Dumper Truck ⥀ Racconto di Vahid Kheirabadi

Un racconto dello scrittore e poeta iraniano Vahid Kheirabadi, nella traduzione della poetessa e traduttrice Nina Sadeghi. Nei prossimi giorni seguirà un’intervista all’autore a cura della traduttrice

 

Sembrava che avessero preso un pezzo di notte e l’avessero cucito alla terra. Fin dove arrivava lo sguardo, non c’era che il nero. In alcuni punti la superficie del terreno era incisa da linee che si spingevano fino a una parete alta come una montagna, appena più chiara. Le tracce lasciate dagli pneumatici dei macchinari giganteschi disegnavano sul terreno motivi simili alla cerniera di un giubbotto di pelle nera e spiegazzata.
Più lontano, un escavatore andava avanti e indietro, caricando i cassoni dei camion da 10 tonnellate. Morteza salì la scaletta del dumper. Con la radio agganciata alla cintura, poggiava saldamente i piedi sui pioli. Aveva imparato in fretta a manovrarlo e si era finalmente liberato dalla fatica di portare sulla schiena cinquanta chili di dinamite. Gli dava una certa soddisfazione vedere il sistema idraulico del dumper scaricare trecento tonnellate in un’unica volta. Era come se anche dalle sue spalle fosse stato tolto un peso. Quella schiena e quei fianchi ne avevano di ricordi: cinquanta chili di dinamite addosso e un chilometro di strada da percorrere.
Dopo due turni di carico e scarico, l’ingegnere capo lo chiamò alla radio. Morteza rispose:
– È ora di colazione?
– Vieni in ufficio. Ti do pure la colazione…
Scese di nuovo dalla scaletta. Faceva caldo. L’ufficio del cantiere non era proprio vicino da raggiungere a piedi. Vide una jeep arrivare da lontano.
– Sali.
– Mi hanno promosso? Più in alto di così dove posso andare? Sono già otto metri sopra tutti gli altri.
Nell’ufficio, l’ingegnere lo aspettava tutto eccitato. Gli offrì metà di un panino con la salsiccia.
– Siediti e mangia… ma mentre fai andare la bocca, tieni aperte anche le orecchie.
– Quando mangio sento solo il rumore della mia bocca.
L’ingegnere tirò indietro per lui una sedia dalla cui imbottitura spuntava un po’ di gommapiuma.
– Viene il presidente della Repubblica.
Morteza si sedette e diede un enorme morso al panino. Con la bocca piena, masticando rumorosamente, annuì:
– Non me ne frega un cazzo… Non ha mai visto il carbone?
La luce entrava dalla finestra nell’ufficio in penombra, costruito con blocchi di cemento privi di uno strato d’intonaco. La polvere sospesa era visibile nelle spesse lamine di luce. L’ingegnere capo stava chiamando qualcuno alla radio. Poi si voltò verso Morteza.
– Prima di tutto, cerca di essere educato… Secondo: ascolta, caro Morteza… Morteza Dinamite… Viene a vedere il dumper.
– E allora venga a vederlo…
– Dal cielo.
Fra tre giorni avrebbe dovuto mettere in scena lo spettacolo. Doveva fare uno scarico memorabile. Lì, sul posto. Tutto in una volta. Doveva essere qualcosa di grandioso. Ci voleva polvere, tanta polvere. Bisognava mostrare tutta la potenza del primo dumper arrivato nel Paese. Quel gigantesco mostro metallico del deserto.
Avrebbe dovuto far danzare la bestia da trecento tonnellate con altre trecento tonnellate di carico addosso.
Perché potessero mettersi in mostra l’ingegnere capo, la società, il governatore della provincia, il governatore della città e il capo del distretto.

Il quartiere degli operai, a diversi chilometri dalla miniera, era composto da vecchi blocchi di appartamenti. La maggior parte degli abitanti lavorava nella miniera di carbone o in una delle fabbriche della zona industriale. Erano edifici con facciate di mattoni anneriti e sporchi, tanto che ormai del giallo brillante della terracotta non si distingueva quasi più nulla. Grandi cubi disposti a intervalli regolari, con qualche albero spoglio lungo i cordoli di cemento.
La navetta della miniera, un vecchio minibus Mercedes, lasciava gli operai all’ingresso del quartiere e da lì ciascuno si avviava verso casa propria. Il blocco di Morteza era il più lontano.
Durante il tragitto pensava contemporaneamente all’arrivo del presidente della Repubblica, allo spettacolo del dumper e a sua moglie, che non aveva ancora avuto il ciclo.
Quando arrivò davanti all’ingresso del loro blocco, vide il vicino, un operaio in una fabbrica di porcellane, che picchiava il figlio con un cavo. Il ragazzo piangeva e diceva:
– Ho sbagliato, papà… Ho fatto una cazzata, papà…
E si contorceva su se stesso.
Morteza si accese in volto, affrettò il passo e cercò di fermare il vicino. Quello lo spinse via.
– Lasciami stare, che lo faccio diventare tutto nero di botte, questo figlio di puttana…
Morteza aggrottò la fronte. Fece un respiro pesante, si passò una mano tra i capelli e poi scomparve nel buio dell’ingresso del palazzo.

Era un tubo di gomma a colpire Morteza sulla schiena, sui fianchi, sulle cosce. Suo padre picchiava come un forsennato. Nel cortile, la madre e le sorelle urlavano. Nessuno riusciva a tenere testa al padre. Chiunque cercasse di avvicinarsi veniva scaraventato in un angolo del cortile.
Morteza non diceva niente. Non piangeva neppure.
La madre piangeva. Le sorelle gridavano:
– Basta! Lo ammazzi!
Il tubo si alzava e si abbatteva sui suoi dieci anni.
Non c’era parte del corpo che non portasse il segno del dolore.
Una delle sorelle era corsa fuori di notte, a piedi nudi. In una notte più nera del carbone aveva attraversato di corsa il buio e l’oscurità fino alla casa dello zio, per dire alla moglie dello zio di venire: il padre stava picchiando Morteza per una lite da bambini tra due cugini.
La zia aveva chiesto soltanto:
– Con cosa lo picchia?
Quando la sorella aveva risposto «con un tubo di gomma», aveva sospirato e detto:
– Non gli succederà niente…

Morteza tirò il vassoio del tè verso di sé. Si mise una zolletta di zucchero tra le labbra.
– Non hai ancora avuto il ciclo?
– No… Oggi mi ha fatto un po’ male dentro…
Sorseggiò rumorosamente il tè e abbassò lo sguardo sul pavimento. Passò una mano sul lenzuolo bianco steso sopra la coperta, accanto al tappeto, e rimase a guardare la traccia lasciata dalla sua mano.
Poi sua moglie disse:
– Ti hanno approvato l’assicurazione? Posso andare a fare gli esami?
– No… Quei bastardi…
Sbatté con forza il bicchiere sul vassoio. Guardò il soffitto. Con quella luce gialla, la stanza gli sembrò improvvisamente molto bassa.
– Vai privatamente.
– Ti hanno dato gli straordinari?
Di spalle al marito, lei giocherellava con i capelli. Morteza fissava le sue natiche, poi osservò le cosce, che gli sembravano più piene. Tra le sue gambe vedeva il riflesso della lampadina nello specchio appoggiato a terra.
– No, quei figli di puttana… Con quel poco che ho…
A letto, prima di addormentarsi, Morteza disse, come se stesse semplicemente pensando ad alta voce:
– Avere un figlio è difficile… Non si tratta soltanto di dargli da mangiare e da bere.

L’ingegnere capo aveva detto a Morteza che, la notte prima dell’esibizione e delle riprese dall’elicottero, avrebbe dovuto dormire al cantiere, insieme alle guardie del turno di notte, senza tornare al quartiere operaio. Gli avevano anche preparato una buona cena. Nessuno sapeva se il presidente della Repubblica sarebbe davvero salito sull’elicottero per assistere allo spettacolo oppure se avrebbero soltanto filmato tutto e il capo del Paese lo avrebbe guardato in televisione. L’amministratore delegato della società di estrazione del carbone, però, aveva detto che il presidente avrebbe osservato tutto dall’alto.
La mattina, prima ancora che sorgesse il sole, senza appetito per la colazione, Morteza uscì nel piazzale del cantiere e raggiunse la miniera in jeep. Si fermò davanti al dumper Komatsu. Quel giorno sua moglie sarebbe andata a ritirare i risultati del test di gravidanza.
Fissò lo sguardo in lontananza. Si distinguevano due montagne.
La mattina precedente, prima di andare al lavoro, aveva visto il figlio del vicino avviarsi verso la scuola insieme a un compagno, allegro e scherzoso, con i libri tenuti insieme da un elastico. Come se la sera prima non avesse preso tutte quelle botte.
Fece un giro intorno al Komatsu giallo. Era nuovo, lucido. L’ingegnere lo chiamò alla radio per fare una prova. Morteza salì la scaletta, entrò nella cabina e si sedette. Mise in moto e controllò alcune spie e alcuni pulsanti. L’ora dello spettacolo si avvicinava.
– Morteza, caro, in nome di Dio… Accendi e vai a caricare. Al massimo… Tieniti pronto, l’elicottero è in arrivo… Tutti gli occhi sono puntati su di te…
Partì.
La terra tremava sotto le ruote gigantesche e il rumore dei sassi che si frantumavano e scivolavano sulla distesa nera della miniera contaminava il silenzio del mattino. L’enorme escavatore Caterpillar affondava la benna nelle viscere nere della terra, la sollevava e ne rovesciava il contenuto nel cassone del dumper.
Il frastuono della miniera cresceva. L’ingegnere e Morteza trattenevano il fiato.
Risuonò il segnale di fine carico.
– Morteza, caro, vieni al centro del piazzale. L’elicottero è vicino… Quando raggiungono l’altezza che vogliono, tieniti pronto. Appena ti do l’ordine, aziona il ribaltabile… Fai tremare tutto.
Dopo alcuni minuti d’attesa, si udì un rumore in lontananza. L’elicottero arrivò sopra la miniera e cominciò a perdere quota.
Morteza sporse la testa e guardò in alto.
Sopra di lui c’era l’azzurro.
Sotto i suoi piedi, il nero.
Aveva la bocca secca e sentì bruciore allo stomaco.
Era arrivato il momento.
Dalla radio giunse un crepitio, poi la voce:
– Morteza caro, adessoooo!… Alza!
Passarono alcuni secondi.
Morteza non toccò nulla.
Si sentiva il rumore dell’elicottero e, più lontano, la fila degli operai aspettava come il pubblico sugli spalti di uno stadio in attesa del gol.
– Morteza? Morteza? Mi ricevi?
– Ti ricevo, ingegnere… Però…
– Niente però, niente ma e niente se. Esegui l’ordine.
Passarono alcuni istanti di silenzio.
– Sono mesi che non mi versi i contributi dell’assicurazione… Degli straordinari non parliamone nemmeno.
– Scarica e poi ne discutiamo.
– Promettimelo adesso.
– Hai fatto stare tutti qui ad aspettare te… Adesso ci mettiamo pure a fare ricatti? Dall’elicottero continuano a chiamare alla radio. Il presidente sta aspettando…
– Che aspetti. Non me ne frega un cazzo.
– Appena finisce questa storia, ti rimetto a portare la dinamite sulla schiena.
Solo quando l’ingegnere capo gli diede la sua parola d’onore, Morteza tirò di colpo la leva di scarico.
I martinetti idraulici entrarono in funzione e il cassone cominciò a sollevarsi.
Trecento tonnellate di nero si riversarono a terra tutte insieme.
La terra tremò.
Si levò un boato.
Una nube di polvere nera si sollevò verso il cielo.
Tutti gli occhi erano puntati sul Komatsu.
Come se un mostro avesse lanciato un ruggito.
La polvere salì così in alto che l’elicottero fu costretto a riprendere quota. Dopo pochi minuti non era che una mosca nel cielo.
Dissero a Morteza che c’era una telefonata per lui da fuori.
Mentre si dirigeva verso l’ufficio, tutti quelli che incontrava gli lanciavano complimenti:
– Grande, Morteza!
– Bravo!
– Accidenti, che roba!
Entrò nell’ufficio, sollevò la cornetta e parlò con la persona dall’altra parte della linea.
Poi riappoggiò lentamente il telefono.
Uscì in fretta dall’ufficio, spostando chiunque gli si trovasse davanti.
Quando arrivò fuori, la polvere dello spettacolo si era ormai posata.
Guardò quelle due montagne.
Adesso il sole era sorto proprio in mezzo a loro.

 

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وحید خیرآبادی: دامپ تراک

وحید خیرآبادی

   انگار برداشته باشند یک تکه از شب را به زمین بدوزند. تا چشم کار می‌کرد سیاهی بود. جاهایی از سطح زمین با خطوطی برش خورده و انتهایش به دیواره‌ی بلندی چون کوه می‌رسید که روشن‌تر بود. رد لاستیک ماشین آلات غول‌پیکر مثل زیپ یک کاپشن چرم سیاه و چروک، نقش‌هایی را بر سطح زمین ترسیم می‌کرد.

یک بیل مکانیکی آن دورتر عقب و جلو می‌رفت و بار کمپرسی‌های ده تن را پر می‌کرد. مرتضی از نردبان دامپ‌تراک بالا رفت. بیسیم به کمر پاهایش را استوار روی رج‌های نردبان می‌گذاشت. خیلی زود کار با آن را یاد گرفته و از شر حمالی پنجاه کیلو دینامیت روی پشتش خلاص شده بود. ذوق داشت که کمپرس هیدرولیکی دامپ تراک سیصد تن بار را یک‌جا خالی می‌کند. باری هم از پشت خودش برداشته شده بود. پشت و پهلوی پر خاطره. پنجاه کیلو دینامیت بر پشت و یک کیلومتر راه. دو نوبت بارگیری و تخلیه که رفت سرمهندس بیسیم زد. مرتضی جواب داد:

-وقت صبحونه‌ست؟

-بیا دفتر، صبحونه‌تم می‌دم…

   دوباره نردبان را پایین آمد. هوا گرم بود. تا دفتر کارگاه پیاده راه کم نبود. دید که یک جیپ از دور می‌آید.

-سوار شو

-ترفیع گرفتم؟ دیگه از این بالاتر چیه؟ هشت متر بالاتر از همه‌م

   توی دفتر، مهندس هیجان‌زده منتظرش بود. نصف یک ساندویچ سوسیس را تعارفش کرد.

-بشین بخور… هم‌زمان که دهنت می‌جنبه گوشاتم باز بذار

-وقتی غذا می‌خورم فقط صدای دهنم ر می‌شنفم

   مهندس یک صندلی که کمی ابرهایش بیرون زده بود را برایش عقب کشید: رییس جمهور می‌خواد بیاد.

   مرتضی نشست و یک گاز بزرگ از ساندویچش کند. با دهن پر در حالی که ملچ و ملوچ می‌کرد سری تکان داد: به چول پسر نداشته‌م… ذغال سنگ ندیده؟

   نور از پنجره افتاده بود توی دفتر نیمه تاریک با بلوکه‌های سیمانی که حتی یک روکش گچ نداشت. غبار توی خط‌های ضخیم نور پیدا بود. سرمهنددس داشت با بیسیم کسی را صدا می‌زد. برگشت رو به مرتضی:

-اولا که مودب باش… در ثانی… نگاه کن مرتضی جان… مرتضی دینامیت… واسه دیدن دامپ تراک میاد

-خب بیاد ببینه…

-از آسمون

   سه روز دیگر باید نمایش می‌داد. باید یک کمپرس معرکه می‌کرد. در جا. یک‌هو. محشر باید می‌کرد. گرد و خاک باید. عظمت اولین دامپ تراک وارد شده به کشور را نشان می‌داد. این غول بیابانی فلزی. باید هیولای سیصد تنی را با سیصد تن بار به رقص درمی‌آورد. برای خودشیرینی سرمهندس، شرکت، استاندار، فرماندار و بخشدار.

                                                     *****

   شهرک کارگران چندین کیلومتر دورتر از معدن چندین بلوک آپارتمانی قدیمی بود که اکثر ساکنان کارگران معدن ذغال سنگ و چندین کارخانه‌ در منطقه صنعتی بودند. ساختمان‌هایی با نمای آجر که سیاه و کثیف شده و دیگر زردی درخشان سفال معلوم نمی‌شد. چنذدن مکعب بزرگ که در فواصل مساوی چیده شده بودند با چند درخت بی برگ و بار در کنار جدول‌کشی سیمانی. سرویس معدن یک مینی‌بوس بنز قدیمی، کارگران را جلو ورودی شهرک پیاده می‌کرد و هر کدام به سمت خانه‌هایشان می‌رفتند. خانه‌ی مرتضی دورترین بلوک بود.

   در راه توی سرویس هم‌زمان به آمدن رییس جمهور، نمایش دامپ تراک وعادت نشدن زنش فکر می‌کرد. جلو ورودی بلوکشان که رسید ، مرد همسایه که کارگر یک کارخانه‌ی ظروف چینی بود، داشت با یک کابل پسرش را کتک می‌زد. پسر گریه می‌کرد و می‌گفت… غلط کردم بابا… گه خوردم بابا… و در خودش می‌پیچید. مرتضی برافروخته قدم تند کرد و جلو همسایه را گرفت. همسایه مرتضی را هلی داد: ولم کن تا کبودش کنم پدرسگ نره‌خرو… مرتضی اخمی کرد. نفس سنگینی کشید، دست به موهایش برد و بعد در تاریکی حفره‌ی ورودی بلوک فرو رفت…

   شلنگ بود که به پشت و پهلو و ران‌های مرتضی می‌خورد. پدر دیوانه‌وار می‌زد. توی حیاط مادر و خواهرها جیغ می‌کشیدند. هیچ کس زورش به آقا نمی‌رسید. هر که جلو می‌آمد پرت می‌شد گوشه‌ای از حیاط. مرتضی هیچ نمی‌گفت گریه هم نمی‌کرد. مادر گریه می‌کرد. خواهرها جیغ می‌زدند: بسه دیگه کشتیش… شلنگ بالا می‌رفت و بر ده سالگی فرود می‌آمد. جایی از بدن نبود که رد درد نباشد. یکی از خواهرها پابرهنه در شب زده بود بیرون. در شبی سیاه‌تر از ذغال، سیاهی و تاریکی را دویده بود تا خانه عمو که به زن عمو بگوید بیاید که مرتضی را پدر می‌زند برای دعوای بچگانه‌ی دو پسر عمو. زن عمو فقط پرسیده بود با چی می‌زند و وقتی خواهر گفته بود با شلنگ، آهی کشیده و گفته چیزیش نمی‌شه…

   مرتضی سینی چای را جلو کشید. قند را بین لبهایش گذاشت.

-عادت نشدی؟

-نه… امروز یه کم زور به دلم اومد…

   چای‌اش را هورتی کشید و به زمین نگاه کرد. روی ملافه‌ی سفید پتوی کنار فرشی دستی کشید و رد دستش را نگاه کرد. بعد زنش گفت:

-بیمه‌ت ر رد کردن برم آزمایش؟

-نه… بد مصبا…

   استکانش را محکم کوبید روی سینی. به سقف نگاه کرد. به نظرش سقف اتاق خیلی کوتاه آمد با آن نور زرد.

-آزاد برو…

-اضافه کارته دادن مگه؟

   پشت به شوهرش با موهایش ور می‌رفت و مرتضی به کفل‌هایش زل زده بود و بعد به ران‌هایش دقت کرد که انگار گوشتالوتر شده بودند. از لای پاهایش انعکاس نور لامپ را از آینه‌ای که روی زمین گذاشته شده بود، می‌دید:

-نه لاکردارا… اون قدری که دارم…

   توی رختخواب قبل خوابیدن، مرتضی یک طوری که انگار با خودش بلند بلند حرف بزند گفت: بچه‌داری سخته… فقط نون و آبش که نیست.

                                                        *****

   سرمهندس به مرتضی گفته بود شب قبل از نمایش و فیلم‌برداری از آن با هلی‌کوپتر،در کارگاه کنار نگهبان‌های شیفت شب بخوابد و به شهرک نرود. شام خوبی هم برایش ردیف کردند. کسی نمی‌دانست رییس جمهور آن بالا توی هلی‌کوپتر می‌نشیند برای تماشا یا فقظ می‌خواهند فیلمبرداری کنند و رییس مملکت از تلویزیون نگاه کند؟ اما مدیر عامل شرکت استخراج ذغال سنگ گفته بود که رییس جمهور از آن بالا نگاه می‌کند.

   صبح آفتاب نزده، بی‌اشتها به صبحانه رفت به محوطه کارگاه و با جیپ به معدن رفت. جلوی دامپ تراک کاماتسو ایستاد. امروز قرار بود زنش برود جواب آزمایش بارداری را بگیرد. به دور خیره شد. دو کوه پیدا بود. دیروز صبح قبل از آمدن به سر کار پسر همسایه را دیده بود که با هم‌کلاسی‌اش شوخ و شنگ با کتاب‌هایی که کش بسته بودند به مدرسه می‌روند. انگار نه انگار که شب قبلش آن قدر کتک خورده بود.

   دوری به گرد کاماتسوی زرد رنگ زد. نو و درخشان بود. مهندس بیسیم زد برای تست. مرتضی نردبان را بالا رفت و در کابین نشست. استارت زد و چند تا چراغ نشان و دکمه را چک کرد. داشتند به ساعت نمایش نزدیک می‌شدند.

-مرتضی جان بسم الله… روشن کن برو بارگیری… ماکزیمم… آماده باش هلی‌کوپتر توی راهه… چشما همه به توست…

   راه افتاد. زمین زیر چرخ‌های غول‌پیکر می‌لرزید و صدای خرد شدن و لغزیدن قلوه‌سنگ‌ها بر پهنه‌ی سیاه معدن صبح را می‌آلود. بیل مکانیکی غول‌آسای کاترپیلار پنجه‌اش را در دل سیاه زمین فرو می‌کرد و بالا می‌آورد و در بندربار دامپ‌تراک خالی می‌کرد. سرو صدای کار معدن بالا کشیده و نفس مهندس و مرتضی حبس بود. بوق اتمام بارگیری نواخته شد .

-مرتضی جان بیا وسط محوطه. هلی‌کوپتر نزدیکه… به ارتفاع مدنظر خودشون که رسیدن گوش به زنگ باش… فرمان کمپرس دادم بزن… غوغا کن.

   بعد از دقایقی انتظار از دور صدایی آمد. رسید بالاسر معدن. ارتفاعش را کم کرد. مرتضی سرش را جلو آورد و بالا را نگاه کرد. بالای سرش آبی بود و زیر پایش سیاه. دهنش خشک شده بود و در شکمش احساس سوزشی کرد. وقت موعود بود. صدای خش و پش بیسیم آمد: مرتضی جان حالاااا! … بزن بالا…

   چند ثانیه‌ای گذشت و مرتضی دست به چیزی نبرد. صدای هلی کوپتر می‌آمد و رج کارگران در دورتر مثل سکوی یک ورزشگاه منتظر دیدن گل بود.

-مرتضی؟ مرتضی؟ به گوشی؟

-به گوشم مهندس… ولی…

-ولی و اما و اگر نداریم…دستورو اجرا کن…

   لحظاتی در سکوت گذشت.

-چند ماهه بیمه‌مه رد نکردی… اضافه‌کار پیشکش…

-کمپرس کن بعدا حرف می‌زنیم…

-الآن قولشه بده…

-همه رو عنتر و منتر خودت کردی… گروکشی داشتیم؟… از هلی‌کوپتر دارن بیسیم می‌زنن، رببس جمهور منتظره…

-به چپ پسرم…

-این قضیه تموم بشه دوباره دینامیت بارت می‌کنم…

   سرمهندس قول شرف که داد مرتضی یک باره اهرم تخلیه را کشید. جک‌های هیدرولیک عمل کرد و بار بالا رفت. سیصد تن سیاهی به یک‌باره خالی شد. زمین لرزید و سر و صدا بلند شد. گرد و خاکی سیاه به هوا کشید. همه‌ی چشم‌ها به کاماتسو بود. انگار هیولایی نعره کشیده باشد. گرد و غبار آن قدر بالا رفت که هلی‌کوپتر مجبوربه ارتفاع گرفتن شد. و بعد از چند دقیقه قدر مگسی بود در آسمان.

به مرتضی گفتند تلفن داری از بیرون. به سمت دفتر که می‌رفت همه دمت‌گرم و ایولله ماشالله نثارش کردند. توی دفتر تلفن را برداشت و با آن طرف خط حرف زد. بعد گوشی را آرام گذاشت و تند از دفتر بیرون آمد و هر که سر راهش بود را کنار زد. وقتی بیرون آمد دیگر گرد و خاک نمایش فرو نشسته بود. به آن جفت کوه نگاه کرد که حالا خورشید از بین‌شان آمده بود بیرون.

 

 

* La fotografia in copertina è di Flavio Meistro.


Vahid Kheirabadi è uno scrittore e poeta iraniano, nato a Sabzevar nel 1985 e residente a Mashhad. Ha iniziato a scrivere racconti brevi circa quindici anni fa, distruggendo in seguito tutti i testi di quel primo periodo. Dopo alcuni anni di pausa dalla narrativa, si è dedicato alla poesia. Nel 2022 ha pubblicato con la casa editrice Sib-e Sorkh di Teheran la raccolta poetica Il trapezio senza denti. Nel 2024 ha pubblicato in Iran, in forma indipendente e senza autorizzazione ufficiale, la novella La mietitrebbia del dolore, tradotta in inglese nel 2025 da Arash Khoshsafa e attualmente in valutazione presso una casa editrice statunitense. Suoi racconti e poesie sono apparsi in riviste e periodici online in lingua persiana pubblicati in Iran, Norvegia e Canada.

Nina Sadeghi, poetessa, traduttrice, è membro dell’associazione letteraria Gruppo Lettera 7. Ha pubblicato le sue poesie in varie antologie (con le case editrici Pagine, Aletti Editore, Asso Editori, Argolibri). La sua raccolta si intitola La poetessa è femmina (GalassiaArte, 2014) dove il tema della donna è centrale.