Dopo il primo dialogo, continua il nostro percorso di esplorazione di questo cratere abbandonato che è la fantascienza italiana post anni ’80, grazie alla guida di due esperti e autori di questo genere, Andrea Viscusi e Maico Morellini

 

Capitolo II. Nuove forme di simbiosi

 

MM Riprendiamo l’ecosistema dello stivale. Dopo il meteorite, dopo l’estinzione, la rete miceliale fantascientifica si era estesa iniziando ad assorbire i nutrimenti del terroir culturale autoctono, dando vita a interessanti e originali strutture in cerca di autodeterminazione, come il Premio Urania e la via italiana all’ucronia e al cyberpunk. Il primo decennio del ventunesimo secolo sarà caratterizzato da due parole: evoluzione e simbiosi. L’evoluzione ha un nome e un cognome, si chiama World Wide Web – e se ci pensate bene non è affatto un caso, e nemmeno un evento inaspettato, che si tratti di un altro tipo di rete – e la simbiosi mutuerà le sue coordinate da una forma di vita di cui già abbiamo parlato: il lichene.

In natura il lichene è una straordinaria simbiosi tra una struttura fungina e un apparato batterico. Non è il fungo a coltivare il batterio, così come non è il batterio a parassitare il fungo: nel lichene la parola simbiosi trova la sua massima espressione. Così in Italia, dopo la diffusione della rete miceliale fantascientifico/fungina, dopo l’arrivo dell’evoluzione portata dal World Wide Web (l’equivalente del nostro batterio, una struttura capace di creare, nel senso più vasto del termine, nutrimento), ecco che iniziano a prendere vita i nostri licheni. Alcuni nasceranno proprio da questa unione – da una parte la fantascienza e dall’altra, lo dico riducendo tutto ai minimi termini, Internet – altri saranno evoluzione naturale del micelio e dei nutrimenti già presenti in situ. E in tutto questo le strutture create nel decennio precedente continuano a evolversi in direzioni diverse.

 

AV Come sappiamo, però, la natura è un orologiaio cieco e non sempre può prevedere le conseguenze a lungo termine delle sue azioni. Nel nostro caso, alla fine degli anni ‘90 avevamo lasciato la fantascienza italiana in via di modesta ripresa, grazie ad alcune iniziative che ne avevano rinvigorito la diffusione e all’affermazione di alcuni filoni principali in cui gli autori si muovevano con più disinvoltura. Ma, come spesso accade per gli ambienti di nicchia, come lo è sempre stata la fantascienza italiana, le caratteristiche distintive possono diventare anche barriere autoimposte, confini di una zona di conforto in cui ci si muove con sicurezza senza preoccuparsi di cosa avviene all’esterno. Se infatti prendiamo proprio il Premio Urania come esempio si può notare come, tra il 2000 e il 2009, dei dieci titoli vincitori praticamente tutti siano riconducibili all’ambito cyberpunk o ucronico (con l’eccezione del solo La scala infinita di Paolo Aresi, inquadrabile invece come space opera, un genere in effetti poco battuto dalla fantascienza italiana). Tra Risorgimenti alternativi e megalopoli nostrane, l’impressione che se ne ricava è che la fantascienza di questi anni possa raccontare solo investigazioni per catturare il tecno-criminale o sforzi per ripristinare il corso della storia. Inoltre, è da notare anche che in questi dieci anni ci sono ben quattro autori che hanno vinto il Premio Urania: Donato Altomare, Lanfranco Fabriani, Alberto Costantini, Francesco Grasso; i primi tre sono due volte vincitori.

Non che i Premi Urania di questo periodo siano da archiviare. Anzi, alcuni testi sono diventati dei classici, come Lungo i vicoli del tempo di Lanfranco Fabriani, che propone l’UCCI, una versione italiana del temporal bureau governativo incaricato di vigilare sul corretto scorrimento della storia, comune già in opere di autori americani come Poul Anderson e Robert Heinlein, ma qui riadattato al nostro contesto culturale. Troviamo poi Sezione π2, techno-thriller di Giovanni De Matteo (primo millennial a comparire sulle pagine di Urania) ambientato in una Napoli futuristica sommersa dal kipple di ispirazione dickiana. Invece, il post-cyberpunk E-Doll di Francesco Verso è stato un testo controverso per la forte tematica sessuale resa in modo esplicito, elemento a cui il pubblico di Urania non era avvezzo.

 

 

Il problema però non sta tanto negli autori o nei loro romanzi. Visto da fuori, il fenomeno è comunque alquanto insolito, pur senza mettere in dubbio la qualità delle opere o tirare in mezzo complotti di lobby occulte per l’assegnazione del premio: possibile che un concorso nazionale, a cadenza annuale, indetto dalla collana più longeva della più grande casa editrice italiana, finisca per premiare la stessa persona nel giro di pochi anni? Per tre volte di fila? Di nuovo questo rafforza l’impressione di un ambiente ristretto e autocelebrativo, in cui probabilmente sono in pochi a muoversi a livello professionale. Ed era effettivamente così, trattandosi come abbiamo detto di una nicchia che nei decenni precedenti aveva visto i suoi spazi ridursi ancora una volta…

 

MM Parli di una sorta di blocco evolutivo? Un meccanismo che per qualche motivo ha rallentato gli innesti miceliali di cui parlavo? Eppure, ci sono stati tentativi paralleli, tentativi però puniti da un’evoluzione cinica e matrigna. Per dare risposta alla ricchezza che si stava configurando – o che stava tendando di farlo – nel substrato fantascientifico italiano, Fanucci proverà nel 1999 a seguire l’intuizione di Urania e del suo omonimo premio, istituendo il Premio Solaria. Il concorso sarà destinato a durare due sole edizioni, con l’unica pubblicazione del romanzo vincitore della prima (Il sicario, Laura Iuorio, 2001). La fine di Solaria (che cambierà nome spingendosi fino al 2005) sarà poi sintomatica di una sofferenza diffusa nella grande distribuzione fantascientifica, che continuerà ad avere in Urania la sua massima rappresentante, pur con difficoltà e crisi generalizzate. Questo dimostra che era necessario qualcosa di diverso, qualcosa che cercasse di raccogliere la sfida evolutiva: la simbiosi di cui parlavo.

Un esempio. Il nostro primo lichene troverà spazio proprio all’inizio di questa nuova fase. Nel 2000, dopo diciotto anni di assenza (era il 1982, un anno prima che l’ultimo frammento dell’asteroide Guerre Stellari ci colpisse), tornerà a Trieste il Science plus Fiction (poi Science+Fiction e infine Trieste Science+Fiction Festival) con un occhio rivolto alle produzioni indipendenti. E lo farà trovando, per i primi dieci anni del millennio, un’identità sempre più solida anche a livello internazionale. Un modello di simbiosi tra fantascienza e cinema, un ritorno caratterizzato da una forte capacità di interpretare le nuove strutture culturali a disposizione.

 

 

AV Un altro ritorno illustre in questo periodo lo abbiamo nel 2003, quando dopo più di vent’anni riparte la stampa della storica rivista «Robot», sempre con la direzione di Vittorio Curtoni. Quel vuoto che si era creato fin dagli anni ‘80 viene così colmato: torna finalmente una pubblicazione di fantascienza a cadenza quadrimestrale. La nuova edizione di «Robot» permetteva di dedicare spazio non solo ai romanzi, ma anche ai racconti, una delle forme letterarie più adatte ad esprimere idee fantascientifiche. Proprio per i racconti viene istituito il Premio Robot, da cui sono emersi nomi come quelli di Alain Voudì, Valentino Peyrano, Dario Tonani, Emanuela Valentini, destinati ad affermarsi nell’ambito della migliore fantascienza italiana.

«Robot» è stata riportata in vita da Delos Science Fiction, associazione fondata come rivista digitale da Silvio Sosio e Luigi Pachì già nel 1994 (una delle prime riviste italiane online in assoluto), che nel 2003 diventa anche editore a tutti gli effetti con il marchio Delos Books. Il suo focus è su romanzi brevi e racconti di autori internazionali recenti, spesso vincitori di premi come Hugo e Nebula, pubblicati in cartaceo. In seguito il catalogo si espande per andare a comprendere sempre più autori italiani e abbandona progressivamente la pubblicazione cartacea a favore dell’ebook, al quale il libro di carta viene occasionalmente affiancato. Sempre nell’ottica di creare un canale alternativo al Premio Urania, nel 2003 Delos indice il Premio Fantascienza.com (dal nome del portale di news che è diventato il principale aggregatore italiano della fantascienza) per romanzi inediti, che pochi anni dopo diventerà il Premio Odissea. La prima edizione è vinta da Massimo Pietroselli (già vincitore del Premio Urania alcuni anni prima e in seguito autore soprattutto di thriller storici) con LUndicesima Frattonube. Tra i primi vincitori ricordiamo anche Clelia Farris, una delle più apprezzate (e sfuggenti) penne della fantascienza italiana, con Rupes Recta, indagine su una colonia lunare in cui la razionalità ha lasciato posto alla superstizione, e con Nessun uomo è mio fratello, distopia soft, senza tecnologia, che anticipa molti temi attuali come il controllo sul corpo e la violenza di genere. Al di là dei premi, tra gli autori pubblicati in questo periodo da Delos troviamo, oltre a quelli già citati, Alberto Cola, Enrica Zunic, Antonio Piras e Giampietro Stocco. Delos è stata forse la realtà che ha saputo sfruttare meglio le potenzialità offerte dalla diffusione della Rete in quegli anni, integrando portale informativo, shop online, e-book e forum di discussione.

 

MM Era la rivoluzione digitale: le due parole chiave del terzo millennio. L’arrivo di un’entità pluripotenziale come il Web, un avvento che nel corso del primo decennio del ventunesimo secolo mostrerà tutta la sua forza di diffusione capillare, porterà a una doppia catalisi. Da un lato offrirà la possibilità di diverse simbiosi – licheni appunto. Dall’altro contribuirà a essiccare la lunga onda del cyberpunk arrivato da oltreoceano. Creazione da una parte, selezione naturale dall’altra.

È forse da questo ritirarsi che originerà nel 2004 il movimento del Connettivismo, fondato con un vero e proprio manifesto da Giovanni De Matteo, Sandro Battisti e Marco Milani. Meno carnale, interprete di un presente connesso, il Connettivismo unirà tecnologia (quella tecnologia che sta finalmente imperversando nell’Italia del terzo millennio) e speculazione filosofica. Ancora una volta un lichene, una struttura che accoglie fantascienza e suggestioni del presente, provando a suo modo a interpretarle.

 

 

AV Il Connettivismo emerge sulla scia del cyberpunk e ne ripropone in buona parte le suggestioni, compresa l’indole anarchica, interculturale e transmediale. Il movimento nasce con l’antologia-manifesto Supernova Express e la webzine NeXT. Uno dei luoghi di aggregazione del movimento connettivista è la casa editrice Kipple, nata anch’essa alla fine degli anni ’90. Fondata da Lukha B. Kremo, Kipple ha ospitato nel tempo tutti i principali esponenti del connettivismo e ha espresso al meglio quell’ideale di inter- ed iper- testualità pubblicando narrativa, poesia, saggistica, fumetti e musica. Certo è difficile identificare un vero e proprio canone connettivista: e più che un punto d’incontro di tematiche e stili simili il movimento costituisce soprattutto una dichiarazione d’intenti, alla quale autori diversi nel tempo hanno aderito in modo discontinuo. Già l’idea che potesse esistere una corrente letteraria di matrice fantascientifica, in Italia, era un concetto rivoluzionario, ragione per cui tra alti e bassi il Connettivismo ha rappresentato uno snodo importante nella storia italiana del genere.

 

MM L’assenza delle grandi casi editrici (con l’esclusione di Mondadori e Urania e rare eccezioni) dalla contesa per la diffusione fantascientifica si rivelerà essere un importante motore evolutivo. Un catalizzatore che spingerà alla simbiosi che avevo annunciato. L’unione tra il Web e la rete miceliale, appunto. Tutto il primo decennio sarà caratterizzato dal fiorire, online, di comunità più o meno organizzate. Portali, blog personali, forum di associazioni. Online si riverseranno anche le anime digitali del fandom (termine infelice, ma che rende l’idea di una comunità variegata) con la nascita o il consolidamento di fan club fantascientifici, da un lato agevolati nel loro sviluppo da una visibilità ben più ampia, dall’altro costretti a un cambiamento di paradigma.

 

AV Se, da una parte, Urania era l’unica vetrina per gli autori italiani di fantascienza (non che gli autori stranieri, a parte i soliti due-tre nomi, avessero molto più spazio), dall’altra, nell’underground editoriale, che si reggeva su mailing list, forum e blog, iniziava a emergere qualcosa. A parlarne ora sembra di descrivere un’epoca remota, ma tra il 2000 e il 2010 Internet era un posto molto diverso; il fenomeno dei social doveva ancora esplodere: le connessioni a 56k non permettevano la condivisione di video e spesso nemmeno di immagini, e per buona parte venivano inviati contenuti testuali. I blog intesi nella forma originaria di web log erano davvero rilevanti e i forum permettevano uno scambio più organico e duraturo di quanto facciano oggi i gruppi su Facebook. Non è per fare un discorso alla «che ne sanno i 2000», ma di fatto la forma della Rete in quel periodo premiava proprio la scrittura come principale mezzo di comunicazione. La rivoluzione digitale dei primi anni 2000 poteva quindi offrire una soluzione a quei limiti di rappresentanza che inibivano lo sviluppo della fantascienza italiana.

 

MM Ed è proprio per questo che, se fino al 2000 le realtà associative erano collettori di informazioni difficilmente reperibili, solo con l’avvento del Web e la connessione diretta tra appassionati nazionali e internazionali il loro ruolo muterà d’importanza. Inizierà a essere necessario pensare e potenziare una produzione autoctona, dare sfogo a quel desiderio viscerale di creatività fantascientifica che qui c’è sempre stato e che adesso è capace di declinarsi in nuovi modelli culturali, con la necessità di emergere in maniera più forte. Una scintilla che contribuirà alla nascita di un’editoria fantascientifica tutta italiana.

 

 

AV Non bisogna dimenticare le umili origini del genere. Il primo decennio degli anni 2000 è stato un germinare di produzioni amatoriali underground – evoluzione digitale delle fanzine, che avevano avuto il loro picco trent’anni prima. L’emergere di servizi di print on demand ha permesso ad alcune di queste iniziative di stampare in tiratura limitata i loro volumi, spesso raccolte di racconti selezionati da una redazione, come per esempio le antologie della collana Short Stories delle Edizioni Scudo, o quelle a tema del collettivo N.A.S.F.; e, anche se non facili da individuare nella massa che si stava riversando online in quel periodo, risalgono a quegli stessi anni anche i primi progetti strutturati di self publishing. Da questa moltitudine di microcosmi (alcuni attivi ancora oggi) sarebbero poi affiorate realtà più strutturate, capaci di intercettare la richiesta di orizzonti più ampi di quelli offerti dall’editoria tradizionale. Forse non è un caso che proprio in questo periodo siano comparsi alcuni dei nomi che maggiormente hanno definito il settore negli anni a venire…

 

MM Uno sviluppo sempre più frenetico. Tra il 2007 e il 2011 Urania pubblica tre romanzi di Dario Tonani, grazie ai quali l’autore si è ritagliato un proprio spazio: Infect@, Lalgoritmo bianco e Toxic@, racconti forti di un’originale commistione tra realtà e mondo dei cartoni animati, precursori nel panorama fantascientifico italiano.

 

AV Ma per arrivare a parlare di questo dobbiamo scavallare un altro decennio, e ora che arriva il 2010 il mondo è cambiato di nuovo e la potenza della Rete ci sta già sfuggendo di mano. Il cliché vuole che gli scrittori di fantascienza siano capaci di prevedere il futuro: ci saranno riusciti anche nell’Italia in piena accelerazione?

 

A cura di Maico Morellini e Andrea Viscusi

Immagine di copertina di Chesley Bonestell

 

Il primo dialogo sulla fantascienza italiana si trova qui.


Andrea Viscusi è nato nel 1986 e vive a Montecatini Terme. Appassionato di fantascienza, ha iniziato a scrivere nel 2008 e da allora ha piazzato una sessantina di racconti in antologie di vari editori (XII, Delos, Future Fiction, Urania Mondadori) e riviste («Robot», «Parallàxis», «Spore»). Ha pubblicato tre raccolte personali (Spore, Il lettore universale, L’esatta percezione), una novelette (Memehunter), un romanzo (Dimenticami trovami sognami) e il primo libro illustrato italiano sui mammiferi preistorici (Diario dal tempo profondo). Collabora con la rivista «StayNerd» per la rubrica dedicata ai libri. Sul suo blog Unknown to Millions parla di libri, film e fantascienza, sul canale youtube Story Doctor analizza la struttura narrativa di film e serie tv. Ha fondato la rivista di speculative fiction «Specularia».

Maico Morellini, classe 1977, vive in provincia di Reggio Emilia e lavora nel settore informatico. Con il suo primo romanzo di fantascienza, Il Re Nero, ha vinto il Premio Urania 2010, pubblicato nel novembre del 2011 da Mondadori. Nel 2014 ha creato per Delos Digital la serie hard science fiction I Necronauti e nel 2016 il suo secondo romanzo di fantascienza, La terza memoria, è uscito su Urania. Sempre nel 2016 è stata pubblicata da Vincent Books l’antologia di fantascienza Voci della Polis. Il suo romanzo Il diario dell’estinzione, pubblicato da Watson Edizioni nel 2018, ha vinto il Premio Italia come miglior fantasy e nel 2020 pubblica con Providence Press il romanzo weird Il ragno del tempo. Ha pubblicato racconti su diverse antologie tra cui Strani Mondi, edita sul Millemondi Urania n. 82, Mondadori.