Vociare per strada, rumore di motorini, scalpiccio di piedi frettolosi a dozzine sotto un portico, mozziconi e chiazze di urina della notte precedente. Altre due sigarette cadono e si spengono davanti ad una porta a vetri. Che poi si apre lentamente.
Ora c’è solo il rumore di passi. Passi svelti che rimbombano nell’ampio corridoio di via Zamboni 32. Università di Bologna, dipartimento di Italianistica, secondo piano a sinistra. I passi salgono le scale, poi rallentano e si zittiscono all’improvviso, davanti alla porta dello studio 237. Ancora qualche secondo di silenzio, il tempo di riprendere fiato e di guardarsi negli occhi. La voce di un corvo si fa sempre più vicina, poi si allontana e scompare.
– Ma secondo voi c’è a quest’ora? –
– Eddai Marco, lo sai che è sempre nel suo ufficio. –
Un’ultima esitazione, poi finalmente due nocche sfiorano appena il legno scuro della porta. Tre colpi in sequenza bastano per scatenare una voce tonante.
– Avanti! Entri… chi deve entrare! –
La stessa mano scende e si posa sulla maniglia, sigillo di una soglia scricchiolante.
La testa inclinata di lato, una mano sulla fronte, d’un tratto la voce si fa sorridente. – Carissimo! – il vecchio professore riconosce perfettamente Valerio, uno dei suoi allievi più devoti, ma non c’è verso che ricordi il suo nome. Mai. – Professore, siamo venuti a salutarla… –
In un mare di coralli capillari galleggiano due pupille velate, avvolte dalla nebbia spessa di due lenti incastonate in una montatura poderosa. I folti capelli grigi, ordinatissimi nell’arco sopra la fronte e scomposti sulle tempie. Buchi di sigaretta sull’abito grigio, elegante e sgualcito, la cravatta bordeaux su una camicia bianca, non di bucato. Una figura umana, aderente alla poltroncina dai braccioli di pelle, fa capolino tra le pile di libri che troneggiano ai quattro lati della scrivania. Il tutto sembra avvolto da una patina, come quella che si forma sui monumenti, prima del restauro.
Sembra impossibile che la voce possente di poco fa sia contenuta in questa figura così fragile.
– Ah, ecco bene, carissimi, … come state? –
– Professore, volevamo salutarla, perché stiamo per partire… –
– Ah, ecco, bene bene… anche Joyce vagava in cerca dell’ispirazione… vi ricordate The Dubliners? La ricerca, vero?… il viaggio, l’Ulysses… –
– Giustamente, professore, stiamo per partire, Marco se ne va a Berlino, Mattia a Parigi, e io a Montréal – Johnson accompagna le sue parole con dei gesti, per aiutare il vecchio ad associare un volto ad un nome e il nome alla meta – Valerio invece resterà qui a Bologna, professore, resterà qui e verrà a trovarla spesso, e le porterà le nostre novelle.
Il vecchio si volta, sulla poltrona dal perno rotante, lentamente, verso la finestra. Fuori ha cominciato a piovere e alcune gocce scivolano lungo il vetro appannato. Ancora qualche secondo di silenzio. Lo sentiamo respirare profondamente dalla bocca. Guarda fuori e insieme ci vede riflessi nel vetro.
Poi si volta di nuovo, un altro mezzo giro all’improvviso, sulla poltrona che sembra solidale al suo corpo. Scuote leggermente la testa guardandoci con un sorriso, da sotto in su. I suoi occhi annegati nella nebbia. Nel mare di coralli capillari. Di nuovo, la sua voce rivela una potenza che ci lascia storditi.
– Andate, andate, disperdetevi, perdetevi di vista, ma mi raccomando, non perdete il filo. – Ci guardiamo perplessi, senza capire. Lui continua: – Vedete, la scrittura è come una trama che vi tiene uniti, che vi permette di orientarvi, di comunicare gli uni con gli altri, ma deve anche permettervi di perdervi. Il segreto sta nel trovare la via d’uscita da questa trama, la maglia che non tiene, il buco… nella calza! – Il vecchio professore sembra soddisfatto di questa sua definizione della scrittura, coniata all’istante. E rincalza con un entusiasmo crescente, mentre la sua voce aumenta ancora di intensità. – Ah, ecco, bene,… la calza, la calza… La calza della Befana: pensate alla Befana… l’epifania, quando si appende la calza e ci si mettono dentro i regali. Ecco, allora oggi è una festa un po’ triste, anzi no, davvero triste, l’epifania che tutte le feste porta via… non è vero?… ma in realtà la parola “epifania” indica l’apparizione dell’extra-ordinario, del meraviglioso, del sovrumano… avete capito, no? – Il vecchio si alza dalla sedia, repentinamente, con un’agilità che non ci aspettavamo. Istintivamente facciamo un passo indietro. Dove vuole farci arrivare?
– Ecco, bene, l’apparizione calza a pennello! Immaginate di tessere delle calze, calze dove inserire le vostre apparizioni del quotidiano… Immaginate una città vorticosa, Berlino, Parigi, quell’altra là… Montréal… immaginate un’apparizione che interrompa la routine, che vi permetta di uscire, di trovare una via d’uscita, un punto di vista estraneo, fuori dal cerchio. Che vi porti fuori, che vi trascini fuori dal quotidiano, in un altro quotidiano… Ma non dimenticate Bologna, il vostro porto, la terra dei custodi, la città dell’attesa…– Adesso gesticola, un po’ ingobbito, proteso in avanti con la mano destra, le dita giallognole rigide e divergenti a disegnare piccoli cerchi davanti ai nostri nasi. Persino la nebbia che avvolge le sue lenti sembra leggermente diradata. – Create delle calze, riempitele di queste apparizioni, e scambiatevele, come un dono, un involucro umile, ma dal contenuto prezioso, ecco bene… calze…–
Ora il vecchio professore si è riseduto, esausto, e respira un po’ affannosamente.
Noi ce ne stiamo lì, in piedi, frastornati. Non smetterà mai di sorprenderci. Ci guardiamo intorno, percorriamo le pareti tappezzate di libri, per conservarne l’immagine. Lo guardiamo seduto e già intento a sfogliare le pagine del libro che ha di fronte, assorbito dallo studio, tornato tutt’uno con il suo studio, con i suoi libri, con il suo spazio.
Apparizioni, calze e reti, trame, trappole e vie di uscita, memoria e attesa: non immaginavamo ancora che con quelle parole pronunciate quasi senza fiato ci avrebbe accompagnati, che ci avrebbe guidati lungo i nostri diversi percorsi.
Uscendo dallo studio, notiamo un dipinto appeso accanto alla porta: un enorme pennuto nero aspetta, appollaiato in cima a una guglia, sotto una pioggia battente.

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“Bestiario metropolitano. Calze” di Marco Benedettelli, Mattia Cavagna, Valerio Cuccaroni, Johnson