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A testa in giù,  Elena Mearini (Morellini Editore, 2015)

 

Recensione di Giuseppe Merico

 

La scrittrice Elena Mearini ci aveva già accompagnato lungo la strada delle tematiche che le stanno più a cuore con il romanzo Undicesimo Comandamento uscito per la casa editrice Perdisa Pop nel 2011, i temi portanti erano il disagio di una donna che subiva la violenza dell’uomo che le stava accanto, lo sguardo e la voce rivolti a un credo cristiano diventato personale e il riscatto dalla violenza. Nel 2015 con il suo nuovo romanzo la Mearini non perde di vista il materiale da cui attinge la sua narrazione né la cifra stilistica di quest’ultima.

A testa in giù è il racconto dell’ amicizia fra Gioele, un ragazzo con problemi psicologici che vive in un istituto per l’igiene mentale e Maria, un’anziana donna che il ragazzo investe il giorno in cui decide di fare un giro con il Maggiolone giallo, cui dà il nome di Domingo, parcheggiato nel viale dall’istituto dal figlio del direttore. Da questo momento in poi il romanzo diventa un racconto a due voci, una sorta di specchio a due facce sulle quali troviamo riflessi il piccolo Gioele visto e raccontato dall’anziana Maria da una parte e la donna osservata e descritta dal bambino dall’altra. La strada per l’ospedale al quale dovrebbe essere diretto il maggiolone giallo però non viene mai percorsa del tutto, provando un’istantanea apertura ed empatia per la vecchia signora, Gioele intraprende un viaggio spaziale e temporale che lo porterà attraverso le parole della donna in quelle zone del bergamasco  dove lei ha trascorso la sua giovinezza. Maria comprende la fatica di Gioele, il suo disagio, il suo blocco nella comunicazione: Santa Madre della Gioventù, certo che questi ragazzi di oggi non hanno misura, mi ricordano mia cugina Teresa quando si metteva a fare il taglio e cucito, che non riusciva mai a indovinare la misura degli orli e lasciava sempre i calzoni troppo lunghi o troppo corti. I giovani fanno la stessa cosa con la parola, o la tirano troppo in là che ti ci fanno inciampare, oppure la accorciano al punto da parere senza lingua. Il giovanotto qui presente si è fatto prendere la mano dalle forbici, per esempio. Neanche lo scampolo di un dire qualunque, gli rimane. Meglio che ci pensi io, a mettere insieme le pezze di una storia. Di fatto Gioele non parla ma comunica con l’esterno facendo rumore con gli oggetti, con le biro Bic mentre si trova all’interno dell’istituto, ticchettando le dita sul volante mentre guida o pestando i piedi sul prato quando i due arrivano al campo che ha visto Maria crescere attorno agli anni ’40 (Uno, uno-due. Uno, uno-due).Attraverso un linguaggio ricco di metafore e analogie, la Mearini è abile nel proporci alcune immagini ricorrenti attraverso le quali possiamo meglio comprendere il mondo interiore dei due personaggi. Così le uova per Gioele, il giallo del tuorlo e il bianco dell’albume diventano un modo per descrivere situazioni e stati d’animo: Sai, Domingo, anche se i dottori mi considerano un “soggetto restio al contatto”, io ci resto volentieri qui, accanto alla signora Maria, con le orecchie appiccicate alle sue parole. Parole col suono giallo, che mi fanno lo zabaione in testa. Le continue invocazioni della signora Maria introducono spesso la sua narrazione: O Signore dei Poveretti, la Maria è andata in terra! Signore della Pazienza, lasciamo da parte il nervoso. Santa Madre degli Smemorati, è proprio il caso che tu scenda giù dal cielo e venga qui, al fianco della Maria, a tenerle la testa tra le mani.Seguendo un cammino che lo avvicinerà in una maniera anche molto fisica, di natura quasi filiale, a Maria, Gioele saprà dare un nome alla malattia di cui è affetto. Chiamerà Amore quella cosa che lo porta a capovolgere il mondo e a viverlo alla rovescia, a testa in giù. E Amore è anche quello che  provò Maria quando nel ’41 conobbe un soldato di nome Vincenzo che tornava dall’Albania in compagnia di suo zio e di cui si prese cura fino a quando non gli fu strappato dalle braccia da due ufficiali dell’esercito. In questo breve ma intenso viaggio i due riconosceranno l’uno nell’altro una parte indispensabile per la propria crescita e guarigione nel caso di Gioele e il giusto e più dolce commiato dalla vita nel caso di Maria.

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Note biografica: 

Elena Mearini è nata nel 1979 e vive a Milano dove si occupa di teatro per ragazzi. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881) con il quale ha vinto il premio Gaia Mancini, nel 2011 il romanzo Undicesimo comandamento (Perdisa Pop) si aggiudica il premio Gaia Mancini, il premio Unicam – Università di Camerino e il Premio Perelà. Ha pubblicato le sillogi Dilemma di una bottiglia (Forme libere Edizioni, 2013), Per silenzio e voce (Marco Saya editore, 2014) e ha partecipato alla raccolta Siria, scatti e parole (Miraggi edizioni, 2014)