[Anche i traduttori hanno bisogno di promozione, anzi, soprattutto i traduttori, che prestano la loro voce ad altri autori per farli conoscere a interi popoli ma spesso restano ignoti. Valorizzarli come si deve è uno degli scopi di BookMarchs, il “festival dei libri e dei loro traduttori”, nelle Marche dal 4 all’8 settembre con anteprima dal 30 agosto al 1°. Per segnalarvi la manifestazione, diretta da Stella Sacchini e Fabio Pedone, pubblichiamo un estratto dell’Iliade tradotta da Franco Ferrari, per gentile concessione dell’autore e della casa editrice Mondadori. Ferrari, che con la sua Iliade è riuscito a «emanciparsi» dalle traduzioni omeriche anteriori secondo il grecista Federico Condello (Il manifesto), sarà ospite di Bookmarchs venerdì 6 settembre, ore 21, a Monterubbiano (FM). Qui il programma completo.]

Omero, Iliade, II, 211-269
traduzione di Franco Ferrari, Mondadori 2018

Si mettevano tutti a sedere, fermi ai loro posti;
solo ancora gracchiava, inarrestabile, Tersite,
uno che molte parole sapeva ma confuse
e senza misura per contestare i capi sfruttando
ogni pretesto che sospettasse poter destare il riso degli Argivi,
il più brutto fra tutti gli uomini venuti a Ilio:
aveva gambe storte, un piede zoppo,
spalle ingobbite ripiegate sul petto; sopra,
la testa a punta era cosparsa di rada peluria.
Era in odio soprattutto ad Achille e a Odisseo e soleva
polemizzare con loro, quella volta però insultava
con voce stridula Agamennone: contro di lui gli Achei
bruciavano di rabbia e si sentivano profondamente indignati.
E all’indirizzo di Agamennone Tersite inveiva a gran voce:
«Atride, di che cosa ancora ti lagni? Che ti manca?
Colme di bronzo le tue baracche, colme di molte
donne scelte che noi Achei usiamo assegnare
a te per primo ogni volta che conquistiamo una città.
Forse hai ancora voglia di oro che ti porti da Ilio
un Troiano domesticatore di puledri per riscattare il figlio
che io o un altro degli Achei abbiamo catturato e condotto qua
o di una giovane donna con cui fare l’amore
tenendola tutta per te? No, non è giusto
che un capo porti alla rovina i figli degli Achei.
Rammolliti, vigliacchi, Achee invece che Achei!
Torniamocene a casa sulle navi e lasciamolo qui a Troia
a bearsi dei suoi onori finché capisca se pure noi
gli siamo in qualche misura di aiuto oppure no.
Oggi offese Achille, un guerriero ben più valente
di lui: gli strappò di persona il suo premio e se lo tiene.
No, Achille non ha fegato, è troppo remissivo:
altrimenti, Atride, sarebbe stato il tuo ultimo abuso!».
Così diceva Tersite attaccando Agamennone
pastore di genti. Gli si avvicinava il nobile Odisseo
e guardandolo storto lo redarguì con aspre parole:
«Tersite, sei oratore sonante ma con parole confuse.
Basta! Non permetterti di altercare a tu per tu con un sovrano.
Non credo esista qualcuno peggiore di te fra tutti
coloro che vennero a Ilio con i figli di Atreo.
Dunque non avere sempre i capi sulla bocca,
non vomitare insulti contro di loro, non insistere sul ritorno!
Ancora ignoriamo come finirà questa spedizione,
se torneremo vincitori o vinti noi figli degli Achei.
Adesso tu non fai che insultare l’Atride Agamennone
pastore di genti perché troppo gli donano i campioni
dei Danai e apri la bocca solo per provocare.
Ma voglio dirti qualcosa che andrà sicuramente ad effetto:
se un’altra volta mi accadrà di trovarti a fare il matto
come oggi, cessi allora la mia testa
di poggiare sulle spalle di Odisseo e nessuno in futuro
più mi chiami padre di Telemaco se non ti afferro
e ti spoglio di tutte le tue vesti, mantello e tunica
che ti coprono i genitali, e ti spedisco in lacrime dall’assemblea
alle celeri navi battendoti con percosse umilianti».
Diceva così e con lo scettro gli colpì il dorso
e le spalle: si contorse, una grossa lacrima gli colò
e subito una tumefazione sanguinolenta gli si gonfiò sulla schiena
per il colpo dello scettro dorato. Si sedeva spaurito
e dolorante, con lo sguardo ebete, e si asciugò una lacrima.

Omero, Iliade, II, 211-269
Traduzione di Franco Ferrari, Mondadori 2018