Di corpo la sete ⥀ Scrivere per non sparire #1

Avviamo oggi la pubblicazione, divisa in quattro parti, di un testo dove Sarah Di Piero traccia la linea che, attraverso la poesia, l’ha portata ad attraversare il labirinto del disagio psichico. Nel 2026 il testo prenderà forma cartacea per Argolibri nella collana Fari, per la quale l’autrice ha già pubblicato nel 2019 il libro Reparto da qui

 

I.

Una mattina mi sono alzata
e la faccia mi son lavata
ho mangiato la crostata
e a scuola mi son tuffata.

Il mio rapporto con la poesia nasce così, in un gesto che doveva aiutarmi a fare qualcosa di molto noioso. Ogni giorno, un giorno dopo l’altro. Fino alla fine degli studi.
L’episodio successivo risale a quando avevo quindici anni. Durante un momento di tristezza, in cui mi sentii risucchiata negli abissi, scrissi questi versi:

ARIA D’ALBA

Spingi, oh mio vento,
spingi più forte!
Voglio dormire come di morte.
Spingimi in alto, sulle città.
Spingi e combatti le calamità.

Spingimi, oh vento,
non mi lasciare!
Fai volare di me sopra il mare
pensieri parole sospiri emozioni
via da me in mille milioni.

Corri, oh mio vento,
corri veloce,
che tutti odano questa mia voce!

Corri e trasporta,
trasporta pensieri,
trasporta parole di oggi e di ieri.
Lettere, immagini, suoni che volan.

Cade la vita, che cede per me.

Muoio infelice senza di te.
Muoio da ora, muoio perché
aria non vola, alba non è.

 

23Ottobre2002

Erano già vividi i simboli della mia poesia. Lo dimostravo anche in altre arti in cui mi applicavo.
Insieme a questa poesia scrissi due righe dove esprimevo la mia gioia nell’averla scritta, quanto questa operazione mi avesse aiutato e quanto leggere e rileggere la poesia stessa mi aiutasse, vedendola cambiare e mutare forma ogni volta che tornavo da lei.
C’era qualcosa che si muoveva dentro le parole, ogni volta diversa, ogni volta mia. Non avevo bisogno di capire: bastava scrivere. E rileggere, come se rileggere fosse tornare a toccare un corpo vivo. Un corpo fatto d’aria e voce.
Cosa rappresenta per me? Questa poesia rappresenta la vita, la creatività, l’infanzia con la sua gioia travolgente. Come è possibile scrivere di vita, creatività, gioia… quando dentro di sé si sente tristezza, morte? È possibile, forse, proprio perché la scrittura non nasce per dire come si sta, ma per stare. Per avere un posto. Per sentirsi veri anche quando ci si sente sparire.
Molte persone mi hanno detto con tono affranto: «Sarah, tu scrivi cose molto dolorose, tristi… Si vede che hai sofferto molto…» Io non so mai cosa rispondere a queste persone, perché è vero. Ho sofferto molto, però quando scrivo io non penso a cose dolorose o tristi, io penso alla gioia, alla vita. Nelle mie poesie io vedo vita. Non disperazione. È per questo che loro sono per me un appiglio. L’ultimo ramo fermo a cui aggrapparmi mentre il torrente si porta via tutto il resto.
Le parole mi hanno tenuta, quando tutto scivolava. Hanno fatto da braccia, da casa, da respiro. Scrivere è stato come toccare un punto che non si muove, quando tutto si muoveva troppo. Non mi ha salvata la poesia. Mi ha dato un posto dove stare mentre cercavo come salvarmi.

 

II.

A ventisei anni ho avuto il primo ricovero in psichiatria, seguito da altri venti nell’arco di meno di nove anni. I farmaci non funzionavano. Passavo le giornate a camminare per strada, consumavo tantissime calorie.
Quando ero in reparto non mangiavo, quindi circa tre mesi all’anno. Quando ero con i miei mangiavo. Quando abitavo da sola, ero molto disorganizzata: capitava che saltassi i pasti, come capitava che mangiassi mozzarella e gelato, ma senza esagerare.
Più volte sono finita in reparto per eccesso di alcol e farmaci. Non riuscivo a sopportare quel senso di vuoto terrificante. Era come cadere. Cadere mi rimanda a un vissuto molto vicino alla morte. Dove, insomma, ho rischiato la morte. Non sopporto quel vuoto.
Il vuoto non è un’assenza. È una presenza feroce che ti risucchia. Scrivere, in quel vuoto, era come accendere una candela in una grotta senza fondo. Non illuminava tutto, ma bastava a vedermi la mano.
Dopo nove anni, la psichiatra del Centro di Salute Mentale ha voluto propormi di andare in una comunità psichiatrica, dove avrebbero contenuto meglio le mie crisi. I miei genitori sono sempre stati molto vicini a me, nonostante io non mi sia mai lasciata aiutare, dato che facevo fatica a comunicare. Quindi si sono opposti.
Mio padre ha ripensato a quell’evento in cui ho rischiato la morte e ha voluto chiedere il parere di un neurologo. Siamo andati da uno specialista e gli abbiamo raccontato che quando avevo venti mesi sono caduta dal secondo piano. Gli abbiamo portato tutta la documentazione.
Io avevo una diagnosi di disturbo di personalità borderline, a cui mi ero aggrappata con denti e unghie, anche e spesso simulando. Il neurologo mi ha spiegato che i miei sintomi erano compatibili con una patologia neurologica di recente “scoperta” – che pochi ancora accettano – causata da un trauma cranico in età infantile e che si manifesta nell’età adulta fino a cronicizzarsi.
Mi ha fatto fare degli esami e abbiamo scoperto che alcuni episodi accaduti al Centro di Salute Mentale e per cui ero stata ricoverata in Psichiatria erano crisi epilettiche. Fortunatamente i farmaci riescono in gran parte a intervenire sui miei sintomi.
Quando ho saputo che non ero “sbagliata” ma danneggiata, ho sentito la terra cedere e poi tornare sotto i piedi. Come se quel buco che avevo sempre sentito si fosse finalmente mostrato: una ferita, non una colpa. E scrivere è diventato il mio modo per metterci un ponte.
Evitata la comunità, cambiata psicoterapeuta, con un antiepilettico in circolo, mi sono affacciata su una nuova vita. Era febbraio 2019. A luglio avrei presentato il mio terzo libro di poesie al festival La Punta della Lingua. Ero emozionatissima e, allo stesso tempo, terrorizzata.
Purtroppo i farmaci che stavo prendendo non bastavano e i miei pensieri erano disorganizzati e confusi. Non sopportavo i rumori, soprattutto quelli intensi. Mi causavano, dicevo, delle scosse elettriche dentro la testa. Col passare dei giorni la mia situazione peggiorò e, più mi avvicinavo alla data della presentazione, più stavo male.
Mi rinchiusi in camera, sdraiata sul letto. Non riuscivo più a muovermi. Ero rigida. Non riuscivo a mangiare. Mi veniva il vomito con quasi tutto. Le uniche cose che riuscivo a mangiare erano cracker per colazione e un piatto di riso integrale con olio e parmigiano a pranzo e cena. Il mio dietologo dell’ospedale, che mi aveva seguito per tre anni, mi abbandonò in quei giorni.
Cos’era successo? Avevo fatto la visita per l’invalidità e il mio neurologo aveva scritto sulla documentazione che portai la diagnosi di psicosi cronica cerebrale. Quello che stavo immaginando in quel momento era la psichiatra del Centro di Salute Mentale che veniva alla presentazione del libro con la polizia e mi portava in carcere perché avevo presentato una diagnosi falsa alla commissione medica dell’invalidità.
Sono stata così nel letto per un mese. Poi il neurologo che mi seguiva mi consigliò di farmi una passeggiata e quello fu il motore per farmi scendere dal letto. Una semplice parola. Passeggiata. La data si avvicinava. Ritornai a lavoro. Era il giorno della presentazione. Chiamai la psicologa manifestando apertamente il mio pensiero: «Verrà la psichiatra! La polizia!» Cercò di calmarmi.
Questo libro nasce dai fatti avvenuti in quel periodo. La mia intenzione è raccogliere le poesie scritte in quei mesi, che sono state la gamba che ho “perduto” in quel periodo.
Il disegno rappresenta la mia visione in quel periodo di come poteva essere una persona con disturbo di personalità borderline, per come lo descrivevano dalle fonti che avevo recuperato. Non creava legami stabili e non capiva le emozioni, che però erano un tormento devastante che la assalivano dall’esterno. In questo io mi rispecchiavo.

 

 

III.

Lo sa?
Come agisce la Vagina?

Vagisce

Una parola. Una sola. Ed è bastata. Vagisce. Come se tutto il mio corpo, in quel momento, avesse trovato il modo di dire qualcosa che nessun altro sapeva dire. Un suono primordiale, una voce che non viene dalla gola ma dalla ferita. Non è la bambina a piangere. È la carne stessa che grida d’esistere.
Il 21 luglio ricordo di essere andata al Centro di Salute Mentale, di essere entrata dentro la grande stanza del diurno, dove si mangiava. C’era un tavolo lungo, non apparecchiato, con sopra una tovaglia cerata a fiori. Presi dei colori ad acquerello, andai in cucina e riempii un bicchiere di plastica con dell’acqua. Mi sedetti al tavolino e gettai giù qualche linea con la penna a china. Quindi presi i colori e li bagnai poco con il pennello. Lasciai scorrere le setole sulla carta ruvida del mio album, dipinsi velocemente. L’immagine si formò sul foglio così com’era già nella mia immaginazione.
A volte è il corpo a disegnarsi da solo. Io ero solo la mano. L’immagine era già lì, da giorni forse, o da anni. Voleva uscire. Voleva prendere forma prima che mi dimenticassi com’era fatta.
La mia penna è una lingua, che scivola sulla carta e descrive il corpo. È cruda. Anche nel disegno: ho iniziato da piccola e col tempo ho preferito un tratto essenziale, infantile, primordiale. Sebbene non abbia mai smesso di disegnare, ho dedicato più tempo a leggere e perfezionare la mia scrittura.
A sinistra ci sono io, trafitta, trapassata da parte a parte. In mezzo c’è del sangue o comunque qualcosa di cruento. A destra c’è la figura materna, rappresentata da una sorta di vagina o di farfalla. Arrabbiata.
Disegnare quella figura è stato come pronunciare un nome senza parole. La madre non è mai neutra. È fonte e ferita insieme. Quella vagina/farfalla non mi ha messa al mondo: mi ha trapassata. Ma era lì, sulla pagina, come un’origine che non ho scelto e che ancora mi guarda. Forse per la prima volta l’ho potuta guardare anch’io. Non per capirla, ma per lasciarla venire fuori.

 

 

IV.

La prima poesia risale al 30 Giugno 2019. Ricordo che provavo dei sentimenti che cambiavano spesso nei confronti della mia psicoterapeuta. Ma in particolare quando ho scritto questa poesia, ho sentito di aver fatto un passo verso di lei. È successo quando cercavo di capire la mia posizione nei suoi confronti. Ero appena uscita dal periodo passato a letto mangiando solo riso integrale.

IO E NOI

Remo,

nell’ora più serena getto il
remo: tremo.
E vacillo:
non c’è giorno più lontano di
quello,
ma

vicino
ne sento il risuono
e suono:
“Senti?!
Non è maturo il morso tra i
denti?!”.

 

30Giugno2019

Scrivere questi versi è stato come lasciare andare le mani dal bordo del letto. Non più per crollare, ma per cercare qualcuno. Il remo gettato era un gesto d’offerta: e se lasciassi il controllo? E se mi fidassi di lei? In quel tremito c’era tutta la mia fame di unione, ma anche il mio terrore.
Quello che accadde fu salvifico per me in quel momento. L’unione tra me e lei. Diventammo una cosa sola. Attraverso il seno. Non era amore. Non era amicizia. Era fame. Fame di tocco, di calore, di presenza che non spiega ma resta. Il seno non era il suo corpo, ma un’immagine che mi teneva. Un contatto immaginato ma reale nel suo effetto.
È vero, può sembrare rischioso e può sembrare non salutare, ma, credetemi, in quel momento era ciò di cui avevo bisogno. Di qualcuno che mi salvasse. Di qualcuno che riempisse il mio Io esile e facesse camminare il mio corpo. E la poesia mi ha aiutato a fare questo.
Ho camminato di nuovo grazie a quella voce dentro di me che scriveva. Non erano i versi a salvarmi. Era il fatto che fossero per qualcuno. Non per essere capiti, ma per toccare. Un giorno ho scritto per lei. Ma anche per me. E lì ho capito che “io” e “noi” possono esistere insieme.

 

V.

Ho deciso di scrivere questo libro per raccontarvi l’esperienza di rinascita che mi ha dato la poesia, tuttavia c’è ancora una cosa che voglio condividere con voi prima di procedere. Queste poesie mi sono state utili in quanto sono state un filo di Arianna nella mia esperienza frammentata, confusa che è durata anche oltre il periodo ricordato in questo testo.
Scrivere non mi ha portata fuori dal labirinto. Ma mi ha fatto capire che potevo attraversarlo. Ogni verso era un nodo stretto al mio corpo, ogni parola una traccia lasciata per ritrovarmi il giorno dopo.
La mia memoria, attualmente, non può che essere altrettanto confusa su quello che è accaduto in quei giorni e io cercherò con tutto il mio impegno di ricostruire quello che accadde, ma sarà naturale, io credo, ottenere un risultato frammentato.
Non scrivevo per ricordare. Scrivevo per non sparire. Ogni parola era un’ancora nel mio presente smosso. Il mondo si muoveva troppo. Io restavo ferma. Ma scrivendo potevo disegnare i miei stessi bordi. Anche se tremavano. Anche se cambiavano forma ogni volta.
Dopo aver superato la fase che mi aveva costretta a letto, ripresi a lavorare. Non lavoravo ancora con la legge per le categorie protette, però avevo la fortuna di avere un datore di lavoro molto comprensivo riguardo alla mia situazione. Infatti, in quei giorni avevamo delle giornate di formazione all’interno di un hotel, ma io non riuscivo a concentrarmi ed era proprio evidente.
Così mi dissero che potevo tornare in ufficio. In quel periodo ricordo che mi affidarono il compito di fare le fotocopie, e non riuscii bene nemmeno in quello. Il mondo attorno a me sembrava spostarsi come voleva lui. Ho questa idea di confusione: frammenti di coscienza e mondo in movimento attorno a me mentre io ero statica.
Per unire i pezzi, prendevo una pagina bianca e scrivevo.

MISS. SCORPO

Erbaceo sentimento, pieno di te
trattengo nell’animo, in cerca di me
ma esplodo, è non duolo, dono
un’increspatura nel tè: stringimi
e asciugami
di sudore, tremo, e non sarò
nel meriggio, a chiedermi
perché?

 

04Luglio2019

Tutte le poesie di questa raccolta si rivolgono alla mia psicoterapeuta. Anche in questo testo c’è una ricerca di unione. Il giorno successivo, il 5 luglio, era il giorno della presentazione del libro.
Unirmi a una figura forte mi aiutava a farmi coraggio. Ricordo di aver scritto le parole “stringimi e asciugami” pensando di essere messa al mondo. Il meriggio rappresentava la metà della vita e il fatto di chiedermi perché era relativo al peccato originario. In quel periodo leggevo tante informazioni su Internet riguardo alla psicoanalisi, ma ovviamente il mio stato mentale non era l’ideale per comprendere certe nozioni, quindi mi confondevo tantissimo su termini e concetti che venivano fuori.
Questo mi provocava ancora più ansia, perché non sapevo mai se avevo espresso un concetto in modo giusto. Col tempo ho capito che il modo giusto di esprimere i concetti è solo quello che si sente, quello personale, quindi non nozioni e linguaggi di altri, ma il proprio linguaggio.
E allora ho smesso di chiedere se avevo usato le parole giuste. Ho iniziato a usarle come venivano, rotte, sbagliate, mie. Le ho amate non perché spiegavano, ma perché tremavano insieme a me.