Caro Castor,
il giorno dopo, quello prima di ogni partenza, già passato eppure ancora a venire. Il luogo del congedo, della fioritura del ricordo. Il giorno in cui ogni uomo raccoglie il proprio destino nel palmo delle mani.
Dove porterà la linea riapparsa al mattino?
Chi potrà leggerla? Forse ieri deve ancora arrivare.
Ieri, la lettura a Matera. Il bianco è stato la mia voce. Ascoltavo… e finalmente sceglievo la dimora.
Accogli questo essere a te abbraccio.
tuo
D.
(un sempre cominciamento – ovvero – la lingua dell’incudine)

 

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quant’altezza si spegne nel suolo

spinto al di fuori
il verso del corpo è sordo

inscrivendo dove neppure l’aria
conosce canto
tu innalzi il sogno a tutti

a credo

 

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prima che sia giunto il momento di nuotare nella pietra

a largo dell’ombra
scolpisciti

(con tutto quello che comporta mettere
radici nell’aria e cranio nel niente)

stando conficcati si germina il necessario

l’origine non smette la ferita

 

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Non ci sono più regni. Noi solchiamo l’aria
nella speranza di sfiorare la cera di un viso.
E i visi sono maschere.
E la maschere, i vuoti di colui che è sul punto di venire.

L’intruso porta la mia identità.

 

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Quando tu eri negli occhi chiusi. Io contraevo il buio.
Mi ritiravo nel cranio, abbandonavo la superficie della
riconoscenza.
Perdevo l’essere a te un altro tu da cercare. Sfiguravo.

E tu ignori l’ombra, «dove non si è più che questo ancora da vivere».

 

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Nessuna bocca più. Nessun occhio. Nessun orecchio.
Esiste un volto.
Un volto che non sta più nelle ossa.
Un volto che resta la violenza del suo nome.
Ogni osso risuona di quest’affanno.
Ogni uno della dimenticanza.

La nudità è invisibile.

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Qui di fronte dell’altro. Qui anima di velo. Qui di me nell’ombra. Sapendo bene che il destino di un’immagine è la resa concessa alle membra di un istante. Quando ti osservo ho l’impressione che i lineamenti del mio volto mutino per trovare il luogo dove posarsi dentro di te.

Lascia che avvenga la sovversione.

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Testi e opere, scelte da Fabio Orecchini, tratte da “Congiungimenti”.
Opere di Hervé Bordas.
Testi di Domenico Brancale.

CONGIUNGIMENTI
a cura di Silvia Soliani
nota di Vito Bonito
Prova d’Artista, Galerie Bordas, 2016