Di corpo la sete ⥀ Scrivere per non sparire #3
Pubblichiamo la terza parte del testo di Sarah Di Piero, resoconto poetico del disagio psichico e del suo attraversamento (tutte le parti dello scritto possono essere lette qui). Nel 2026 il testo verrà pubblicato per Argolibri nella collana Fari, per la quale l’autrice nel 2019 ha scritto il libro di poesie Reparto da qui
XIII.
E se fosse un problema
di cogito interrotto?
Certe poesie venivano fuori senza motivo. Mi spaventavo, pensando fosse l’inconscio. La mia psicoterapeuta aveva un bel da lavorare per farmi stare calma, rassicurarmi in quei momenti.
Devo ammettere che certe volte ho pensato che la poesia mi stesse facendo del male e che dovevo smettere di usarla, perché leggevo cose che avevo paura riguardassero me, ma in realtà io non avevo mai vissuto.
Scrivevo cose che accadevano dopo. Scrivevo cose che non capivo. E allora ho iniziato a sospettare: forse non ero io a scrivere. Forse la scrittura mi passava attraverso. Come una voce che usava la mia mano. E questo mi faceva paura.
Ho iniziato a pensare che quello che scrivevo arrivava da chi mi stava intorno. Avevo scritto una poesia dopo essere stata vicino a una signora al bar? Ciò che scrivevo riguardava lei. E così buttavo fuori, sulla carta, le persone che mi entravano dentro: dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, dalla pelle.
ORA MERENDA
Questa fame assetata
di cellu,lo sa,
mi è mancata
quando guardavo il cielo fuori
dalla finestra
di un’altra illusione
ero sicura
all’ora del-la merenda-
la campanella
sarebbe caduta in terra
sul lato della tenda
volando e volando
fuori è di fiori
che il mondo si colora
di nuovi rumori
non è fame
lo saprai
vado a casa dai miei,
maestro dimmi chi
dimmi: di chi sei?
06Agosto2019
Scrivere questa poesia è stato come cadere dentro una filastrocca di cui non ricordavo la fine. C’erano scuola, merenda, maestro, ma anche qualcosa di stonato, fuori posto. E poi quella domanda – «di chi sei?» – non era solo un gioco.
Altre volte temevo che quello che scrivevo si sarebbe avverato. C’era poi stato un periodo in cui scrivevo il vuoto. Era stato un periodo terrificante, in cui non riuscivo nemmeno a parlare, durato una settimana circa ma sembrato un’eternità. Le poesie erano frasi vuote.
Le definirei come frasi bianche sulla carta bianca. Invece la seguente poesia parla di terrore e della responsabilità, che alimenta il terrore, che ci si sente addosso, quando la gente non capisce quello che stai vivendo.
DIS’INCUB’AZIONE
Nel buio mi divoro
ingurgito rigurgito dell’oro:
scatenarsi, qui, non serve,
capovolta – a chi mi serve –
cerco tregua, non ho luce,
solo buio, alla memoria:
è la torcia, la torcia
scoria.
06Agosto2019
Ricordo di aver chiamato la psichiatra del Centro di Salute Mentale, perché insistevo a sentirla, trasportata più dall’affetto terapeutico che da altro. Le avevo espresso il mio sentimento nel percepire i pensieri degli altri entrarmi dentro e quindi cambiarmi il pensiero.
Ricevetti una risposta che spesso avevo ricevuto da questa professionista. Senza empatia mi disse che io non volevo assumermi le mie responsabilità.
È davvero questo il problema? E se fosse un problema di cogito interrotto, dottoressa?
È davvero questo il problema? Se il pensiero si spezza, se non si tiene tutto insieme, non è che non voglio… È che non riesco. Non è mancanza di volontà. È un’interruzione. Come una candela che si spegne anche se ha ancora cera. Un cogito interrotto, appunto.
XIV.
La mia ossessione per la diagnosi mi ha portato a farmi molto male. Sono andata in seduta dalla psicoanalista e le ho detto: «Io non sono psicotica» e ho ricevuto una risposta che non sapevo come decifrare. Era un sì, ma non era un sì. Non era una risposta, era una domanda. Non ero abituata a quel linguaggio.
Non volevo una carezza. Volevo un nome. Ma lei non me lo diede. Mi guardò senza dirmi sì, né no. E allora tutto ha cominciato a sbriciolarsi. Avevo bisogno di una definizione netta, definitiva, e invece arrivò un vuoto che faceva male come uno schiaffo.
Sentii il pavimento sprofondare sotto i miei piedi. Caddi e andai in pezzi. Accadde più di una volta. Due o tre volte. Ogni volta ero frammenti più piccoli.
Ogni seduta era una scheggia in più. Non scoppiavo, non gridavo. Mi sfaldavo in silenzio. Scrivere non serviva a fermare la frattura, ma a raccoglierla. Parola per parola, ho raccolto i cocci.
Per questo ho scritto la poesia del 7 Agosto come se fosse una poesia corale, pur essendo un solo “narratore”. Quando la leggo tendo a cambiare spesso voce nell’interpretazione, questo intendo. Cosa che normalmente non faccio. È come se parlassero i vari frammenti.
SCRITTO S’ANIMA
Disanime,
al sordo d’una drogheria
visuale sperdo
granulari pixel – di me –
cercando cercando cercando
te,
ma perché? Ma perché?
(perché?)
Dov’è?
La fine
di questa discesa
– stesa –
trovo chi?
L’erba non è
che nell’edera e nel faggio
saggio:
aggancio
– e sgancio –
la realtà anima
dietro il volto
– di Maya –
07Agosto2019
Scrivere questa poesia è stato come lasciar parlare tutti i pezzi. Uno alla volta. Con voci diverse. Come se ciascun frammento avesse la sua lingua. Non c’era più un centro. C’era solo il tentativo di tenere insieme il coro, anche se stonato.
Nella poesia parlo di pixel e di erba. Usavo troppo il cellulare per raggiungere la mia psicoterapeuta e quindi mi sentivo intrappolata dentro un monitor. Parlo di erba perché in passato gli psichiatri del Centro di Salute Mentale dicevano erroneamente che usavo delle droghe.
C’è un riferimento al velo di Maya di Schopenhauer, ma è stata usata la parola volto invece di velo, per indicare che il velo non c’è. Questo perché si insinuava in me un pensiero.
Mio padre era convinto di poter entrare nella mia testa, di poter leggere i miei pensieri e che io fossi in grado di fare lo stesso con gli altri. Forse aveva ragione! Forse quello che facevo con le poesie era proprio questo: gli altri entravano dentro di me e io per farli uscire dovevo scrivere sulla pagina quello che loro pensavano o erano.
Scrivevo per non impazzire di voci. Per fare ordine nel caos degli altri che si erano appoggiati sulla mia pelle, nelle mie ossa, sotto la lingua. E allora li buttavo fuori. Uno alla volta. Verso dopo verso. Scrivere era l’unico modo che avevo per non restare piena di qualcun altro.

XV.
L’ORIZZONTE
Di questo mare
che non vedo
è una siepe
e io prego
là la gente
sta sdraiata
sento
la voce
divertita
e negligente
io sorrido
cielo e mare
all’orizzonte
un monte.
11Agosto2019
Ho scritto questa poesia dopo una passeggiata sul Monte Conero con l’uomo con cui stavo uscendo in quel periodo. Ero così denutrita e me ne rendevo così poco conto che, mentre camminavo, mi girava la testa e pensavo che fosse un effetto dell’altezza.
Il Monte Conero non è che una grande collina, ovviamente non poteva essere l’altezza, ma io mi dovevo aggrappare a qualche scusa, alla fine scelsi che forse era dovuto alla felicità, all’emozione del momento.
Camminavo con lui e avevo la testa leggera. Era il vento, era la felicità. O forse era solo la fame. Non riuscivo più a distinguere le due cose. E quando il mio corpo cedeva, lo chiamavo emozione. Perché era l’unica cosa che suonava bene.
La mia consapevolezza sul mio stato di salute era vacillante. Spesso variava a seconda delle ore del giorno: la sera ero più stanca e ragionavo peggio, la mattina mi sentivo più lucida, ma non per questo ragionavo meglio, ad esempio mi etichettavo comunque con diagnosi palesemente errate.
In generale avevo proprio la sensazione di vivere dentro una lavatrice in funzione, ma riguardo al fatto di poter capire gli altri, di avere una maggior empatia, ne ero proprio convinta, perché le loro emozioni, le loro espressioni mi colpivano come dardi e non potevo né evitarle né ignorarle: si infilzavano nel mio cervello e i ragionamenti gli giravano intorno all’infinito.
Durante la passeggiata sul Monte Conero, mi fermai all’improvviso. Presi il cellulare e scrissi dei versi. In quel momento pensavo a L’Infinito di Leopardi (lo faccio spesso mentre scrivo), ma quando riposi il cellulare ebbi subito una visione della psichiatra del Centro di Salute Mentale. Quindi capii che la poesia parlava di lei.
Mi bastò scrivere un verso per sentirmi richiamata all’ordine. Come se quella piccola apertura — la poesia, il paesaggio, la camminata — fosse stata subito chiusa da un ritorno. La sua voce mi attraversò la fronte. E il mondo si richiuse.
In realtà, quello che descrivevo nella poesia era il paesaggio dietro una siepe del Monte Conero, sotto al quale immaginavo la spiaggia e le voci delle persone, ma uscendo dalla poesia i significati che questa nasconde possono essere molti.
So che avevo trovato un libro in libreria: «Alimentare il desiderio», e lo avevo comprato. Il titolo mi spaventava. Perché io ero confusa. La psicologa mi chiedeva spesso: «Hai mangiato?» oppure «Stai mangiando?», ma io non gli davo il senso comune del termine mangiare. Io pensavo a quella parola come a fare sesso. Allora cosa accadeva? Io mi masturbavo. Ogni volta che mi faceva questa domanda.
Anche le parole della cura mi confondevano. Ogni domanda diventava un doppio senso. Ogni gesto, una scena sbagliata. Non c’era più distinzione tra il corpo e il linguaggio, tra fame e desiderio, tra nutrirmi e toccarmi. Tutto era erotizzato, e io non sapevo più se stavo rispondendo a una domanda o a un ordine.
Ma ero in conflitto con questa cosa, dal momento che “Il desiderio” era associato nella mia testa all’isteria. E io non volevo essere isterica, perché pensavo significasse fare finta, dire le bugie. E io da piccola avevo promesso che non avrei mai detto nessuna bugia. Invece poi ho avuto un periodo in cui ho mentito tantissimo.
Quindi avere questo conflitto mi creava un vuoto nella coscienza. Le parole tornavano attraverso le poesie, come allucinazioni. Le sentivo premere sulla fronte. E scrivevo.
L’immagine che segue rappresenta la causa di tutto che si riversa sul corpo, come un domino, in sotto-cause successive, come in un buco nero.
Nel mio caso associo questa immagine alla caduta e alle allucinazioni.
XVI.
L’immagine successiva rappresenta un passaggio che è avvenuto in quel momento. Il personaggio sono io accompagnata da un animale del deserto. Attraverso una porta che unisce il deserto al mare.
Non tutte le visioni fanno rumore. Alcune arrivano in silenzio, con un’immagine che non dimentichi più. Quella porta tra il deserto e il mare non l’ho mai attraversata davvero. Ma so che c’ero. Con il mio animale. Forse era il mio stomaco. Forse era la mia fame. Non parlavamo. Camminavamo.
La poesia è molto sul “reale”. Ossia quella che è la cruda realtà umana. Ossia che alla fine tutti – laici o non laici – caghiamo. E questo ci divide: in chi ne parla e in chi non ne parla.
Il reale, in Lacan, è ciò che non si rappresenta, ma torna come scarto, come irruzione. E qui irrompe attraverso l’atto fisiologico.
KAKATOON
Sto sul cesso
in sforzo biblico
guardo appresso,
oltre
paesaggio laico,
un mondo,
asettico:
asfittico
dissuono.
17Agosto2019
Non si può parlare di anima senza passare per l’intestino. Non si può fare poesia senza sapere che il corpo si svuota. E da quello svuotamento può uscire qualcosa di vero. Di ridicolo e sacro insieme. Anche l’ultima verità passa dal ventre. Se non ci passa, non è verità: è decorazione.

XVII.
La divisione universale che abbiamo visto nel capitolo precedente viene riportata qui in un contesto ristretto, quello con la mia psicoterapeuta. Ero passata dal deserto al mare, ma lei non mi rispondeva. La chiamavo e non mi rispondeva. Ero su una barchetta abbandonata, avevo cercato a lungo, sperando di trovarla oltre la porta e non mi ero accorta che era sotto di me.
L’avevo cercata ovunque. Sopra, oltre, dentro ogni parola. Pensavo di doverla attraversare, o raggiungere. Ma poi ho capito che la chiamata non ha avuto eco. Ho urlato, e lei: punto. Non risposta, non vuoto. Solo un punto.
LA FIN
È deserto
senza sole, senza sabbia
ciò che ho preso,
che ti ho dato:
– c’ho così –
che s’è scambiato.
Ma, nell’ora
che io urlo,
tu:
.
All’ora
spezzo il ritmo
di
un’incerta danza,
che non solve,
spacca:
un verso solo avanza.
19Agosto2019
E allora ho spezzato anche il mio passo. Non era più una danza. Era una frattura. E ho lasciato un solo verso andare avanti, come si lascia andare una foglia in acqua. Non era salvezza. Era il mio modo per dire che ero ancora lì. Anche se sola.
Sarah Di Piero
Sarah Di Piero (1986), anconetana, poetessa e scrittrice di racconti. Ha pubblicato Minestre alla Cannella (2017, Italic), Strappando Rododendri (2017, Italic) e Reparto da qui (2019, Argo).

