Francisco Soriano continua il suo ciclo di biografie di donne straordinarie con Amelia Rosselli.

 

Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.

 

La poetessa Amelia Rosselli nacque a Parigi il 28 marzo del 1930, figlia dell’esule Carlo Rosselli e Marion Catherine Cave. Dalla tragedia del vile assassinio del padre, avvenuta in terra francese per mano dei sicari della Cagoule, i cui mandanti furono individuati in Galeazzo Ciano e il suo capogabinetto Filippo Anfuso, Amelia Rosselli fu praticamente costretta a girovagare fra l’Europa e gli Stati Uniti. Raccontava in un’intervista del 1987:

«Non sono apolide. Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e successivamente lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati».

Dunque, la condizione di esule influì notevolmente sulla sua formazione intellettuale: multiculturalismo e plurilinguismo arricchirono il suo talento anche come raffinata traduttrice. Negli anni Sessanta, emblematici per la forza trasgressiva della contestazione, Amelia Rosselli si iscrisse al Partito Comunista, consapevole di un impegno civile e politico in un momento cruciale della storia del nostro Paese.

Con le sue poesie, suscitò l’attenzione di Pier Paolo Pasolini (che scrisse un saggio intitolato Notizia, sulle liriche della poetessa), e Andrea Zanzotto che le consentiranno, nel 1963, di pubblicare sulla rivista diretta da Italo Calvino, Il Menabò, alcune liriche della raccolta Variazioni belliche.

Tutta la produzione poetica di Amelia Rosselli è stata una narrazione lirica delle sofferenze e del mistero insondabile dei dilemmi dell’esistenza. Al compimento del suo ventesimo anno di età, aveva già prodotto scritti di grande intensità emotiva e contenutistica in forma di prosa poetica, proprio dopo il suo ritorno in Italia. Nei primi anni in patria infatti, pieni di accadimenti e trasformazioni sociali, Rosselli conobbe un giovane attivista e scrittore del profondo sud italiano, legandosi a lui in un sodalizio non solo affettivo: il suo nome era Rocco Scotellaro. L’intellettuale e politico lucano morirà prematuramente, stroncato da un infarto a soli trent’anni; un dramma umano che segnò profondamente la sfortunata esistenza di questa straordinaria scrittrice. La testimonianza di questo dolore si legge in un passo della raccolta Cantilena, del 1953:

«Rocco morto

terra straniera, l’avete avvolto male

i vostri lenzuoli sono senza ricami

Lo dovevate fare il merletto della gentilezza!».

Dal 1950, per Amelia Rosselli gli incontri furono particolarmente fecondi, insieme a Rocco e Carlo Levi frequentò gli ambienti letterari della Roma in fermento, consolidando le sue esperienze letterarie e firmando a più riprese saggi e recensioni letterarie su Paese Sera. Nella seconda metà degli anni sessanta pubblicherà Serie ospedaliera e altri versi, dedicandosi nel frattempo alla scrittura di Appunti sparsi e persi. Nel 1976 per la casa editrice Garzanti, pubblica Documento (1966-1973), e per Guanda Primi scritti 1952-1963. Erano ormai gli anni Ottanta. Nel 1981 Amelia Rosselli dà ancora alle stampe un poema suddiviso in tredici sezioni, Impromptu, e solo due anni dopo Appunti sparsi e spersi. Nonostante momenti di grande disagio seguiti da ricoveri, nel 1985 riesce a pubblicare La libellula, cui fanno seguito Antologia poetica e, nel 1989, Sonno-Sleep (1953-1966).

Amelia Rosselli fu una studiosa instancabile con interessi artistici peculiari: produsse vari saggi che si concentravano soprattutto sulla teoria musicale, sulla composizione e l’etnomusicologia. Nel 1962, collaborò con Carmelo Bene, al fine di portare in scena un’opera musicale ispirata da una lirica di William Blake. La conoscenza del linguaggio musicale ebbe dunque un ruolo determinante: studiò nella celebre scuola di Darmstadt le opere di rivoluzionari e innovatori come Karlheinz Stockhausen e Pierre Boulez, infine Luigi Nono, storico componente del Gruppo 63.

Amelia Rosselli Gabriella Mercadini
Amelia Rosselli fotografata da Gabriella Mercadini. Foto apparsa su Il Manifesto.

Il suo plurilinguismo era uno spazio su cui innestare le storie di vita quotidiana: esperienze, dolori e poche gioie, e allestire un sistema di parole e versi assolutamente originali.

In Spazi metrici del 1962, Rosselli rende ulteriormente chiaro il concetto che la lingua, in cui scrive di volta in volta è una sola, mentre l’esperienza sonora logica e associativa è certamente quella di molti popoli, e riflettibile in molte lingue. Lingue e musiche, parole e sonorità, esperienze quotidiane e visioni assolutamente reali costituiscono lo scheletro su cui costruire l’intero assetto lirico. Nel suo modo di intendere la metrica, le sillabe con il loro naturale valore fonico, insieme alle vocali e alle consonanti, al ritmo della frase, incidono verosimilmente sui contenuti: il tutto costringe al neologismo, alla molteplicità di significati, alla poliedricità delle visioni, alla riscoperta del sottinteso. La poesia di Amelia Rosselli è poesia e-vocativa e sonora, è la voce come strumento musicale, è nuova poesia, preghiera e litania.

Il suo plurilinguismo era uno spazio su cui innestare le storie di vita quotidiana, esperienze, dolori e poche gioie.

Nei contenuti, anche quando si palesa una sorta di criticità della poesia nella sua funzione di sublimazione dell’assoluto e dello spirito delle cose protendendo verosimilmente verso un mero racconto della vita quotidiana, Rosselli compie il miracolo di vivificarne comunque quella valenza emotiva e spirituale, l’ineguagliabile senso del mistero e del vuoto che solo questa forma di scrittura ci può donare. I versi delle sue meravigliose Variazioni hanno una ineludibile armonia ritmica, un assetto sonoro e quel desiderio gridato di non cedere al fallace, alla mistificazione, nell’instancabile tentativo di combattere quella fragilità tutta umana di banalizzare il male. La ripetitività di alcune evocazioni, che ci appaiono istintive, sono tuttavia una cosciente litania-preghiera di resistenza al dolore. Sarebbe riduttivo leggere e interpretare i suoi versi senza tener conto del suo impegno duale nello studio della metrica e della difesa dei contenuti reali e politici dell’essere umano. Nella sua definizione di poetica, Rosselli rivive la crisi che pervade la coscienza di ogni poeta consapevole del limite oggettivo degli spazi a sua disposizione:

«Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e significativa che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e lo spazio. […] E infatti l’idea era logica; ma lo spazio non era infinito, bensì prestabilito, come se comprimesse l’idea o l’esperienza o il ricordo […]. La realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi versi rime tempi)».

Questa era la preoccupazione sincera di una scrittrice caratterizzata da onestà e consapevolezza, laddove l’idea era logica, ma lo spazio non era infinito al punto da comprimerne l’idea stessa o il ricordo. Ebbene, la realtà con il suo carico immane di sostanzialità, di consuetudine, di tradizione, di costanza, assume la forma di una massa pesante, che stanca la mano e nessuna forma può contenere.

I suoi testi si distinguono per eleganza e poliedricità di contenuti, frutto dello studio della metrica e della nuova visione di una lirica attenta alla grande tradizione poetica del nostro Paese. Nel progetto della poetessa, l’opera di valorizzazione e di trasformazione di quella lingua meravigliosa che era stata elaborata dai poeti italiani del XIII secolo, doveva essere un processo di complessa elaborazione che necessitava di essere ben delineato e messo in atto. Nelle varie citazioni ed enunciazioni teoriche della scrittrice in tema di metrica e versificazione poetica, si deduce una certa intolleranza di Rosselli nei confronti del verso libero. Questo pensiero origina soprattutto dall’idea cardine di scarnificare al massimo il soggetto dal testo lirico e rendere oggettiva la narrazione in una forma metrica ben regolamentata e costruita.

Amelia Rosselli 3
 Amelia Rosselli ritratta da Dino Ignani.

Per questo motivo, Rosselli si adoperava fortemente nel senso di una rilettura sostanziale della forma poetica, sempre più affrancata dal volere esclusivo del poeta nella sua narrazione in versi: «Tendo all’eliminazione dell’io. L’io non è più al centro espressivo, va messo in ombra o da parte».

Era a questo punto che un dilemma si poneva in tutta la sua evidenza, cioè quello di capire come conciliare il linguaggio e l’esperienza, il verso e la realtà, senza contraddirsi e finire per sublimare proprio quell’io soggettivo tipico del verso libero:

«Permettevo che […] il periodo fosse l’esposizione logica di una idea non statica come quella materializzatasi nella parola, ma piuttosto dinamica, “in divenire” e spesso anche inconscia».

Per la poetessa bisognava muoversi sul filo del rasoio, rispettando il principio della realtà e, al momento stesso, tentare di concepire una scrittura adeguata a un modello che non fosse comunque riconducibile in toto alle categorie formali della poesia del passato. Operazione estremamente complessa che si traduceva dinamicamente in una forma di “struttura come processo o cronotipo”. Amelia Rosselli attraversava il dubbio e si poneva l’ulteriore quesito di capire come la differenza-limite fra prosa e poesia potesse essere superato. La scrittrice considerava le due forme come due categorie che inesorabilmente si assorbivano: «la prima come […] la più reale di tutte le forme, mentre la poesia è definibile come la misura e l’ordine».

Dunque, Rosselli non disdegnava la “prosa-poetica”: uno stile completamente in osmosi fra idee-spirito-coscienza e struttura-sistema-poesia. Le attenzioni verso il tema politico e non solo, con le illuminanti variazioni messe in atto sul piano verbale-sonoro, arricchiscono di contenuti le sue poesie e si rivolgono al presente e al quotidiano vissuto con un commovente racconto della realtà. La poetessa compie un particolare percorso di innovazione anche in virtù delle incredibili prospettive messe in campo: il linguaggio vuole e deve essere universale e, dalla musica, trae il concetto fondamentale di superamento di qualsiasi barriera e confine, anche grazie al contributo dello studio di nuove sonorità metriche.

Leggendo le poesie di Amelia Rosselli si pone un quesito allarmante: in questo mondo così pervaso dall’ingiustizia e dal mistero del dolore, tutto sembra essere verosimilmente perduto? In una delle liriche più belle, la poetessa afferma:

«Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora

tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo

è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il

mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo

è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo

una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi

dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno

non è che notte per la tua distanza. Cieca sono

chè tu cammini ancora! Cieca sono che tu cammini

e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini

ancora aggrappato ai miei occhi celestiali».

Questa straordinaria lirica pone fine alle Variazioni belliche, ci attrae nel vortice litanico del tutto il mondo è vedovo/cieca rimasi/cieca sono/che tu cammini/se tu cammini, e ci trascina nella forza evocativa dell’anafora, in quella eco in cui l’umanità sembra essere trascinata come in un urlo digrignante. In questa ripetitività espressiva, la poesia sembra cedere a un vero e proprio abbandono che si appropria certamente, nella sua disperata in-felicità e alla stregua delle canzoni dell’oriente più prossimo, della sua funzione esorcizzante, forse della semplice testimonianza della condizione umana in cui si intravede, questa volta, un inatteso quanto soggettivo bagliore con il verso: ancora aggrappato ai miei occhi celestiali. È a questo punto che, nella ricerca emblematica di una soluzione alla tragedia tutta umana e cosmica che la pervade, Rosselli ricerca il senso e la forma del suo versificare.

Il dolore di Amelia Rosselli non è solo individuale, ma è oggettivamente storico.

Nel febbraio del 1996, Amelia Rosselli si lanciava nel vuoto dal suo appartamento romano; un gesto tragico che molti critici e biografi della scrittrice sembravano aver individuato nella lunga scia di accadimenti dolorosi e nei tristi quanto profetici versi di una fine ineluttabile. Aldo Rosselli, cugino della scrittrice, tenne a dire che il disagio mentale di Amelia faceva parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita. Legittima, in questa sensibile creatura, l’ossessione di essere perseguitata, spiata, seguita da agenti che temevano il suo spirito e la sua idea di mondo in completa disarmonia con il potere bieco, indegno e incoerente, in anni in cui si verificavano attentati dinamitardi, assassini, atti di terrore e tentativi di golpe, molti di questi animati dal chiaro tentativo di una restaurazione fascista. Nella raccolta Documento, del 1976, scrisse: Corruzione del giornale di ieri/ centoventimila tiratori scelti. // Senza lezione/ scemava nella tenerezza costrittiva/ l’inconscia pala del nemico divertito.

Il dolore di Rosselli non è solo individuale, ma è oggettivamente storico: frutto di un’epoca di passione politica che trova nella sua poetica una testimonianza originale e assolutamente pregnante nel panorama intellettuale italiano, forse la più importante.


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Francisco Soriano

Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Attualmente, vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente.
È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, occupandosi di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha coordinato laboratori di poesia e traduzioni in lingua persiana e ha organizzato mostre di pittori e fotografi contemporanei di livello internazionale, serate dedicate alla poesia italiana e persiana con attrici e attori protagonisti del cinema internazionale. Attualmente scrive articoli di letteratura e si occupa di problematiche concernenti diritti umani e di genere per la Rivista “Argo”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Fra Metope e Calicanti”, edita dalla Casa Editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017; “Haiku Ravegnani”, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Ito. Vita e morte di un’anarchica giapponese”, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018.
Grazie al suo amore per il Medioriente, oltre a essere vissuto per molti anni in Iran, ha visitato il Libano, la Giordania, la Siria, l’Armenia, l’Azeirbajan e la Turchia.

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