Gli effetti dei media e della infodemia provocano un esteso knowledge gap che condiziona la vita dei cittadini e delle democrazie

 

Le disuguaglianze sociali sono diventate plurime e puntiformi tanto da determinare il diffuso isolamento delle persone. Tra le disuguaglianze, sono per lo più citate quelle di reddito, di genere, di etnia, culturali, familiari, di salute, d’istruzione e anche il digital divide. Questo cleavage tecnosociale è correlato con le altre disparità menzionate, ma soprattutto con quelle generazionali e territoriali. Nel futuro prossimo, il digital divide è destinato ad attenuarsi perché la maggior universalizzazione di internet probabilmente costituirà un’opportunità di comunicazione delle masse. Tuttavia, per ora il digital divide è una sfida da vincere.
È una componente di una disparità più ampia e subdola, il knowledge gap, che si manifesta come un deficit di conoscenze e d’informazione dei cittadini, prima ancora che come scarsa diffusione di competenze scientifiche e tecnologiche. Al contrario del digital divide, è destinato a diventare sempre più esteso e marcato perché l’analfabetismo funzionale è in crescita: si calcola che poco meno di un terzo degli italiani non sia in grado di comprendere un testo informativo.

Con l’ingresso nella società della conoscenza, paradossalmente, sono enormemente aumentate le disparità cognitive. Il knowledge gap, come l’acqua, s’infiltra ovunque: negli affari pubblici e nelle elezioni, nelle scienze e nella salute, nelle epidemie e nei disastri naturali. Riguarda uno scenario sempre più polarizzato tra quanti sanno e coloro che coltivano credenze sulla base di percezioni spesso distorte, tanto che gli scienziati sociali da quarant’anni studiano cause ed effetti del knowledge gap. Si pensi alla forte disparità di competenze tra gli ideatori e i potenziali utilizzatori delle nuove tecnologie, o all’abisso che separa chi possiede conoscenze e competenze specifiche e chi non le ha e non sempre è confortato dal buon senso.

 

La conseguente realtà verosimile è il risultato
di una disinformazione che, a differenza
del passato (la censura), si basa su un effluvio
eccessivo, quanto intenzionale, d’informazioni
irrilevanti, di bassa qualità, spesso distorte e false.

 

Questo gap di conoscenza, più che di scienza, crea una realtà verosimile, figlia di credenze sociali in ambienti tecnologici, dove scorrazzano percezioni distorte (Ipsos 2020), biases cognitivi e barlumi di significati di riconoscimento identitario. Si pensi all’analfabetismo dei cittadini rispetto alle tematiche della salute o alla nostra comune incompetenza mentre compriamo azioni in apparenza “affidabili” o a quella parte consistente di elettori che vota senza saperne alcunché: nessuna informazione sul programma, niente sul curriculum dei candidati. Anche questa però è democrazia: accettare come paritaria l’opinione di chi vota senza competenza.

La conseguente realtà verosimile è il risultato di una disinformazione che, a differenza del passato (la censura), si basa su un effluvio eccessivo, quanto intenzionale, d’informazioni irrilevanti, di bassa qualità, spesso distorte e false. Secondo una ricerca del MIT (2018), bugie e pettegolezzi sui social si propagano sei volte più velocemente della buona informazione, provocando un’«ignoranza intenzionalmente indotta» (R. Proctor, L. Schiebinger 2008). Per altro, l’asticella di accesso a conoscenze e competenze, a una vita attiva, è posta sempre più in alto, creando un effetto sociale barriera. Non ci sono solo le disuguaglianze tradizionali (economiche, di genere, etniche, culturali e generazionali), ma le disparità viaggiano tra capacità mentali d’apprendimento e finiscono per svuotare di senso i diritti di cittadinanza.

Inoltre, il contrasto alla distribuzione della disinformazione, già di per sé, diminuirebbe il knowledge gap, prodotto da notizie e informazioni a metà strada fra vero e falso o del tutto mendaci: ma occorre far di più degli attuali strumenti di controllo di cui il governo dispone. Educazione e informazione sono i due grandi livellatori che possono offrire la miglior soluzione per un’equa distribuzione delle conoscenze e delle informazioni.

Alla luce della pandemia – e dell’insidiosa infodemia correlata -, ci sono molte ragioni che dovrebbero spingerci a investire nella tutela e nella promozione delle capacità cognitive dei cittadini: come sosteneva già John Dewey, una cittadinanza educata, competente e informata è il presupposto di una società aperta e liberale. Infrastrutture, risorse umane e regole dell’istruzione, della salute e dell’informazione dovrebbero costituire priorità sociali per il rilancio del Paese di fronte alle sfide del XXI secolo.

 

Una versione abbreviata di questo articolo sul KNOWLEDGE GAP è stata pubblicata su Il Sole 24 ore del 10.10.20.

Carlo Carboni


L’immagine di copertina è del data artist Jer Thorp — Processing visualization of an ad profile