Di corpo la sete ⥀ Scrivere per non sparire #4

Pubblichiamo la quarta e ultima parte del testo di Sarah Di Piero, resoconto poetico del disagio psichico e del suo attraversamento (tutte le parti dello scritto possono essere lette qui). Nel corso del 2026 il testo verrà pubblicato per Argolibri nella collana Fari, per la quale l’autrice nel 2019 ha scritto il libro di poesie Reparto da qui

 

XVIII.

Scoperto il mare, il significato che ha in quanto madre, si scopre l’amore, si scopre la morte, la nascita, la follia.

Io può

Eppure non ero sola. Non completamente. Dentro di me c’era un Io che non era il mio. Un io d’altro. Una voce o una struttura o un corpo che non mi apparteneva ma mi reggeva. Come se fossi appoggiata su qualcosa che non avevo costruito io. E grazie a quello: Io può.
Non era una frase. Era una condizione minima di esistenza. Era il modo in cui riuscivo a non cadere anche se ero già a terra. Io può, perché dentro di me viveva un’altra possibilità. Un altro io che restava in piedi anche quando io crollavo.

 

XIX.

L’oceano mi rendeva follemente felice, fino ad esagerare con le rime. Fino ad esagerare con la rottura del senso: gli ultimi due versi hanno un significato per me che è molto preciso, ma vogliono più che altro suscitare un’emozione tramite dei suoni. Mi immaginavo in particolare di stare dietro una finestra molto appannata e di pulirla con un panno per guardare fuori.

DALL’OCEANO

C’è un oceano
e una foglia arzilla
che vermiglia
rassomiglia
a un’anatra brilla:
scende incerta
sul terreno
lì riposa
posa.

Alitando a panno
il vetro a la finestra.

 

25Agosto2019

A volte anche la felicità è troppo. Anche lei fa perdere i contorni, le strutture, i significati. Così la mia poesia esplodeva in rime e giochi, come se il corpo volesse ridere troppo per non rompersi di nuovo. Scrivere era un modo per non contenere più niente. Solo lasciar fluire. Come una foglia nell’acqua.
Il disegno rappresenta un ritorno verso l’origine. Il mare ti riporta verso l’origine di tutto.
L’origine di tutto è il significante fallico.
L’ho inseguito ovunque. Nelle madri, nei gesti, nei versi, nei vuoti, nei corpi che non mi rispondevano. Ma l’origine non aveva volto. Era un segno. Un buco. Una linea senza parola. Tutto il mio desiderio si è scritto intorno a quella mancanza che chiamano fallica. E ancora oggi, ogni volta che scrivo, è a lei che torno. Anche senza volerlo.

 

 

XX.

C’è chi le regole vuole rispettarle, c’è chi le regole non vuole rispettarle, c’è chi le regole può rispettarle, c’è chi le regole non può rispettarle.
Non sempre è una questione di volontà. A volte le regole sono lì, ma tu non ci arrivi. Non per scelta, ma per struttura. Scrivere è stato anche questo: dire che certe cose non le ho sapute fare, non perché non volevo. Ma perché non potevo.

ARRIVILLA

È vietato bere la mattina

ma di birra in birra
chi si fa di birilla
la ribilla
è qualcosa che arrivilla,
non c’è scintilla
sarà qualcosa che spilla
la fine del gorilla
sulla mia bocca
e sulla mia parte
che non so chiamare,
altro nome non darei alla fine solamente

uaooooo
.

 

29Agosto2019

Non so dare nomi a certe cose. E allora le faccio esplodere nei suoni. Le lascio uscire come possono, in versi storti, stonati, sporchi. Alla fine resta un urlo e un punto. Il corpo parla da sé, ma non sa farsi capire. E la poesia gli serve per farlo gridare, almeno un attimo.

 

XXI.

Ero stanca. Ma non di una stanchezza da dormire. Era una stanchezza da fondo, da silenzio. Le parole non venivano più per dire: venivano per cadere. Lentamente. Uno a uno. Nessun dolore, nessuna rabbia. Solo la fine del movimento. Anche il respiro diventava domanda.

SOLAMENTE

Questo
solo cielo, senza nuvole, sereno
che si affaccia, senza vento, alla ribalta
di un temibile, distante, o distanziante
arcobaleno:

no, non ho
niente più di quel silenzio
che mi chiamo, là, dove sepolto
è l’ascensore, o quel rumore
che non sento, io pavento, lo disperdo

mento:
cerco
di significare
qualcosa a qualcuno, lì nell’oltremare,
ma non so
ondeggiare.

Resterò
solo qui,
per sprofondare, lentamente,
lentamente,

ffjkjdfjdjfddjdlentamente,

sjsjfhhfjsdjhdfjdhfjfhdjhfjdhlentamente:
io non so
perché dovrei
ora o mai
o perlopiù
più di così
io, respirare.

 

30Agosto2019

Avevo provato a dire tutto. A cercare ogni voce. Ma alla fine non restava nulla. Nemmeno il perché. La poesia è scivolata da sola, piano, sempre più giù. E io con lei. Non cercavo più salvezza. Solo un verso che potesse crollare con grazia.
Il disegno sembra allegro, in realtà il cielo con gli uccelli neri rappresenta i miei pensieri che volano via lasciando la testa vuota (questo non è come si può credere positivo). La ballerina, al centro del disegno, ballando si libera di tutti i suoi colori, con una gonna sgargiante come la coda di un pavone.

 

XXII.

Siamo arrivati alla fine. Alla “verità”, quella nascosta dietro agli occhi. Ma quante verità?

OCCHI

Davvero dottoressa,
magari non saperlo
la vita è bella
se ne hai una

 

31Agosto2019

Il disegno seguente è privo di colori, ossia colore bianco, ossia tutti i colori insieme. Per me significava una sola cosa: godimento. Non un piacere, non una pace. Ma un punto dove il corpo, la vista, la parola si fanno troppo pieni per distinguere.
Il mio nome era scritto su una strada che andava verso un vulcano che era un anello di tre (qui faccio riferimento al nodo borromeo di Lacan) e dentro all’anello erano rappresentati tanti occhi, ossia tante persone o anche allucinazioni. Alla sinistra una montagna di denti, alla destra le onde d’un mare. Un mare che non bastava a placare i livelli di angoscia che provavo. Eppure continuai a scrivere.
È questo, forse, il paradosso che voglio lasciare in sospeso. Che il mio percorso non si chiude quando la scrittura mi ha fatto stare bene, ma in un punto critico. Perché il senso non coincide con il benessere. Scrivere non mi ha guarita. Scrivere mi ha dato un luogo dove stare, anche quando non c’era un posto in cui stare. La poesia è stata il mio modo di abitare la crisi, senza fuggirla.
E ora che ho tracciato questo percorso, non resta che dire che non è affatto concluso. La poesia non è stata una cura, ma un varco. Non mi ha restituito un’identità solida, ma un modo per stare nella frantumazione, come chi nuota nella corrente sapendo che può sempre riaffiorare. Le parole, nel loro disfarsi e rifarsi, mi hanno insegnato che non devo per forza ricompormi: posso vivere anche nei frammenti, se questi vibrano di senso, se trovano una forma, se ascoltano il corpo.
Scrivere è stato come toccare un punto fermo mentre tutto crollava. Non ho scritto per guarire, ma per sopravvivere. E nella sopravvivenza ho trovato qualcosa che somiglia alla gioia. Forse questa è la mia rinascita: non smettere mai di cercare parole che tengano insieme la sete e il corpo.

DÉJÀ-VU

CHE LE MURA SI SCIOLGANO

Scroscia la pioggia nella notte:
aperta appena la finestra,
per respirare ancora,
attendo, sotto le coperte al caldo,
che si sciolgano le mura,

che la pioggia mi lasci a nudo
nel mondo vero, mondo crudo.