La lotta ai tempi della pandemia di mercato ⥀ La vertenza Elica

La vertenza Elica si inserisce in un più ampio scenario di mobilitazioni operaie diffuse in tutto il Paese per contrastare la delocalizzazione delle imprese e creare un nuovo modello di politica industriale. A parlarne è Pierpaolo Pullini, prima protagonista della resistenza al Cantiere di Ancona e ora alla Elica

 

Riprendiamo le pubblicazioni della rubrica dedicata alle politiche industriali, iniziata con gli interventi di Vincenzo Comito sull’Ilva e su Stellantis. Stavolta ospitiamo un intervento di Pierpaolo Pullini, segretario della FIOM Federazione Impiegati Operai Metallurgici di Fabriano, sui moti operai, dall’Elica alla Gkn fino alla Whirlpool, che hanno dato avvio all’autunno caldo.

(Valerio Cuccaroni)


La lotta ai tempi della pandemia di mercato

 

La vertenza Elica (iniziata lo scorso aprile, in seguito alla presentazione del piano aziendale per delocalizzare la produzione in Polonia, NdR) restituisce un paradigma inusuale nell’ambito dello scenario sindacale italiano, in quanto le solite operazioni di tagli e delocalizzazioni questa volta vengono proposte da un’azienda nazionale con forte legame territoriale, che sul territorio nasce, si sviluppa e ottiene la sua fortuna grazie alle competenze e alla capacità che derivano da una grande tradizione industriale. Al tempo stesso la proprietà è detenuta da una famiglia fortemente radicata, a cui sono dedicate anche vie di Fabriano, con forti legami con la politica e le istituzioni: infatti l’attuale Presidente è anche stato deputato della Repubblica italiana.

Il 31 marzo viene annunciato un piano strategico di riorganizzazione che, invece, calpesta tutti i valori su cui la Repubblica si fonda, prevedendo la delocalizzazione in Polonia della stragrande maggioranza dei prodotti, anche di punta e di alta fascia, con un esubero di 409 persone su 560 totali degli stabilimenti di cappe del fabrianese, a fronte di una crescita di mercato importante prevista per i prossimi anni. In sintesi: il lavoro c’è, ma lo andiamo a fare dove costa meno per rendere l’azienda sostenibile, ossia restituire maggiori guadagni agli azionisti.

La risposta delle lavoratrici e dei lavoratori è stata da subito veemente, con blocco immediato delle produzioni, presidi permanenti, conflitto sull’organizzazione del lavoro, manifestazioni e scioperi contro lo scempio industriale proposto dai manager dell’azienda, contro la stessa etica di Elica, che invece ha sempre sostenuto di mettere al centro dei suoi valori il Territorio e le Persone. E territorio e persone si sono ribellati a questa scelta sciagurata con una mobilitazione che poche volte si era vista nel fabrianese, dando vita a una situazione di conflitto permanente, dentro e fuori le due fabbriche, che ormai si protrae da sei mesi. Tutte le azioni messe in campo da Elica, di cui alcune davvero irresponsabili, non hanno fatto altro che unire ulteriormente le lavoratrici e i lavoratori. Tra queste, le peggiori sono state la serrata durante lo sciopero a scacchiera dei reparti, a cui si è risposto con il blocco totale della fabbrica di Mergo, e i provvedimenti disciplinari di tre giorni di sospensione, comminati per scarso rendimento a 23 persone, di cui il 90% donne, a cui si è risposto con l’attivazione della cassa di resistenza.

A ogni azione della multinazionale è corrisposta una reazione sempre maggiore delle lavoratrici e dei lavoratori, e nel momento cruciale Elica è stata costretta a cambiare paradigma, almeno in apparenza. Il 29 di giugno, infatti, sono state annunciate, al tavolo di crisi presso il Mise, la sospensione del piano di delocalizzazione e la rinuncia a fare qualsiasi azione unilaterale, a un giorno dalla fine del blocco dei licenziamenti, dando disponibilità a discutere delle proposte sindacali; questione sulla quale ci stiamo attualmente confrontando, continuando comunque a esercitare i rapporti di forza, attraverso lo sciopero e altre iniziative, in maniera quotidiana.

È su questo punto che noi vediamo l’elemento di unione di tutte le vertenze che si stanno combattendo in giro per il Paese, a cominciare dall’azione vergognosa del fondo Melrose (il 7 luglio scorso il fondo, che controlla la fabbrica Gkn di Campi Bisenzio, ha licenziato 422 operai con un’email, scatenando una mobilitazione operaia che ha dato vita al movimento Insorgiamo, NdR), passando per le operazioni di tutte le altre multinazionali: le conoscenze, le competenze, l’intelligenza delle lavoratrici e dei lavoratori delle aziende metalmeccaniche stanno proponendo un modello diverso rispetto alle logiche esclusivamente finanziarie. Nella nostra storia siamo abituate/i a non arrenderci mai, anche nei momenti più bui e difficili, quando tutto sembra perduto. È questo il vero significato del nostro definirci «Mai Domi e Mai Dome»: sempre pronte/i a rilanciare la lotta attraverso le nostre proposte e a far risorgere e rivivere la speranza!

La grande vertenza di Campi Bisenzio contro il fondo inglese è diventato un esempio di lotta dove mobilitazione, azione giudiziaria e operazioni concrete stanno costruendo un paradigma che dovrebbe essere assunto, rappresentato e sostenuto con riforme legislative atte a impedire questi scempi; la proposta delle lavoratrici e dei lavoratori di Elica, che si stanno battendo per riportare le produzioni in Italia, invertendo il progetto e costruendo un’idea di rilancio di un territorio martoriato da un decennio di desertificazione industriale, costituisce un vero piano di politiche industriali che chi governa dovrebbe assumere e far diventare un modello; la grande resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori della Whirlpool di Napoli fa rivivere i valori della Resistenza su cui si fonda l’Italia: la difesa del lavoro come diritto di cittadinanza e contro tutte le speculazioni, soprattutto quelle di fondi che spostano competenze e volumi produttivi a livello globale, ridistribuendo la ricchezza nelle mani di pochi e calpestando la vita di tante persone. C’è un sottile filo rosso che tiene unite tutte le vertenze del Paese e che tesse una rete di lotta, giustizia e dignità che ancora riesce a tenere tutto in piedi. È per questo che non ci arrenderemo, resisteremo comunque un minuto in più e saremo sempre pronte/i a ripartire.

(Pierpaolo Pullini)