I Cobas convocano lo sciopero nazionale della scuola. Priorità alla Scuola e CNPS Coordinamento Nazionale Precari Scuola aderiscono e lanciano una grande mobilitazione. Il 26 marzo sarà l’inizio della rivoluzione italiana?

 

«Se non hanno più la scuola, che usino la DAD!». Un giorno potrebbe essere questa la frase aneddotica che sarà associata allo scoppio della rivoluzione italiana. A una frase analoga è ancora oggi associato, in effetti, lo scoppio della rivoluzione francese: S’ils ont plus de pain, qu’il mange de la brioche (“Se non hanno più pane, che mangino brioche”), frase attribuita erroneamente a Maria Antonietta, in realtà riferita da Jean-Jacques Rousseau, nelle sue Confessioni, a una imprecisata grande princesse.

Il giorno che scoppierà la rivoluzione italiana, magari proprio il prossimo 26 marzo 2021, sarà ricordato dalle future generazioni come la data simbolo, lo spartiacque tra la notte della Repubblica, iniziata nel 1969 con la bomba al Banco Ambrosiano, e l’alba della Democrazia diretta, evocata dal MoVimento 5 Stelle, grazie alla sua piattaforma, guarda caso chiamata Rousseau, ma non praticata a livello istituzionale. Tuttavia, chi ricostruirà i fatti non potrà fare a meno di notare che la manifestazione in programma per quel 26 marzo non sarà stata altro che una delle tante manifestazioni che si susseguivano in Italia non solo da mesi ma da anni. Tutte le rivoluzioni sono fenomeni politici di breve durata che appartengono ad altri, sociali ed economici, di lunga durata.

Dallo sciopero nazionale alla rivoluzione

Che manifestazione c’è in programma, dunque, il 26 marzo? Lo sciopero nazionale della scuola, indetto dalla Confederazione dei comitati di base (Cobas) per chiedere «[la] riduzione [di/elle] alunni/e per classe; [l’]aumento [degli] organici e [l’]assunzione [dei] precari/e; massicci investimenti per l’edilizia scolastica» (dal sito dei Cobas).

Prima di inoltrarci in un’analisi della situazione, che si concluderà con la dimostrazione dell’ineluttabilità della rivoluzione che sarà scatenata dalla manifestazione del 26 marzo, riportiamo uno status, pubblicato oggi, 5 marzo 2021, alle ore 8 del mattino, su Facebook, dall’artista Rodolfo Bersaglia, docente di storia dell’arte e disegno, che per i nostri tipi di Argolibri ha scritto il romanzo Una spassosa Apocalisse.

Rodolfo Bersaglia: «Se paghi gli insegnanti questo (1*) e poi strapaghi questi (2) allora in un paese cosciente ci vorrebbe questo (3)»

 

[* I dati riportati nell’infografica non sono aggiornati ma la posizione dell’Italia non è migliorata. Anche nel 2020 Stipendi docenti italiani tra i più bassi d’Europa: i dati.]

Dimostrata per via intuitiva l’ineluttabilità della rivoluzione, a partire dalla rivolta della scuola, procediamo ora per via argomentativa.

Cos’è la rivoluzione?

La rivoluzione non è qualcosa di straordinario, come ci si immagina. La popolazione, affamata, prende il potere e instaura la democrazia, al posto del governo dei pochi, dell’oligarchia, che oggi è composta dall’aristocrazia del denaro, di cui il trapezita (banchiere) Mario Draghi è il capo istituzionale.
Se pensiamo alla Rivoluzione francese e a quella russa, la rivoluzione scaturì dalla repressione dei moti del popolo affamato. In testa c’erano le donne: dalla marcia delle donne su Versailles del 5-6 ottobre 1789 alla rivoluzione russa del 1917 iniziata il 23 febbraio (8 marzo), giornata internazionale della donna, con lo stupefacente sciopero di operaie tessili di alcune fabbriche di Pietrogrado.
Ieri sono usciti i dati dell’Istituto di Statistica (Istat) sulla povertà: nel 2020 le persone in povertà assoluta sono aumentate di 1 milione rispetto al 2019. Ora in Italia le persone povere sono 5,6 milioni: 1 persona su 10 vive in povertà assoluta.
Tra voi che leggete queste righe, potrebbero esserci decine, centinaia, migliaia di poveri. E chi abbiamo a capo del Governo italiano? Un affamatore di popoli: il trapezita Draghi, a capo della Banca Centrale Europea, contribuì ad affamare il popolo greco e impose il taglio della spesa pubblica all’Italia.
In questo momento, per avere scelto di chiudere le scuole di ogni ordine e grado, invece di testare la popolazione scolastica per mantenere gli alunni e le alunne in presenza e in sicurezza, migliaia di madri e padri sono messi nelle condizioni di scegliere tra i propri figli e il proprio lavoro. Molte madri perderanno il lavoro e ingrosseranno le fila delle donne in stato di povertà, 2 milioni e mezzo.

Le ragioni storiche della rivolta

Quali sono le cause che hanno portato allo sciopero nazionale della scuola, probabile preludio alla rivoluzione, che potrebbe scoppiare a partire dal prossimo 26 marzo. «Le rivendicazioni – dichiarano i Cobas – sono le stesse degli anni dell’austerità, ma oggi non sono più gli anni dei tagli, la politica economica ha cambiato segno: la spesa pubblica aumenta in deficit e si rendono disponibili ingenti risorse». Il conflitto politico che si apre è sulla destinazione di queste risorse, in cui Scuola, Sanità e Trasporti saranno capitoli di spesa decisivi. Per questo è urgente porre all’ordine del giorno una visione diversa ed alternativa alla gestione pre-Covid: durante la pandemia sono infatti tragicamente emerse precarietà, inefficienze e disorganizzazioni, conseguenze delle privatizzazioni e del progressivo smantellamento dello Stato sociale».

Eccolo il fenomeno di lunga durata: i tagli allo Stato sociale, al Welfare State, iniziati quarant’anni fa, negli anni del riflusso, dopo i grandi movimenti di massa degli anni Sessanta e Settanta, quando il capitalismo trionfava sul comunismo, con Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Tatcher nel Regno Unito. In Italia, il 14 ottobre 1980 la marcia dei colletti bianchi, la grande manifestazione antisindacale tenutasi a Torino a cui parteciparono 40 mila impiegati e dirigenti d’azienda, segnò l’inizio della lotta di classe dopo la lotta di classe (Luciano Gallino), cioè il contrattacco delle classi dominanti alle classi subalterne, dopo che tra 1962 e 1978, grazie alla lotta di classe, queste ultime avevano ottenuto la scuola media unica, lo statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, dove erano rinchiusi perlopiù i proletari, e altri importanti diritti. Nel 1984, di fronte all’attacco alla scala mobile, che agganciava i salari al costo della vita, anche da parte di certi settori del mondo sindacale, si tennero i primi consigli di fabbrica autoconvocati nel settore metalmeccanico. Quell’anno Bettino Craxi, a capo del governo di centro-sinistra retto dal pentapartito, aveva emanato un decreto con cui congelò la scala mobile, cioè quello strumento economico che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita. Nel 1985 si tenne il referendum abrogativo della scala mobile con cui si chiedeva l’abrogazione della legge. Durante la campagna referendaria il pentapartito, con l’appoggio dei sindacati dei lavoratori CISL e UIL, ma anche della componente socialista minoritaria del sindacato dei lavoratori CGIL e del sindacato degli industriali Confindustria, si schierò per il «sì», contro il fronte del «no» sostenuto da Partito Comunista Italiano PCI, Democrazia Proletaria, Movimento Sociale Italiano, Partito Sardo d’Azione e la componente comunista della CGIL. Le ragioni della lotta di classe e della difesa dell’interesse economico dei lavoratori e delle lavoratrici lasciavano prevedere che la maggioranza degli italiani e delle italiane si sarebbe schierata per il «sì», cioè per l’abrogazione della legge che aveva predisposto il taglio della scala mobile. Gli elettori e le elettrici, che in quel momento credevano in Craxi, nel suo Governo e nella sua volontà di rimettere a posto le finanze dello Stato, scelsero invece di mantenere il provvedimento e il 54,32% votò «no». La Federazione CGIL, CISL, UIL, nata nel 1972, di fatto si sciolse. Nell’autunno del 1985 scoppiarono le manifestazioni degli studenti delle scuole medie superiori per protesta contro la mancanza di aule, insegnanti e strumenti didattici, poi si aggiunsero gli universitari che conversero nell’opposizione alla legge finanziaria. Tra il 1986 e il 1987 nacquero i comitati di base della scuola Cobas Scuola.

Dal 1992, quando dal governo di centro-sinistra di Giuliano Amato fu soppressa la scala mobile, al 2015, quando il governo di Matteo Renzi ha presentato la riforma della scuola denominata “La Buona Scuola”, i sindacati confederali CGIL, CISL, UIL, spesso su posizioni diverse, se non addirittura divergenti, hanno lasciato che la scuola subisse continui tagli, insieme a un processo di: 1) decentralizzazione, che si è accompagnata alla perdita di centralità delle politiche scolastiche nel quadro delle politiche nazionali; 2) stagnazione dei salari dei docenti, che ha condotto alla perdita di prestigio della funzione docente nella società; 3) aziendalizzazione della scuola, che ha portato alla sostituzione della figura del/la preside con quella del/la dirigente scolastico/a (ds), che non si limita più a presiedere il collegio dei docenti, organo sovrano di ogni singolo istituto, e il consiglio di istituto, suo organo esecutivo, ma è chiamato a dirigere in modo verticistico la scuola-azienda, con la conseguenza di trasformare i collegi dei docenti in occasioni di mera ratifica delle decisioni prese dalla dirigenza. La riforma, voluta nel 2015 dal governo di centro-sinistra-destra di Matteo Renzi, intitolata “La Buona Scuola”, intendeva portare a compimento quel processo fino a consentire al/la preside-ds di scegliere il personale docente, senza rispettare le graduatorie, e di assegnare bonus agli yes-men e alle yes-women di sua fiducia. “La Buona Scuola” ha ricompattato i sindacati confederali, che sono riusciti a ottenere qualche vittoria, ripristinando per esempio la possibilità di contrattare a livello sindacale il bonus premiale. Tuttavia, di fronte all’imposizione della teledidattica (impropriamente ribattezzata “Dad – didattica a distanza”), durante la pandemia, il fronte sindacale confederale sta di nuovo cedendo, in accordo o in appena timida opposizione con le chiusure prolungate delle scuole di ogni ordine e grado, da marzo 2020 a marzo 2021.

La manifestazione del 26 marzo 2021

Così, non avendo sindacati forti e compatti a proteggere la scuola dalla subalternità e dalle scelte economiche dettate da Confindustria, ad aprile del 2020 si è formato un movimento nazionale di padri e madri, docenti, studenti e studentesse, ma soprattutto donne lavoratrici, riunitesi al motto programmatico di “Priorità alla Scuola”.

Ora, il 26 marzo 2021, in concomitanza con lo sciopero indetto dai Cobas, il movimento Priorità alla scuola, fondato e guidato dalla docente universitaria e madre Costanza Margiotta, ha convocato una mobilitazione nazionale contro la chiusura degli istituti scolastici e per chiedere di convogliare le risorse del Recovery Fund sulla scuola pubblica.

Scrive Priorità alla Scuola: «A sei mesi di distanza dalla grande manifestazione di Roma (26 settembre 2020), il Comitato Priorità alla Scuola lancia una nuova grande mobilitazione nazionale per il 26 marzo 2021, in concomitanza con lo sciopero indetto dai COBAS, a cui ha già dato la sua adesione il Coordinamento Nazionale Precari Scuola. Come il 26 settembre scorso, tutto il Paese è invitato a porre attenzione alla scuola pubblica e a esprimersi in sua difesa e per la sua valorizzazione: la scuola è perno della cittadinanza e del pieno godimento di tutti i diritti, uno dei fondamenti del patto sociale che unisce la comunità. Senza scuola non ci sono diritti. L’obiettivo della manifestazione consiste nel chiedere che una congrua parte del Recovery Fund sia riservata al rilancio della Scuola pubblica».
Il “Piano di rilancio per la scuola” di Priorità alla Scuola si può leggere, in forma integrale, su Euronomade.
La mobilitazione è stata decisa durante l’assemblea della rete di Priorità alla Scuola, che si è tenuta domenica 28 febbraio. Tutte e tutti coloro che sono intervenuti/e, tra cui noi per il comitato regionale Marche, erano ben consapevoli di dover guardare al futuro vigilando sul presente. E infatti, nel momento stesso in cui si è sciolta l’assemblea, è cominciata la mobilitazione permanente per impedire che il nuovo DPCM inasprisca le misure per il contenimento dell’epidemia unicamente in materia di scuola.

Il re è nudo: lo cantano anche a corte

Anche a corte la protesta trova riscontro: tra le stelle della canzone popolare italiana Madame ha preso posizione a favore della scuola portando sul palco di Sanremo i banchi a rotelle voluti dall’ex ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, sprecando ingenti risorse che si sarebbero potute destinare all’assunzione di personale o alla riqualificazione dei fatiscenti edifici scolastici.

 

 

E con questo post su Twitter: «QUESTA SERA MI VESTO DA PROFESSORESSA. PROFESSORESSA MADAME. Con Prisencolinensinainciusol e i miei amici di avventura vogliamo chiedere ALL RIGHT? Il mondo avanza, il sistema scolastico no. TUTTO BENE?».

Aspettando il 26 marzo

Con lo slogan “Basta colpire le scuole” centinaia di mail sono state inviate alle istituzioni nazionali e locali ed è stata lanciata la campagna social “Giallo arancione rosso la scuola sempre al primo posto”: una galleria di volti e slogan provenienti da tutta Italia, che chiedono rispetto per la scuola e per i ragazzi che vivono in questo Paese, entrambi ridotti a capro espiatorio delle incapacità del Governo, della mancanza di volontà e dell’ipocrisia degli amministratori locali.

In vista del 26 marzo, Priorità alla scuola ha previsto diverse mobilitazioni a livello locale nei prossimi giorni, con presìdi, lezioni in piazza, striscioni sui portoni delle scuole e alle finestre delle case.

Priorità alla Scuola sarà presente anche agli appuntamenti dell’8 marzo, sciopero femminista e transfemminista, e il 19 marzo per lo “sciopero globale per il clima”.

Iniziative:

Milano
Venerdì 5 marzo, dalle ore 17.30, sede ATS, corso Italia 52.

Reggio Emilia
Venerdì 5 marzo, ore 17, piazza Martiri del 7 luglio.

Modena
Venerdì 5 marzo, ore 18, piazza Grande.

Sanremo
Sabato 6 marzo, ore 11.

Napoli
Sabato 6 marzo, dalle ore 11.30, iniziativa “un anno senza scuola” a Metro Toledo.

Priorità alla Scuola è presente su Facebook e Instagram.

È tempo di diventare spietati

È tempo di diventare spietati. Il trapezita Mario Draghi ha emanato il suo primo decreto e non è andato in conferenza stampa a presentarlo. E sappiamo perché. Il potere, da sempre, si muove su due piani: uno materiale e uno simbolico.
Sul piano simbolico è proprio dei monarchi assoluti (ab soluti, “sciolti da ogni vincolo”) limitare al massimo le proprie apparizioni in pubblico: è simbolo di una potenza inarrivabile, intangibile, intoccabile, sacra.
Sul piano materiale, il nuovo DPCM emanato dal re banchiere lascia spazio agli assembramenti fuori da bar e centri commerciali ma chiude le scuole in base a contagi avvenuti altrove, scaricando sui sindaci l’onere di predisporre la vigilanza contro gli assembramenti, e sappiamo tutti che i sindaci vengono da anni di tagli alla polizia municipale. Quindi il messaggio è chiaro: salvata dal governo la possibilità dei (magri) profitti, la colpa dell’aumento dei contagi sarà degli enti locali che non faranno vigilanza.
Il messaggio è chiaro ed è rivolto alla classe che ha determinato l’ascesa al trono del trapezita: il governo dell’impalpabile Draghi, voluto dal social-liberista Matteo Renzi con il suo alleato Silvio Berlusconi e corte dei miracoli al seguito, si dice a favore delle categorie produttive, ma la finzione non regge perché quelle stesse categorie, in Italia composte da una miriade di piccoli imprenditori, sono devastate dall’incompetenza di chi sostiene il governo Draghi, di chi non è stato capace in un anno di fare veramente qualcosa per arrestare il diffondersi della pandemia: potenziare i trasporti pubblici, assumere personale sanitario, aumentare i posti in terapia intensiva e sviluppare un vaccino come avvenuto in Russia, a cui ora guardiamo come se fosse la patria della nuova scienza. Nell’incapacità di essere autonomi, i politici che sostengono Draghi si sarebbero almeno potuti battere per la concessione dei brevetti ai fini della salute pubblica. Invece non lo hanno fatto.
Allora, ci opporremo a oltranza a questo sistema trapezocratico e a tutti i suoi complici, ci batteremo sia da docenti di scuola superiore, costretti a sentire sempre più studenti disperati ricorrere allo psicologo per l’isolamento a cui sono condannati, e da genitori di figli che frequentano le elementari e che prima di questo DPCM avrebbero potuto frequentare la scuola mentre ora saranno costretti alla teledidattica con una privazione di almeno 3 ore al giorno di istruzione.
Il 26 marzo saremo a Roma per la manifestazione indetta dal movimento Priorità alla Scuola e dai sindacati. Ci accamperemo lì e finché questa classe politica che ha affamato l’Italia non se ne sarà andata, faremo di tutto, in modo pacifico ma spietato, perché se ne vada.

Portate le tende. Occuperemo la piazza.