma informa il suo passatempo. Sei Perseo?

‒ ?

‒ ?

‒ Sei Perseo? Colpisci l’infante belluina, la orgia dell’orda ladra.

‒ Serpente, come ti chiami?

‒ Lupo.

‒ Chi, chi, chi è tua madre.

‒ Lupa, la prostilupa lupina.

‒ Che cosa fa tua madre?

‒ Becca l’esenzione, becca l’elezione vicina!

‒ Svela! Svela!

‒ Lecca l’erezione canina!

‒ Cosa faceva la prostilupa madrina di tua madre lupina?

‒ Andava con i cani, impaludata nell’impaludamento, nella lotta canina, nella notte lunina.

‒ Ingoiare golosa la smembratura più dura!

‒ La membrana matura, la membrana fottuta!

‒ Com’era, in faccia, la sua figura?

‒ Era, la fissazione che aveva, faceva imperlare, faceva impietrare la pietra nel pietrame. Era la paura della spaventosa figura.

‒ Dai il ragguaglio degli occhi! Svela! Vela! Cosa hai visto! rivela!

‒ Erano fissa fissazione.

‒ E i suoi capelli?

‒ Erano sibilo, sibilante, sollevati nella soffiatura serpina.

‒ No. No!

‒ Era, era, era solamente spazzolatura nella spazzatura, spazzinava per terra coi capelli come una povera spazzina.

‒ Una spazzina, terra terra, di merd.

‒ Che spazzolava nel merdusement.

‒ Une meduse dans le merduse.

‒ Una Medusa coi capelli spazzolati nella spazzolatura.

‒ Medusa, Medusa. Ho sentito serpeggiare questo nome.

‒ MedUSA, made in USA.

‒ Una certa Medusa fidanzata con suo padre.

‒ Aspetta. Era figlia di uno che faceva…

‒ Suo padre era un prete.

‒ Era fidanzata con suo padre che faceva il prete.

‒ Aspetta, si chiamava…

‒ Don Posei. Questo Don Posei o Posei don, Poseidon era limpido ed equoreo.

‒ Gli veniva sacrificato un cavallo.

‒ Questo Don Posei che dici era un dio.

‒ Può darsi. Un prete che è stato nominato dio. Un dio-prete.

‒ Questo Poseidon si era fidanzato con sua figlia Medusa.

‒ Merdusa, signora, siamo sempre nella merda.

‒ Erano, i suoi capelli scatenati, sibilanti, spazzolavano nella spazzolatura, per così dire, spuzzolavano con teste in capo, a spruzzo, di serpenti, di spuzzole, attorno le serpeggiava l’aria.

‒ Io ho spazzolato per bene la vostra Medusa, da ragazzo.

‒ Fallo adesso, fallo, fallo, fallo senza fallo.

‒ Con pena ho penetrato la sua pelle di pelame di pelliccia, di pellame pellicciuto, che s’appiglia allo sfintere uteranale.

‒ Togliti di dosso la pelliccia della mammina immerdusata, perché ho molto freddo e tremo.

‒ Non toccarla. Ti prego. Chi l’ha toccata, tutti, sono diventati duri, ficcati dritti per terra duramente.

‒ Pietrificati.

‒ Poi, freddificati, mortificati, mollificati, umilificati.

‒ Dalle una buona spazzolata.

‒ Ah! Ah! mi viene in mente quella della spazzola.

‒ Quale?

‒ Quella del riccio, ma non è una storia, è un romanzo, che ho scritto un’ora fa. Il riccio, nella notte lunare, scende dalla spazzola. «Tutti possono sbagliare» dice il riccio scendendo dalla spazzola.

‒ Ma non è un romanzo o qualcosa di romantico.

‒ Ma come? è un’immemore racconto di memoria da premio Strega. Il riccio è signorino e adolescente e la spazzola è vecchia come il pelo sfregato, stregato di sua madre.

‒ Sì, ma non è scritto in modo comprensivo e naturale.

‒ Ascolta. Mi ricordo l’adolescente ricco che si masturbava sotto il chiaro stregato allunato lucore con la vecchia spazzola…

‒ Morbida era Medusa, era nuda e muta.

‒ Vagava appena a fior d’acqua, morbida, morta.

‒ Vagiva sotto la luna.

‒ Viaggiava con la valigia con la vagina su per la spiaggia, pelosamente, penosamente moriva, penetrata dalle pene.

 

II

PARLANO DI ATTIS E CYBELE

 

‒ Attinzione! Ti ricordi di Attis?

‒ Attis era un ragazzo, una ragazzo, molto giovane, un una bellissimo fiora, la fioraccia Attis era in fidanzamento con Cybele, un una fioraccia alzato nel vento dell’estate. Cybele era sua madre.

‒ Cybele che belava?

‒ Cybelava cip cip.

‒ Cybele era sua madre. Era una grande organizzazione agricola, là, lei, lui, la bellissima fiora, spunta nel vento dell’estate, in cerca di un posto di lavoro.

«Scusi ‒ dice Cybele ‒ siccome non vedo niente, mi vuol dire dove è mutilato lei?».

‒ Attis l’attizzato Attis.

‒ Attis non risponde.

‒ Attis la muto.

‒ Attis la mutilato.

‒ La mutilattis.

‒ La mutilattis si presenta in cerca di un posto di lavoro e dice: «In guerra. Lo scoppio di una granata. Fra le gambe. Mi ha asportato i testicoli».

‒ A Attis gli ha asportattis.

‒ Tieni i contattis con Attis.

‒ Cybele dice «Lei venga solo alla mattina: Tanto, al pomeriggio qui si grattano tutti le palle».

‒ Ma da cosa deriva questo Attis.

‒ Deriva da attendere.

‒ L’atteso che tendeva.

‒ Il teso che attendeva.

‒ Che attendeva che cosa?

‒ Il sacro tendine nel culo.

‒ Ah! Ah!

‒ Tira! Tira! Ah! Il mio figliolino era una fiora tesa nell’estensione dei campi.

‒ Che cosa tende? Il tendine dell’arco?

‒ Tira il nervo tirato, che nervoso!

‒ Tendi il nervo tirato fuori nervosamente.

‒ Taglia il nervo, togli il teso, stendi via il testicolamento nervoso, la nevrosi dell’innervamento.

‒ Come?

‒ Con una selce contro la pelle disselciata, togli il fiore, la fiora e buttala lontano.

‒ Dove?

‒ Nel vento dell’estate.

‒ Mi viene in mente quella di Attis quando il Re partì alla guerra e mise la cintura di castità alla moglie. Va in guerra e in fondo nell’apertura della cintura c’è una ghigliottina. Torna dalla guerra e fa togliere i calzoni. Solo Attis è intattis. Tutti gli altri, ciak! ciak! ciak! ciak! «Bravo, dice, brava Attis! Dimmi cosa vuoi?». E Attis «Agh, angh, agth»…

‒ L’attenzione è stata poco tenue.

‒ Attis docile tenue tenia!

‒ Tenia tesa.

‒ Da dove deriva?

‒ Da teino, tendere, tesa, teso lungo il corpo dell’uomo la tenia della tensione, anér, anér, aneuro, oh! Neurotici di tutto il mondo! tagliate la piccolina tenia che tende giù.

 

III

PARLANO DI URANO E GHE

 

‒ Stavo per pestare una biscia.

‒ Con la b?

‒ No, non con la b, con il tallone. Io bestavo la biscia con il tallone e la biscia languiva.

‒ L’anguis, languiva?

‒ Sì, sì, languiva languidamente, l’anguisdemente. Era una cosa biscia, una melmosa liscia che dilagava, dileguava per terra.

‒ Chi faceva la biscia?

‒ Dico che per terra, in un angolo, poco fa facevo fuori la biscia.

‒ Con la p?

‒ Sì con la p. Con la p. Dico che bestavo la piscia. Sissignora, si rotolava in rotondo, attorno alla rotondità di se stesso e si porgeva, si mordeva la coda. Sapete cosa vuol dire? Scorreva attorno, su se stessa, e non riuscivo a colpirla.

‒ Eravate nuda? Non dovreste andare in giro nuda.

‒ Ma io non avevo paura della biscia.

‒ Attenzione alla biscia, che t’imbiscia addosso.

‒ Non si poteva trattenere era tutta liscia, scorreva via, filtrava attorno senza fibra.

‒ L’esangue angue.

‒ L’angue che langue.

‒ La langue langue.

‒ La lingua langue.

‒ La lingua è languida.

‒ La lingua è liquida.

‒ Me la passi?

‒ Cosa? Cosa?

‒ La langue sul culo.

‒ L’esangue langue.

‒ Dunque l’esangue angue s’era tutta allappata qua.

‒ Era qua quando?

‒ Qua un quarto d’ora fa.

‒ O qua un quartino d’orina?

‒ Fareste bene a non andare in giro nuda.

‒ Ma io non ho paura dell’angue, che languisce, che lambisce, stavo per pestarle la testa sotto il tallone, per testare la pesta.

‒ Allora. Allora. Pisciate e fate alla svelta.

‒ Non si fa niente.

‒ Come non si fa niente?

‒ Se viene avanti, spinge, se viene sotto di me di notte in tumulto scomposta, in disordine, si accavalla, tempestosamente, intempestosa, come un ininterminabile furente, furioso feriale temporale un uragano che spende acqua, che spande, splende, che è splendido di nuvoloni, di nuvole basse, urgenti. Intendo dire se fa come le nubi.

‒ Cosa dice?

‒ Parlo di nubi.

‒ Nubi vuole dire núbere. Vuole annubarsi con me? S’intende con nobile ordine, non nùbile disordine.

‒ Come la piscia che si ammucchia, che si annuvola in ordine. In fila. Stretta stretta, senza spendere l’acqua che langue.

‒ L’esangue acqua che langue?

‒ L’angue che langue.

‒ La langue che langue.

‒ La lingua è languida.

‒ La lingua è liquida.

‒ Me la passi?

‒ Cosa? Cosa?

‒ La lingua sul culo.

‒ La langue sul culo.

‒ Ah! Ah!

‒ La linguetta stretta stretta.

‒ Stretti stretti come quella della prima notte di nozze. Sapete? C’è la sposina che è stretta, è stretta stretta. E fa al marito che fa fatica, perché è molto stretta ‒ «Scusa, sono stata solo con parenti stretti».

‒ Cosa vuol dire?

‒ Che vi sia il riferimento forse a suo padre? Non ti pare?

‒ Allora?

‒ Allora non si fa niente, se non si mette in fila. Se non sta in ordine secondo l’ordinamento, alla luce del sole. Perché deve annubarsi, chiaro? chiaro? senza che ci sia nessun obnubilmento. Non ci deve essere la turbinosa espansione, lo spandimento d’acqua. Non vuole assolutamente essere obnubilata dall’annubamento temporalesco. Temporalmente s’intende.

‒ Mi viene in mente l’ultima di Urano. La sapete l’ultima di Urano?

‒ Urano l’uragano?

‒ Si urano la liquidazione celeste, l’acqua del cielo.

‒ Piove?

‒ No. Ma è una bellissima notte. Il cielo è tutto bagnato e la terra è tersa.

‒ Allora Urano, uno molto importante, gran signore Urano, era fidanzato. Era fidanzato con sua madre che si chiamava Geia, Gheia, soprannominata Ge o Ghé. Ora. Ora. La soprannominata non sottostava al suddetto Urano, sottostava in rapporto di filiazione a uno che non si sa come si chiama, uno sconosciuto, però non uno molto importante, un non grandissimo signore. È tutto quello che si sa del padre di questa Ghe o Ge stante che soprastava nel suo sottostante rapporto di figliola col figlio. Ora. Ura la suddetta Ghe stante va di notte con urgenza, all’accompagnamento di Urano sulla porta di casa.

‒ Cosa faceva Urano?

‒ Uranava nell’uragano.

‒ Uranava sulla porta di casa?

‒ Un po’ più in là. Uraganava sulla porta occidentale, mentre Ghestalt Ge stante aspettante aspettava sulla porta di casa, ora, Urano uranava nella neve. Allora. Ura. All’acceso occaso, nell’incerto caso nella luce del neon, il padre, spalancava la finestra e vede nella neve la firma originale, la firmatura orinale di Urano. Chiama Ghe e la schiaffeggia «Ma è stato Urano» dice Ge «Sì, ma la calligrafia è tua».

 

IV

PROVERBI

 

‒ Chi si specchia si rispecchia e chi si rispecchia si rispetta.

‒ Non c’è flessione senza riflessione.

‒ Mi si flette si riflette.

‒ La riflessione è oggetto di riflessione.

‒ L’immagine riflessa va a finire sotto terra.

‒ L’alluce è sotto terra e sulla terra c’è l’allucinazione.

‒ È il figlio che dà alla madre la maternità e a suo padre, anche.

‒ Al padre ci si assomiglia, non al figlio o alla figlia.

‒ La madre sodomizza il figlio che padrizza.

‒ Il buon figliolo per assomigliare alla mamma le restituisce il cazzo e le palle.

‒ Nel dubbio si travestì da ermafrodito.

‒ Il dubbio e la paura vengono anche se non li si aspetta.

‒ La migliore attesa è il ritardo.

‒ La migliore attesa del piacere è il ritardo del dolore.

‒ Nei sogni, quando uno non sogna, è bene che faccia finta di sognare.

‒ Il fante fa il fantasma e il fantasma fa la fantasia.

‒ La fantasia fa legge.

‒ E la legge cosa ha fatto?

Ha ucciso suo padre il contratto.

‒ Se proibite la legge che proibisce il piacere ammettete il piacere proibito.

‒ Prima il castigo poi il piacere proibito!

‒ Compagni! Se fate un’alleanza, fatela col più forte, che ve la faccia rispettare!

‒ Prima castrare i figli, poi tollerare l’incesto.

‒ Il genitale è senza genitori.

‒ Nihil nuovo ab ovo.


 

Breve nota al brano dei curatori del volume Andrea Franzoni e Roberta Bisogno.

Più che i personaggi evocati, i protagonisti di questi Colloqui sembrano essere i suoni, le lettere, le sillabe, in continuo dialogo tra loro («medUSA, made in USA»). All’interno un articolatissimo sistema di rime e intertesti (dall’Ora del lupo, a R. Gary, a Esopo, ecc.) un androgino e un ermafrodito discutono intorno a vari temi e personaggi della letteratura e della mitologia: Medusa e Poseidon, Cybele e Attis, Urano e Ghe (Gea, in greco antico). Un esempio prezioso della prosa teatrale di Costa, ma anche della versatilità dell’autore negli usi della lingua (anche i nomi degli Dèi saltano dal latino al greco all’italiano), e nella padronanza degli stili e registri più diversi:

‒ Cosa faceva Urano?

‒ Uranava nell’uragano.

‒ Uranava sulla porta di casa?

‒ Un po’ più in là.

Un poema teatrale («Théâtre de bouche» avrebbe detto Ghérasim Luca) o micro-dramma, che si conclude, forse in omaggio alla traduzione compiuta da E. Villa (Cantico e Proverbi), con una nuova, particolare, stesura dei Proverbi.

“Il Caffè Satirico di Letteratura e Attualità”, anno XXI, n.4, 1975.


Corrado Costa nasce a Bazzano nel 1929 e muore a Reggio Emilia nel 1991. Poeta, pittore, performer e avvocato (fu difensore del giovane Tondelli), sodale di Emilio Villa. Partecipa nel 64 alla seconda riunione del “gruppo 63” e nel ’67-68 dà vita insieme ad Adriano Spatola e Claudio Parmiggiani al primo festival in Italia di manifesti e arti performative, “Parole sui muri”, a Fiumalbo. Si occupa di arte contemporanea, pittura, fumetto, collage, performance, critica letteraria e scritture teatrali. Pubblica tre raccolte poetiche (tutte tradotte in inglese): Pseudobaudelaire, Scheiwiller 1964 (seconda ed. Scheiwiller 1986); Le nostre posizioni, Geiger, 1972; The complete films¸Red Hill Press, L.A. 1983. Ha pubblicato e poi dato fuoco alle copie invendute di Santa Giovanna Demonomaniaca (Magma, 1974). Infine scrive i saggi: Inferno Provvisorio, Feltrinelli, 1970 e La sadisfazione letteraria, 1977. di genere erotico-letterario. Un’istallazione permanente delle sue opere visive è presente alla biblioteca Panizzi, Reggio Emilia, dove è depositato il suo archivio.