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Édouard Berth sul ciglio del precipizio — I crimini degli intellettuali

Edito da GOG, nella traduzione di Andrea Vannicelli, I crimini degli intellettuali di Édouard Berth (1875-1939) indaga il rapporto tra masse e potere, tra popolo e cultura; problematiche che ancora oggi rimangono senza una risposta definitiva.

Una filosofia della produzione

Che cos’è un intellettuale, per Édouard Berth? La risposta è molto semplice, e in linea con i principi della teoria marxista: infatti, come il mercante è un venditore di merci materiali, i beni, così l’intellettuale è un venditore di merci immateriali, le idee. Ci sono, però, diverse categorie di intellettuale: un conto è chi dedica «quel che eventualmente possiede di energie intellettuali al servizio della classe operaia»; un altro gli «intellettuali dreyfusardi buoni a nulla», colpevoli del declino della Terza Repubblica Francese. Tra questi traditori della patria pacifisti, vi è anche il filosofo — ebreo — Julien Benda. Ecco come ce lo descrive lo stesso Berth:

…[in Julien Benda] c’è la quintessenza e il fior fiore dell’intellettualismo moderno.[…] Anchilosato nella contemplazione dei suoi concetti immutabili, egli odia, così come il poeta, il “movimento che sposta le righe”. Non state a disturbare il signor Benda, il quale, nel suo studiolo, seduto alla sua scrivania, medita sul concetto di movimento. Per favore, non fate rumore, camminate in punta di piedi, trattenete il respiro, che nessun insolito schricchiolio venga a svelare il vostro avvicinamento poco opportuno!

L’autore qui critica, non senza verve polemica e uno stile ironico e graffiante, una precisa figura di intellettuale, asservito alla dispotica Teoria e all’Idea tirannica e tiranneggiante. Dreyfusardo, distaccato quasi completamente dal mondo materiale, contrario alla revanche sul Tedesco, anzi alla guerra in generale, l’ intellectuel engagé incarna ogni peggiore aspetto della borghesissima — e marxista — figura del venditore di idee. Questi sono i deleteri effetti del «positivismo erudito e superficiale», nonché dell’intellettualismo metafisico e statico così come concepito dall’Antica Grecia sino al suo tempo. Riprendendo il Nietzsche de La Nascita della tragedia, Berth attacca Zola, Benda, ma anche Voltaire, Cartesio, Euripide e Socrate: in loro, infatti, vede la cieca fede nella Scienza, nell’Idea e nella Ragione, valori dannosi, che puntualmente hanno provocato l’inevitabile declino della società in cui si imponevano. Già nell’Atene del V secolo a.C. si era insinuato il seme dell’inevitabile rovina, rappresentato dallo strapotere incontrastato del Logos, il principio razionale ordinatore del Chaos in Cosmos, del disordine in ordine.

“L’essenziale è che Apollo e Dioniso hanno un nemico comune, cioè Socrate: Socrate, l’anti-mistico, l’anti-artista, l’ispiratore di Euripide, il distruttore della Tragedia, l’antenato di Voltaire, l’iniziatore della cultura teorica, il prototipo dei nostri Intellettuali”.

È al divorzio tra Idea e Azione, tra positivismo “erudito e superficiale” e cultura classica, guerresca e rivoluzionaria, che secondo il sindacalista di Jeumont si devono ricondurre tutte le cause della decadenza moderna. Colpevoli di ciò sono, innanzitutto, gli intellettuali socialisti: attuatori di tendenze riformiste, democratiche e pacifiste, che non hanno fatto altro che rendere ancora più insopportabile il giogo dello Stato. Un giudizio altrettanto duro è espresso nei confronti di anarchici e marxisti ortodossi: la loro sostanziale incapacità di cambiare lo status quo, in ultima istanza, è da far risalire al loro falsato concetto di libertà, causato dall’incomprensione dei concetti di Guerra e Lavoro.

In primo luogo, infatti, socialismo e anarchia rifiutano la guerra intesa come una battaglia primordiale e atavica, un’opposizione continua che ha sempre caratterizzato la vita dell’uomo libero. Il rifiuto della guerra proviene dagli individui che hanno permesso che la democrazia stessa acquisisse un primato indiscutibile e un potere dittatoriale. Su posizioni affini ai Futuristi, Édouard Berth riconosce invece nel dinamismo un elemento vitale, che si manifesta nel doppio atto guerresco e lavorativo. Per quanto riguarda il primo, così in una nota al testo dello stesso Berth:

Umanitaristi e pacifisti di ogni risma, prendetene atto: non è con gli idilli che si manda avanti il mondo.

In secondo luogo, l’anarchico e il socialista vedono nel lavoro uno strumento di emancipazione in grado di garantire una totale autarchia, un diritto alla ricchezza e al godimento e, infine, alla pigrizia: in questo senso, può ben dire Édouard Berth, anarchici e socialisti si oppongono a qualunque forma di civiltà. Costoro cercano, in modi diversi, di sfuggire il giogo sociale per realizzare una nozione di libertà astratta e inattuabile; ma la vera libertà risiede nell’azione e, anziché nella teoria, nella pratica. Saranno gli operai a realizzare quest’autonomia comune: solo loro, diventati da massa informe operai stra-qualificati (la differenza tra un operaio della prima e un operaio della seconda rivoluzione industriale), possono incarnare una nuova concezione di libertà, stavolta positiva e collettiva. Se si imponesse un’etica del lavoro — se ne parla dai tempi della Genesi e di Esiodo — dove è l’operaio ad amare la propria fatica, a profondere in essa tutte le sue energie, le sue forze e le sue capacità, si produrrebbe una vita economica sempre rinnovata, e non stagnante e immobile. La nuova figura di operaio altamente specializzato e personale, sottomessa alla collettività formata da altrettante individualità simili — ma non uguali — a lui, risanerebbe il divario incolmabile tra Stato e Proprietà. Se nella vita di ognuno vi fosse una compenetrazione completa tra pensiero e lavoro, se nel lavoro stesso l’individuo vi si potesse realizzare pienamente, con amore, con gioia, come un artista, in questo modo, secondo Berth, il sentimento del dovere potrà sostituire l’obbedienza passiva: lo stabilimento industriale non sarà più una caserma, ma un’associazione di lavoratori liberi. E quando sarà sparito il carattere capitalistico della produzione, quando i lavoratori saranno padroni della loro officina, il vero socialismo sarà pienamente realizzato.

La vittoria di Pascal

Il pretesto di cui Édouard Berth  si serve per introdurre a questa sua raccolta è  fornito dal bisogno di giustificare le sue convinzioni politiche: più di qualcuno infatti, nel mondo della sinistra, vedeva il Circolo Proudhon, circolo monarchico e sindacalista fondato nel 1911 da George Valois e da Édouard Berth stesso, come una patente contraddizione. Come potevano infatti schierarsi dalla stessa parte tendenze politiche più che avverse, antonimiche? Semplice: il fine proposto da sindacalismo e monarchia è il medesimo, ovvero l’antistatalismo. Quando la presenza dello Stato si fa schiacciante, infatti, occorre opporgli una società civile altrettanto forte, capace di riacquistare la libertà laddove il polo autoritativo ha cercato di sottrarla. In modo simile, secondo il sindacalista, monarchici e sindacalisti si sarebbero scontrati per imporre un principio d’ordine i primi, di libertà i secondi: da questo scontro dinamico tra opposti, e non dal dominio incontrastato di un’unica tendenza, si sarebbe originato il vero equilibrio sociale. Di qui la critica agli intellettuali, la cui fede nella Scienza, nell’Idea e nella Ragione è ottusa, e cieca.

L’intellettuale, infatti, serve l’intelligenza, che è materia inerte; l’uomo di campagna al contrario, impegnato nella produzione, si fida dell’istinto, principio di vita. Anche Édouard Berth fa appello a quest’ultima facoltà: secondo lui, occorre trascendere il concetto perché esso possa conservare un ruolo fecondo. In questa rivolta contro la Ragione lo scrittore non è solo: vi è un’intera generazione politica e filosofica che, come scrive nella prefazione il traduttore:

…ha preferito all’esprit géometrique di Cartesio, l’esprit de finesse di Pascal, al razionale il soprannaturale, alla logica il mito.

Diderot e Rousseau, agli inizi del Novecento, sono stati superati: l’ideale mistico-religioso e quello sublime, grandioso e terribile, l’ideale guerriero, hanno preso il sopravvento. Queste forme di pensiero sono caratterizzate da eterni scontri: non è forse lo stesso Cristianesimo opposizione tra divino e umano riconciliati? In quest’ottica, molto simile alla legge proudhoniana delle antinomie, viene proposta, per la Francia, una Rinascita Classica: un’epoca caratterizzata  dall’equilibrio tra divino e umano. Protagonisti di questo rivolgimento saranno gli operai, che eleveranno a Mito lo sciopero generale, e lo opporranno alla Legge dello Stato. In questo nuovo concetto di ordine non è un unico elemento a sopraffare ogni altra istanza contraria, ma tutte le contrarietà, portate alla loro massima potenza, si bilanciano reciprocamente e insieme producono,un equilibrio robusto e ricco di antagonismi. «Siamo diventati troppo profondi per essere  cartesiani», afferma Berth; è tempo di una rinascita della società in senso guerriero:

Ci sono delle epoche in cui sembra che l’umanità, abbandonatasi all’amore e alla dolcezza, (…), finisca per decadere; è necessario che la violenza e la guerra la richiamino a un sentimento più sano e più virile della realtà.

In questo contesto socialmente nuovo, dunque, si prospetta, secondo Berth, la più completa vittoria dell’Istinto sulla Ragione, della teoria sulla pratica, del dinamismo donatore di libertà sull’ordine oppressore:

Il Settecento è superato definitivamente e totale si annuncia, finalmente, la vittoria di Pascal.

In Limine

Questo l’impianto del discorso teorico che soggiace alle proposte, più o meno nuove, avanzate da Édouard Berth in campo economico e politico. Tuttavia, non si spiega ancora la sensazione di precarietà presente nel libro, avvertibile a livello ora consapevole, ora inconsapevole e — di conseguenza — frammentario, che affiora a tratti dal sottosuolo testuale. Le pagine de I Crimini degli Intellettuali sono intrise delle ideologie, dei problemi e dei conflitti europei destinati a materializzarsi nel trentennio 1915-1945, che a ragione Eric Hobsbawm ha definito «l’età della catastrofe».  Razzismo, difesa della guerra, populismo: molti di questi elementi possono essere ritrovati, in vesti differenti, fra le righe dell’opera, che quindi si configura, oltre che come un libretto di propaganda contro l’Idea a favore dell’Azione, anche come una terribile cartina al tornasole che, con il senno di poi, vediamo già colorarsi di tinte fosche. D’altra parte, però, bisogna considerare la fecondità positiva di altre posizioni o intuizioni: la contestazione della pedanteria accademica, la supremazia dell’intuizione e del sogno sul ragione e la realtà, sono idee che faranno proprie il Sessantotto, molte avanguardie e post-avanguardie, nonché un numero cospicuo di intellettuali, ispirati, più che dalla diretta influenza di Édouard Berth, dal simile temperie politico-sociale. In questo senso è facile capire di quale instabilità si parla per questo libro: nel momento in cui viene proposto il rovesciamento del Potere costituito, infatti, si pone, problematico, il vuoto lasciato da quest’ultimo. Come colmarlo? Due strade sembrano imporsi per risanare il vacuo: la prima, come Andrea Vannicelli ricorda, propone
«un’organizzazione delle istanze sociali che provenga dal basso, ma in vista di un innalzamento del basso attraverso la disarticolazione e diffusione del sapere […] in favore dell’autonomia e dell’emancipazione dell’individuo»; la seconda conduce invece a fenomeni autoritari e a un vitalismo guerriero, oppure a pratiche libertarie e cosmopolite, entrambe derive e travisamenti del pensiero sindacalista rivoluzionario, e che tuttavia hanno legittimato analogie, in verità più labili di quanto si pensi, tra sindacalismo e fascismo o comunismo: lo stesso Édouard Berth fu costretto, in numerose occasioni, a difendere la memoria del maestro, considerato ispiratore di movimenti del tutto estranei alla sua figura. Ancora oggi occorre molta precauzione nel maneggiare una forma di pensiero così esposta alle interpolazioni di ogni parte, destra o sinistra, purché finalizzate – ovviamente – a prestare buon gioco alla propria causa. Si sa bene che il rapporto tra masse (demos, ochlos, folk) e leader è precario; e la liberazione dal giogo delle aristocrazie intellettuali può concretizzarsi in una ben più dannosa ascesa dell’Ignoranza, nonché di ogni altro sentimento più o meno “di pancia”, parimenti dannoso per lo Stato. Liberarsi dalla cavillosità di certa erudizione spicciola non concretizza l’emancipazione della Cultura, se poi essa precipita. È qui che infine giunge il pensiero di Édouard Berth: una disarticolazione delle gerarchie dell’apparato politico dominante, che organizzi le istanze sociali provenienti dal basso per garantire l’ascesa dell’individuo come membro della collettività; e un identico movimento riformatore contro il potere delle Idee, perché, perso il primato sulla vita, non scompaiano, ma diventino funzionali alla vita stessa. Un progetto del genere, per valido che sia, appare innanzitutto precario; da qui il senso di vertigine, che è poi responsabilità, con cui è inevitabile scontrarsi. La consapevolezza che l’anti-intellettualismo sia capace di movimentare grandi masse, infatti, è un onere gravoso, e chi gode di un appoggio popolare così ampio – oltretutto in tempi di massiccia comunicazione digitale – dovrebbe tenere bene a mente i rischi di un consenso così duttile: dall’orlo del precipizio, infatti, si può spiccare il volo, ma è altrettanto possibile precipitare nel baratro.



         

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