La trascrizione del dialogo collassosofico tenuto con Franco “Bifo” Berardi nella sesta puntata di KatÀstrofi – Stati di eccezione televisibili, andato onda su ArgoWebTV il 20 maggio 2020. A corredare l’articolo le fotografie di Giorgos Agelakis e Probal Rashid

 

Valerio Cuccaroni. Perché, Bifo, possiamo dire che questa è una pandemia cyberpunk?

Franco “Bifo” Berardi. Cos’è il cyberpunk nessuno l’ha ancora capito. Com’è facile intuire, il cyberpunk deve avere qualcosa a che fare con la carnalità del punk e con la freddezza tecnologica del cyber. Non c’è dubbio sul fatto che questa pandemia è come lo scatenamento di un processo che riguarda essenzialmente il corpo, che riguarda la carne, ma al punto più alto di una trasformazione tecnologica che proprio grazie – o a causa – della pandemia stessa, rischia di fare un salto definitivo e di incastonarsi definitivamente all’interno delle nostre cellule cerebrali e della nostra carnalità. Io voglio solo ricordare – per insistere un poco su questa questione della pandemia cyberpunk – due o tre cose che hanno a che fare con la letteratura cyberpunk. Prima di tutto c’è un libricino piccolo di William Burroughs, che del cyberpunk è di sicuro il papa, l’anticipatore; un libricino del 1977, pubblicato nel 1979 e poi scomparso; un libricino piccolo piccolo che si chiama Blade runner, che non ha niente a che fare, se non il titolo, con il famoso film di Ridley Scott, ma che è una storia – quella di Blade runner – che racconta esattamente la pandemia in cui noi viviamo. Si tratta di un mondo in cui l’umanità è costretta a stare chiusa in casa per via di un’epidemia incomprensibile, ma è anche un mondo nel quale una miriade di riders, i blade runners, ‘quelli che corrono lungo la lama del rasoio’, vanno di casa in casa a portare, naturalmente, non la pizza – si tratta di Burroughs – vanno a portare l’eroina, l’anfetamina, la cocaina e le altre droghe, quelle anche meno insistenti delle quali, talvolta, in tempi pandemici, sentiamo la mancanza. Cyberpunk, dunque. Poi cos’altro è il cyberpunk? Per esempio, Philip Dick. A me a un certo punto è venuto in mente che Philip Dick e William Burroughs avrebbero dovuto scrivere – non l’hanno fatto, ma avrebbero forse potuto in un universo parallelo, naturalmente – avrebbero potuto scrivere un libro che si chiama 2020. La pandemia, perché il mondo nel quale siamo entrati da tre mesi è esattamente un incubo Burroughs-Dick. Dick aggiunge un elemento ulteriore rispetto all’universo di Burroughs, che è quello della teletrasmissione delle stimolazioni sensoriali, tema poi ripreso naturalmente da William Gibson. Ricordiamoci Neuromante. Neuromante cos’è? È la storia di un mondo nel quale io sto ad Atene, tu stai a Casalecchio di Reno, e però ci inviamo una coltellata nella coscia (come Case effettivamente fa con la povera Molly), e tu senti tutto il dolore, perché io ti ho spedito questa simstim, questa simulate stimulation. Ecco, noi siamo in una sorta di condizione in cui la tecnologia, il cyber, e una carnalità virale ritornano. Ma ce l’hanno detto loro, prima di tutto naturalmente Burroughs, che il mondo cambia per effetto di un virus. Anzi, per essere precisi: il mondo umano nasce per effetto di un virus che s’inscrive nella carnalità umana e che noi siamo abituati a chiamare linguaggio. Il linguaggio cos’è, se non un virus?

DIOGO (not real name), 50, an undocumented worker from Guatemala, rides an electric bike on his way home after buying some essential wares on April 09, 2020 in Fairfax, VA. He is deeply worried about losing his ability to work, being excluded from federal relief program and the risks of seeking medical care. More than ten million undocumented people living in the United States, many working as cooks, cleaners, janitors, or farm laborers, in some of the industries hardest hit by the covid19 pandemic (© Probal Rashid)

Lello Voce. È evidente che non è possibile pensare che questa cosa che sta accadendo adesso stia accadendo davvero adesso. Questa cosa sta accadendo davvero da tanto tempo, e Bifo ce lo ha raccontato in tanti suoi libri e anche in momenti in cui a tutti – persino agli amici – sembrava che facesse la Cassandra. Invece una serie di analisi si sono rivelate assolutamente precise e spietate, ma chiare. La psicodeflazione, in questo momento, io credo che sia anche una deflazione della produzione: tutto sta rallentando bruscamente, l’accelerazione a cui siamo sottoposti mi pare che sia in evidente rallentamento, con una crisi generalizzata. Il capitalismo è una bicicletta: devi pedalare; se non pedali, casca la bicicletta. Ecco, io vorrei che tu ci spiegassi meglio cos’è questa psicodeflazione: perché, mentre si pedala sulla bicicletta, arriva la psicodeflazione, che è qualcosa che avevamo probabilmente già dentro prima del lockdown, ma che adesso sta venendo fuori e che tu ci stai spiegando in questo blog, Not – il blog di Nero – proprio mescolando analisi filosofica e particolari di quotidianità che sarebbero probabilmente piaciuti molto anche all’ultimo Sanguineti. Parlaci della psicodeflazione.

JOSIAH, 55, drives his classic ice cream truck wearing PPE on Fairfax’s residential streets on April 20, 2020. “Every year when warmer days arrive in the spring and summer months I earn good money but this year because of the coronavirus, there are no customers to buy my cones, ice lollies and choc-ices,” he says (© Probal Rashid)

Franco “Bifo” Berardi. Ti confesso che tre mesi fa stavo cercando una parola per intitolare la prima puntata di quella Cronaca e adesso non è che mi sembri una parola tanto bella psicodeflazione. Mi piacerebbe averne inventata un’altra. Però concettualmente so che cosa vuole dire. Noi abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni in una condizione di una costante accelerazione del ritmo nervoso, del ritmo produttivo, del ritmo psichico e questo, su gente della mia generazione, può aver fatto un effetto moderato, ma m’immagino chi è nato all’interno di questa specie di costante accelerazione competitiva. Ebbene, io ho l’impressione che a un certo punto quel sentimento di precarietà, di competizione e d’incitazione costante ad andare più veloce, abbia prodotto degli effetti di tipo praticamente, effettivamente, chiaramente psicotico. Parlo dell’autunno del 2019, quando sono esplose le città di Bogotà, Santiago del Cile, Beirut, Bagdad, Teheran, Hong Kong, Barcellona, Parigi, una dietro l’altra, e in maniera estremamente violenta e massiccia. A Santiago del Cile c’erano sette milioni di persone nelle piazze, dappertutto. Io l’ho seguita minuto per minuto, non mi perdevo una foto, un’immagine, un messaggio, ma cercavo di cogliere un filo: non c’era. È stata la rivolta, forse, più grande quantitativamente e la più demente tra quelle che ho visto in cinquant’anni. Io la rispetto e mi identifico con quello che è accaduto, ma si può dire che era una rivolta in cui a Barcellona volevano il contrario di quello che volevano a Parigi, il contrario di quello che volevano a Hong Kong, a Hong Kong portavano le bandiere americane… Follia! Era una convulsione, non una rivolta. Era una rivolta convulsiva del corpo umano planetario. Volevo lanciare una rivista che si chiamava «Vulcano». Perché? Perché stavo a Lanzarote mentre succedeva tutto questo e Lanzarote è un’isola vulcanica. Allora ho messo insieme l’isola vulcanica, la terra tutta nera e ho pensato: Dai, facciamo una rivista. Ho chiamato decine di amici… E poi? Pffff. Deflazione significa essenzialmente ‘sgonfiamento’, quando un pallone troppo gonfiato esplode e si sgonfia. Deflazione vuole anche dire un’altra cosa sul piano economico e, cioè, quando la domanda crolla. Bene, noi abbiamo assistito ad un processo, ad un evento che ha fermato la bicicletta del capitale – e quando tu fermi la bicicletta e sei in corsa vai a finire per terra ed è difficile che ti rialzi – e che al tempo stesso ha permesso un rallentamento generale di tutti i ritmi psichici. È bello questo? È brutto questo? Non so se è bello o è brutto. È abbastanza bello che abbiamo potuto rilassarci un po’, è abbastanza brutto che andiamo incontro ad una fase in cui la crisi economica rischia di risvegliare i fascismi di tutta la terra. Non lo so: è successo. Qua noi siamo e questo dobbiamo capire: la psicodeflazione.

A man wearing personal protective equipment (PPE) as the spread of covid19 continues, crosses a road near the Washington Monument on March 22, 2020 in Washington D.C. (© Probal Rashid)

Franco “Bifo” Berardi. La fine del capitalismo naturalmente non c’è. I matematici direbbero che è un asintoto, un processo asintotico, cioè una curva che si avvicina indefinitivamente, ma che non raggiungerà mai la linea. Dunque la fine non c’è. Però c’è la singolarità che muore. C’è quello che io chiamerei il divenire nulla, che è il divenire nulla di un organismo immaginante, pensante. Quella è la fine, naturalmente, è la fine di tutto. Il capitalismo finisce o non finisce? No, non finisce mai niente nella storia umana. Il feudalesimo è finito? No. Lo schiavismo è finito? Siamo nella società schiavista più massiva che si sia mai vista. Dunque neppure il capitalismo finirà. Quello che finirà, che finisce già adesso, se ne siamo consapevoli, è la nostra dipendenza, il nostro essere all’interno di quella sfera. Ecco, è il divenire nulla. Chiamiamola pure come si chiama sul vocabolario: la morte. La morte dell’individuo singolare. Quello deve essere, a mio parere, il progetto più grande di ogni essere vivente: riuscire a pensare alla propria morte come la creazione più grande perché è la fine che tu sai inventarti. Alcuni sono cioccolatai e non lo capiscono.

Lello Voce. C’è una spiaggia nella tua storia, una spiaggia che ha fatto scandalo, che ha fatto discutere artisti e intellettuali, ed è una spiaggia che stranamente si affaccia su Auschwitz, anche se Auschwitz è un villaggio dell’attuale Polonia. Mi riferisco al tuo Auschwitz on the beach, che doveva essere presentato a Kassel, e quindi a tutto il discorso che da tempo tu stai facendo sul fatto che quello che sta accadendo nei confronti dell’immigrazione e dei migranti in realtà è qualcosa di drammatico e di tragico, e che quindi in qualche modo Auschwitz si è trasferito sulla spiaggia. Tutto questo fa parte, io credo, dell’insieme di cause complesse che poi ci ha portato a vivere questa pandemia cyberpunk. Ci racconti un poco che cosa è stato, cos’era, cos’è Auschwitz on the beach e perché doveva andare a documenta Kassel e perché poi si è deciso di non farlo?

The children’s playground is cordoned off with caution tape on April 13, 2020 in Fairfax, VA. Fairfax county closed its parks, playgrounds, basketball courts, tennis courts and water fountains as a precaution against the spread of the coronavirus (© Probal Rashid)

Franco “Bifo” Berardi. Nell’estate del 2016 io ero in un’isola greca dove passo il mese di luglio generalmente. Un giorno arriva inatteso il mio amico Beatriz Paul Preciado e mi dice: «L’anno prossimo io sono direttore di documenta e vorrei che tu facessi qualcosa». Io non ci avevo neanche pensato. Allora ci siamo seduti lì in un tavolo lungo la spiaggia e io gli ho detto: «Sì, bene, ho già in mente tutto, o almeno una cosa: il titolo. Faccio una cosa che si chiama Auschwitz on the beach». Chi ha una buona memoria si ricorda che è un ritorno di un’opera di Bob Wilson e di Philip Glass che nei primi anni ’80, anzi, alla fine, misero in scena questa cosa. Non c’entra niente: è un titolo, è un titolo agghiacciante, è un titolo orribile, io l’ho detto sapendo che è un titolo orribile e in effetti Preciado, che è un tipo piuttosto veloce nei collegamenti, mi ha guardato per una decina di secondi con l’aria piuttosto titubante e mi ha detto: «D’accordo, lo facciamo». Ci siamo rivisti l’anno dopo quando c’era da fare documenta. Io avevo preparato un poemetto, una messa in scena con un mio amico artista. Mio fratello aveva preparato una cosa musicale. Ero molto in imbarazzo perché sapevo che quelle quattro parole erano troppo dure, troppo cattive, troppo… Auschwitz on the beach. Campi di concentramento dalla Grecia alla Libia, dalla Sicilia alla Puglia, dalla Spagna sino a Melilla, campi di concentramento tutto intorno al mar Mediterraneo. È quello che succede che è orribile, non le parole con cui lo voglio dire. Ma certo erano parole troppo pesanti. Vado a Kassel e mentre arrivo lì la stampa tedesca ha scatenato uno tsunami accusandomi di tutte le peggiori nefandezze, il Ministro della Cultura tedesco ha scritto che io sono un provocatore di cattivo gusto, il sindaco di Kassel ha invitato la polizia a venire e impedire che la cosa accadesse, dodici organizzazioni sioniste avevano circondato il palazzo. Io sono arrivato lì e la prima cosa che ho fatto è stato chiedere un incontro alla comunità ebrea di Kassel. Sono andato e mi hanno ricevuto dodici persone, dodici attivisti ebrei, tra i quali una persona che si chiama Eva Yaddiner e che è la Segretaria del Centro giudaico di Kassel. «Sono venuto qui per spiegare cos’è…», ho detto. «Non occorre che me lo spieghi, perché io l’ho capito benissimo e sono con te. Anzi, ti devo fare un rimprovero» – ha detto Eva – «ti sei dimenticato che nel 1939 quello che oggi sta capitando ai Tunisini, ai Marocchini, ai Senegalesi, è successo a noi Ebrei, che siamo saliti su una barca, siamo andati a Londra e a New York, e ci hanno respinto come oggi noi respingiamo». Io a quel punto ho capito che le cose avevano ripreso una dimensione umana. Dopo Eva, ha parlato un’altra signora che, con le lacrime agli occhi, ha detto: «Però quelle parole che tu dici sono troppo dure, perché Auschwitz non avete il diritto di usarlo voi che non siete stati ad Auschwitz. Io incontro gli ultimi sopravvissuti e per loro sentire quella parola è doloroso». E allora io ho risposto: «Sai che ti dico, cara? Che tu hai ragione. E allora io, come politico e come filosofo, rivendico l’espressione Auschwitz on the beach, ma come psicoanalista, come psicologo, ammetto che hai ragione tu. Non voglio fare del male ai tuoi amici reduci da Auschwitz, quindi cancello la mia performance». La performance credo che sia stata bella così, perché era quelle quattro parole. Poi sono andato al palazzo, dove mi stava aspettando una folla di gente, di amici e di nemici, sono entrato dentro quel palazzo e ho detto: «La performance è scritta qua». Ho strappato i quattro fogli su cui era scritto, li ho buttati via e ho parlato per quaranta minuti e ho vinto, perché ha parlato Eva Yaddiner: ha parlato la Segretaria della Comunità ebraica di Kassel e ha detto che capiva perfettamente quel che io volevo dire.

© Giorgos Agelakis

Lello Voce. Ci tenevo molto a questo racconto perché parla della possibilità, dell’opportunità di essere proprietari o non proprietari del proprio dolore, o della capacità di mettere in relazione il proprio dolore. Perché quando poi si arriva a pensare di essere proprietari della propria tragedia, allora vuol dire che lo tsunami era pronto da tempo. Per ricordare un altro libro di questo rizoma che è l’opera di Bifo, che è Respirare. Caos e poesia: Bifo, in questa società in cui valgono solo la tecnologia, la scienza e l’economia, in cui vale la specializzazione, noi siamo pieni di medici specialisti che sono talmente specialisti che non abbiamo più diagnosti e, quindi, per quasi un mese siamo andati dicendo che era una polmonite e invece non era una polmonite, questo benedetto Carogna-Virus: era qualcosa di molto più complicato. Per cui il poeta sottoscritto scriveva su Facebook: «Ridateci il Dottor House!», cioè: ‘Ridateci un diagnosta!’. In questa cultura della specializzazione dell’economia e della tecnologia, quanto è importante la poesia, che invece sintetizza e riesce ad abitare il caos?

Franco “Bifo” Berardi. Mah, io non so se la poesia è in competizione con la specializzazione, la scienza. Naturalmente io non so che cos’è la poesia, ma la mia maniera di capire la poesia è ricerca della sintonia col ritmo del caos. Quelli che credono di poter fare la guerra al caos perderanno: la guerra al caos non si può fare. Pensa a quell’idiota di George Bush che ha fatto, il padre, la guerra alla droga (caos), il figlio, la guerra all’islamismo (caos). Hanno perso naturalmente, è ovvio, perché il caos si alimenta della guerra, il caos non è buono ma non è neanche cattivo, il caos se ne fotte, il caos è un’altra cosa, anzi non è una cosa e basta: il caos è una velocità eccessiva del ritmo a cui siamo costretti ad adeguarci. Ecco, la poesia è un demoltiplicatore del caos, la poesia è una maniera per trovare nel caos dei percorsini, piccoli piccoli o grandi grandi, che ci permettono di goderci il caos perché il caos alla fine è invincibile, è dio. Così io intendo la poesia. Balestrini è un maestro di questo. Cos’ha fatto Balestrini? È un poeta che ha scritto delle poesie? No, Balestrini è il primo poeta nella storia umana che forse non sa neanche scrivere, non ha mai scritto una parola, ha governato il caos, ha preso pacchi di caos, giornali, li ha ritagliati in mille maniere e li ha – come posso dire? – li ha rimodellati secondo il suo ritmo, e il ritmo di Balestrini era di un’eleganza inarrivabile. Ho imparato da lui a mettere le giacche. Ma, diciamo, è questo che fa la poesia: dà eleganza al caos.

© Giorgos Agelakis

Lello Voce. Vorrei ritornare un attimo a questo problema dell’accelerazione. C’è un altro libro di Franco, Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk. L’esaurimento della modernità, in cui proprio ci parla di quest’accelerazione. A me pare che il moderno sia accelerazione + progresso, quindi achievement, raggiungimento di una serie. Mi pare invece che in questo momento in cui ci siamo accorti, come dicevi tu, che poi non finisce nulla, che in fondo aveva ragione Bloch, che i piani storici sono paralleli (noi viviamo nel post capitalismo e c’è qualcuno che fa i conti col feudalesimo e neanche troppo lontano da noi: ci basta arrivare nei campi di raccolta di pomodori in Calabria o sul tavoliere e ci rendiamo conto di quanto questa idea del progresso sia in realtà un’immagine falsa), a me pare che in questo momento il progresso della modernità non ci sia più e ci sia rimasta solamente l’accelerazione, Franco, un’accelerazione così grande che oramai ci rende immobili. Ti sembra un’idea così peregrina, questa del poetastro?

Franco “Bifo” Berardi. No, no, certo, sono del tutto d’accordo. È chiaro che nella parola, nel concetto di progresso, è implicito qualcosa che la pura accelerazione perde completamente. Io non mi considero un progressista e riconosco che fin dal momento in cui il pensiero illuminista, poi positivista, introduce la parola progresso, c’è qualcosa di equivoco in quella parola. Quella parola contiene certo la crescita ecologica, contiene certo l’accelerazione produttiva, ma contiene anche una promessa, un avvicinarsi politico, cosciente, a un compimento – che sia la giustizia, la libertà, non lo so, non voglio dire il nome di valori astratti –, ma il progresso contiene quella volontà cosciente. Bene, come tu hai detto benissimo, la volontà cosciente è scomparsa. Il politico è l’elemento più triste del discorso contemporaneo, ma secondo me non è colpa dei politici e neanche della politica stessa: semplicemente, la politica non c’è più. La politica è esistita da Niccolò Machiavelli a Vladimir Ilyich Lenin. Cos’è stata la politica? È stata la capacità della ragione e della volontà di governare la complessità degli eventi umani. Ad un certo punto, la complessità degli eventi umani è diventata tale, si è a tal punto accelerata, moltiplicata ed infittita che la volontà riesce a ricoprire lo 0,000001. Ecco, io credo che questa pandemia segni definitivamente la scomparsa della politica. Coloro che oggi pretendono di fare politica si chiamano Bolsonaro, Donald Trump, cialtroni mascalzoni schifosi che intendono imporre la loro volontà a costo della morte di milioni di persone. Le persone oneste, come il nostro Presidente del Consiglio, che a mio parere è un poverino che è capitato lì, ha delle buone competenze, parla un buon italiano, debbo dire, e cosa fa? Riconosce che il potere ce lo devono avere i medici, perché lui non ci capisce niente. La complessità del mondo attuale è un virus. Cosa c’entra un politico? Come pensi di poter governare? Il governo è morto, tant’è vero che i finanzieri, che la sanno lunga, usano la parola governance, che vuole dire un concatenarsi di automatismi tecnici. Questa è la governance. Il governo è morto.

© Giorgos Agelakis

Lello Voce. Il governo è morto. E quindi non c’è più nemmeno la democrazia, nemmeno la speranza concreta di cui parlava Bloch, mi domando? E cosa pensi di teorie come quelle di Braides, se ti è capitato di leggerlo, che a dare la governance siano questi benedetti fottuti algoritmi che sembrano essere del tutto indipendenti e ingovernabili. Non c’è più nessuno a guidare la locomotiva?

Franco “Bifo” Berardi. Guarda, la parola democrazia mi mette in imbarazzo, perché credo che dovremmo togliercela di torno. Basta prenderci in giro con questa storia. Ora, la democrazia è nata venticinque secoli fa in un posto che si chiamava Atene, è morta cinque anni fa in un posto che si chiama Atene. Lì, quando il 62% dei Greci è andato a votare e ha detto una cosa, e il giorno dopo il loro Presidente del Consiglio, quello che è Primo ministro, è andato a Bruxelles e ha dovuto togliersi la giacca e dire «no», contraddire la volontà… Alexis Tsipras è una bellissima persona, l’ha fatto con la morte nel cuore, ma lo ha fatto perché ha capito che democrazia non vuole dire niente, perché la volontà della maggioranza, anzi, la volontà, è una facoltà troppo sopravvalutata. Noi possiamo volere quante ne vogliamo, noi, ma la nostra volontà controlla il 2% di quello che ci accade intorno. Ciò che conta davvero è il desiderio, ciò che conta davvero è la forza, ciò che conta davvero è la capacità di cogliere il possibile, ciò che conta davvero è l’amicizia: queste sono cose che cambiano il mondo. La volontà cambia pochissimo, la volontà è una promessa che tradiremo fra due o tre giorni e, soprattutto, la volontà è impotente di fronte alla complessità, di fronte al caos. Io non do più la colpa a nessuno, neanche a Trump do la colpa, perché, mi dico: Ma guarda quel poveretto, che tristezza, che schifo! Si rende conto di quanto meschino, ignorante, poveretto è lui? Perché lui è convinto che la sua volontà c’entri qualcosa. Non c’entra un cazzo, la volontà!

© Giorgos Agelakis

Valerio Cuccaroni. Vi riporto una domanda che viene dalla rete: «Visto che ora la parola d’ordine è ripartire, come si può ripartire con le manifestazioni del 2019? O si può dire che sono sgonfiate senza lasciare assolutamente nulla dietro di sé?».

Franco “Bifo” Berardi. Lasciando perdere la convulsione dell’autunno (ché non è vero che la convulsione non ha lasciato niente: a Santiago sono già nuovamente in piazza, il Cile tornerà a battersi contro la Costituzione di Pinochet, a Hong Kong continueranno a battersi contro la dittatura cinese etc. etc., ma non è questo che mi interessa), mi interessa dirvi cosa vuol dire per me ripartire. Vedo Nanni che se la ride sotto i baffi… Ripartire, ripartire… Ripartire tutti gli edifici sfitti, ripartire la ricchezza che ci è stata sottratta, ripartire il prodotto del lavoro che i ladri della Fiat hanno sfruttato, ripartire i beni comuni che sono stati privatizzati. Questo per me vuole dire ripartire, per il resto sono un tipo piuttosto pigro e non vorrei ripartire affatto.

 

Il dialogo presente è una trascrizione solo parziale della sesta puntata di KatÀstrofi. La versione video integrale è visibile qui.

Le fotografie mostrate nell’articolo sono state gentilmente concesse da Giorgos Agelakis e Probal Rashid.

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