Come uno sfarfallio dell’aria ⥀ Reportage letterario dal lago Titicaca
Un viaggio in bicicletta intorno al lago Titicaca narrato da Michela Pusterla
Circumpedalare il lago navigabile più alto del mondo potrebbe, a orecchie inesperte, sembrare un’impresa di qualche valore, ma – messa a confronto con le rotte interminabili che stavano percorrendo da anni alcuni viaggiatori che abbiamo incrociato – era ben poca cosa. Quando siamo arrivati alle sponde del lago, io e Giulio eravamo in viaggio da ormai qualche mese, eravamo partiti dalla punta più meridionale del continente americano, el fin del mundo, ed eravamo risaliti fino al quindicesimo parallelo sud, dove abbiamo assistito al compiersi dell’autunno e al principiarsi della stagione che lo segue, sulle sponde di un bacino d’acqua di quasi novecentomila metri cubi.
Nei miei anni di itinerari in bicicletta in Europa orientale e Asia mi sono accorta che dei viaggi mi resta memorabile ciò che riesco a raccontare e riesco a raccontare ciò che mi suscita interesse: di solito si tratta dei modi in cui le persone si relazionano, individualmente e collettivamente, con le grandi questioni della vita: gli incontri, i sentimenti, la morte. Ho sempre pensato che raccontare un luogo rappresenta una delle prove massime dell’abilità narrativa: dico narrativa e non descrittiva perché nel parlare di un luogo quello che mi interessa è proprio spremerne la storia, individuarne il genius loci, il pettegolezzo degli spiritelli che vi abitano. Mio padre, che nella vita ha letto un solo libro, La ragazza di Bube di Carlo Cassola, mi diceva da piccola che chi sapeva veramente scrivere avrebbe potuto scrivere un’intera pagina (!) di descrizione di un bicchiere di vetro. Non mi sono mai cimentata in quel suo compito, ma quello che tento qui è allo stesso modo un esercizio: voglio provare a dire l’aria pungente che spira sulle sponde del lago più alto del mondo.
C’è qualcosa di sentimentale nel lago Titicaca e nel nostro esserci stati per settimane: osservandolo, contornandolo, origliandolo. Questa parola, origliare, mi girava in testa senza darmi tregua quando pedalavo attorno al Titicaca. Se accettiamo di dividere il mondo nelle due tribù dei nevrotici e degli psicotici, io appartengo indubbiamente alla prima e la mia nevrosi si manifesta, quando è benevola, nella ripetizione ossessiva di alcune parole. Origliare è un gioco di parole in bilico sulla traduzione: in qualche variante dello spagnolo parlato in America Latina, orillar significherebbe avvicinarsi all’orilla, la riva, ma anche bordare nel senso di fare l’orlo a un fazzoletto, mentre in italiano origliare sta nel campo semantico tutto uditivo dell’ascolto di nascosto: ecco, questo testo vuole essere una descrizione particolareggiata dell’atto dello stare a sentire il bisbiglio del lago senza che il lago se ne accorga.

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C’è una patina luminosa sul Titicaca che lo fa sembrare costantemente nella luce che precede il tramonto: ed è in questa luce e nella presenza di una massa d’acqua vibrante la scaturigine dello spirito del luogo. La potenza magnetica di questo bacino acquatico è un fatto spiegabile con la fisica degli elementi e tuttavia è in primo luogo un fatto percepibile a livello del tatto, come uno sfarfallio dell’aria che ti fa rabbrividire la pelle per ricordarti che è questo, qui, l’ombelico del mondo, è qui Delfi di Abya Yala, l’America Latina come la chiamavano i suoi primi abitanti: puoi interrogare l’oracolo.
Secondo le leggende aymara, è nel Titicaca stesso che ebbe origine la Terra, della quale ha rappresentato il centro e il sancta sanctorum fino all’arrivo dei coloni spagnoli. Qui nacquero sorgendo dalle acque Manco Cápac e Mama Ocllo, figli del dio Inti, il Sole, inviati sulla terra per fondare Qosqo, capitale dell’impero Inca e attuale città di Cusco. Il lago Titicaca è percettibilmente un luogo di ierofanie – un luogo cioè dove si manifesta il sacro – ed è in questa cosa, e non nella straordinaria bellezza dei suoi paesaggi, che sta la sua incredibile potenza attrattiva.
Copacabana
La sua città regina, Copacabana, condivide il nome con la spiaggia di Rio de Janeiro solo per uno scherzo onomastico: si tratta di un paesotto costruito di mattoni forati in riva al lago che gli è parzialmente nascosto dal promontorio Llallagua, ribattezzato dai conquistadores monte Calvario. Qui la gente ci viene per due motivi: prendere un motoscafo verso le isole del Sole e della Luna o farsi benedire l’automobile o la motocicletta al santuario della Virgen de Copacabana, ogni giorno alle dieci e trenta o alle quattordici. Al di là del suo potere specifico di protezione dei mezzi di trasporto, la Virgen de la Candelaria de Copacabana, Reina de la Nación, patrona del Cuerpo Nacional de la Policía, è una delle madonne più antiche e potenti dell’America Latina, sorella di quella messicana e famosa di Guadalupe.
È, come quasi tutto qui, la riedizione cattolica di un culto precolombiano, cioè la riscrittura di una fede che già c’era e che la Chiesa, qui per mano dei domenicani, ha fatto propria. Io, che sono cresciuta cattolica e chierichetta e sono diventata solo tardi materialista e mangiapreti, provo un’attrazione antica per la religione popolare, in particolare per i santi e le madonne. Mi interessa in particolare come la madre di Gesù, persona storicamente esistita, costretta a portare su di sé il carico di quasi tutto l’elemento femminile nella religione cristiana, abbia finito per moltiplicarsi in varie madonne a sé stanti, eredi di tante dee diverse, locali, localissime, che preesistevano suo figlio e il suo carrozzone cultuale. Per capire il culto mariano, servirebbe forse una teoria dei personaggi: infatti, se il dio cristiano è uno e trino, la Madonna è insieme una e migliaia e quelle migliaia sono in realtà personaggi diversi. Intendo dire che i fedeli della madonna del Carmelo, per esempio, non pensano che l’oggetto della loro venerazione sia Maria, la madre di Gesù storicamente esistita, ma una specifica madonna – un personaggio a sé stante – che vive da sempre e per sempre dentro il suo santuario ed è la sua stessa statua. I protestanti, che sono gente seria, non a caso non ne venerano nessuna.

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La Virgen de Copacabana, dal canto suo, è un personaggio inventato nel XVII secolo quando Tito Yupanqui, un uomo nobile «sangre de los Ingas reyes» modellò con l’argilla la statua di una vergine dalle fattezze indigene, perché nella sua comunità era stata fondata una confraternita mariana e a lui parve che serviva la controparte concreta di quell’astrazione. La statuetta, si tramanda, venne posta nella chiesa locale, ma era così malfatta che il parroco la nascose in sacrestia. Yupanqui se ne andò quindi a bottega dagli spagnoli di Potosí, città coloniale miniera dell’oro, a quel tempo più grande di Londra e Parigi: intagliò nel legno di un maguey una nuova statuetta, quella che – dopo una serie di altri contrattempi che allungano la leggenda – ancora oggi si venera. Quella madonna di legno scuro, vestita di tessuto, porta capelli veri come usano le statue di queste parti, molto probabilmente tagliati a qualche novizia al momento di entrare in convento; i suoi piedi poggiano su uno spicchio di luna nascente che ha la gobba rivolta in giù, verso il mare, proprio come succede alla luna dei cieli subequatoriali.
Quando entriamo nel grande santuario, io sono emozionata. È un’emozione reale, che tendenzialmente nascondo, perché mi ridicolizza: sono pur sempre una grande miscredente con un dottorato. Guardo verso il maestoso altare barocco al centro del presbiterio, ma la Virgen non c’è. Al suo posto, un drappo. La Virgen sta – come indica un cartello – «en su camerino». Il camerino in questione è una cappella al secondo piano, alla quale si accede salendo delle scale dietro il transetto che parrebbero quelle di un ospedale di provincia: la Virgen, posizionata su un altare secondario, ci osserva con il suo volto moreno, un po’ dimenticata, quasi scevra di ogni sacralità.
Sulla porta della chiesa un frate francescano con la felpa (orrore!) chiacchiera con un poliziotto che fa da guardia al santuario. Li osservo e prendo atto che anche qui, come del resto in tutto il globo terracqueo dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica pare aver rinunciato alla sacralità, come se la location della preghiera fosse cosa di poco conto, come se del senso del sacro, dopo una tale secolarizzazione e banalizzazione, potesse rimanere qualcosa. Mi chiedo cosa ne avrebbe detto Giovanni della Croce, grande mistico del Seicento spagnolo che, quando vedeva il crocifisso, cadeva in estasi: probabilmente nemmeno a lui una madonna confinata in una stanza laterale del tutto prosaica avrebbe fatto un grande effetto.
Isla del Sol
Copacabana dista dall’Isla del Sol solo poche miglia marine, ma la nostra ostinazione a scegliere irrimediabilmente l’opzione di trasporto più economica ci fa ritrovare su un motoscafo dell’Asociación marinos Titicaca che ci porta a destinazione solo dopo due ore e mezza di traversata interrotta da una serie di inceppamenti del motore. La parte nord dell’isola, dove attracchiamo, prende il nome di Challapampa ed è abitata dalla comunità aymara: il giorno del nostro arrivo, si celebra l’anniversario della scuola e – come qualunque altra occasione in Bolivia – è un giorno buono per festeggiare, fatto che si declina essenzialmente nell’ascoltare musica e bere birra. Di ritorno da una camminata fino alla punta nord, dove si conservano le rovine di un palazzo-labirinto e di un altare sacrificale, costeggiamo il muro di cinta della scuola: un gruppo di cholitas (le donne in abito tradizionale), accovacciate e ridanciane, ci osserva passare pisciando.
Siamo in bassa stagione, e l’isola non è troppo frequentata dai turisti. La maggior parte degli hospedajes e dei ristoranti è chiusa, non ci sono mezzi a motore, il tempo è dilatato. Quando arriviamo nella spiaggia che guarda a nordest spira un’aria un po’ pittoresca: di quelle arie che ti farebbero venire voglia di fermarti lì per qualche anno a guardare le onde del mare e leggere Robert Walser.
La popolazione locale è occupata in attività alle quali si dedica da generazioni, ripete gesti che sono uguali a sé stessi da quando le isole esistono: raccoglie il mais sulla costa e le fave sulle terrazze collinari che risalgono all’epoca incaica; trasporta le fave a schiena d’asino fino ai porti e da lì fino alla terraferma per venderle nei mercati di Copacabana e della regione. All’alba, le donne portano al pascolo gli animali: una mucca, un asino, un paio di pecore.
Camminiamo a piedi attraverso tutta l’isola: ci troviamo in mezzo alle beghe tra la comunità aymara di Challapampa al nord e quella quechua di Yumani al sud, che si contendono i turisti e ci tengono a comunicarci che tra gli uni e gli altri è proprio un altro mondo, «otra cultura». Questa bassezza umana, che si manifesta persino qui a una tale lontananza dal caos del mondo globale, ci aiuta a non romanticizzare l’esistenza isolana: pure sulle cartine geografiche di quest’isola remota hanno tracciato una linea di confine. Mi ricordo quando da piccola scrivevo le cartoline alle mie compagnucce da qualche luogo di villeggiatura in Romagna: avevamo tutte l’abitudine di scrivere con la maiuscola il nome della nostra frazione (Castionetto) e con la minuscola (ribellione ortografica!) quello del capoluogo del comune (Chiuro), paese che odiavamo con intensità fortissima.
La riva nordest
Del Titicaca costeggiamo tutta la riva nordest, che da Copacabana porta a Juliaca, in Perù. È una strada secondaria (il confine principale è a sudovest e porta alla città peruviana di Puno), poco trafficata, abitata da entrambi i lati del confine da gente aymara. Le persone, consapevoli delle temperature sottozero, ci mostrano più ospitalità del solito: in un paio di occasioni, ci danno una stanza per passare la notte. La strada che percorriamo si avvicina e allontana dalla costa; sembra sottrarre il lago alla vista apposta per suscitarne il desiderio e riconcederlo, dopo una salita e qualche curva, di nuovo per uno spazio di non più di qualche chilometro. È una strada poco frequentata e io la pedalo origliandola forsennatamente.
In Bolivia pare di viaggiare mentre è in atto la grande mutazione antropologica, quella che trasforma una millenaria civiltà contadina come quella andina in una società capitalista globalizzata. Mentre pedaliamo verso nord, nei campi le persone si dedicano alle attività stagionali: tutto il lavoro è manuale, in centinaia di chilometri non abbiamo quasi mai incrociato un trattore. Le donne falciano il fieno a mano, con un falcetto; dei giovani menano una vacca verso un campo di mais già raccolto e lì la legano con una corda a un palo conficcato nel terreno (bovini e ovini qui trascorrono le loro giornate così, girando in cerchio legati a una corda); alcuni bambini tirano una pecora verso l’ovile.
L’attività principale, tuttavia, nella quale si affaccenda la maggior parte della popolazione, è fare il chuño, la papa helada, che è un alimento fondamentale della dieta invernale e insieme, come sempre accade ai cibi antichi, un coacervo di significati e rituali. Il metodo per produrre queste patate essiccate e disidratate si tramanda dall’epoca precedente alla colonia: si prendono le patate appena raccolte, le si espongono alle gelate notturne del giugno andino per un paio di notti; poi, le si pigia sotto i piedi per spremerne l’acqua, come si fa con l’uva per estrarne il mosto; le si lava e le si lascia ancora un paio di notti a gelare. Ne viene una patata di dimensioni ridotte, scura, di fatto liofilizzata, che si conserva per mesi e viene consumata quotidianamente: pare che durante la Seconda guerra mondiale abbia ispirato l’esercito statunitense a inventare il purè istantaneo.
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Pedalando, osserviamo nelle aie e nei campi le varie fasi di questo processo ancestrale: la preparazione dei teli dove disporle, la pigiatura, il lavaggio nelle acque del Titicaca. Una coppia emigrata a La Paz, da quando è in pensione, torna ogni anno sulle sponde del Titicaca ad aiutare la famiglia a fare il chuño. Ci accolgono a dormire in una stanza della casa: la stanza appartiene al fratello e, prima di sistemarci, dobbiamo aspettare che torni dalla sua giornata al pascolo dei lama. Ci preparano un ají de papalisa, una di zuppa di riso e una specie di patata, che ci portano da mangiare nella nostra stanza: ci sono culture in cui l’ospitalità sta nello scambio e ci sono quelle in cui sta nel dono, e quella aymara ci pare appartenga alla seconda categoria. A margine della cena, che consumiamo separatamente, i nostri ospiti ci dicono che è sempre più dura fare il chuño: con il surriscaldamento globale qui di notte non gela più come prima, e le patate vanno esposte al gelo per più di una settimana quando fino a un paio di decenni fa bastavano un paio di notti.
Mi affascina l’idea che la pratica del chuño sia un’operazione agricola collettiva che dura da sempre e che allo stesso tempo noi stiamo vedendo sull’orlo della sua fine. Abbiamo a maggior ragione la sensazione di pedalare sulla soglia di un’epoca. Le case in adobe, in terra cruda cioè, con il tetto di paglia stanno lasciando progressivamente spazio a costruzioni a più piani di mattoni forati col tetto in lamiera; molti campi e terrazzamenti vengono abbandonati; i paesi lungo le strade principali si espandono, mentre quelli più isolati si spopolano. Il tasso di emigrazione è molto alto e sebbene lo sia anche la natalità, come si confà a un Paese povero qual è la Bolivia, non appena raggiunta l’età adulta i bambini e le bambine si spostano in città o verso altri Paesi, lasciando alle spalle i boschi di eucalipti, piante originarie della Nuova Zelanda, che da circa trent’anni si stanno espandendo sulle colline già brulle del Titicaca. Nel discorso politico globale, ma anche negli studi accademici, l’immigrazione pare essere il grande fenomeno del nostro secolo. Ma se la gente arriva, significa che parte: in tutti i luoghi dove abbiamo viaggiato in bicicletta – i Balcani, l’Asia centrale, l’Italia delle aree interne e qui, in Bolivia – il grande tema sociale era la fuga, più che l’invasione.
Mi pare di camminare per il mio paese in Valtellina, dove a partire dagli anni Sessanta sono stati progressivamente abbandonati i terrazzamenti di mezza montagna e poi, pian piano, anche quelli più in basso e le piante silvestri, autoctone e alloctone, hanno riconquistato al bosco ciò che era stato campo. Oggi, in una seconda fase di questa mutazione antropologica, nuovi campi vengono abbandonati da quella stessa generazione alla quale appartengo e che, nella mia persona, è qui, al confine con il Perù, nel già grande impero Inca, ad assistere a qualcosa che è forse il finale di uno spettacolo durato secoli, che tra dieci anni non avrà più questa forma, queste case, questi modi.
* Una prima versione di questo testo è apparsa qui, sotto forma di newsletter di viaggio scritta a quattro mani con Giulio Zeriali.
Michela Pusterla
Michela Pusterla, nata alla frontiera italo-svizzera, vive su quella italo-slovena. Ha studiato letteratura a Bologna, Berkeley e Parigi. Insegna in un istituto professionale di Trieste.

