Se mi venisse svelato cosa pensiate mentre vi accingete a leggermi, voi lettori, non sarebbe una diavoleria degna di un diavolo?
Nel Diable boiteaux del romanziere e commediografo francese Alaine René Lesage (1668-1747), traduzione e ampliamento del Diablo cojuelo di Luis Vélez de Guevara, la diavoleria è opera di Asmodeo. Storia di un diavoletto claudicante, liberato dalla prigionia di una fiala dallo studente Cleofa, Asmodeo fa di mestiere il cupido tra «vecchioni e bambine», e unisce «padroni alle domestiche e figlie senza dote a teneri amanti sprovveduti di mezzi». Soltanto per una notte, in grazia della libertà resagli, Asmodeo conduce don Cleofa Leandro Perez Zambullo, tradito dalla bella Tomasa, nei segreti più riposti di Madrid: «leverò i tetti dalle case e […] l’interno vi si rivelerà alla mia vista». Di capitolo in capitolo, di salto in salto (zambullir significa «saltare», da qui Zambullo), dalla prigione al manicomio, dalla chiesa al bordello, ciò che si presenta a don Cleofa sono i manzoniani «guazzabugli del cuore umano» e una città che ribolle come una pignatta senza coperchio, secondo la metafora agostiniana della pentola scoperchiata che fa mostra della poltiglia umana. «Vi rivelerò i motivi dei loro [degli uomini] atti e ve ne dischiuderò addirittura i più reconditi pensieri», dice il diavoletto. Scoperchiare le case significa in definitiva svelare i vizi e i peccati più nascosti; privare le donne dell’usuale belletto; entrare nelle camere segrete degli uomini di stato.
Seppure sia necessario «mascherare il vizio sotto un aspetto attraente», Asmodeo è privo della maschera seducente di bel Cupido. Il diavolo che svela non ha bisogno di velarsi. Il suo mantello, candido come la verità che la menzogna ricopre, è istoriato con i racconti delle imprese compiute. Diabolico artificio o artificiosa diavoleria, il mantello di Asmodeo, tessuto con i fili d’Aracne e colorato più di un tappeto turco, passa dalle spalle di chi porta a quelle di chi è portato. Mentre Asmodeo è soltanto un moderno Gerione, freccia, animale e vascello che fende l’aria di una Madrid notturna e infernale, don Cleofa indossa il manto di tenebre e di nebbia della dissimulazione. Frode non è, ma arte della dissimulazione, va sottolineato: quella che Dante simboleggiava con le spoglie maligne e mutevoli di Gerione, nel Seicento barocco altro non è che, per usare le parole del segretario Torquato Accetto, «un velo composto di tenebre oneste e di rispetti violenti, da che non si forma il falso, ma si dà qualche riposo al vero».
La volontà è sempre quella di coprirsi, che sia con una foglia di fico, o con un lungo mantello screziato, o con i «nodi e le rotelle» della frode di penna, perché, si sa, «la retorica è impiastro di verità» come la bellezza fatata e sfatata di Alcina. Così, rivestito del manto della dissimulazione, il nome di don Cleofa Leandro Perez Zambullo ci rivela altre verità: chi fa uso della diavoleria e ha bisogno di coprirsi per nascondersi è una spia. Perez lo studente è la maschera di Anton Perez il segretario di Filippo II di Spagna; Perez l’amante di Bacone, Perez il traditore, Perez lo spione. Perez è il segretario paziente e diffidente, colui che simula di non sapere e che sa, che ha il dito sulle labbra e il petto chiuso come una prigione, colui che dà forma al pensiero del principe e fa tutt’uno con il suo corpo. Perez possiede la virtù di Proteo di trasformarsi secondo le occasioni. Scandite dal triplice gerundio «tollerando, tacendo, aspettando», le doti del segretario si omologano a quelle della spia e rendono un mestiere specchio dell’altro. Perez, il più celebre delatore della storia spagnola, è la spia dissimulata dei romanzi di De Guevara e di Lasage. E se le storie che si propagano dal primo all’ultimo salto del Diavolo zoppo sono finzioni, la penna romanzesca è una spia pericolosa e immorale che entra nel privato, perché sotto il manto dissimulatorio del romanzo si nasconde la verità occultata della vita.
Si finisce così dalla scrivania dell’astrologo dove lo studente don Cleofa Leandro Perez Zambullo libera Asmodeo, e da quella del suo ononimo, Perez il segretario, a quella di un principe ottocentesco, alla vigilia dell’Unità d’Italia. Per don Fabrizio, l’ultimo principe di Salina, la scrivania è «un palcoscenico, piena di trappole, di piani scorrevoli, di accorgimenti e di segretezza…» (Il gattopardo), di cui più non si conosce il meccanismo. Abbandonata dal segretario, la scrivania cela il segreto del patrimonio che va dilapidandosi, e tra le pieghe della scrittura il suo autore, in questo caso Giuseppe Tomasi di Lampedusa, rivela qualcos’altro. Nel gran teatro della letteratura è lecito dissimulare.
Daniela Shalom Vagata

