Che fine ha fatto la fantascienza italiana? A partire dalla metà degli anni ’80 se ne sono perse le tracce, se non in gruppi sporadici, forme di resistenza a cui rivolgiamo oggi lo sguardo per ripercorrere la storia di un genere che, nel nostro Paese, ha attraversato una fase travagliata e sotterranea. Per intraprendere un viaggio di esplorazione a ritroso, risalendo alle radici della scena fantascientifica italiana, ci siamo affidati alle voci di due critici ed autori nostrani: Andrea Viscusi e Maico Morellini

 

Capitolo I. Il meteorite dell’estinzione e la rete miceliare

 

MM – Quando mi è stato proposto di realizzare una serie di interventi sullo stato della fantascienza italiana, o meglio sulla mia percezione di come la fantascienza italiana si sia sviluppata e si stia sviluppando, ho accolto  l’idea con un misto di entusiasmo e terrore. Entusiasmo perché vivo in Italia, scrivo in italiano e leggo per la maggior parte in italiano. Parlare di cosa succede nel nostro paese in uno dei generi che più amo spinge a riflessioni in merito, e le riflessioni fanno sempre crescere. Soprattutto, la sfida di indovinare o intercettare macro-tendenze passate e presenti obbliga a vedere le cose da un punto di vista molto alto, non semplice ma molto interessante da assumere. Poi c’è il terrore. Terrore perché frequento e conosco piuttosto bene la nicchia fantascientifica italiana – per ora ancora di nicchia si tratta, ma non è necessariamente un male – e parlarne, in qualunque modo, coinvolge animi e sensibilità talmente varie da far sempre rischiare il passo falso. A dispetto di quello che alcuni possono pensare, la produzione fantascientifica italiana è molto vasta e ha una tradizione duratura.
Devo fare una premessa. Una premessa che è poi una sorta di presa di coscienza di una realtà consolidata. La fantascienza italiana, complice l’ormai storico anatema scagliato da Fruttero e Lucentini, all’epoca eminenze di Urania, con il grido-sentenza dell’«a Lucca mai!» (si riferivano al – per loro – inesistente appeal narrativo di un disco volante che atterra a Lucca) è stata vittima di una micidiale mistificazione. Questo grande inganno vede celebrare il funerale della fantascienza intorno alla fine degli anni ’70 (con uno schianto e un elogio che spinge i suoi lamenti fino alla metà del decennio successivo, periodo oltre il quale la fantascienza italiana è vista come un caro estinto da commemorare): come se un meteorite molto selettivo avesse colpito lo stivale estinguendo la narrativa di speculazione fantascientifica. Questa teoria del meteorite, per quanto curiosa, ha comunque un suo fascino ed è da qui che voglio ripartire. Aveva un nome quel meteorite? Per alcuni, e in parte mi trovo d’accordo pur amando alla follia Guerre Stellari, il sospettato numero uno si era schiantato su di noi proprio nel 1977 ridefinendo, nella concezione di massa, il concetto di fantascienza. Per un paese di norma refrattario al pop, con un grande tradizione horror ma poco sci-fi, un oggetto non identificato poteva catalizzare o distruggere mettendo in atto una micidiale semplificazione. A noi è toccata la seconda via: si diffuse a livello capillare la percezione della fantascienza come ‘roba alla Guerre Stellari’ e se chi aveva un solido bagaglio culturale formatosi con le letture dei grandi autori (Asimov, Vance, Sheckley e tutti gli altri scrittori di genere universalmente riconosciuti) sapeva difendersi da questa semplificazione, tutti gli altri avevano decisamente un sentiero più complicato da percorrere, senza per altro possedere la giusta attrezzatura. Parlare di Guerre Stellari come ELE (Extintion Level Event, questa l’ho presa da Deep Impact) potrebbe spingere qualcuno a fabbricare una bambolina voodoo con le mie sembianze, ma da questo punto di vista sono un insospettabile: amo Guerre Stellari, perciò la mia è una considerazione laica.

AV – Se consideriamo la fantascienza come narrativa che parte da un certo livello di speculazione tecnologica/scientifica/sociale, allora SW non ha nemmeno i requisiti minimi per entrare nel genere fantascientifico: è soltanto una storia di epica cavalleresca truccata con un cerone di polvere di stelle. E anche se forse caricare sull’uscita di questo film tutta la responsabilità del deciso cambio di prospettiva del pubblico (non solo quello italiano) verso la fantascienza potrebbe risultare eccessivo, quanto meno lo si può considerare come un sintomo importante. Ma tornando alla situazione italiana, c’è un modo molto semplice per verificare come il pubblico abbia reagito all’evoluzione della fantascienza nei decenni: provate a chiedere a un appassionato di fantascienza una lista dei suoi titoli preferiti (suggerimento: se avete difficoltà a trovare un soggetto per l’esperimento, potete basarvi sulla quantità di volumi Urania con costa bianca e cerchio rosso che possiede). Noterete che le opere citate si collocano mediamente tra gli anni ’40 e ’70, e in ogni caso non superano mai la soglia del 1985. La metà degli anni ’80 infatti è il periodo in cui per convenzione viene posizionata la morte della fantascienza. Prima c’erano gli Asimov e i Clarke, gli Heinlein e i Vance, i Silverberg e gli Sheckley e, se proprio vogliamo, i Lem e i Dick. Poi, forse un po’ per via dei Gibson e degli Sterling qualcosa si è spezzato. E dal 1985 in poi, la fantascienza non è più la stessa. Gli appassionati se ne sono accorti, e hanno dichiarato deceduto il loro genere preferito. La verità è che per sopravvivere la fantascienza ha dovuto evolversi, e probabilmente proprio grazie al/per colpa del cyberpunk, ha trovato vie diverse di approcciarsi a una realtà in rapida accelerazione, a volte perdendo parte del suo pubblico che non riusciva a starle dietro. Tutto ciò è doppiamente valido quando si parla di fantascienza italiana. Gli autori di fantascienza di casa nostra soffrono di un doppio pregiudizio: sono una nicchia nella nicchia, perché non solo si dedicano a un genere che viene poco riconosciuto (quando non apertamente minimizzato) dalla cultura e critica dominanti, ma sono guardati con diffidenza anche dagli stessi lettori affezionati di sci-fi, che per tradizione tendono a essere smaccatamente esterofili. Accade quindi che se sono riconosciuti e mediamente apprezzati, sebbene solo fino a un certo punto, i nomi di autori storici della fantascienza italiana (tra i quali possiamo citare Lino Aldani, Vittorio Catani, Roberta Rambelli, Renato Pestriniero, Vittorio Curtoni, Sando Sandrelli, Gilda Musa, Ugo Malaguti), dopo il Grande Filtro degli anni ’80 la diffusione della fantascienza italiana subisce un contraccolpo traumatico, tanto che per quegli appassionati proprio non esiste. Lo stesso atteggiamento si riscontra anche da parte della critica ufficiale, e se è possibile trovare pubblicazioni e studi accademici sulla fantascienza italiana dalle origini fino agli anni ’70, dagli anni ’80 in poi è difficile avere un’idea dell’evoluzione di questo settore, che ha sviluppato opportuni adattamenti per superare l’estinzione di massa del 1985.

MM – Un meteorite è un evento catastrofico che distrugge molto ma non riesce a spazzare via ogni cosa e di fatto prepara anche il terreno per quello che verrà dopo. E le prime forme di vita che di solito si affacciano sul luogo della devastazione sono in apparenza semplici e poco dinamiche. Batteri, funghi, o licheni. Questi ultimi capaci di fratturare persino la roccia morta e trasformarla in qualcosa di vivo. Ora c’è bisogno di un piccolo atto di fede scientifica: consideriamo la fantascienza come una forma di vita resiliente e capace di diffondersi, proprio come le spore dei funghi, attraverso lunghe distanze e con strumenti a dir poco ingegnosi. Consideriamo anche la capacità straordinaria di questi organismi, quella di tessere reti miceliali vastissime, in grado di trasmettere segnali, di diffondere stimoli. E prendiamo anche le potenzialità della trasmissione genetica orizzontale, la possibilità di passare DNA da un organismo all’altro senza discendenza, ma solo tramite contatto. Ecco allora una rete miceliare e una contaminazione genetica orizzontale di idee che arrivavano da continenti lontani. Strumenti evolutivi, questi, efficaci ma piuttosto lenti. Mentre negli anni ’80 oltreoceano nasceva il cyberpunk con il manifesto dell’hardcore psico-fisico di Sterling e Gibson, la rete miceliare della fantascienza si allungava verso di noi approdando qui, lenta ma sicura, negli anni ’90. Cosa hanno trovato le prime ife fungine che si sono spinte a tastare il terroir post-apocalisse meteorica? Cosa c’era qui? Con quali organismi concettuali la rete poteva avviare un qualunque tipo di simbiosi?

AV – L’ecosistema all’inizio degli anni ’90, in effetti, non era dei migliori per gli autori italiani di fantascienza. Le principali collane degli editori più o meno specializzati erano refrattarie alla pubblicazione di autori italiani, infatti nei decenni precedenti gli scrittori uscivano spesso sotto pseudonimo per soddisfare l’esterofilia di lettori e curatori. Questa ostilità era in certi casi dichiarata, come nel caso che hai già citato di Fruttero & Lucentini, che avevano escluso per anni gli italiani dalle pagine di Urania, di cui erano direttori editoriali. Ma tale atteggiamento era comunque diffuso anche quando non esplicito, e aveva portato col tempo a una progressiva esclusione degli autori italiani dal mercato editoriale, con un effetto di feedback positivo per cui l’assenza di autori alimentava la loro inadeguatezza agli occhi degli editori. Allo stesso tempo in quegli anni erano cessate le pubblicazioni di tutte le maggiori riviste di fantascienza che avevano offerto uno spazio alternativo e più accessibile agli autori tra gli anni ’60 e ’80: riviste come «Oltre il cielo», «Aliens» e «Robot» avevano tutte chiuso entro la fine degli anni ’80, l’unica rivista ancora in attività era «Futuro Europa», che però aveva una diffusione limitata e non offriva moltissimo spazio agli italiani. L’unica collana con una discreta presenza sul mercato a pubblicare fantascienza italiana era «Cosmo Argento» della Nord, che negli anni ’90 ha pubblicato una manciata di autori tra cui Pierfrancesco Prosperi, Franco Forte, Alessandro Vietti, Paolo Aresi. Quindi per chi sapeva dove cercare le tracce di vita esistevano, ma visto dall’alto il panorama appariva abbastanza brullo.

MM – Una landa in apparenza desolata, dunque, ma in realtà ricca, ricchissima, pronta a essere innescata, catalizzata e che già stava tentando di rinascere dopo lo schianto. Nel 1989 era nato infatti il Premio Urania, reazione auto-immune della storica collana all’anatema di Fruttero e Lucentini: in Italia si potevano pubblicare autori italiani di fantascienza, anche – udite, udite – esordienti. Una piccola grande rivoluzione.

AV – Rivoluzione e rivelazione! In netto contrasto con la politica adottata in precedenza, la direzione di Gianni Montanari (e poco dopo di Giuseppe Lippi) decise di dare spazio agli autori italiani. Il Premio Urania divenne rapidamente il più importante punto di approdo della fantascienza italiana. Certo si parlava di un unico romanzo all’anno, ma in confronto alla totale assenza del periodo precedente era già un discreto passo avanti. Tra i vincitori del Premio Urania nel suo primo decennio si trovano in effetti romanzi che hanno avuto un impatto notevole e sono oggi considerati dei classici della fantascienza italiana. Il caso più eclatante è senza dubbio Valerio Evangelisti, che era un esordiente totale (quanto meno come autore di narrativa) quando nel 1993 vinse con Nicolas Eymerich, inquisitore. Da questo primo romanzo si è poi sviluppata una lunga serie ed Evangelisti è diventato un autore tradotto in molti altri paesi. Troviamo poi Nicoletta Vallorani, che vince l’anno prima con Il cuore finto di DR ed è la prima e per molti anni unica donna a ottenere il Premio. I biplani di D’Annunzio di Luca Masali ha in seguito vinto premi anche all’estero, e Memorie di un cuoco d’astronave di Massimo Mongai rimane a oggi il principale punto di riferimento per la fantascienza umoristica italiana, che non ha mai sviluppato una tradizione solida.

L’antologia di scritti politici sul cyberpunk a cura dell’editore Shake (1990)

MM – C’è però la capacità innata di innestare un’altra tradizione tanto cara allo stivale con la rivoluzione in corso. Una capacità che passa attraverso le peculiarità territoriali e usa come tramite un DNA legato alla storia. Ed ecco allora innescarsi quella trasmissione genetica orizzontale i cui prodotti sono, in quegli anni ’90 che sanciscono in qualche maniera la (ri)nascita di una fantascienza italiana moderna, una contaminazione cyberpunk nostrana (destinata poi a bucare la quarta parete letteraria con la nascita di Nathan Never, fumetto che è manifesto di un rimescolamento genetico e con il fiorire di esperienze tutte italiane come la Shake Edizioni, che si spinge anche oltre il cyberpunk immaginato dai suoi stessi padri fondatori) e il desiderio ucronico che permette di sedurre con la fantascienza l’amore tutto italiano per la storia. Urania è testimone di queste tendenze sia per importanza che per coraggio e tra i titoli vincitori del Premio, tra il 1989 e il 2000, ci sono rimbalzi e rimandi a questi due filoni narrativi.

AV – Rivedendo tutto in prospettiva a distanza di trent’anni, la tendenza è evidente. Il cyberpunk, che era nato e si era affermato negli USA già nella prima metà degli anni ’80, da noi arriva con un certo ritardo, forse anche perché il substrato di cultura informatica e la diffusione di computer e connessioni in Italia non erano certo al livello americano. Tuttavia, iniziative come quelle della casa editrice cooperativa Shake contribuiscono a dare risalto a questo movimento, anche grazie alla rivista «Decoder», che declinava nel contesto italiano l’ideologia antagonista e avanguardista del cyberpunk. Ascrivibili al filone cyberpunk per l’utilizzo di topoi come la realtà virtuale sono Cyberworld di Alessandro Vietti e Ai due lati del muro di Francesco Grasso, mentre le atmosfere di degrado metropolitano che ricordano lo sprawl si trovano anche nella produzione di Nicoletta Vallorani. L’ucronia è stata per la verità sempre molto presente nella produzione degli autori italiani di fantascienza, forse perché la cultura e l’istruzione italiana tendono a dare notevole priorità alle discipline umanistiche rispetto a quelle scientifiche, questione che molti fanno risalire addirittura all’influenza di Benedetto Croce sull’organizzazione del sistema scolastico, e che in parte spiega la generale avversione del pubblico per la fantascienza rispetto ad altri generi letterari (ma in parte no, perché lo stesso fenomeno si riscontra anche in altri paesi). Quale che sia l’origine, molti autori italiani si sono chiesti nel tempo ‘cosa sarebbe successo se’ un dato evento storico si fosse risolto in modo diverso, e l’attenzione si concentra in genere sugli eventi tra l’unificazione dell’Italia e la Seconda Guerra Mondiale. Garibaldi, Cavour e Mussolini sono tra i personaggi più presenti, come protagonisti o comprimari, nelle ucronie italiane. Tra quelle uscite negli anni ’90 ricordiamo il già citato I biplani di D’Annunzio, oppure Garibaldi a Gettysburg di Pierfrancesco Prosperi. Molti altri autori anche negli anni successivi affronteranno varie ipotesi di storia alternativa, e si può dire che seppure si trovino carenze in altri sottogeneri, la fantascienza italiana ha invece avuto una buona tradizione ucronica.

Due tavole da Nathan Never

MM – Possiamo  dire che la rete miceliare stava iniziando a prendere coscienza e ad assorbire i nutrimenti del suolo italiano, il DNA incamerato dalla transizione orizzontale offerta nel post-meteorite a svilupparsi in maniera autonoma con notevoli sorprese. Due sono secondo me i testi simbolo di questa rigenerazione autonoma. Il primo è Memorie di un cuoco d’astronave (1997), del compianto Massimo Mongai, testo molto ironico che mette il cibo al centro della narrazione fantascientifica (corroborando in qualche maniera il mio punto di vista fungino e miceliare), testo che di fatto fa un po’ genere a sé aprendo il sentiero della fantascienza umoristica. Sentiero che però è rimasto, e in questo sono assolutamente d’accordo con te, poco battuto. Il secondo è Nicholas Eymerich, Inquisitore (1993) di Valerio Evangelisti, che raccoglie al suo interno sia il comparto cyberpunk della rete miceliare sia le passionalità storiche proprie del nostro paese. Quindi un po’ romanzo storico (altra grande passione del nostro paese), un po’ ucronia ante-litteram (perché descrive un passato alternativo) e, come detto, un po’ cyberpunk. Può darsi che il successo di questa serie sia dovuto proprio al fatto che è riuscito a trovare il punto di contatto tra i principali trending topics di quegli anni.

AV – E forse non solo di quelli, perché anche nei decenni successivi si sarebbe continuato a parlare di ucronia. Ma in quel momento la centralità di questo sottogenere assunse una rilevanza particolare, perché gli anni ’90, che si possono considerare una fase di transizione per la fantascienza italiana, sarebbero passati fin troppo in fretta. L’avvento del nuovo millennio incombeva e avrebbe portato con sé una rivoluzione più inattesa del millennium bug: la diffusione della narrativa online, su mailing list, dei forum e dei primi esperimenti di webzine.

MM – L’Italia stava recuperando parte del suo endemico ritardo nella corsa all’aggiornamento con le nuove tecnologie (anche per questo le suggestioni cyberpunk si allungheranno più di quanto abbiano fatto altrove). Non ci sono meteoriti all’orizzonte (il nuovo Guerre Stellari del 1999 troverà un ecosistema pop ben più scafato e pronto). La cosa più importante? La rete miceliare è finalmente stesa, autoctona, con una serie di connessioni che vanno consolidandosi. Formidabile caratteristica di questa struttura fungina è la capacità di avviare simbiosi con le forme di vita che incontra nel suo cammino sotterraneo. Il mondo, e soprattutto l’Italia, è pronto a scavalcare il millennio.

 

A cura di Maico Morellini e Andrea Viscusi

Immagine di copertina di Chesley Bonestell


Andrea Viscusi è nato nel 1986 e vive a Montecatini Terme. Appassionato di fantascienza, ha iniziato a scrivere nel 2008 e da allora ha piazzato una sessantina di racconti in antologie di vari editori (XII, Delos, Future Fiction, Urania Mondadori) e riviste («Robot», «Parallàxis», «Spore»). Ha pubblicato tre raccolte personali (Spore, Il lettore universale, L’esatta percezione), una novelette (Memehunter), un romanzo (Dimenticami trovami sognami) e il primo libro illustrato italiano sui mammiferi preistorici (Diario dal tempo profondo). Collabora con la rivista «StayNerd» per la rubrica dedicata ai libri. Sul suo blog Unknown to Millions parla di libri, film e fantascienza, sul canale youtube Story Doctor analizza la struttura narrativa di film e serie tv. Ha fondato la rivista di speculative fiction «Specularia».

Maico Morellini, classe 1977, vive in provincia di Reggio Emilia e lavora nel settore informatico. Con il suo primo romanzo di fantascienza, Il Re Nero, ha vinto il Premio Urania 2010, pubblicato nel novembre del 2011 da Mondadori. Nel 2014 ha creato per Delos Digital la serie hard science fiction I Necronauti e nel 2016 il suo secondo romanzo di fantascienza, La terza memoria, è uscito su Urania. Sempre nel 2016 è stata pubblicata da Vincent Books l’antologia di fantascienza Voci della Polis. Il suo romanzo Il diario dell’estinzione, pubblicato da Watson Edizioni nel 2018, ha vinto il Premio Italia come miglior fantasy e nel 2020 pubblica con Providence Press il romanzo weird Il ragno del tempo. Ha pubblicato racconti su diverse antologie tra cui Strani Mondi, edita sul Millemondi Urania n. 82, Mondadori.

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