Come il primo giorno del mondo ⥀ Un ritratto di Franco Ferrara
«Il cantore della solitudine del deserto, il cantore del silenzio e dell’oltre, della parola luminare, “non detta”». Così scrive Idolina Landolfi a proposito di Franco Ferrara. Del poeta, archeologo ed esploratore, Argolibri ha recentemente pubblicato il volume il cielo era già in noi, di cui presentiamo qui un estratto insieme alla postfazione di Giorgiomaria Cornelio
«Avevo un bue dell’Antropocene sulla mia lingua olocenica»
Underland, Robert Macfarlane
Incominciare nell’osservanza della parola; insistere a far nascere la ferita del senso; accertare, in anticipo, l’equivoco, l’inadeguatezza di ogni resoconto, e il filo d’oro del legare insieme i postumi del transito: «questa mia mano, che è della stessa terra della memoria». Franco Ferrara (16 marzo 1935 – 23 gennaio 2014) è stato poeta di versi «senza mendicherie di plauso o pitoccando governi, potentati, costanzesche adunanze d’osti, mimi, parolai», e tanto basta a riparare la labile definizione di poesia come pura regione di circostanze: semmai l’enigma all’opera, il fuoco sopra ogni segno.
In una lettera all’editore a proposito della seconda edizione dello Pseudobaudelaire, Corrado Costa scrisse che per «il poeta non c’è nessuna biografia – a tutela della sua immagine». Per Ferrara parliamo allora d’immemoriale, come se la definizione continuasse a ritrarsi, a opporsi al certificato d’esistenza che lo volle, allo stesso tempo, docente, critico letterario, esploratore, fondatore di riviste e autore televisivo. Prendendo poi a sbrecciare un poco la compagine dei resti, i «cinque continenti strappati al midollo dell’anima», i quasi 40.000 volumi appigliati ovunque nella sua casa romana (avendo concentrato il nubifragio in unico auto-de-fé: esoterismo, alchimia, letteratura, antropologia, botanica…), tutto sembra continuare a reclamare lo studio combinatorio, la vigilanza, il volgersi e il rivolgersi nell’altrove del viaggio e del deserto: non solo quello dell’Africa subsahariana, dove pure Franco Ferrara è stato nel corso delle sue spedizioni seguendo le piste carovaniere utilizzate dai Romani, ma anche quello scavato e innervato nel corpo, come un lungo silenzio che trattiene «l’alba di due eternità».
Ferrara ha scritto nel secolo scorso quella che oggi qualcuno potrebbe definire, con termini prestati alla più prossima attualità, una poesia dell’Antropocene, «un tempo che pare perduto / e non è del tutto perduto». Quando, nell’Agamennone di Eschilo, dopo anni d’attesa, la sentinella scorge all’orizzonte il fuoco che annuncia la caduta di Troia, si sente come «se un gran bove» le fosse «salito sulla lingua» («βοῦς ἐπὶ γλώσσῃ μέγας βέβηκεν»); per Robert Macfarlane, l’espressione di Eschilo, “tradita”, si presta a un discorso sull’indicibilità dell’Antropocene, che «ci lascia senza parole» (Underland). «Nella complessità delle sue strutture e nella vastità delle sue scale spazio-temporali – da quella nanometrica a quella planetaria, e dai picosecondi agli eoni – l’Antropocene ci mette di fronte a sfide enormi», anche linguistiche. Ecco perché la poesia, che passa da sempre attraverso la devastazione del linguaggio per farlo ricominciare, ha oggi un compito primario nel rivolgersi alle cose, nel restituire loro una qualche vita oltre il dominio del puro uso strumentale. Ferrara lo sapeva bene; la sua scrittura ha il portamento delle pietre millenarie; stabilisce nuovi patti con gli antenati; s’addentra nelle memorie sublunari per trarne storie di granchi e meduse, di alberi nomadi, di serpi e conchiglie che portano dentro il trionfo o l’ingiuria del mondo: «la sterminata cronaca della fine / è esodo e lamento / nella sterminata gloria di ogni inizio». Questi versi di trapasso e olocausto, di transumanza e leggenda, dove s’incontrano «il corallo, il falco, la rosa, la locusta», il punto di mezzo e la dismisura, il nanometrico e il planetario, schiodano l’umano lettore dalla sua grossolana centralità. E dunque, aveva davvero ragione Rubina Giorgi quando notava che l’urgenza assoluta di Ferrara era quella di «spogliarci dell’uomo umano»; per farne altro. Sposando distanze inenarrabili, allevando «l’uragano sulla fronte della siccità», Ferrara ci ha insegnato che la galassia incomincia nel corpo dell’Altro, e che l’amore deve essere ogni volta rammemorazione e genesi minuta, giorno nuovo: «vorrei bruciare incensi di comete per la tua anima (…) e rapire la prima parola di Dio per fartene un nido» (Lettere a Natasha).
C’è di più: a metà degli anni ’90, dopo aver narrato di stirpi del fuoco, penombre accanite, luoghi paralleli, del maestro degli elfi e dell’angelo Gelsomino (i suoi titoli sono tra i più belli di tutta la letteratura poetica italiana), Ferrara aveva iniziato anche a comporre un romanzo rimasto incompiuto, sua “dilettosa narranza”, chiamato Ritorno all’Indie Meridiane, ovvero sulle vicende realissime e postreme di Aliotto da Guienna, Lupo Goliante, Ghiandino Colapicco, Livriero di Vega e Albarello Cometa che le su dette narrò. Per stupefazione, e crescente rimpianto, varrebbe la pena leggerne almeno un frammento, uno degli ultimi a esserci giunti: «di certo, il mostro deformante era già in noi: a noi spettando l’impiccio di decifrarne la saldatura al reale, le immagini prodotte dal contagio tra il nostro percepire e le molecole esplose sotto i calcagni pestanti, che in gagliardissimo moto, suggerivano nascostamente tracce, sigilli, impronte e intacchi, che come nella scorza dei gamberi o nelle querce a ghianda o nei fichi settembrini, conducono alle nascenti vicende come alle trapassate»; subito torna in mente il Pound del Canto LXXXVII, quando scriveva: «in Nature are signatures / needing no verbal tradition».
Sempre cercando non il governo di una tradizione certa, ma lo spazio, la terra eletta del tappeto dove le figure rovesciate «si ricomporranno nel tessuto splendente, nell’atlante perfetto dei significati» (Cristina Campo), Ferrara ha rivolto la sua poesia oltre il letargo del tempo presente e di ogni malmessa attualità: perché “mitologia è ontologia”, mattino di un altro mondo, conferenza sulla caligine, viaggio che non ha fine, canto.
(Giorgiomaria Cornelio)
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Franco Ferrara (Roma, 16 marzo 1935 – Roma, 23 gennaio 2014).
Vissuto per tutta la vita a Roma, Franco Ferrara ha ottenuto una certa fama tra gli anni ’80 e ’90 per aver guidato, sotto il patrocinio dell’Unesco, una serie di spedizioni nell’Africa sahariana alla scoperta delle strade carovaniere utilizzate dai Romani. La sua poesia, sempre affidata all’inchiostro di edizioni in tiratura limitata, attraversa, con oltre una ventina di uscite, tre decenni di storia letteraria italiana.
Ha pubblicato: I pascoli della nostra mano (Rebellato, 1960), La terra è futuro da ardere (Rebellato, 1961), Le unghie del sole (Rebellato, 1964), Nella stirpe del fuoco (Rebellato, 1966), Sul colle degli elfi (Terzo Millennio, 1967), Dalla Storia della sorgente del tronco bianco di Tymoteusz Karpowicz (Terzo Millennio, 1967), Maelström (Terzo Millennio, 1967), Lettera dal Capo di Buona Speranza (Terzo Millennio, 1969), 13° 32’ Est Greenwich (Terzo Millennio, 1969), Lampada combinatoria delle invenzioni logiche (Todi 1969), Wanderlust (Terzo Millennio, 1969), Storia sublunare e celeste del maestro degli elfi e dell’angelo Gelsomino (Terzo Millennio, 1971), Storia della penombra accanita e dei luoghi paralleli (Terzo Millennio, 1975), L’esilio e il possibile (Shakespeare & Company, 1975), Frammenti dalla storia di un incircoscrivibile estremo e di altri infinitesimi azzardi (Terzo Millennio, 1981), Trasmutazioni su testi di Urszula Koziol (Porfiri, 1982), Nell’incavo della domanda (Porfiri, 1982), La trasgressione del silenzio (Terzo Millennio, 1985), Lettere a Natasha. Sulla causalità, natura, luoghi, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi (Libreria Achab Editrice, 1986), Imżad (Ripostes, 1988), Questo intendevo dire (Ripostes, 1990). La casa editrice Ripostes ha curato, tra il 1988 e il 1991, l’edizione completa delle sue opere poetiche.





