Di corpo la sete ⥀ Scrivere per non sparire #2

Pubblichiamo la seconda parte del testo di Sarah Di Piero, resoconto poetico del disagio psichico e del suo attraversamento (tutte le parti dello scritto possono essere lette qui). Nel 2026 il testo verrà pubblicato per Argolibri nella collana Fari, per la quale l’autrice nel 2019 ha scritto il libro di poesie Reparto da qui

 

VI.

Avevo da poco traslocato. Ero in una nuova casa, più grande. Venivo da una casa in cui, quando pioveva, la taverna si allagava. La casa è stata sempre per me una metafora del corpo, inconsciamente.
Ogni casa che ho abitato è stata una pelle. E ogni trasloco, una muta. Ma la paura non cambia pareti: trasloca con me. Temevo che anche quella casa nuova, all’apparenza più sicura, prima o poi si sarebbe aperta sotto i piedi, come un corpo che cede, come un cuore che perde battito.
Quel giorno, non conoscevo ancora la mia nuova casa, non sapevo cosa sarebbe accaduto, temevo che le fondamenta non avrebbero retto e saremmo sprofondati all’inferno. Mi misi sotto le coperte, poi presi il cellulare – per i puristi, ebbene sì, io scrivo anche col cellulare – e digitai queste parole:

BUFERA, NERA

E poiché nel crocevia della bufera
nera
spazio molto angusto
detto
di un principio maledetto
ecco
che mi trovo a pancia in giù
nel letto
e di niente è fatto il niente
enormemente
assente
in questo esausto presente

che scivola nel cutter
arrivederci, e grazie.

 

09Luglio2019

Scrivere sotto le coperte è stato come respirare per pochi secondi in apnea. Non c’era nessuno a reggere le pareti. Nessuno che potesse garantire che la casa — il corpo — avrebbe tenuto. Ma la poesia, per un attimo, ha fatto da tetto. Anche se bucato. Anche se sottile. Anche se di parole.

 

VII.

Composi in uno stesso giorno quattro poesie. Avevo ed ho tuttora una mezza convinzione che ci fosse qualcosa di divino nel mio modo di scrivere. Sentivo che le parole mi venivano imposte. Non le decidevo io. Così a volte uscivano degli accostamenti che non capivo, forse erano più accostamenti sonori che di significato, ma tante volte davano un nuovo senso alla poesia.
Scrivere era come essere attraversata da qualcosa. Non ero io a parlare, ma una voce che si serviva della mia mano. Non sempre capivo. A volte le parole mi sembravano belle. Altre, spaventose. Ma non riuscivo a fermarle.
Piano piano iniziai ad avere paura di questi mille sensi poetici. Sentii che mi ci perdevo dentro, che rappresentavano i mille pezzi in cui mi ero infranta.

IO NON STO

Non sto ovunque
in alcun luogo.
Sono maceria
d’uomo.
Navigo la nebbia
a morsi
affondanti e morbidi
ed è dolcezza

amor che non odo.

 

17Luglio2019

L’autolesionismo è stata una parte molto presente nella mia vita da quando mi hanno fatto la diagnosi di disturbo di personalità borderline fino a quando ho capito il motivo per cui lo facevo con la psicoterapeuta del 2019 e ancora attuale.
L’autolesionismo era una reazione a delle percezioni fisiche.

DI SANGUE

Di sangue mi risanguo
sanguo
essangue: svicola,
snerva
e svellisce,
svuotando
venamente
(eco.mi)

 

17Luglio2019

Il sangue non era una conferma. Era una reazione. Mi tagliavo quando il corpo si faceva estraneo, troppo. Avevo delle allucinazioni corporee: sensazioni insostenibili, intrusioni. Il taglio era l’unico modo per interrompere quella realtà deformata. Non per attirare attenzione, non per sentire qualcosa. Ma per smettere di sentire troppo, o in modo sbagliato.
Quello stesso giorno andai a fare un’ecografia ai reni per verificare che il Topiramato, il farmaco che stavo prendendo per l’epilessia, non stesse causando problemi. Appena uscita dallo studio, scrissi queste righe:

ECO-GRAFIA

L’eco graffia il corpo
da dentro vien distorto
eco, io non eco il suono
di un guaiai. Stai:
più bello che puoi, perché
con voracile occhio nudo
nel grigiglio dilleguai
un senso di mai.

 

17Luglio2019

Le parole mi tornavano addosso come un’eco distorta. Non erano più mie. Scrivere era come toccare il corpo con una voce che non sapeva più parlare. Ma dovevo continuare, altrimenti mi dissolvevo. In certi momenti il mio rapporto con la psicoterapeuta si faceva più minaccioso. Nella seguente poesia intravedo il mescolarsi delle nostre due figure. Chi ha gli occhi di gelo? Io oppure lei? Chi è che scappa? Di chi viene scoperto il contenuto, scartando il ripieno?

NEI TUOI OCCHI

Negli occhi di gelo
trovi il sereno
guardano il suolo
scappi di meno:
è punto impuntato
il piede al terreno
e l’arco svoltato
crolla, scartando il ripieno.

 

17Luglio2019

A volte scrivevo per lei. Ma poi mi confondevo. Era lei che mi guardava o io che guardavo lei? La poesia diventava uno specchio, e io non sapevo più da quale parte dello specchio stavo.

 

 

VIII.

Ho avuto la fortuna di riuscire a studiare. Ho preso una laurea specialistica in Ingegneria dell’Automazione Industriale. Chi conosce le derivate, sa che hanno a che fare con le tangenti, in matematica. Quindi nella seguente poesia, «derivandomi» ha un po’ il senso di «prendere la tangente».

DERIVATO

Derivandomi
catarticamente1
affaccio un sorriso
sfuggo il presente
sapessi chi sono
non sono poi niente
sfaccio e rifaccio
frantumi di gente
parlanti incessanti
logorroicamente.

 

18Luglio2019

Quel giorno mi sentivo particolarmente in vena di scherzare, come dimostrano entrambe le poesie, benché i temi di cui parlano fossero molto pesanti.

DIETRO AGLI ABISSI

E se sparissi
dietro agli abissi?
– dissi sguaiata
ridendo spassata –
non è soluzione,
trova un padrone
– rispose l’uomo nudo
che col tempo venne crudo –
magari nottetempo,
se non avrò spavento!
Non ti preoccupare
c’è sempre uno scalare2.

 

18Luglio2019

Scrivevo sorridendo, ma con la gola chiusa. C’era un doppio fondo nelle mie parole: sembravano leggere, ma erano piene di crepe. Come se, per dire che stavo male, dovessi prima far ridere la frase. Un modo per non spaventare troppo chi legge. E forse nemmeno me stessa.
Ero stata dalla psicoterapeuta e avevo il terrore di morire. Qualcosa mi afferrava per i piedi e mi tirava sotto terra. Le chiesi: «Mi dica che non morirò». Lei mi tranquillizzò, ma ero molto magra. Il nutrizionista non mi seguiva più, io non mi pesavo, non mi interessava il peso. Sapevo che ero dimagrita molto perché me lo dicevano e lo vedevo dai vestiti.
La psicologa mi chiese: «Che tempo fa fuori?» Io le risposi: «È bello». Lei guardò fuori dalla finestra (non poteva farlo prima?) e mi disse: «Sei sicura?» No, non ero sicura. Non sapevo nemmeno se faceva caldo o freddo. Non sapevo nemmeno se avevo indossato tutto quello che dovevo indossare.
La morte non era un pensiero. Era una sensazione continua. Poteva nascondersi ovunque: in una finestra, in una frase sbagliata, in una manica dimenticata. Bastava poco. Bastava niente.

 

IX.

Col tempo il rapporto con la psicoterapeuta si faceva sempre più intenso. Mi chiedevo, nelle mie lunghe camminate, cosa sapesse di me. Se aveva capito che cosa avevo.
Camminavo per sentire il corpo mentre pensava. Ma non bastava. Io volevo sapere cosa avevo. Volevo una diagnosi vera, chiara, definitiva. Volevo che lei, almeno lei, mi dicesse il nome giusto. Perché senza un nome, tutto si confondeva. E io con lui.
Perché da una vita mi dicevano che sono “strana”. E perché io non ci stavo capendo niente: tra le vecchie diagnosi psichiatriche, quelle neurologiche, tra le teorie delle scuole freudiane e lacaniane di cui la psicoterapeuta faceva parte. I miei occhi erano diventati delle palline in un flipper.
Ogni parola rimbalzava. Ogni teoria mi scivolava addosso. Avevo già troppi nomi, ma nessuno che mi facesse respirare. Così scrivevo, per cercare un nome che tenesse, un nome che stesse fermo sul mio corpo e non lo cancellasse.
Lei non diceva niente, in quanto psicoanalista, e io scrivevo quel vuoto.

IL SAPERE DEL MARE

Io voglio
il sapere del mare
per le gambe
crociate viziate
di percorsi che percorre qualcuno
quando spazio darà all’avvenire
di un gemito – mio partorire –
l’arte confusa e diffusa
di questa mia essenza delusa.

 

26Luglio2019

Scrivere era come stare in acqua. Senza sapere se quella corrente mi stava portando da qualche parte o solo alla deriva. Ma almeno nella poesia potevo generare io il mio nome, anche se ancora non sapevo quale fosse.

 

X.

Ero in ufficio quando mi sentii così fragile da capire che se non facevo questo movimento una volta per tutte, avrei avuto una crisi. Immaginai il mio stomaco come un bambino avvolto in un lenzuolo, dentro una culla.
Il corpo non chiedeva più spiegazioni. Voleva solo essere tenuto. Non capito, non analizzato. Solo tenuto. Così ho cominciato a stringere qualcosa dentro di me, come se potessi cullarmi da sola.
Ci fu una fusione in quel momento. Mi affidai completamente a lei. Non l’ho pensato. L’ho fatto. Come si fa quando si cade nel sonno. Come si cade tra le braccia di qualcuno. Il mio corpo ha deciso prima di me. E la poesia è arrivata dopo, per dirmelo con calma.

TI CULLA

Nella tenera culla
dentro che stringo,
fascio lo stomaco
cuore completo,
comodo abbraccio
nutro: t’allieto,

inspiro,
mi affido.

 

01Agosto2019

Avevo già notato nei suoi messaggi una presenza costante di virgole. Quasi troppo precisa. Già da questa poesia si nota un aumento nell’uso della punteggiatura. Anche le virgole parlavano di lei. Erano pause, attese, passaggi. Le ho portate dentro il mio verso come si porta dentro una voce, una scia, una mano che non si ritrae. Lei non mi ha detto nulla, ma io l’ho sentita tra le virgole.

 

 

XI.

Dopo una fusione, non può che esserci un problema con la distanza, sempre legata al corpo, tanto da desiderare di aprire la pancia, per ascoltarmi ma anche per far uscire quello che di estraneo c’è dentro. La stanza assedia il corpo, minacciando nella breve distanza. Non è inteso come claustrofobia, bensì la stanza è sempre la distanza psichica con qualcun altro.

DI STANZA CHE AVANZA

In questa distanza
che nella stanza avanza,
apro la pancia
e vi appoggio una guancia.

L’urlo che insisto mi dà poca tregua:
accendo una fiaccola, perlamiseria.

– non avrò tregua, non avrò tregua –

La stanza che avanza
assedia, distanza ingenua.

 

02Agosto2019

Avevo chiesto troppo. E ora tutto mi stava addosso. La stanza non era più rifugio, era un assedio. Sentivo il mio corpo gridare ma non sapevo da dove venisse il grido. E allora ho scritto. Ho scritto per misurare la distanza, per cercare un punto che non tremasse. Ma la poesia tremava con me.
Il terrore, dato dalla fusione, mi ha fatto dialogare con la Morte.

QUEL MONDO DIPINTO

Era così quel mondo variopinto
che di gelido gelido stinto
riversai su un pavimento, finto
stupore dei miei occhi
dove – celebri nascosti –
cerchi l’immagine soave
di una schiava uguale uguale
a quell’altra creatura primordiale?
Morte: ruggisci qui per me,
non farò la mano sbriciolare.
Io: distruggo ciò ch’ho fatto.
Troppi,
troppi al mondo tensoriale3.

 

02Agosto2019

In realtà io leggevo questa poesia come se quei due punti che seguivano le parole «Morte» e «Io» fossero delle virgole. Il senso cambia completamente, perché a quel punto non è la Morte o l’Io a parlare ma sono io che mi rivolgo a loro.
Anche in questa poesia ci sono delle tracce della mia formazione scientifica, ma anche tracce di psicoanalisi, in quanto la parola «tensoriale» si riferisce ai tensori che sono delle specie di vettori in fisica, ma ricorda anche la tensione emotiva.
Perché parlo di vettori? Perché in psicoanalisi lacaniana ogni persona ha un vettore (non statico), quando ha desideri. Lo psicotico di solito non ha un vettore stabile, anzi il suo vettore può risultare anche spezzato.
Chiamavo la Morte come si chiama una madre arrabbiata. Chiamavo l’Io come si chiama un fratello scomparso. Non per sparire. Ma per non restare sola in quel disordine. E scrivere era l’unico modo per mettere in fila le forze che mi portavano via da me stessa. Anche solo per un istante.

 

XII.

Oltre alle poesie, iniziai ad avere visione di disegni, immagini nella mia mente, così nitide da poterli creare in pochi minuti con poche linee, precise e riempiendo le aree di colori ad acquerello.
Non disegnavo per spiegare. Disegnavo per vedere meglio. Le immagini mi arrivavano come se il mio corpo volesse mostrarmi qualcosa che le parole non potevano dire. Come se fossi io a venire vista da dentro.
Il primo disegno che creai in questo modo era Nevrosi-Perversione-Psicosi. Avevo questa immagine in mente da anni, ma così vivida non l’avevo mai avuta. Anche il significato mi era ignoto.
Poi capii: il personaggio blu rappresenta la psicosi, che si stacca dal resto e poi viene disegnata da un altro punto di vista, dall’alto. A indicare che non era sulla stessa linea degli altri. Non più indietro. Solo da un’altra parte. Un’altra posizione. A indicare la sua posizione differente rispetto al mondo. Non per forza negativa.
In rosa sono rappresentati i nevrotici, che rincorrono le carote, i desideri, o l’Altro. Le carote possono essere viste come la perversione.
E quando ho visto quella figura blu da un altro punto di vista, ho capito che forse anche io guardavo da lì. Non ero sbagliata. Solo fuori asse. E disegnando, per la prima volta, non mi sono sentita difettosa. Ma alternativa.

 


Note

1 metodo catartico (psicoanalisi) = metodo terapeutico basato sull’ipnosi.

2 grandezza scalare (fisica) = grandezza descritta solo da un numero reale (opposto di grandezza vettoriale, descritta anche da un versore che ne indica la direzione).

3 tensore (matematica) = generalizzazione del concetto di vettore, è indipendente dal sistema di riferimento