In Iran le vessazioni del governo mirano a cancellare la libertà di espressione e i diritti inviolabili dell’umanità

 

Gli oggetti del passato, come nel caso del Cilindro di Ciro, rappresentano una molteplicità di biografie che ci rassicurano costantemente sulle testimonianze di una storia di cui non possiamo fare a meno. Il Cilindro è frutto di una civiltà ineguagliabile come quella persiana e, nei contenuti, un riferimento dell’intera Umanità, soprattutto se si pensa ai contenuti del testo sulla indeclinabilità dei diritti umani e sulla comprensione sin dai tempi più remoti della loro indisponibilità a essere messi in discussione in qualsiasi spazio e tempo.

Il 10 dicembre del 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò ed enunciò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dopo un percorso storico lunghissimo che ci riconduce al Bill of Rights del 1689 (alla base del sistema costituzionale inglese), fino alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, proclamata ai tempi della Rivoluzione francese. In questa breve ricostruzione storica è doveroso riconoscere il contributo e la testimonianza del Cilindro di Ciro il Grande, trascrizione di un decreto in scrittura accadica cuneiforme su terracotta del 539 a. C., frutto del volere del mitico re persiano in occasione della conquista della città di Babilonia. I princìpi che sono alla base di questo elegante oggetto cilindrico, che solo una civiltà delle dimensioni di quella persiana poteva partorire, sanciscono il rispetto doveroso sui popoli vinti, il riconoscimento di diritti sulla base dell’abolizione della schiavitù, la tolleranza verso ogni culto religioso, il rispetto della tradizione come storia delle civiltà e l’uguaglianza fra le razze. Il Cilindro è parte della collezione del British Museum e, una sua copia, a sancirne l’importanza anche simbolica, è esposta nel quartier generale delle Nazioni Unite. Sulle qualità politiche e diplomatiche del sovrano persiano e delle fasi storiche in cui agì, sulla valenza dell’importanza delle biografie storiche che gli oggetti apparentemente silenti ci forniscono, sulla veridicità degli aspetti interculturali che facevano del Vicino Oriente e del Mediterraneo non solo un’area di confronto bellico ma anche una culla di trasmissioni in cui greci, fenici, egizi e romani erano i maggiori protagonisti, molto è stato scritto ed elaborato.

Quello che oggi riusciamo a leggere negli eventi che si susseguono con una certa preoccupante ripetitività in senso di regressione proprio sui diritti umani e di genere, ci allarma e ci preoccupa al punto di imporci un’azione civile in una auspicabile e massiccia campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Nello scenario internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e nel Vicino oriente, i protagonisti della deriva disumana a cui siamo costretti ad assistere, sono proprio quegli stati che talvolta, nel passato, hanno fornito maggiori testimonianze in senso opposto. Quello che oggi più ci preme, è stigmatizzare la violazione dei diritti umani e della libertà dei cittadini, vessati, perseguitati, torturati in un’ottica di mera conservazione del potere. In una visione ad ampio raggio, i casi allarmanti e inaccettabili di violenza avvengono nei momenti di crisi in cui le società si muovono chiedendo diritti, istanze e libertà legittime che la storia ci ha mostrato come evidenti, inderogabili e ineluttabili manifestazioni delle persone e dei popoli. La motivazione legittimante da parte di questi stati alle loro deprecabili azioni repressive consiste nella emergenzialità delle situazioni, come se queste ultime nascessero per incanto o dal nulla senza alcuna ragione plausibile. La quarantennale storia di soprusi nei confronti dei propri cittadini dell’Iran postrivoluzionario e khomeinista è sotto gli occhi di tutti, in lineare successione storica con quanto già avvenuto durante i regimi precedenti degli shah. Una storia pregna di eventi interessanti e originali, ben delineata da esperti politologi negli aspetti istituzionali e geopolitici ma, puntualmente disattesa, nella analisi delle violazioni e delle repressioni che produce. La nostra idea di democrazia o meglio, di progresso, in termini di sublimazione dei diritti delle persone, impone l’analisi seria di strutture, meccanismi istituzionali e culturali che testimonino, legittimino e garantiscano per i cittadini una coesistenza civile scevra da violenze, soprattutto se perpetrate dallo Stato. Dunque, in questa visione, si pongono al primo posto due condizioni imprescindibili che misurano il grado di civiltà dei popoli e dei loro territori: i diritti umani e la pena di morte, due aspetti connessi e dipendenti.

 

 

Pochi giorni fa, il presidente della Repubblica islamica Hassan Rouhani, ha dichiarato che la pandemia potrebbe essersi insinuata in più di 25 milioni di cittadini tacendo simmetricamente, nelle sue allarmanti affermazioni, sul numero effettivo dei decessi da Covid-19. Il Paese è soffocato anche dalle sanzioni, dalle inefficienze di un sistema clientelare, corrotto, approssimativo e pressappochista, che si concentra sullo sfruttamento delle risorse per fini e obiettivi che non sono sempre rivolti al benessere dei propri cittadini. Gli iraniani sentono continuamente il peso di un controllo capillare delle proprie vite da parte dei servizi di sicurezza nazionale. Gli USA, all’interno dello scacchiere mediorientale e soprattutto nei confronti dell’Iran, hanno imposto una morsa senza precedenti in termini di sanzioni e blocchi economici che hanno stremato e aggravato le condizioni di vita della popolazione, evidentemente con risultati opposti a quelli immaginati. Fattore imperdonabile di destabilizzazione e disgregazione dei già precari equilibri, gli USA sono attori incontrastati di decenni di errori così macroscopici che potrebbero essere giustificati in patria solo in considerazione del rafforzamento della già fiorentissima industria bellica. Anche in questa parte del mondo tuttavia, dove si vorrebbe rappresentare un modello di civiltà democratica e plurale da seguire, la violazione dei diritti umani soprattutto a sfondo razziale, la diseguaglianza per un sistema liberista sempre più aggressivo e la pratica disgustosa della pena di morte pongono il problema serio di una condizione di riprovevole regressione storica, politica e sociale.

In Iran, qualche settimana fa, i figli di Narges Mohammadi, giornalista e attivista per i diritti umani detenuta dal 2016, hanno diramato uno struggente messaggio tramite un social network in cui – prostrati – chiedono alle autorità di concedere la possibilità di sentire almeno la voce della propria madre. La drammaticità di questo evento non può essere taciuto perché Narges Mohammadi, insieme ad almeno altre dodici donne, è stata contagiata in carcere dal virus senza avere accesso alle cure necessarie. A Narges non è concesso di fare telefonate neanche ai figli adolescenti da ben undici mesi. La donna è gravemente malata di embolia polmonare e di un disturbo neurologico che la costringe addirittura alla paralisi parziale degli arti e alle convulsioni. La colpa che è all’origine della detenzione di Narges consiste nell’aver scritto su riviste a diffusione nazionale la sua opinione sulle questioni di eguaglianza di genere, sulla libertà d’opinione e, soprattutto, sull’abolizione della pena di morte attiva in Iran anche nei confronti di minorenni. Inoltre, l’attivista si è macchiata del grave reato di essere stata collaboratrice di Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace nel 2003, di essere portavoce e vicepresidente del Centro per la difesa dei diritti umani, di essere stata eletta nel 2008 alla presidenza del comitato esecutivo del Consiglio nazionale della pace in Iran. Fra le prime precauzioni adottate dal regime, c’è stato il ritiro del passaporto e l’incarcerazione dopo estenuanti interrogatori. Secondo i funzionari dei servizi di sicurezza iraniani, Narges avrebbe svolto attività contro la Repubblica islamica dell’Iran, probabilmente veicolata da una mano esterna che guiderebbe tutti coloro i quali si ribellano alla violenza terroristica dello Stato.

 

Narges Mohammadi

 

Chi ha avuto la fortuna di attraversare questo incantevole Paese non solo in viaggi turistici o per periodi di dorata permanenza, ha potuto assistere agli assalti in moto dei basseji nelle strade delle città iraniane contro studenti o cittadini manifestanti, conoscere persone vessate da sequestri e interrogatori, oppure assistere alla visione orribile dei segni di tortura lasciati sui corpi dei poveri malcapitati, talvolta farsi raccontare degli stupri subiti nella famigerata prigione di Evin. Dai giorni funesti dell’Onda verde nel 2009, movimento nato dopo l’elezione di Ahmadinejad probabilmente viziata da brogli elettorali, la deriva violenta e terroristica dello stato non ha avuto pause (di questo periodo storico, varrebbe la pena di studiare le cause e analizzare con più competenza scientifica le dinamiche che si sono succedute). Narges Mohammadi ha ricevuto nel 2009 il Premio Alexander Langer per i suoi impegni sui diritti civili, una testimonianza di attenzione al suo caso nel silenzio più assordante delle autorità dei paesi europei. La Fondazione Langer ha diffuso l’appello della signora Mohammadi reclusa nella prigione di Zanjan:

Siamo 12 donne contagiate con coronavirus. L’11 luglio hanno separato le donne prigioniere del carcere di Zanjan. Noi siamo complessivamente 18 donne in questo carcere. Sei donne non avevano i sintomi della malattia e sono state trasferite in un’altra sezione del carcere. Noi 12 donne, che da circa 11 giorni presentiamo i sintomi della malattia, siamo praticamente in quarantena in questa sezione del carcere. La settimana scorsa, viste le nostre condizioni di salute e con l’insistenza delle nostre famiglie, ci hanno fatto il test. Non abbiamo comunque ricevuto fino ad oggi i risultati. Oggi improvvisamente sono entrate alcune persone nel carcere e ci hanno separato nuovamente. Una donna in condizioni cliniche preoccupanti è stata trasferita giovedì scorso in ospedale e successivamente rilasciata su cauzione a seguito della diagnosi di Covid. In circa un mese abbiamo avuto 30 nuove persone che sono entrate in questo carcere, di cui alcune con sintomi da coronavirus ed almeno una di loro con diagnosi certa di Covid, che è stata successivamente rilasciata a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Noi 12 donne presentiamo sintomi di affaticamento eccessivo e dolore addominale, diarrea, vomito, perdita di olfatto. Non abbiamo accesso alle cure adeguate né ad una alimentazione corretta. La mancanza di strutture mediche, la mancanza di spazio per la quarantena per nuove entrate e la mancanza di controllo sanitario ha causato la diffusione del coronavirus. Chiedo al Signor Namaki, Ministro della sanità, di inviare un rappresentante per prendere visione della situazione nella prigione femminile di Zanjan. Vorrei inoltre denunciare per vie legali le condizioni difficili ed intolleranti della prigione di Zanjan, ove mi trovo da circa 6 mesi, e la mancanza di cure mediche. In questo periodo, per l’esplicita richiesta del Ministero dell’Intelligenza e della Magistratura, non mi consentono né di comprare carne a mie spese né di sentire i miei figli per telefono. Non sento la voce dei miei figli da quasi un anno. Ora sono anche contagiata con coronavirus, senza cure mediche.

Nell’aprile del 2020 una delegazione di esperti sui diritti umani, inviati dalle Nazioni Unite, hanno redatto una lettera alla Repubblica islamica dell’Iran stigmatizzando le assurde responsabilità degli iraniani nel valutare come colpevole l’azione civile di Narges Mohammadi, augurandosi la liberazione dell’attivista per le sue condizioni di salute e la pericolosità della pandemia da Covid-19. Immediata la reazione degli iraniani che sul tema si mostrano sensibilissimi: Gholamgossein Esmaili portavoce della magistratura ha affermato che «il Governo iraniano aveva dichiarato che erano stati liberati solo coloro che stavano scontando condanne a meno di cinque anni, mentre i prigionieri politici e quelli accusati di condanne più pesanti, legate alla partecipazione a proteste antigovernative, sarebbero rimasti in prigione», considerando Narges una criminale contro la sicurezza, una spia straniera e un triste esempio. Narges non può usufruire neppure della licenza temporanea per lasciare il carcere.

 

Kylie Moore-Gilbert

 

Un nuovo caso di sopruso verso cittadine accusate di spionaggio riguarda la studiosa britannico-australiana Kylie Moore-Gilbert. Gli agenti di sicurezza l’hanno prelevata e arrestata con l’accusa di essere una spia, condannandola a dieci anni di reclusione. Detenuta precedentemente nella orribile prigione di Evin è stata trasferita a Qarchak, un avamposto nei deserti iraniani che risulta essere ancora più duro del penitenziario di Teheran. La donna ha contratto il coronavirus, vive in condizioni detentive disumane e la sua condizione psichica è sempre più fragile. Kylie Moore-Gilbert si è dichiarata sempre innocente nonostante le pressioni degli agenti che, nella memoria di chi come me le ha subite nel 2009, sono davvero insopportabili per intensità e violenza. Le notizie sulla prigioniera e presunta spia accademica ce le ha fornite Reza Khandan, marito dell’avvocatessa Nasrin Sotoudeh che deve scontare una lunga prigionia con l’accusa di aver rivendicato diritti umani e manifestato contro la pena di morte. L’uomo ha riferito che Kylie Moore-Gilbert ha dichiarato di non poter più mangiare perché è caduta in un pericoloso stato di depressione: «Sono così depressa. Ho chiesto agli ufficiali della prigione una scheda per chiamare ma non me l’hanno data. Sono riuscita a chiamare i miei genitori per l’ultima volta circa un mese fa». La giovane donna con studi a Cambridge e docente di Studi islamici all’università di Melbourne ha già scontato due anni di prigione e, nella prospettiva di doverne passare altri otto in un regime detentivo di questa brutalità, ha fatto intervenire il governo australiano che, per il momento ha ricevuto solo dinieghi alle proprie richieste. Nella prigione di Qarchak come a Evin vengono perpetrati crimini contro l’umanità. Qarchak è la più grande prigione femminile dell’Iran con violenze regolarmente propinate dalle guardie carcerarie, dove si denunciano la mancanza di acqua, ambienti poco salubri e igienicamente pericolosi, nonché la pratica dello stupro per l’annientamento anche futuro delle donne.

Per comprendere il grado di isteria dei servizi di sicurezza iraniani è necessario citare il caso di Zahra Mohammadi, una giovanissima professoressa di etnia curda, condannata a ben dieci anni di reclusione per aver insegnato ai bambini la propria lingua. Questo caso è particolarmente preoccupante perché all’Iran è stato riconosciuto da sempre, nell’area mediorientale, un atteggiamento di sufficiente tolleranza verso le minoranze, numerosissime e addirittura rappresentate in parlamento, tutelate nei loro differenti culti con la possibilità di frequentare le proprie chiese, sinagoghe o templi religiosi. Zahra nonostante la sua giovane età era la direttrice del Nojin Cultural Association, una associazione culturale regolarmente autorizzata nel 2013 che cerca di tener viva la testimonianza culturale del popolo curdo e il suo maggior aspetto identitario: la lingua. Preoccupanti le modalità dell’arresto avvenute come un sequestro a casa sua a Sanandaj agli inizi del 2019, quando i parenti non l’hanno vista rientrare a casa e non hanno potuto ricevere notizie dalla polizia. Nello stesso giorno sono state arrestate altre due donne dell’associazione Nojin. Una settimana prima invece erano stati prelevati sette attivisti curdi, fra cui tre donne, che avevano organizzato un sit-in di fronte al cimitero del villaggio di Koolan in ricordo dell’assassinio di una ragazza del posto. La professoressa curda è laureata in Scienze geopolitiche con un master in geografia conseguiti presso l’università di Birjiand, nel Khorasan meridionale. La preoccupazione maggiore è che Zahra sia stata arrestata in un quadro repressivo che mostra sempre di più una maggiore aggressività, nella considerazione che erano cominciati interrogatori e repressioni prima del suo arresto avvenuto probabilmente in data 23 maggio del 2019. Per l’agenzia di stampa curda Kurdpa, Zahra è stata prima tenuta in isolamento fino al 31 maggio per essere trasferita successivamente nella prigione di Sanandaj con periodi lunghi di isolamento per estorcere confessioni. Solo a metà settembre del 2019, Zahra è stata trasferita al ramo del tribunale rivoluzionario di Sanandaj per subire un processo con accuse che vanno dalla collaborazione con gruppi di opposizione curdi e di altri reati legati vagamente alla sicurezza nazionale «in connessione con il suo lavoro di responsabilizzazione dei membri emarginati della minoranza curda iraniana», anche attraverso l’insegnamento della lingua curda, come ha informato Amnesty International. Proprio in questi ultimi mesi del 2019, Zahra è stata rilasciata con una onerosissima cauzione con la pena accessoria di non potersi spostare dalla sua residenza di Sanandaj. Nella disamina che si evince dalla revisione annuale dei diritti umani di Amnesty International resa pubblica a febbraio «le minoranze etniche in Iran, compresi i curdi, continuano ad affrontare “una radicata discriminazione, limitando il loro accesso all’istruzione, all’occupazione e ad alloggi adeguati». Il rapporto ha aggiunto che i membri di gruppi minoritari che hanno denunciato violazioni dei loro diritti hanno subito arresti arbitrari, torture, processi iniqui e reclusione.

 

Zahra Mohammadi

 

L’analisi che si impone in virtù delle gravi azioni elencate a capo del sistema di repressione iraniano ci riporta alle parole di Peter Benenson, padre fondatore di Amnesty International che, nel suo articolo The Forgotten Prisoners datato 1961, riferisce del concetto di «prigioniero di coscienza». È la definizione che vuole chiarire la posizione di chi viene imprigionato perché colpevole di aver espresso una opinione personale in maniera pacifica e non violenta contro un qualsivoglia organo o istituzione di uno stato. Questa “fattispecie” è particolarmente importante perché delinea «un reato non comune, una colpa più sottile, meno tangibile, ma con una evidente risonanza». Nella pertinente espressione di Benenson si è di fronte a un reato nuovo che abbisogna di un nuovo nome da cui deriva appunto la definizione di prigionieri di coscienza che, «come una casta, subiscono prigioni a loro dedicate in cui avvengono le torture più inimmaginabili al fine di cambiare la loro visione del mondo, inculcare concetti e nozioni dettate dall’alto del governo, da ciò che si ritiene sacro. Prigioni da cui, se va bene, si esce con fratture varie, gravi problemi di salute agli organi principali. Oppure, nei casi più diffusi, non si esce più. Per le torture, per le conseguenze delle torture, oppure perché si sceglie che più di quello non si può sopportare, e allora meglio morire.»

Senza retoriche fini a se stesse, è doverosa la denuncia sistematica dei crimini contro l’umanità e una lotta più strutturata e organizzata nei confronti di una moltitudine di persone e stati che sono colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani, nel bacino del Mediterraneo e in tutta l’area mediorientale. Dal Cilindro di Ciro alle carceri di Evin sono passati millenni di storia senza che sia stato possibile un avanzamento sul terreno dei diritti umani e della libertà di opinione che rappresentano il vero termometro del grado di civiltà dei popoli e degli stati.

Come non parafrasare la speranza del persiano Jalal ed-Din Rumi, quando affermava malinconico di «voler cantare come cantano gli uccelli, senza preoccuparsi di chi ascolta o di cosa pensi.»