Disfazione della similvita ⥀ Manganelli, Pavese, Pasolini e altre concupiscenze

Pubblichiamo qui il saggio Disfazione della similvita di Andrea Cortellessa, contenuto nel volume Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli (Argolibri, 2022)

 

In occasione del centenario di Giorgio Manganelli e della concomitante uscita in libreria di Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli di Andrea Cortellessa per la nostra casa editrice Argolibri (collana “Fuori catalogo” diretta da Fabio Orecchini), pubblichiamo il saggio Disfazione della similvita, contenuto nel volume. Ricordiamo inoltre che domani, 15 novembre, per l’anniversario si terrà una serata commemorativa presso la Casa delle Letterature di Roma, dalle ore 18, dal titolo Manganelli, l’impossibile. 1922-2022 (info sull’evento).

 


DISFAZIONE DELLA SIMILVITA

di Andrea Cortellessa

 

Jack London è un autore che, come si dice con soavità,
«abbiamo imparato ad amare nella nostra giovinezza».
In generale, le cose che amiamo nella nostra giovinezza,
o adolescenza, sono assolutamente pessime,
e su di esse si fonda la nostra disistima di noi stessi.
Concupiscenza libraria

 

Il completamento recente, da parte di Silvano Nigro, delle Concupiscenze di Manganelli – monumento fastoso e per certi versi terribile a quella perversione della lettura, e della critica, che chiamiamo recensione – ci consente di provare ad abbozzare un suo ritratto: non certo diretto e frontale (pretesa che non avrebbe mancato di attirarsi le sue celie più sprezzanti) bensì di scorcio, o meglio per via di anamorfosi. Si capisce che ogni scrittore che in una forma o nell’altra pratichi la scrittura critica è passibile di questa interpretazione di sponda, diciamo, o per contrappasso. Che funziona almeno altrettanto in forma inversa che diretta: cioè tanto rovesciando i suoi disdori che prendendo per dritto le sue adesioni. Nell’81 per esempio, in una breve, dissimulata stroncatura dell’Arbasino di Trans-Pacific Express colui che sette anni prima aveva pubblicato Cina e altri Orienti, e a seguire aveva scritto le pagine mirabili di Esperimento con l’India destinate a venir riunite solo dopo la sua morte1, con fastidio appena mascherato da divertimento si chiede: «che ci fa Arbasino in Oriente?». E poi, sempre più piccato: «Come è finito in Malesia, a Giava, a Macao, questo perenne nuovayorkese, questo parigino cronico, questo londinese incurabile?». Lui, il Manga, se pure s’era degnato di mettere piede in quelle disdicevoli Atene moderne coi loro Partenoni nuovi di pacca2, s’era guardato bene dallo scriverne: a differenza dell’autore di Parigi o caraLettere da Londra e America amore. Ma per l’indifferenziata «golosità» del «delizioso nativo di Voghera» Manganelli si vede proditoriamente invasi, ora, i propri territori d’elezione da chi come Arbasino «non è grasso, e non è un’Anima», è «totalmente sprovvisto di debolezze per il trascendente»; e insomma – per chi non avesse capito l’antifona – «il Terzo mondo va bene a un goffo, un gnocco, un quintale di trascendenza – già lo capite, sto facendo un poco di autobiografia»3.

D’altra parte chi nasca critico e saggista, com’è il suo caso, quando scrive di maestri remoti e prestigiosi sa praticare il cabotaggio di mestiere: così accuratamente criptando, se non censurando del tutto, anche le favole d’identità più scottanti. E allora i “pezzi” più rivelatori non saranno tanto quelli sui classici – dove il gioco di specchi può risultare intorbidato dalla partita aperta con la tradizione critica, con relative parabole di posizionamento – quanto sugli autori più vicini. Non i padri insomma, ma i fratelli: i coetanei, i fratelli maggiori, talora anche quelli di poco più giovani. Dove a entrare nel conto c’è pure, si capisce, la rivalità generazionale e prima ancora la simpatia, o più spesso l’antipatia, sul piano personale (senza contare che, ammicca Manganelli, «le vere recensioni inoneste sono le recensioni innamorate; purtroppo ci sono scrittori maschi e scrittori femmine, e questo complica le cose»)4. In passato questo protocollo di lettura al Nostro è stato applicato con eccellenti risultati, per esempio, da Marco Belpoliti riguardo a Calvino, e al «ping pong» delle reciproche attenzioni (nonché reciproci, improvvisi silenzi)5: in casi apparentemente lineari come questo, le sintonie – come nei confronti del “manierismo” dell’ultimo Calvino – risultano rivelatorie in entrambi i sensi: sono quelli che Nigro ha rubricato come «Scrittori complici». È il caso, per restare nel perimetro di Altre concupiscenze, di maestri effettivi come Savinio o Landolfi (sul quale ha scritto da par suo Mariarosa Bricchi)6, o di modelli cronologicamente più remoti e magari riconosciuti come tali solo ex post, quali Dossi o Imbriani (impagabile l’inciso su quest’ultimo: «via, è un bel sollievo accertare che non tutto l’Ottocento è fatto di diligenti precursori di Giorgio Bassani o di temerari imitatori di Alberto Moravia»)7. Più complessi da gestire, ma a ben vedere più rivelatori, sono come accennavo gli autoritratti in negativo: quelli dove lo specchio funziona rovesciato. È il caso, per esempio, di Cassola e di Pasolini. Sono pezzi brevi, deliberatamente spicci e sgarbati. Quello del ’74, che disintegra i pretenziosi Fogli di diario di Cassola, è anche un capolavoro d’ironia; in clausola, dopo aver riportato come l’ineffabile recensito consideri «scrittori illeggibili» Boccaccio, Rabelais e Céline, rei di essere «sboccati e scurrili», «anzi, non sono nemmeno scrittori» (secondo un’idea della letteratura che «fa apparire “La famiglia cristiana” l’organo dell’Ente per lo Scambio delle Mogli»), si chiede Manganelli «che sia un burlone?», per vedersi poi costretto a concludere: «Macché: Cassola è il tipo che non ride nemmeno al proprio funerale».8

Invece l’articolo scritto nel ’79, a vent’anni dalla pubblicazione di Una vita violenta, è spiccio e sgarbato, sì, ma non si può dire brilli per ironia. Preso appunto a rovescio, però, dei postulati di Manganelli dice molto. Quel lessema fatale nel titolo (a iterare quello del romanzo precedente, Ragazzi di vita) gli fa venire letteralmente le bolle:

quello di Pasolini «è un libro progettato per riprodurre mimeticamente i gesti, le emozioni, i suoni della “vita”» ma «si sa», aggiunge Manganelli, «di vita, letterariamente, si muore».

Tutt’al contrario che nel modello diretto Gadda, del quale mostra di non aver compreso la lezione (come si vede resta Gadda la rosa dei venti decisiva, per gli autori di questa generazione), Pasolini usa il dialetto per restituire la «vita immediatamente colta»; ma si tratta di «una vita minuscola, indifesa, vittimistica, infantile», che rivela tale sua pochezza in un «patetismo» e in una «“buona coscienza”» (sia detto con obbligatorie virgolette) clamorosamente ignare di quel «po’ di “malattia”, di “cattiveria”» che sono nell’armamentario di qualsiasi scrittore degno di questo nome. Anche qui l’ironia si appunta in clausola – ma è sarcasmo, piuttosto: «Bastava poco: ma Pasolini, afflitto da una stizzosa bontà, quel poco non lo voleva».9

Sono gli argomenti canonici dell’antipasolinismo più di repertorio (lo segnala un sintagma cursorio come «s’è parlato spesso del patetismo pasoliniano»): vi s’intravede in filigrana Sanguineti, certo10, e forse ancor di più un alleato insospettabile come l’Asor Rosa di Scrittori e popolo11. Più vicino ai problemi di Manganelli è un argomento collaterale, avanzato in abbrivo e poi lasciato in disparte (probabilmente perché, l’avesse affrontato di petto, gli avrebbe preso tutto lo spazio a disposizione): l’enfasi sull’autenticità della vita, da parte di Pasolini, contraddice quella che a ben vedere è «un’abile macchinazione sintetica» per la quale Manganelli conia un neologismo memorabile: il romanzo in questione è «un ingegnoso prodotto in similvita». Quello che vuol dire Manganelli è che a Pasolini non si possono negare una sapienza di costruzione fuori del comune, e una sorprendente vivacità linguistica («ha costruito una macchina verbale di gran prestigio»), ma il suo peccato è aver messo queste doti al servizio di una vera e propria mistificazione espressiva. Non è vita vera, quella rappresentata con tutta questa energia, bensì similvita. Argomento diciamo moralistico che in uno come Manganelli, a dirla tutta, un po’ fa specie. Riferito ad altri scrittori, infatti, similvita sarebbe stato senz’altro da lui volto in positivo: per esempio commentando Nabokov, che irridente aveva intitolato un suo libro La vera vita di Sebastian Knight, Manganelli incornicia l’aggettivo «vero» e il sostantivo «verità» di tutte le virgolette possibili, per levare al suo autore uno dei suoi inni più canonici12. A Pasolini, invece, Manganelli non fa sconti.

Pesano i precedenti. Come quasi sempre, in questi casi, non dichiarati. Ne ho già parlato tempo fa in un tentativo di decodificare, col reagente appunto di Manganelli, i dispositivi retorici degli Scritti corsari: forse il testo del canone italiano che può vantare il doppio e inverso primato di essere in assoluto, insieme, fra i più citati e i meno analizzati113. Della serie uno degli episodi in assoluto più celebri, per non dire famigerati, è quello che il 19 gennaio del ’75 il «Corriere della Sera» intitolò Sono contro l’aborto14. L’articolo scatenò, più ancora della media ragguardevole degli addendi consimili, una ridda di repliche; ma l’unico che ebbe l’idea di ritorcere contro Pasolini i suoi stessi strumenti retorici fu appunto Manganelli: nell’occasione non risparmiando i suoi più sapidi sali d’ironia, ma in clausola scegliendo il terreno dell’avversario col chiamare in causa invece con la massima serietà, di quel problema, la propria esperienza personale («l’aborto non ha mai fatto ridere nessuno; alcuni anni fa, mi accadde di assistere ad un suicidio nell’Aniene di una domestica: incinta; quando ero insegnante, una mia allieva si gettò da un quarto piano: incinta»; per cui «una cultura che tratta da “puttana” la ragazza madre, […] che garantisce una vita di disprezzo, di frustrazione, di irrisione, non ha tutte le carte in regola per discutere della sacra vita»)15. Quella volta Pasolini non replicò (mentre in forma privata, a stretto giro, giunsero a Manganelli gli applausi di Calvino)16.

C’è anche, in questo caso, un precedente del precedente: la stroncatura al Lunario dell’orfano sannita, dell’ottobre ’73, nella quale Pasolini se l’era presa con quello che aveva definito il «teppismo» di Manganelli17. Come la rivalsa dell’avversario su Una vita violenta sei anni dopo, non si può dire che il pezzo in questione brilli per coerenza; anche in questo caso però va rimarcata una tessera lessicale memorabile, appunto il teppismo, in quegli anni regolarmente dispensato da Pasolini ai «nemici» della Neoavanguardia, come li definisce nella Divina Mimesis18. E si capisce come Manganelli, ai suoi occhi, proprio quel vizio d’origine scontasse.

La vera immagine anamorfica di Manganelli non è però quella di Pasolini: da lui troppo diverso per fargli da specchio, ancorché rovesciato. Più impietosi si rivelano i riflessi di altri personaggi: i quali sono accomunati dall’incarnare caratteri che nell’«archeologia del Manga»19 gli sono appartenuti, ma che in seguito ha ripudiato con corruccio. Sono come i suoi ritratti di Dorian Gray, chiusi nei ricetti più intimi e inconfessabili di sé; o piuttosto qualcosa di simile al Ritratto ovale di un suo autore del cuore, Edgar Allan Poe.

È il caso a sorpresa, per esempio, proprio di Calvino. Si diceva quanto si ritrovasse, Manganelli, nel «realismo araldico»20 di libri come Il castello dei destini incrociati o Sotto il sole giaguaro; ma Calvino non era sempre stato così. In un andito poco illuminato di Altre concupiscenze, estromesso dalla serie degli scritti su di lui in quanto incastonato in quelle «Miniature critiche», come le definisce, che giustamente Nigro tiene in gran pregio per il loro virtuosismo stenografico (e che sull’«Europeo» si rispondevano, in diversi casi, l’una con l’altra)21, si leggono ventitré righe sorprendenti su Una pietra sopra: libro di saggi pubblicato da Calvino nell’80, ma composto con materiali per lo più risalenti a un tempo in tutti i sensi remoto come gli anni Cinquanta. Nel leggere (ma più probabilmente rileggere) pagine celebri come Il midollo del leone o La sfida al labirinto, a sua volta Manganelli dichiara tutta la propria sorpresa per «un rapporto con la letteratura che non si aspettava»: e cita con disdoro un breve passo nel quale il bennato giovane Calvino si dice convinto che il discorso letterario possa funzionare solo se «immerso in un tempo storico». È il Calvino di stretta e “organica” osservanza marxista, che nell’estate del ’54 aveva fatto disperare, al cruciale convegno di San Pellegrino, un altro quasi coetaneo come l’Andrea Zanzotto intriso, di contro, di “negatività” esistenzialista. Tanta acqua passata sotto i ponti,

il Manganelli dell’80 conclude con spicciatività quasi della marca riservata alle stroncature più recise: «Non leggo Calvino attraverso Pavese o Vittorini, anzi a quel modo non vedo niente. Preferisco Queneau, Bertoldo, e il barone di Münchhausen: soprattutto l’ultimo»22.

Il personaggio di questa celebre favola settecentesca era nume tutelare proprio dello Zanzotto della Beltà, nonché del suo «fratello nemico» Sanguineti23, per una delle sue fanfaronate più clamorose, che l’Adorno di Minima moralia aveva a suo tempo eletto a simbolo della cattiva coscienza borghese: quella per cui pretendeva d’essersi salvato dallo sprofondare in un acquitrino tirandosi per il proprio stesso codino24. Nel ’73 Manganelli ne aveva recensito un’edizione pregiandone la «frantumata, losca ambiguità»25; e in effetti il personaggio del Barone, di proverbiale inattendibilità, rientra a perfezione nel paradigma della Letteratura come menzogna. Cioè incarna l’aspetto «colpevole» del letterario, sul quale pur nella sua brevità la schedina su Una pietra sopra dice qualcosa di decisivo (che nel proverbiale libro di saggi pubblicato da Manganelli nel ’67 non mi pare si mostrasse con altrettanto nitore): l’operazione con la quale Calvino si disfa di quelli che a posteriori considera i propri “errori di gioventù”, ma insieme li ripropone all’attenzione dei lettori – eloquente il titolo scelto nell’80, Una pietra sopra appunto, per raccogliere quelle pagine e insieme schiacciarle – viene decodificata nella sua ambiguità: «il libro» è l’«elaborata autodifesa di uno scrittore che, come tale, ha qualcosa del “colpevole”; il che è esatto», aggiunge Manganelli, «purché lo scrittore sia anche dalla parte della propria colpevolezza»26.

È a ben vedere lo stesso moralismo di secondo grado, diciamo, che abbiamo sorpreso nel pezzo su Pasolini dell’anno precedente. Figurarsi se possa venire condannata, da uno come Manganelli, la colpevolezza della letteratura27: a patto però che di essa si faccia professione esplicita – per esempio dichiarando in copertina che la propria letteratura è solo menzogna –; in caso contrario si pecca di cattiva fede: sino a spacciare per vita vera, al lettore ignaro, quella che invece non può essere che similvita. Letto in questa chiave acquista un senso diverso, e forse un po’ meno ironicamente benevolo di quanto fosse dato pensare finora, il passo col quale Calvino (non sappiamo esattamente quando: il pezzo in questione esce, di poco postumo, nell’85) forse risponde a questa pointe di Manganelli, allora, introducendo all’edizione francese di Centuria: quando gli dà paradossalmente del «moralista» oltre che, fra provocatorie virgolette, dell’«“interprete del nostro tempo”»28.

C’è poi un ultimo dettaglio rivelatore, in questa «miniatura» dell’80 che tanto profittevole risulta leggere al microscopio, ed è il nome di Cesare Pavese: sotto il cui discepolato giustamente Manganelli iscrive, in clausola, questo Calvino giovane dall’«immagine inquieta, talora faticosa». Tanto Belpoliti in Settanta che Nigro, nella nota ai racconti per lo più risalenti a quegli anni Cinquanta e da lui raccolti in Ti ucciderò, mia capitale, hanno insistito sul valore apotropaico, direi, della figura appunto di Pavese29 (stando almeno alla figlia Lietta, a quel tempo gli «assomiglia» – o forse lo imita – persino fisicamente)30. Alessandro Gazzoli lo definisce «un vero e proprio compagno segreto» di Manganelli, «uno specchio del proprio disagio, un’auctoritas nel campo della disperazione»31.

 

Al fondo più faticoso degli anni Cinquanta, in una delle pagine più inquiete degli Appunti critici conservati al Fondo Manoscritti di Pavia che ancora attendono un’edizione integrale, si legge questo inciso eloquente (giugno 1955): «Se leggo due o tre righe, qua e là, del Diario di Pavese, ho paura: paura soprattutto di quel terribile cerchio di solitudine, quel ritornare costantemente sul proprio cuore – la peggiore delle abitudini […]. Quanti anni sono che io mi dibatto tra gli stessi problemi? E l’esito – l’esito sarà il medesimo? Sarà quello il mio unico gesto umano, ragionevole, quello che mi porrà in accordo naturale con la realtà, che ora mi è tanto difficile capire?»32 (dove con questo gesto Manganelli allude ovviamente a quello estremo di Pavese, e alla sua famigerata didascalia: «Non parole. Un gesto. Non scriverò più»)33.

Il tema del suicidio, da Pavese narrato in Tra donne sole prima di commetterlo in prima persona, è al centro della breve scheda nel ’60 dedicata da Manganelli alla Bella estate, il libro del ’49 in cui era incluso quel racconto cruciale, nella serie in tandem con Cesare Garboli sul «Giorno», Cento libri per due secoli di letteratura. E già in quella paginetta dal titolo eloquente La volontà di morire, sia pure senza la sfrontatezza del Manganelli di vent’anni dopo, si trova il medesimo assunto: «Alle pericolose fantasie della solitudine, della volontà di amare, della voglia di sperimentare la propria vitalità, non fa contrasto la saggezza, né pone riparo il cinismo». Solo un cinismo consapevole e deliberato – la menzogna, lo stare dalla parte della propria colpevolezza – può dare riparo, secondo Manganelli, dalla «frustrazione delle tensioni adolescenti», dalla «perduta innocenza che appena si difende dietro lo schermo della volontà di morire»34.

In Altre concupiscenze sono raccolti due pezzi separati fra loro da un’inconsueta forbice temporale che già testimonia della persistenza, per Manganelli, del problema per lui rappresentato da Pavese: uno è del ’52 (a suo tempo apparso su «aut aut») e l’altro del ’70, sull’«Espresso», nel ventennale della sua morte. Il primo è una recensione a La letteratura americana e altri saggi, libro che proprio Calvino l’anno prima aveva curato, appena postumo, per Einaudi: uscito nel marzo del ’52, l’articolo del giovane Manganelli non può tener conto del diario Il mestiere di vivere, uscito quello stesso anno, che di lì a poco invece, come abbiamo visto, tanto turberà il diarista degli Appunti critici. Eppure, a dispetto della data alta, il pezzo del ’52 ha già chiara la collocazione di Pavese: il quale mette in secondo piano «il testo, isolato come puro oggetto da contemplare»35, per privilegiare di contro «lo scrittore» inteso come persona storica, considerato per la sua coincidenza con la propria «voce»36 (metafora della quale il giovane Manganelli coglie bene il ricorrere, nella scrittura saggistica di Pavese). Per lui «leggere (e scrivere) ha a che fare col fatto di essere al mondo, assai prima che con qualsiasi questione di retorica o estetica» e insomma – si noti il ricorrere della sigla ominosa – «una pagina, letta o scritta, è innanzitutto un gesto, compiuto da una creatura reale, in un luogo e tempo realmente accaduti»37.

La diagnosi è lucida, e risponde a caratteri di Pavese che verranno ribaditi a venire. Solo che mentre il Manganelli anni Cinquanta li assume in positivo, nel ’70 rappresenteranno per lui decisivi capi d’accusa nei confronti di quello che senza mezzi termini definirà, in abbrivo, il «fallimento emblematico di Cesare Pavese». La sua «coatta, angosciosa onestà» fa il paio con la «stizzosa bontà» nove anni dopo imputata a Pasolini. E infatti il feticcio al quale resta impigliato Pavese, secondo lui, è lo stesso: sotto il suo «caos esistenziale ed immaginoso […] si nascondeva la metafora primaria, una povera e scolastica metafora: era la Vita». Che Manganelli scrive con l’iniziale maiuscola, ripetendola poi con martellante insistenza. Le due pagine seguenti incrudeliscono con un di più di ferocia che appena malcela, a sua volta, l’esorcismo privato di chi scrive: «labile e ossessivo fantasma, la Vita irruppe continuamente nel campo visivo di Pavese […]; la Vita fu l’amore, la donna, la terra, le campagne, le voci». Anche i suoi miti di lettore, i grandi scrittori americani, appaiono a Pavese come i protagonisti di «una gigantesca, arcaica caccia alla Vita, una selvaggia battuta per catturare, squartare e divorare la Grande Bestia originaria; e fu anche l’illusione di Hemingway, altro fallimento esemplare, non assistito dalla pedagogica lucidità di Pavese». Colui che s’era dato il motto shakespeariano «ripeness is all» naturalmente lo aveva fatto perché sapeva d’essere prigioniero della propria immaturità: «l’adolescente è alloggiato ai margini dei simboli, ne scorge la risolutiva interezza, ma non gli è concesso di abitarli. Ha l’impressione di possedere i dati emotivi e mentali della salvezza, ma gliene ne è negata la folgorazione esistenziale»38.

Tanto Manganelli che Calvino, col loro “manierismo” maturo, sono riusciti a sottrarsi alla condizione «adolescente»; in questo modo – a differenza di Pavese – si sono salvati dal ricatto della «Vita»: disfacendosene prima di restarne vittime.

Se quello della Vita è «il mito guida dell’adolescenza» è perché, «dovunque ci si trovi, la Vita è altrove»; la formula di Manganelli, rubata a Rimbaud, ha la lapidarietà di una sentenza. E se davvero è altrove dalla letteratura, la vita, chi in letteratura si ostini a celebrarla è un «maestro del finto “autentico”»: peccato della stessa fattispecie, si capisce, della «similvita» di Pasolini. Il caso di Pavese, però, è contemplato con ben diversa partecipazione, da Manganelli, rispetto a quello di Pasolini. Se questi secondo lui mistificava consapevolmente, Pavese era invece la prima vittima della sua «allucinazione patetica», della sua stessa «devota falsificazione»: «fu lui stesso il destinatario del suo illusionismo affettivo», sino a rimanere vittima – e non per metafora – di questo che è l’«irreparabile errore dello scrittore sentimentale»39. Secondo una classica distinzione marxiana (oggi forse colpevolmente desueta, ma ben nota agli intellettuali di questa generazione), se la similvita di Pasolini è insomma dettata dalla cattiva coscienza, la Vita con la maiuscola di Pavese lo è dalla falsa coscienza40.

Se Manganelli è così analitico, nel distinguere fra loro queste colpe, è perché sa di aver peccato d’una sola delle due: la seconda. Ha valore quasi scopertamente autobiografico la premessa al pezzo del ’70: «Pavese divenne una figura esemplare, e il suo fallimento un mito […]: un personaggio cui una generazione delegò il proprio tedio smanioso, e dal quale si sentì, secondo il gergo degli innamorati, “compresa”»41.

La generazione di cui sta parlando, si capisce, è la sua. E infatti nel ’52 l’altare elevato a Pavese risultava macchiato solo in un punto: quando Manganelli con un certo turbamento notava, nella sua scrittura saggistica, «un esitare, un ridire e correggere: per cui oscillano i giudizi, ad esempio, su Lewis e su Faulkner: e in poco tempo vediamo cambiare non solo i voti, ma anche il segno che da positivo si fa negativo, e viceversa»42. Proprio come farà lui, in effetti, su questo avatar-revênant sacrificatosi per un’intera generazione43. Poco tempo dopo la sua morte rituale, e ragionando sul suo diario ancora inedito e i tagli necessari a pubblicarlo, sarà non a caso Calvino a dire che «lo scrittore è un uomo che si fa a pezzi per liberare il suo prossimo»44.

Del resto proprio questo esitare, ridire e correggere è il segno più evidente, in certi passi degli Appunti critici che il giovane Manganelli proprio allora andava vergando in segreto, che in lui albergavano due anime45. Fra di esse, nel soffocante covile di quegli anni Cinquanta, s’era giocata una partita cruciale che per posta aveva avuto – non si esagera – la vita o la morte. Quel Manganelli tormentato dal proprio illusionismo affettivo, infatti, come abbiamo visto fantastica a più riprese di togliersi la vita e, a dispetto di ricorrenti grida d’esultanza per il cessato pericolo, più volte torna a inabissarsi. A posteriori sappiamo come per fuoriuscire da questa impasse Manganelli dovrà attendere la primavera del ’59, l’intervento di Ernst Bernhard, cioè colui che gli «insegnerà a mentire»46: attraversata questa soglia si scioglierà per Manganelli il nodo della lingua, e finalmente potrà compiersi l’«Opera», cioè Hilarotragoedia47Mentire – si capisce allora – vuol dire stare dalla parte della propria colpevolezza: e quella devota falsificazione che è la propria vita, o meglio Vita, usarla ai propri fini squisitamente, cinicamente letterari.48

Verso la fine, scrivendo stavolta di un “fratello minore” che ammira, Gianni Celati (sui cui primi passi editoriali aveva anche vegliato in prima persona)49, Manganelli s’imbatterà in un’altra anima divisa in due: confrontando la prosa delle Avventure di Guizzardi, 1973, con quella delle Quattro novelle sulle apparenze, 1987, si può credere di leggere due scrittori diversi, e cioè che «il mondo fantastico di Celati sia totalmente mutato». Eppure, con mossa per lui rara di stilkritik, Manganelli isola un breve passaggio del Celati più recente dove brilla «un gas di disfazione»50, sostenendo che questa parola «potrebbe venire dalla prosa del Guizzardi», anche se «un Guizzardi fattosi cupo, ostinatamente malinconioso». Quella parola-clic, disfazione, indica che «il personaggio mentale che parla dalle sue pagine», a dispetto delle apparenze, «non è un disperso nel mare dell’oggettività» – si noti come allusivamente Manganelli si premuri di distaccare Celati dalla matrice del Calvino a lui più discaro, quello appunto di Una pietra sopra51 – «ma un faticoso iniziato alla decifrazione di un frammento di mondo»52. Anche Celati insomma, sia pure in modi diversissimi dai suoi, aveva dovuto disfare un’eredità ricevuta e cercarsi una propria strada. Aveva dovuto disfarsi di ogni residuo di similvita, insomma; e imparare anche lui, in un certo senso, a mentire.

Come scriverà Manganelli nel suo assunto di poetica più decisivo, il Qualcosa da dire della Letteratura come menzogna, si tratta sempre di «prendere la propria “verità” per i capelli e trascinarla in una regione in cui il vero non ha alcun privilegio sul falso; trattarla come la convenzione propria di un genere, o uno schema metrico, o un’arguzia allitterativa»53. Dove questo prendere la «verità» per i capelli, guarda caso, con una certa esattezza è proprio il gesto di Münchhausen. Quanto al resto, cioè alla vita, quella – si sa – è altrove.

 


Note

1 Rinvio, qui, a Dio col microscopio.

2 La contrapposizione didascalica fra il mito del Partenone, che incarna «la chiarezza intellettuale, la superbia geometrica, l’ignoranza del magma, del disordine, del sogno, dei demoni e dell’incubo», e quello dell’Africa coi suoi «spazi planetari» e il suo «fango organico», «la sua splendida paura, l’indecifrabile bellezza degli animali, la riluttanza alla forma, l’ignoranza di qualsivoglia geometria», è un cavallo di battaglia del Manganelli viaggiatore (e teorico del viaggio). Le citazioni da Viatico [1983], in Giorgio Manganelli, La favola pitagorica, Adelphi, Milano, 2005, pp. 12-3.

3 Id., Voghera-Bali in prima classe [1981], in Id., Altre concupiscenze, Adelphi, Milano, 2022, pp. 154-5.

4 Id., Così il critico è perfetto [1989], in Id., Il rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano, 1994, p. 127.

5 Cfr. Marco Belpoliti, Ping Pong Calvino-Manganelli. Manganelli-Calvino, in Le foglie messaggere. Scritti in onore di Giorgio Manganelli, Editori Riuniti, Roma, 2000, pp. 92-113 (non del tutto confluito nel capitolo La retta e il tapiro del suo Settanta, Einaudi, Milano, 2010, pp. 177-217); rinvio anche, qui, a Dentro o fuori.

6 Cfr. Mariarosa Bricchi, Landolfi, nel cit. numero 25 di «Riga», pp. 363-77; ora anche, aggiornato, nel cit. numero 44, pp. 409-19. Sul “culto” per Savinio, tardivo ma travolgente, rinvio qui a Dio col microscopio.

7 Giorgio Manganelli, Ma che bell’autore d’epoca [1975]; col titolo Vittorio Imbriani: L’Impietratrice, in Id., Laboriose inezie, Garzanti, Milano, 1986; ora in Id., Altre concupiscenze, cit., p. 31.

8 Id., L’autoritratto [1974], in Id., Concupiscenza libraria, Adelphi, Milano, 2020, p. 276.

9 Id., E poi, è un romanziere in similvita [1979], nel cit. numero 25 di «Riga»; ora in Id., Concupiscenza libraria, cit., pp. 276-7.

10 Curiosamente proprio Manganelli fece da mediatore per l’incontro, divenuto poi scontro, che segnò una volta per tutta la letteratura italiana di secondo Novecento. Lo ha ricordato Sanguineti ripercorrendo i loro rapporti a vent’anni dalla morte del «nemico» Pasolini (Radicalismo e patologia, intervista raccolta da Paolo Di Stefano, «MicroMega», 4, 1995, p. 213): «Pasolini recensì Laborintus. Non avevo letto subito quell’articolo. Una sera mi trovavo a casa di amici torinesi e conobbi Giorgio Manganelli, che ancora era una valente promessa come anglista. Fu lui a dirmi della recensione di Pasolini» (il pezzo, Strenna di poesie, era uscito il 22 dicembre 1956 sul «Punto» ed è per la verità una rassegna di novità poetiche: si legge ora in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, «I Meridiani» Mondadori, 1999, vol. I, pp. 662-5). A quel primo contatto seguirono l’invito alla Piccola antologia neo-sperimentale uscita l’anno dopo su «Officina», la protesta di Sanguineti sulla stessa testata, Una polemica in prosa, eccetera (ricostruisce il fattaccio Luigi Weber, Usando gli utensili di utopia. Traduzione, parodia e riscrittura in Edoardo Sanguineti, Gedit, Bologna, 2004, pp. 19-34).

11 Per esempio: «Pasolini è facile alle lagrime come Pascoli; non meno di lui ama l’autocommiserazione e la voluttà del dolore» (p. 312); «restare dentro l’inferno, sì, ma per rappresentarlo a fini edificanti. Niente di meno rivoluzionario» (p. 320). Nello specifico nei romanzi, «ciò che non siamo disposti a concedere è la ammissione che il melodramma, perché si svolge a Borgata Gordiani o al Quarticciolo, sia meno insignificante e meno falso, ai fini di un ipotetico tentativo di conoscenza della realtà contemporanea», «la crudeltà è perciò perfettamente bilanciata dal sentimentalismo. L’aggressione al “mondo” ne risulta assai indebolita» (pp. 341-2). In Una vita violenta in particolare «tutto il romanzo è tramato di queste vene ostinatamente risorgenti di compatimento populista, nelle quali persino i particolari più feroci sono stemperati come in una grande, inesauribile riserva di lagrime» (Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea [1965], Einaudi, Torino, 1988; il capitolo su Pasolini, che conclude il libro, è alle pp. 285-364 di questa edizione).

12 Cfr. Giorgio Manganelli, Giocando a scacchi con il fantasma [1980], in Id., De America, Marcos y Marcos, Milano, 1999.; ora in Id., Altre concupiscenze, cit., pp. 83-8. Sul rapporto con Nabokov rinvio al mio America [1999], in Il libro è altrove, cit., pp. 26-8 e 216-8.

13 Rinvio al mio Grandezza e miseria di un luterano corsaro, in Iceberg: Pasolini, sezione monografica di «MicroMega», 6, 2005, pp. 140-62.

14 Cfr. Pier Paolo Pasolini, Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti [1975],in Id., Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975; ora in Id., Scritti sulla politica e la società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, con un saggio di Piergiorgio Bellocchio, «I Meridiani» Mondadori, Milano, 1999, pp. 372-9.

15 Giorgio Manganelli, Aborto [1975], in Id., Mammifero italiano, a cura di Marco Belpoliti, Adelphi, Milano, 2007, p. 14. Il “pezzo” era uscito sul «Corriere della Sera» il 22 gennaio: tre giorni dopo quello di Pasolini.

16 Così gli scrive lo stesso 22 gennaio: «Caro Giorgio, | sento proprio il bisogno di scriverti per dirti quanto sono stato contento a leggere la tua risposta a PPP sul “Corriere” di oggi. Sei stato proprio bravo, hai trovato il tono giusto, e hai detto le cose più serie con una levità di mano miracolosa. Ecco qualcosa che non sarei mai riuscito a fare, quando ho letto quell’articolo domenica m’ero tanto arrabbiato che sentivo che non avrei mai potuto polemizzare senza scendere su un livello che avrebbe fatto il suo gioco, e mi sono detto: no, con Pasolini l’unica è fare come se non esistesse. Invece tu sei riuscito a dire quello che c’era da dire cominciando con l’humour e poi in un crescendo e pur sempre con la grinta necessaria»: Italo Calvino, Lettere 1940-1985, Mondadori, Milano, 2000, p. 1262.

17 Cfr. Pier Paolo Pasolini, «Che cosa è il teppismo?» [1973], in Id., Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, Einaudi, Torino, 1979; in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori, Milano, 1999, vol. II, pp. 1913-20; ora anche nel cit. numero 44 di «Riga», pp. 255-6.

18 Id., La Divina Mimesis, Einaudi, Torino, 1975; ora in Id., Romanzi e racconti, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, «I Meridiani» Mondadori, Milano, 1998, tomo II, 1962-1975, p. 1071.

19 Cfr. Viola Papetti, Archeologia del critico, introduzione a Giorgio Manganelli, Incorporei felini, Storia e letteratura, 2002, pp. IX-XIII.

20 Giorgio Manganelli, Il mondo ammirato con la testa in giù [1970], in Id., Altre concupiscenze, cit., p. 135. Rinvio qui a Un fantastico filologico.

21 Allude per contrasto al pezzo pubblicato lo stesso giorno su Una pietra sopra la scheda successiva sulla Leggenda dell’artista di Ernst Kris e Otto Kurz: «sebbene non parli di letteratura, mi piace che caschino, queste righe, dopo il discorso su Calvino». Così si legge in clausola, infatti: «l’artista non è “vero”, non sta nell’appartamento della storia, è una sorta di sogno ricorrente, o di incubo, dell’umanità intra; non di rado sprezzato, spesso demente, sempre assurdo. In breve, esiste, ma non esiste il “qui” dove collocarlo» (ivi, pp. 178-9). Rinvio, qui, a I santi teppisti.

22 Id., Italo Calvino. «Una pietra sopra» [1980], in Id., Altre concupiscenze, cit., p. 178.

23 La definizione maliziosa è in una lettera scritta (ma per questa parte non spedita) da Calvino a Zanzotto, l’11 gennaio 1976: Italo Calvino, Lettere 1940-1985, cit., p. 1290.

24 Rinvio, qui, a L’anima col giroscopio.

25 Giorgio Manganelli, Il barone che non c’è [1973], in Id., Concupiscenza libraria, cit., p. 247.

26 Id., Italo Calvino. «Una pietra sopra», cit., p. 177. Simile argomento, ma in positivo, su Ceronetti: «Guido Ceronetti ha torto: non intendo dire che ha torto su un certo argomento, che è dove che sia discutibile: ha sempre e soltanto torto. Il torto è il privilegio della letteratura, e Ceronetti lo esercita senza ritegno. È il “porsi dalla parte del torto”, operazione intellettualmente difficile e che non sempre riesce ascetica come si deve, che descrive l’unicità, la sgradevolezza, il fascino di certi scrittori»: Ceronetti, manicheo dalla parte del Male [1976], in Id., Altre concupiscenze, cit., p. 141 (l’articolo era occasionato dalla Carta è stanca; una nota raccolta di saggi di Piergiorgio Bellocchio che nel 1989 s’intitolerà Dalla parte del torto, verosimilmente senza ricordare questa pagina di un autore che non credo amasse in modo particolare; alle spalle di entrambi, come fanno supporre le virgolette di Manganelli, altrettanto verosimilmente c’è il motto celebre di Brecht: «Ci sedemmo dalla parte del torto / visto che tutti gli altri posti erano occupati»). Suppone Nigro (Il laboratorio di Giorgio Manganelli, cit., p. 349) che a monte di questa scelta di campo possa essere il concetto di «malafede» che ispira le Lettere di una novizia di Guido Piovene (1941). Ma si veda anche il grande saggio del ’68 su Maturin, L’eterodossia del cuore, cit.

27 Molto netto per esempio, Manganelli, nella conversazione riportata da Pulce, Lettura d’autore, Bulzoni, Milano, 1988, p. 113 (e nel cit. numero 44 di «Riga», p. 234): «La letteratura è in contrasto, in conflitto con tutte le forme di legiferazione che possono provenire dall’io, che possono provenire dalla coscienza. Quindi la cosiddetta immoralità, la poetica della suburra che la letteratura europea persegue da due secoli è proprio il non volersi identificare con una buona coscienza».

28 Italo Calvino, Manganelli, «Centuria» , in Id., Saggi 1945-1985, Mondadori, Milano, 1985, p. 1162; ora anche nel cit. numero 44 di «Riga», p. 270.

29 Cfr. Marco Belpoliti, La retta e il tapiro, cit., pp. 187-90; Nigro, Il laboratorio di Giorgio Manganelli, pp. 353-4 (sul testo ivi compreso Un libro, del ’53-’55: «È letteratura come “mestiere di scrivere”, che aggira i raschi d’angoscia del pavesiano “mestiere di vivere”»). Alla minacciosa esemplarità del “caso” Pavese sono ora dedicate le pp. 61-88 della bella monografia di Alessandro Gazzoli, Auto da fè. Rileggere Giorgio Manganelli, Mimesis, Milano-Udine, 2022.

30 Album fotografico di Giorgio Manganelli, Quodlibet, Macerata, 2010, p. 26.

31 Alessandro Gazzoli, Auto da fé, Mimesis, Milano, 2002, p. 62.

32 Appunti critici, 26 giugno 1955, nel cit. numero 25 di «Riga» cit., p. 93; nel cit. numero 44, p. 88.

33 La frase ominosa si legge in clausola al Mestiere di vivere, in data 18 agosto 1950 (a p. 400 di Cesare Pavese, Il mestiere di vivere 1935-1950 [1952], a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, Einaudi, Torino, 1990). Pavese si toglierà la vita nove giorni dopo, a Torino, nella camera 346 dell’albergo Roma. Gazzoli, Auto da fè, cit., pp. 71-5, riconduce la fascinazione per il suicidio, di Pavese prima e Manganelli poi, all’archetipo comune della riflessione, al riguardo, di Leopardi. Ma in seguito al Manganelli maturo Leopardi consentirà, piuttosto, il gioco di prestigio di capovolgere in riso la pietà (rinvio al mio Al Leopardi ulteriore. Giorgio Manganelli e le «Operette morali», in Le Operette morali e il Novecento italiano, a cura di N. Bellucci e A. Cortellessa, Bulzoni, Roma, 2000).

34 Cesare Garboli-Giorgio Manganelli, Cento libri per due secoli di letteratura, prefazione di Paolo Murialdi, allegato a «Leggere», 11, aprile 1989; Archinto, Milano, 1997, p. 24. La morbosa meditazione sul suicidio è frequente, negli anni Cinquanta di Manganelli: si veda per esempio, negli incunaboli raccolti in Ti ucciderò, mia capitale (alle pp. 64-6), il frammento La morte liberatrice nello pseudotrattato Un libro. Negli Appunti critici afferma che è «la religione che è in lui» (seppure allo stesso tempo dichiarata falsa), a contrastare tale desiderio: «Sto girando attorno al comunismo come attorno ad un’isola, cercando l’approdo conveniente. Non ci si deve naufragare, come si naufraga in una religione: ci si deve approdare, consapevolmente: è il comunismo come scienza che può essere una salvezza: come religione è falso come tutte le religioni. Ma il noto “approach to communism” arriva pur sempre nelle forme che ci convengono. E la religione che è in me o lo odia, e lo combatte ormai da molti anni, come combatte questa vorace, affettuosa volontà di morire»: Appunti critici, 27 marzo 1955, a p. 91 del cit. numero 25 di «Riga»; ora nel cit. numero 44, p. 86.

35 Già il 1° novembre 1952 gli Appunti critici (numero 25 di «Riga» cit., pp. 76-7; numero 44, cit., pp. 73-4) elogiano La Perla, poema anglosassone del Trecento, per «una certa durezza, una compattezza nel tono, una solidità un poco astratta, di cristallo, geometrica»: la tenuta di un simile oggetto letterario è garantita dalla sua «retorica» (sulla riscoperta della «retorica», nel laboratorio degli Appunti, rinvio qui a L’anima col giroscopio).

36 Giorgio Manganelli, La critica di Pavese [1952], in Id., Non sparate sul recensore, prefazione di Lietta Manganelli e bibliografia di Michele Farina, Aragno, Torino, 2018, p. 223; ora anche in Id., Altre concupiscenze, cit., p. 105.

37 Ivi, p. 103 (mio il corsivo). Un altro racconto di Manganelli, databile a questi stessi primi anni Cinquanta, s’intitola Il gesto estremo: è il monologo di una donna che dopo essersi gettata da uno scoglio, come la Saffo di Leopardi, per dodici anni resta muta e immobilizzata, contemplandosi mentre si «spegne ad ogni ora, si disfa a scaglie». Per concludere: «voglio vedere in questo mio morire nient’altro che il consumarsi di quel gesto che mi provai a cominciare dodici anni or sono» (Id., Ti ucciderò, mia capitale, cit., p. 40; corsivo mio).

38 Id., Recitava una parte [1970], in Id., Altre concupiscenze, cit., pp. 107-8.

39 Ivi, p. 108.

40 Cfr. Karl Marx-Friedrich Engels, L’ideologia tedesca [testo del 1846 pubblicato postumo nel 1932], traduzione di Fausto Codino, in Karl Marx, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1975, vol. V, p. 22. Riguardo alla falsa coscienza di Pavese, e dunque alla sua buona fede, Manganelli non poteva conoscere il problematico documento rappresentato dal cosiddetto Taccuino segreto risalente al 1942-1943, reso noto da Lorenzo Mondo solo nell’estate del ’90 (se ne veda ora l’edizione a cura di Francesca Belviso, presentazione di Angelo d’Orsi, Aragno, Torino, 2020).A riprova della distanza fra i due, al di là delle apparenze, c’è se si vuole una breve intervista inedita del 1972 a un Pasolini che stronca Pavese senza appello: https://www.youtube.com/watch?v=ZEGm3gcdFtk (rari e reticenti i cenni alla sua opera nella scrittura pubblica di Pasolini: il quale in un breve pezzo del ’73 su e anzi contro Fenoglio, poi accolto in Descrizioni di descrizioni, annota comunque: «la mia avversione a Pavese, non è, per gli addetti ai lavori, un mistero»: Saggi sulla letteratura e sull’arte, cit., vol. II, p. 1951).

41 Manganelli, Recitava una parte, cit., p. 107. Come dice Belpoliti (La retta e il tapiro, cit., p. 188), «Manganelli “capisce” Pavese in quanto anch’egli è – o è stato – “così”».

42 Manganelli, La critica di Pavese [1952], in Id., Non sparate sul recensore, cit., p. 223; ora anche in Id., Altre concupiscenze, cit., p. 106.

43 Sottolinea Belpoliti (La retta e il tapiro, cit., p. 189) la differente interpretazione del “mito Pavese” da parte di Manganelli e Calvino, ma fa notare come nel saggio pubblicato da quest’ultimo nel ’66, Pavese e i sacrifici umani (Italo Calvino, Saggi 1945-1985, cit., pp. 1230-3), si alluda al suo stesso sacrificio.

44 Italo Calvino a Geno Pampaloni, 22 giugno 1951, in Id., Lettere, cit., p. 323 (cit. in Alessandro Gazzoli, Auto da fé, cit., p. 88).

45 Scrive per esempio il 20 giugno 1955 di una «lotta violentissima […] che si svolge nel mio cervello, nella mia “anima”, per sopravvivere, vivere da uomo, per capire attivamente la realtà», e che rivela «il carattere marginale dell’io, il polimorfismo della personalità, costituita da nuclei non solo distinti, ma che si muovono secondo ritmi ben distinti, seguendo intime vocazioni e impulsi che non comprendiamo più di quel che ci è consentito comprendere il moto d’ira del babirussa, o lo scatto dell’ornitorinco. È oggettivamente vero che in certe circostanze un nucleo può sopraffare gli altri, e rendere a tal punto disarmonica la tessitura della realtà, da rendere non tanto preferibile quanto l’unica soluzione possibile, la morte»: Appunti critici, in «Riga» 25 cit., pp. 92-3 e in «Riga» 44 cit., pp. 87-88 (si veda pure l’appunto del 26 marzo precedente, «Riga» 25 cit., pp. 89-90; «Riga» 44 cit., p. 85). Rinvio, qui, a L’anima col giroscopio.

46 Giorgio Manganelli, Ernst Bernhard: «comunicazione personale» [1977], in Id., Il vescovo e il ciarlatano. Inconscio, casi clinici, psicologia del profondo. Scritti 1969-1987, a cura di Emanuele Trevi, Quiritta, Roma, 2001, p. 42.

47 Si veda la nota drammatica sulla conclusione di Hilarotragoedia riprodotta in Mariarosa Bricchi, Manganelli e la menzogna, Notizie su «Hilarotragoedia» con testi inediti,Interlinea, Novara, 2002, p. 18. Rinvio qui a L’anima col giroscopio e a Il mentitore e il suo mentore.

48 Una delle ultime poesie, fra quelle che Manganelli ha scritto sino alla vigilia dell’uscita di Hilarotragoedia (l’ultima datata risale all’ottobre 1962) e sono documenti impressionanti dell’illusionismo affettivo dal quale era affetto, si mostra bene consapevole del problema: «Scrivi, scrivi; / se soffri, adopera il tuo dolore: / prendilo in mano, toccalo, / maneggialo come un mattone, / un martello, un chiodo, / una corda, una lama; / un utensile, insomma. / Se sei pazzo, come certamente sei, / usa la tua pazzia […] / Usa il tuo inferno totale: / scalda i moncherini del tuo nulla; / gela i tuoi ardori genitali; / con l’unghia scrivi sul tuo nulla: / a capo» (è il testo del «23/1/’61» che si legge alle pp. 184-5 di Giorgio Manganelli, Poesie, a cura di Daniele Piccini, postfazione di Federico Francucci, Crocetti, Milano, 2006, e alle pp. 116-7 di Id., Di buio in buio, prefazione di Lietta Manganelli, Aragno, Torino, 2022). Rinvio al mio Uso (di sé) [2011], in Il libro è altrove, cit., pp. 144-6.

49 L’opera prima Comiche esce nel marzo 1971 nella collana «La ricerca letteraria» di Einaudi, diretta da Manganelli insieme a Edoardo Sanguineti e Guido Davico Bonino, e accompagnata da una nota di Calvino che è il vero regista dell’operazione. Ma nel settembre del ’70 viene esplicitamente approvata, oltre che da lui, appunto da Manganelli (è citato un terzo parere positivo, quello del francesista Guido Neri): cfr. Nunzia Palmieri, Cronologia, nell’edizione a cura di Marco Belpoliti e sua di Gianni Celati, Romanzi, cronache e racconti, «I Meridiani» Mondadori, Milano, 2016, p. XCII.

50 Gianni Celati, Condizioni di luce sulla via Emilia, in Id., Quattro novelle sulle apparenze, Feltrinelli, Milano, 1987; ora in Id., Romanzi, cronache e racconti, cit., p. 914; cit. in Giorgio Manganelli, Frammenti del mondo fra incubi e ilarità [1988], nel cit. numero 25 di «Riga», pp. 149-50; ora in Id., Concupiscenza libraria, cit., p. 188.

51 Cfr. Italo Calvino, Il mare dell’oggettività [1960], in Id., Saggi, cit., vol. I, pp. 52-60.

52 Manganelli, Frammenti del mondo fra incubi e ilarità, cit., p. 188. Un «disperso» si definisce il protagonista del racconto di Celati commentato da Manganelli, il «dipintore d’insegne» Emanuele Menini (Condizioni di luce sulla via Emilia, cit., p. 906), ma è attributo ricorrente dei personaggi di Celati.

53 Giorgio Manganelli, Qualcosa da dire [1965], in Id., La letteratura come menzogna, cit., p. 97.

 

 

*Per la foto di Manganelli “come Pavese” ringraziamo Lietta Manganelli.