Come dice la parola stessa, quella del “Realismo Magico” è una poetica che unisce al suo interno due elementi opposti tra loro: l’elemento fantastico e la rappresentazione reale. L’intento principale di questa corrente artistico-letteraria è la descrizione meticolosa, precisa della realtà, che non tralascia alcun dettaglio, ma consegue un effetto di straniamento attraverso l’uso di elementi magici, descritti altrettanto realisticamente.
Tra i numerosi esponenti di questa poetica, due grandi autori della letteratura ispanoamericana si contraddistinguono per un’altra peculiarità che li accomuna: l’invenzione di uno spazio immaginato. Si tratta di due città inventate, Macondo e Comala, realtà finzionali caratterizzate da eventi e personaggi che hanno tutto del reale, ma anche tutto del surreale, perfetti e fulgidi esempi di questa letteratura così minuziosamente fantastica.
Macondo è un luogo che non esiste, ma che allo stesso tempo sembra estremamente reale. E’ un luogo in cui possono accadere fatti comuni e contemporaneamente fatti straordinari. Si tratta di una città come tante altre e allo stesso tempo differente: proprio perché non esiste.
Gabriel García Márquez ha inventato il leggendario villaggio di Macondo, luogo fantastico e mitico, teatro delle avventure della famiglia Buendía. Questo spazio immaginario è lo sfondo di alcuni dei suoi testi – i primi da lui pubblicati – e in particolare della sua opera più importante, quella che gli ha dato la fama internazionale che oggi lo contraddistingue: Cien años de soledad.
Macondo porta con sé un’aura sicuramente leggendaria, le gesta dei suoi abitanti possono raggiungere livelli assolutamente mitici. In questo luogo quando succedono cose strabilianti vengono descritte con una semplicità disarmante, mentre ciò che potrebbe risultare agli occhi di tutti normale e quotidiano viene percepito come un evento inusuale. Basti pensare alle innovazioni che gli Zingari portano agli abitanti di Macondo: il tappeto volante e le palle di vetro contro il mal di testa non turbano più di tanto la vita dei laboriosi macondini, mentre la “scoperta” del ghiaccio è qualcosa di elettrizzante.
Lo stesso vale per il clima che contraddistingue questo mitico villaggio. Le calamità naturali sono sempre dietro l’angolo, e nessuno si dovrebbe stupire troppo quando Marquéz ci informa che “Piovve per quattro anni, undici mesi e due giorni. […] Si disselciava il cielo con tempeste di strepito, e il Nord mandava uragani che sguarnirono tetti e sfondarono pareti, e sradicarono le ultime ceppate delle piantagioni”. E giustamente arriva il giorno in cui la pioggia si placa definitivamente, e fu un “venerdì, alle due del pomeriggio si illuminò il mondo a causa di un sole
abbondante, rosso e aspro come polvere di mattone, e quasi fresco come l’acqua, e non tornò più a piovere per dieci anni”… il fatto che effettivamente per la successiva decade non cadde una goccia d’acqua non dovrebbe ormai essere visto come un evento così straordinario…
La città di Comala è, invece, il luogo immaginario in cui lo scrittore messicano Juan Rulfo ambienta il testo più importante della sua opera letteraria, Pedro Paramo. Comala è contraddistinta da due diverse facciate: in alcune parti del testo si presenta come uno spazio con caratteristiche molto reali, perché contraddistinto da fattori tipici di un qualunque villaggio messicano. La maggior parte del tempo, però, il lettore si trova di fronte a un luogo decisamente più astratto e intangibile. Queste due accezioni del villaggio sono separate da una linea temporale: esiste una Comala del passato (quella più reale e concreta) e una Comala del presente. Più che un’evoluzione progressiva, tuttavia, si tratta di due visioni dello stesso spazio molto differenti: la città che si evince dai ricordi della madre di Juan Preciado e dalle avventure di Pedro Paramo è un contesto molto simile a un qualunque luogo reale. Il villaggio dove, invece, giunge Juan Preciado – solo inizialmente protagonista dell’opera o, se vogliamo, narratore – non rispecchia la realtà, ma è un luogo con caratteristiche ultraterrene, in cui la linea che separa la vita dalla morte non è ben delimitata e resta sempre molto ambigua.
La Comala presente, nella quale giunge Juan Preciado, è un luogo che assume delle caratteristiche diverse da qualunque villaggio comune ci si possa immaginare. Appare inizialmente quasi del tutto disabitato, “Adesso ero qui, in questo paese silenzioso. Sentivo cadere i miei passi sopra le pietre rotonde con cui erano lastricate le strade. I miei passi vuoti, che ripetevano il loro suono nell’eco dei muri colorati dal sole del tramonto. Continuai a camminare per la strada principale in quell’ora. Guardavo le case vuote; le porte sgangherate, invase dalle erbacce”. Solo in un secondo momento ci si accorge che qualcuno c’è, che il protagonista-narratore non è solo: è circondato da voci, sussurri e lamentele che arrivano da un mondo lontano. “Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiusi nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso. Senti tutto quello”. Comala è un villaggio abitato da anime.
La percezione visiva e tattile del luogo, senza che Juan Preciado quasi se ne renda conto, viene meno. Le voci, il loro suono, diventano l’unico contatto che egli ha con il villaggio, con le case e le vie abbandonate che lo circondano.
Comala si presenta come un spazio svuotato da ogni condizione terrena, nel quale si aggirano anime in pena in cerca di salvezza. La magia di questo luogo sta proprio nel fatto che il limite che separa questi due mondi, quello apparente dei vivi e quello intangibile dei morti, è così sottile da risultare
impercettibile, dando l’impressione di un luogo in cui queste due condizioni si intersecano e si scambiano continuamente.
L’invenzione di Rulfo è proprio quella di non voler semplicemente rispecchiare una cittadina reale, ma di voler rappresentare un spazio fantastico, travestito da villaggio comune. In Pedro Paramo ci si allontana in maniera lenta e costante dal livello della realtà, spostandosi sempre più verso un mondo ultraterreno e magico.

G. García Márquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori, Milano 1982, trad. dall’originale di Enrico Cicogna.

J. Rulfo, Pedro Páramo, Einaudi, Torino 2004, trad. dall’originale di Paolo Collo.